Un viaggio nel Messico ribelle

Pubblicato: 17 settembre 2011 in Turismo, turismi

Il Chiapas è balzato agli onori della cronaca quando nel 1994 un pugno di insorti zapatisti del Chiapas dichiararono “guerra” agli accordi del NAFTA tra Messico e gli Stati Uniti. Nasceva la lotta di resistenza al neoliberismo in America Latina. Il Chiapas, al confine con il Guatemala, non è soltanto lo stato più povero del Messico e culla della resistenza indigena, è anche uno scrigno di biodiversità naturale e culturale che offre molto al viaggiatore. San Cristobal de las Casas, città che porta il nome del suo primo vescovo e grande accusatore delle malefatte della Corona spagnola nei confronti degli indios, è la porta d’ingresso del piccolo Stato messicano del Chiapas nel cuore del mondo dei maya. Una città di montagna dall’inconfondibile sapore coloniale spagnolo, a 2.100 metri di altitudine e dal clima temperato tutto l’anno nella quale i colori dei mercati e delle persone infondono un’impronta genuinamente indigena che rendono il Chiapas più vicino al Guatemala che al Messico. Affacciarsi nei patios delle vecchie case permette di scoprire mondi segreti pensati per garantire la quiete delle famiglie in un contesto protetto, ma all’aperto. Oggi le vecchie corti nascondono negozi di artigianato, bar, piccoli hotel, ristoranti e ancora tante famiglie. Le strade di ciottolato convergono sempre in piccole piazze popolate a tutte le ore da passanti, innamorati e venditori ambulanti. San Cristobal sa di caffè, di cui il Chiapas è uno dei produttori mondiali di più alta qualità, e che qui viene consumato a tutte le ore. Alcuni spunti interessanti per entrare nel sentimento della città sono il Mercato della frutta, dove si possono consumare e ammirare i mille frutti arrivati dalle terre basse tropicali e la Chiesa barocca di Santo Domingo, scelta dagli indigeni maya-tzoltziles come luogo di mercato per il loro splendido artigianato. A poca distanza di San Cristobal, si trova Chiapa de Corzo, da dove partono le barche che conducono i turisti a percorrere il Cañón del Sumidero, uno spettacolare canyon fluviale dalla storia tragica: qui diverse centinaia di indios si suicidarono, buttandosi dallo strapiombo alto 900 metri, prima di arrendersi agli spagnoli nel XVI secolo. Nelle acque del Rio Grijalbo che attraversa il canyon, nuotano gli ultimi esemplari di coccodrillo messicano e si possono osservare pellicani, cormorani, garze e avvoltoi. La gestione di alcuni dei luoghi più visitati sono in mano degli indigeni che vivono in queste zone, come nel caso di Motebello, un ecosistema di lagune diventato parco nazionale a soltanto 60 chilometri da Comitàn de Dominguez, a ridosso dalla frontiera con il Guatemala. Nelle vicinanze, le cascate di Chiflòn formano una consistente barriera d’acqua che precipita sul fiume San Vicente generando una pioggia sottile che si estende per centinaia di metri. Tornando a San Cristobal, dieci chilometri prima, si trova il paese di San Juan Chamula, uno dei luoghi mistici più noti e interessanti del Messico. Nella chiesa del paese, custodita 24 ore al giorno dai membri di una confraternita indigena, si celebrano riti sincretici di alto valore simbolico. Per gli indigeni chamulas (maya tzotziles), questa Chiesa si trova sull’ombelico del mondo, dentro una “cicatrice” della valle dove gli antichi celebravano i rituali millenari e i sacerdoti cristiani eressero la loro Chiesa sfruttando la sacralità del posto. All’interno del tempio vengono consumati sacrifici ai santi cattolici officiati da curanderos (medici-sacerdoti tradizionali), che però in realtà si rivolgono alle forze della natura che veneravano gli indios. Il pavimento è ricoperto da aghi di pino e i santi sono appoggiati lungo i muri della Chiesa e vengono interpellati per guarire malattie, l’anima di qualcuno, risolvere problemi di lavoro o di coppia. San Giovanni Battista è il santo più venerato qui, più di Gesù, e oltre a offrire cibo e bevande alla sua immagine, si può assistere anche al sacrificio di un gallo. I turisti non sono ben accetti in Chiesa, ma chiedendo con il dovuto rispetto permesso alle guardie della confraternita si può entrare senza assolutamente però scattare fotografie. Il Chiapas è anche archeologia maya, foreste primarie impervie, dove si sta organizzando un turismo di comunità molto interessante e anche “caracoles”, cioè le zone liberate dai zapatisti nelle quali si sta ricostruendo la vita comunitaria tipica degli indigeni che hanno saputo resistere a 500 anni di violenze e soprusi rimanendo attaccati alle loro tradizioni e alla loro terra.

 

Alfredo Somoza

Ora che l’iniziativa bellica neo-coloniale di Francia e Gran Bretagna sta raggiungendo il suo scopo immediato, e cioè eliminare il clan tripolitano di Gheddaffi per mandare al potere i cirenaici di Bengassi oltre a  1) assicurarsi che la Libia non si intrometta più negli affari delle ex-colonie francesi e dell’Africa in generale, 2) approfittare della debolezza del governo Berlusconi per scippare un po più di petrolio e dare qualche appalto alle proprie multinazionali.

In queste ore gira in rete il dibattito su cosa avrebbero potuto fare i movimenti pacifisti davanti all’ennesimo conflitto giustificato da “motivi umanitari”.  Non riesco più a immaginare il mondo “pacifista” come
un’entità consolidata in grado di fermare da sola una guerra, soprattutto quando è così chiaro, come nel caso libico, il perché la si fa. Come nel caso della crisi economica, anche nella politica estera “manca la politica”.    E manca il coraggio. La tendenza a sdraiarsi sulle “bizzarrie” dei regimi pur di perpetuare succosi affari lascia il tempo che trova.  La Cina in queste ore sta discutendo una legge che permetterà allo Stato fare “scomparire” i dissidenti per un periodo di tempo senza dovere informare nessuno. Una specie di Guantanamo gigantesco. Abbiamo sentito proteste dai difensori “della libertà”? Il mondo “civile”, fortemente indebitato con la Cina, sta zitto  e si augura che Pechino compri bond. Al resto casomai, in futuro, ci penseremo con una guerra umanitaria.

Gli accordi economici che legano l’Italia con la Libia sono stati perfezionati lungo 10 anni e ricevettero una spinta decisiva durante la gestione degli esteri di D’Alema. Berlusconi ha semplicemente
firmato. Nessuna forza della sinistra si è mai opposta a questi accordi e oggi è nauseante leggere le inchieste di Repubblica sulle torture agli oppositori libici e altre nefandezze del regime di
Ghedaffi che, apparentemente, sono iniziate qualche mese fa, e comunque dopo la visita trionfale a Roma con tanto di predicazione islamica, amazzoni e tende beduine.
La politica estera dovrebbe riscoprire una sua dimensione etica e questo penso sia la grande sfida per le forze progressiste. Qual’è è il giusto punto che può tenere insieme gli interessi nazionali e l’idealità di un mondo più giusto, equo e democratico? Nell’esercizio e nello sviluppo di una politica estera seria e lungimirante risiede la principale prevenzione delle guerre.  Non abbiamo riflettuto seriamente ancora  sul susseguirsi di conflitti, e la loro
natura,  che hanno costellato il post Guerra Fredda, continuando ad affermare che basti la protesta di piazza per “fermare” un conflitto.
“Questo” conflitto libico andava fermato molto prima, perché prevedibile (a intervalli regolari la Cirenaica si ribellava a Ghedaffi e la cosa finiva con bagni di sangue) e l’Italia avrebbe potuto introdurre nel negoziato economico, utilizzando il suo peso politico nel paese nord africano, clausole sull’apertura politica, sulla democrazia a la libertà di espressione e perché no, di riforma dello Stato prevedendo un’aggregazione di tipo federale tra
Tripolitania e Cirenaica. L’Italia s guardò bene  dal farlo. E su questo, allora, nessuno disse nulla.

Alfredo Somoza

Arriva oggi in Parlamento la manovra economica di emergenza del Governo Berlusconi. Come era da aspettarsi, la maggioranza si è totalmente sfilacciata sulle misure di austerità da prendere. Si presenta infatti non un disegno di riforma della spesa pubblica, ma una serie di misure “per tamponare il buco”. Nessun orizzonte, nessuna logica. In 10 anni il Governo Berlusconi non è riuscito ad esempio a darsi una linea, giusta o sbagliata, sulle pensioni. In 10 anni non hanno mai ipotizzato un piano di rilancio dell’occupazione e dell’economia. In 10 anni non hanno mai fatto una simulazione su come potrebbe funzionare, meglio e a minor costo, la pubblica amministrazione. In 10 anni non si è mai ragionato sulla riforma degli enti locali e della politica in generale. In 10 anni non sono stati individuati quei “rami morti” che si potevano tagliare per liberare risorse, come ad esempio la Difesa. In 10 anni non si è mai capito come si potrebbe investire sul futuro dei giovani e su come stabilizzare e rendere il lavoro precario un capitolo nella vita lavorativa delle persone e non una condanna. In 10 anni ci si è fatti belli “tenendo i conti in ordine”. Ma anche l’ultimo degli economisti sa che i conti in ordine sono sì una precondizione per la stabilità di un paese con un debito record, ma che senza crescita non basta. Ci hanno detto negli ultimi 10 anni che Tremonti era un “genio molto apprezzato all’estero”. Ma chi, ma dove? Il vero Tremonti, quello della finanza creativa, sta colpendo ancora con misure a casaccio per fare cassa. Gli enti locali si tagliano in base al numero di abitanti, anche se nei piccoli comuni di montagna (la stragrande maggioranza dei tagliandi) la politica è praticamente volontariato e in tutto si risparmieranno 6 milioni di euro. Si continua a insistere che il contributo di solidarietà colpisce i “ceti medi”. Ma sono “ceti medi” le persone  che hanno un reddito annuo superiore ai 90.000 euro? Ma stiamo scherzando? Per questo motivo il contributo rischia di saltare, e quasi sicuramente salterà, perché non colpisce affatto i ceti medi, ma quelli medio-alti e alti. Si vuole aumentare l’IVA? Ecco, la tassa universale che colpisce tutti e che avvicina il paese alla recessione. L’unica misura ipotizzabile in queste ore, una Patrimoniale che permetta di abbassare da subito il debito e recuperare credibilità, viene vista come il fumo negli occhi dal primo contribuente italiano, il Premier, che per solidarietà “di classe” resisterà fino alla fine.

E’ così si sta consumando questa estate tra drammi internazionali, come quello della guerra libica e tutto il suo seguito di disperazione e morte, e la pantomime di una politica che, in questo caso si può ben dire, diventa “inutile” perchè non riesce a assolvere il suo compito: governare, dare speranza, indicare un traguardo. E’ questo lo scandalo della politica italiana oggi, non i privilegi veri o immaginari. Invece la macchina della disinformazione (Libero in testa) ci propone il Menù di Montecitorio come pietra dello scandalo, e non che da quelle Aule non esca una mezza idea di come superare la crisi e tornare a crescere come società. Il contorno dello sbando sono i partitini neofascisti che rialzano la testa, il ritorno alla secessione padana e via stupidando.

Le “cassandre” di 10-15 anni fa, cioè i movimenti che da Seattle in poi hanno denunciato la fine di un modello di economia globale distruttivo e autodistruttivo, oggi vengono superate a sinistra dal Corriere della Sera. Sarkozy parla di Tobin Tax, la Merkel sospende le vendite allo scoperto delle Borse, la Lega difende i Pensionati, Scalfari parla di macelleria sociale. Allora, se siamo d’accordo che così non va perchè si insiste ancora con le ricette recessive e socialmente devastanti dei neoliberisti ? Forse perchè sta morendo un’ideologia, quella dei mercati allo stato brado dei liberisti, senza che si veda una nuova. O meglio, senza che si voglia vedere una nuova. Perchè se ora si coincide, destra e sinistra, sulla diagnosi (mercati impazziti, speculatori perversi, regole da rivedere, ecc.), le ricette elaborate da chi per primo aveva  visto bene, continuano a non piacere. Sarà perchè, contrariamente a quanto si è blaterato in questi decenni, le classi esistono ancora eccome! La differenza è che negli ultimi decenni c’è stato un patto politico tra ceti alti e ceti bassi delle società per spingere politiche liberiste, nella convenienza dei primi e nella speranza di partecipare alla festa dei secondi, che oggi comincia a incrinarsi. Così è successo in molti paesi dell’America Latina alla fine degli anni ’90, quando dalle macerie del neoliberismo sono emersi esponenti di una nuova classe politica progressista che ha ripristinato la centralità dei diritti, il ruolo dello stato nell’economia, il non considerare l’educazione e la sanità un “peso morto”.

Noi ci troviamo ancora un minuto prima di questa svolta epocale, ma se riusciamo a tenere a bada la demagogia e a non assecondare il populismo dei pentiti dell’ultima ora, possiamo farcela. Ci vuole testa fredda e superare il complesso di inferiorità che storicamente una parte della sinistra ha avuto nei confronti dei guru del libero mercato. Sono tempi duri, il fallimento dell’ideologia degli ultimi 20 anni è davanti agli occhi di tutti, non è più tempo di negoziare un urgente e necessario riformismo radicale.  

In queste ore stiamo vivendo una situazione che rasenta la  fantapolitica. Il debito degli Gli Stati Uniti declassato, la Grecia fallita che cede la propria sovranità politica, i cinesi che diramano comunicati stampa di fuoco dando lezioni di economia agli  Stati Uniti e fanno pesare, per la prima volta pubblicamente, la loro posizione privilegiata in quanto “fabbrica del mondo” e principali creditori dell’Occidente. Paesi di calibro medio-grande, come la Spagna e l’Italia, “commissariati” dal nuovo Direttorio europeo formato da Francia e Germania con la partecipazione di Gran Bretagna e USA.

Siamo di fronte a un capovolgimento delle certezze che si erano consolidate nei decenni precedenti, e in qualche caso, nei secoli: i paesi “centrali” non possono fallire a differenza dei paesi “periferici”; gli organismi finanziari (FMI, Banca Mondiale, BCE) possono elaborare (e imporre) ricette per i paesi periferici indebitati ma mai azzardarsi a dare consigli ai “Grandi”; le agenzie di rating non mordono la mano del padrone. Tutto questo è successo in questa settimana di follie e ancora di più. Negli USA, il leghismo dei tea party è quasi riuscito a fare andare il paese in default, mentre il leghismo di casa nostra, dimenticando per un momento i “grandi temi” della lotta alle donne velate e ai chioschi di kebab, ora diventa europeista per paura di vedere sfumare i BOT dei suoi elettori.

Ma si poteva prevedere questa tempesta perfetta? Nei dettagli forse no, soprattutto perché molte di queste cose erano inimmaginabili, ma se allarghiamo lo sguardo sì. La radice più profonda della crisi odierna va cercata nella progressiva ritirata della politica a favore dell’economia. L’ubriacatura post Muro di Berlino che, secondo tanti, confermava l’inutilità dello Stato incapace, predone, antieconomico. Il paradosso è che oggi l’unico Stato in grado di fare la voce grossa e richiamare all’ordine gli occidentali è la Cina, paese nel quale il partito unico ha sì liberalizzato l’economia, ma tenendo saldamente le redini del controllo sul mercato e agendo su disegni decennali senza mai contraddirsi. In secondo piano, altri paesi emergenti oggi si sentono più forti. Il Brasile che durante gli otto anni di Governo Lula ha dato una nuova centralità allo Stato, rendendolo protagonista del rilancio industriale e strategico del paese. Oppure l’India, che malgrado i suoi mille problemi e complessità, non ha mai licenziato lo Stato quale regolatore del mercato.

Noi paghiamo invece lo stop sulla via della costruzione europea. Abbiamo una moneta senza Stato, caso unico nella storia, e 27 Stati senza moneta. Un’entità monetaria, l’euro, che non ha dietro di sé un governo che possa decidere, ma una miriade di stati con le proprie politiche, logiche e situazioni debitorie. Una moneta senza un Ministero delle Finanze dietro è un rischio gigantesco, che in questa ore si sta materializzando con caratteristiche esplosive: il “commissariamento” di interi paesi. Ma chi sono i “commissari”? Anzitutto sono politici che hanno una legittimità  nei paesi in cui sono stati eletti, ergo, non hanno nessuna legittimità democratica nei paesi “commissariati”. Sono commissari autoproclamati in base alla consistenza delle loro economie, ma soprattutto alla consistenza dell’esposizione del proprio sistema bancario nei confronti dei paesi commissariati. Sono quindi interessati soltanto al rientro dei capitali esposti senza fare distinguo sulle modalità che verranno utilizzate dai commissariati per trovare i soldi. In sostanza, così come il FMI per decenni ha imposto le sue “ricette” ai paesi indebitati del Sud del Mondo, per tutelare i capitali dei creditori e senza fare caso a come si raggiungeva la stabilità, lo stesso fa oggi la BCE, l’arma dei commissari nei confronti dei paesi dell’Europa mediterranea. In questo caso però vengono intaccati alcuni principi sacrosanti del processo europeo, come la creazione di uno spazio sociale e la parità dei diritti tra i cittadini della comunità. Tutto ciò viene a cadere davanti agli interessi dei commissari e delle banche dei loro paesi.

Questa situazione rende il ben servito definitivo alla politica tremontiana delle piccole furbizie, dei condoni, degli scudi fiscali e infrange il mito del bravo Ministro che “sa tenere i conti in ordini”. All’Italia non serve un ragioniere, non serve semplicemente tenere i conti in ordine. L’Italia deve ripensare il proprio profilo produttivo, capire cosa tagliare e in cosa investire, immaginare come ricollocarsi nella globalizzazione e come avvicinare all’Europa, per quanto riguarda opportunità e diritti, i giovani. Tutto questo manca da anni e oggi viene presentato il salato conto. Il Ministro è stato un bravo ragioniere, peccato che non c’è più crescita, che i giovani laureati emigrano, che le imprese scappano, che l’evasione fiscale continua a togliere risorse, che i servizi sono erogati seguendo logiche populistiche e non realistiche.

Ora siamo commissariati, ma di patrimoniale non si vuole parlare, almeno a “Palazzo Merkel”, e si sentono già le litanie sui tagli “inevitabili” all’assistenza, alle pensioni, al mondo del lavoro. La cosa più preoccupante è che in questo si salvi chi può, non c’è nemmeno l’ombra di idee per andare oltre lo tsunami.

Alfredo Somoza

Da quando l’uomo ha iniziato la sua avventura intelligente sulla terra, una delle costanti del suo agire è stata la ricerca di spazio vitale per sopravvivere e prosperare. Non è esistito periodo storico a noi noto che non sia stato attraversato da grandi o piccoli spostamenti umani in fuga da condizioni, climatiche o politiche, avverse. Dalla conquista degli spazi vuoti dell’Africa, dell’Asia e poi via via fino alle Americhe, all’Oceania e ai Poli i movimenti di riassestamento e rimescolamento della popolazione mondiale non hanno conosciuto intervalli. Anche la tratta negriera dall’Africa verso le Americhe, che studi prudenti stimano in 15 milioni di persone, ha avuto a posteriori effetti simili a quelli dei flussi migratori sul futuro dei Paesi di destinazione, gravando anche i discendenti dei migranti dell’eredità negativa della schiavitù.

In tempi moderni, sono state le tecnologie militari e dei trasporti a segnare la più grande operazione di occupazione di terre della quale si abbia memoria: l’Europa, tra il 1815 e il 1914 espulse 60 milioni di cittadini poveri verso il Nord e il Sud America, l’Africa australe e l’Oceania, mentre altri 10 milioni di persone si spostavano dall’Europa mediterranea verso quella settentrionale. Intere regioni si svuotavano in Spagna, Italia, Portogallo, Irlanda, Gran Bretagna per dare vita a “neo europe” agli antipodi o per alimentare la rivoluzione industriale nei Paesi centrali. In quel periodo anche India e Cina contribuivano ai flussi mondiali fornendo manodopera a basso costo all’Impero Britannico o agli Stati Uniti. Flussi giganteschi di braccia che hanno ridisegnato intere regioni, alimentato l’economia globalizzata dell’Ottocento, ridando fiato ai Paesi d’origine grazie all’abbassamento della tensione demografica e al contributo delle rimesse allo sviluppo.

Le migrazioni hanno anche rivitalizzato la cultura mondiale rendendola universale. Nuove visioni, nuovi suoni e gusti che da espressione di piccole realtà territoriali divennero globali. La gastronomia italiana, senza l’emigrazione, sarebbe oggi tanto importante internazionalmente quanto quella svedese o polacca. La musica brasiliana, senza l’apporto africano, sarebbe ancora una variante di quella portoghese. Questo fenomeno inarrestabile è stato accompagnato da violenze, soprusi, drammi individuali e collettivi. I migranti, anche negli Stati che richiedevano la loro presenza, non hanno mai avuto vita facile. Gli italiani ne sanno qualcosa. Sono state però spesso le popolazioni dei Paesi “ospitanti” a vedere calpestati i propri diritti e a dover arretrare fino quasi a scomparire. I nativi dell’intero continente americano, i neri sudafricani e dello Zimbabwe, gli aborigeni australiani e i maori neozelandesi pagarono un prezzo altissimo per l’arrivo dei coloni europei: la perdita della propria terra e libertà.

Fin qui una storia che tutti conosciamo e che spesso dimentichiamo. Le migrazioni oggi, da almeno 40 anni, continuano, come sempre, ma hanno invertito strada e natura. Da Nord-Sud a Sud-Nord e non per occupare spazi a discapito dei locali, bensì per farsi carico del funzionamento di società invecchiate, a natalità quasi zero e bisognose di manodopera. Non si può più parlare di “invasioni”, ma di lento ricambio demografico di società ricche che hanno perso, o stanno perdendo, la loro spinta vitale.

Da qui le tensioni e i conflitti: non ci sono diritti nuovi da conquistare o terre da rendere produttive, ma diritti da condividere e spazi da spartire. Gli studi di antropologia sulla psicologia dei gruppi etnici ci spiegano che un popolo in arretramento demografico vive sempre con ostilità un altro popolo in espansione. Anche su questo tema troviamo abbondante letteratura d’epoca sul vissuto di statunitensi, inglesi o argentini nei confronti dell’immigrazione italiana, non soltanto considerata fonte di delinquenza e corruzione, ma temuta perchè la prolificità degli immigrati metteva in discussione gli equilibri sociali. Più figli significa più potere e più opportunità di arrivare a condurre l’economia e la res publica. Le paure che serpeggiano nella vecchia Europa e negli strati conservatori degli Stati Uniti passano fondamentalmente da questa equazione, che troviamo esasperata in uno Stato di Israele assediato, prima ancora che dall’ostilità dei Paesi vicini, dalla crescita della popolazione araba entro i propri confini.

I tentativi di arginare la paura dell’immigrato si ripetono nella storia quasi sempre nello stesso modo: cercando di limitare i diritti dei “nuovi arrivati” e considerando questi ultimi un fattore temporaneo che non inciderà sull’identità locale. Le conseguenze di queste politiche le conosciamo: non c’è stato Paese al mondo che abbia potuto tenere ai margini i migranti per più di una generazione. Le lotte per la conquista del diritto al voto, per condizioni di lavoro decenti, per la scuola e l’assistenza medica hanno segnato il Novecento in Europa e in America, e in molte realtà sono stati proprio gli italiani i più agguerriti e coraggiosi portabandiera. Sono pochissimi gli Stati che hanno scommesso sull’integrazione da subito, come il Canada o l’Australia, e non se ne sono mai pentiti.

Oggi in Occidente è in corso una battaglia perdente in partenza, perché già combattuta e persa altrove. Le poche voci lungimiranti vengono sommerse da fischi e urla quando dicono quello che la ragione sa, ma l’opportunismo elettorale nega. Soltanto negli Stati Uniti un gruppo di miliardari ha avuto recentemente il coraggio di denunciare la politica restrittiva sui clandestini, che nasconde lo sfruttamento economico, come una politica cieca e contraria allo spirito con il quale venne fondato quel grande Paese. Problemi veri, come quelli della convivenza con l’Islam, della lotta tra poveri nelle periferie, del futuro dei figli degli immigrati, si scansano con fastidio per far luogo a lunghe e sterile polemiche su permessi per costruire moschee o aprire chioschi di kebab.

L’Europa deve attingere a piene mani dalla propria esperienza migratoria per trovare quelle risposte che oggi, nel XXI secolo, una società moderna, democratica e con un tasso di benessere relativamente alto e ben distribuito, è obbligata ad avere. Se si coniugano bisogni dell’economia e diritti delle persone si può cominciare a dipanare una matassa molto intricata. Se si pensa di continuare a immaginare l’immigrato come una risorsa “usa e getta”, tollerando sacche di illegalità delle quali beneficiano imprenditori senza scrupoli, e consegnando il pacchetto dei diritti in mano agli estremisti e agli xenofobi, la lotta è persa. Ci vuole coraggio anche per fare cose che oggi possono essere impopolari, come per esempio estendere il diritto di voto o attuare nuove politiche per la casa non discriminatorie. Se vinceranno l’immobilismo e la demagogia, le banlieus in fiamme di Parigi saranno ricordate come l’inizio di una nuova stagione di conflitto sociale in Europa dalle conseguenza oggi imprevedibili.

di Alfredo Luis Somoza

 

Le coste deserte e ventose della Penisola di Valdés (Parco Provinciale e Patrimonio dell’Umanità) sono il più grande set naturale per l’osservazione della fauna marina dell’Atlantico meridionale, che qui trova sicuro rifugio durante il periodo dell’accoppiamento. L’incontro più frequente si ha con il pinguino di magellano, che nidifica lungo tutta la Patagonia, comprese le isole subantartiche, e che raggiunge in gran numero le spiagge di Punta Tombo. Sembra che il nome “pinguino” provenga dall’espressione gallese “pen-gwyn” che significherebbe “uccello che non vola”. Secondo una superstizione diffusa tra i marinai inglesi, ospiterebbero le anime dei loro compagni annegati.

Il pinguino maschio è il primo ad arrivare sulla costa, e ritrova con incredibile precisione il nido lasciato da un anno. Lo segue la femmina qualche giorno dopo, accolta dal maschio con una danza. I pinguini magellanici sono alti 60- 70 centimetri, hanno un piumaggio nero sul dorso e bianco sul ventre. L’esemplare adulto presenta dei collari di piumaggio bianco, al contrario del giovane che è grigio e senza collari. Il periodo di riproduzione comincia i primi di settembre e termina a metà aprile. Il nido viene costruito sotto terra, fino a un chilometro dalla costa. Alla fine di settembre la femmina deposita due uova e l’incubazione dura circa 40 giorni. A tre mesi di età i piccoli hanno già il piumaggio giovanile e, una volta indipendenti dai genitori, possono andare in acqua e cominciare ad alimentarsi con il pesce.

La balena australe , detta anche “franca del Sud”, arriva nelle acque dei golfi Nuevo e San José nel periodo compreso tra i mesi di giugno e di novembre, risalendo dall’Antartico, per cercare in queste acque la tranquillità necessaria per l’accoppiamento e la gestazione. Questi golfi offrono l’ambiente ideale per lo sviluppo dei piccoli, grazie alla grande concentrazione di plancton e per la favorevole temperatura dell’acqua. Il periodo di gestazione dura circa 12 mesi, come anche il periodo dell’allattamento. Alla nascita, il balenottero è lungo circa 5 e pesa 600 chili. Consuma 200 litri di latte al giorno, e ogni 24 ore il suo peso aumenta di un centinaio di chili. Le femmine adulte misurano dai 12 ai 14 metri e pesano dalle 32 alle 37 tonnellate. I maschi sono un po’ più piccoli: 10-12 metri, con un peso di 30-35 tonnellate. La balena australe è una specie protetta in pericolo d’estinzione: ne restano all’incirca 3500 esemplari. Durante i mesi di agosto e settembre, si calcola che arrivino a Valdés almeno 500 esemplari. Unico predatore della balena australe, oltre all’uomo che l’ha cacciata per secoli, è l’orca, che attacca anche i leoni e gli elefanti di mare, arrivando in queste acque nei mesi da marzo a maggio.

Le coste della penisola sono infatti il rifugio preferito di numerosi esemplari di elefante marino , che formano una colonia continentale unica al mondo. Il nome è dovuto alle sue caratteristiche fisiche: un lungo naso a forma di proboscide e una mole imponente. Può arrivare a sei metri di lunghezza e quattro tonnellate di peso. L’organizzazione sociale dell’elefante di mare è basata sull’harem e un maschio adulto arriva ad avere fino a venti compagne. Per difendere l’harem e per mantenere il predominio sugli altri, i maschi sono costretti a non abbandonare mai le femmine, anche a costo di lunghi periodi di digiuno e violente battaglie contro gli avversari. Il ciclo riproduttivo comincia nel mese di luglio, con l’arrivo dei maschi che conquistano il loro dominio e aspettano le femmine che giungono solo durante le prime settimane di agosto. La nascita avviene durante i mesi di settembre e ottobre, dopo una gestazione di 11 mesi; ogni femmina può avere un solo cucciolo, che viene allattato per un mese e pesa già 300 chili a poche settimane dalla nascita. Finito l’allattamento può prendere il largo, accompagnato dal padre, e raggiungere grandi profondità (fino a 200 metri), nuotando per migliaia di chilometri.

Con caratteristiche molto simili all’elefante marino è il leone marino del sud. Le sue dimensioni sono molto più ridotte rispetto al primo e un maschio adulto raggiunge 2-3 metri di lunghezza e 300 chili di peso, mentre la femmina pesa circa una sessantina di chili e misura da un metro a un metro e mezzo. A Valdés arrivano verso la fine di dicembre e i piccoli nascono in gennaio e febbraio.

Verso l’interno della penisola Valdés, sull’arida pianura ventosa, si vedono correre timidi gruppi di guanacos, che scappano spaventati da ogni incontro con l’uomo. Il guanaco è un camelide molto diffuso nelle pianure patagoniche, e lo si trova spesso raffigurato in scene di caccia in numerose grotte del sud del paese. E’ stato infatti per molti secoli alla base dell’economia delle popolazioni che abitavano la zona, fornendo carne, lana e pellicce per gli indumenti e le capanne. E’ però rimasto selvaggio, al contrario dei suoi consimili che vivono sulle Ande, il lama e l’alpaca.

Anche il ñandù si può incontrare facilmente nella pianura di Valdés, così come nel resto del territorio patagonico. E’ un grosso uccello, imparentato con gli struzzidi africani, che non può volare, ma che usa le ali come timone per gli improvvisi zig-zag con i quali si sottrae ai predatori, come ad esempio il puma. E’ il maschio che costruisce il nido, scavando una buca in terra e proteggendola con rami e foglie. Ancora il maschio si incarica della cova, fino alla schiusa delle uova, alla fine della primavera.   Oltre al bizzarro ñandù, abita la penisola Valdés anche una ricca avifauna. Fra le specie più comuni c’è la gaviota dominicana, un gabbiano che abita permanentemente l’isola, assieme al cormorano negro, di piumaggio nero con riflessi verde-azzurri, la paloma antartica, colomba completamente bianca, e l’ostrero. Altri uccelli che frequentano l’isola sono la garza bruja dal piumaggio grigio, il gaviotìn che annuncia la sua presenza con un grido stridulo, il pato vapor un’anatra così chiamata per il suo modo di andare sulla superficie dell’acqua senza mai alzarsi in volo, e il colorito flamenco che approfitta della bassa marea per alimentarsi.

 

Approfondimento : Patagonia, appena diecimila anni di storia

 

I più antichi manufatti e le opere d’arte rupestre che si possono osservare in moltissime caverne della Patagonia testimoniano la presenza dell’uomo già diecimila anni fà. A una civiltà posteriore appartengono invece le incisioni di labirinti e di figure geometriche sulle pareti delle caverne diffuse nelle zone più settentrionali della Patagonia.

La più importante etnia indigena in Patagonia era quella tehuelche (o patagona). Questo popolo nomade di cacciatori si muoveva soprattutto nelle grandi pianure. Le coste meridionali della Terra del Fuoco argentina erano invece popolate dagli ona, in due distinte tribù, gli haush e gli shelknam.

I primi europei arrivarono sulle cinque navi spagnole del navigatore portoghese Ferdinando Magellano. Verso la fine dell’ottobre 1520 le navi si avventurarono in uno stretto che venne chiamato di Todos los Santos e sbucarono nell’Oceano Pacifico. E’ lo stesso che più tardi fu ribattezzato col nome dello scopritore portoghese. Mezzo secolo più tardi imperversò in queste acque il corsaro Francis Drake e nel 1587 il pirata inglese Thomas Cavendish distrusse da queste parti una flotta di 19 navi spagnole impossessandosi di un cospicuo bottino. Nel XIX secolo arrivarono i coloni gallesi che scrissero un’importante pezzo della storia della Patagonia. I primi centocinquanta sbarcarono nel marzo del 1865 dal veliero Mimosa, e dopo solo pochi fondarono la città di Puerto Madryn. Altri li seguirono, alla ricerca di quella libertà e autonomia che gli erano negate in patria dagli amministratori inglesi. Il flusso di gallesi continuò con poche interruzioni fino agli inizi del Novecento e vennero costruite altre città: Rawson, Trelew, Dovalon. Con la scomparsa degli indiani si moltiplicarono i pascoli destinati all’allevamento degli ovini da lana (circa 25.000.000 di capi).

Nel 1907 venne trovato il petrolio in Patagonia. La città di Comodoro Rivadavia si sviluppò molto rapidamente grazie al greggio e questa volta arrivò in Patagonia un’ondata di boeri del Transvaal sconfitti dagli inglesi in Sud Africa. Nei primi decenni del ‘900, attivisti anarchici italiani, tedeschi e spagnoli, animarono un vasto movimento rivendicativo, represso nel sangue dall’esercito. La storia più recente della Patagonia segue le sorti, nel bene e nel male, dell’intera nazione Argentina.

 

di Alfredo Somoza

Un’estate che non si dimenticherà facilmente questa del 2011. Fino a pochi mesi fa il film più gettonato dal governo era “E la nave va”, da ieri “Titanic”. Abbiamo sopportato dosi massicce di propaganda in questi anni sull’indubbia salute dell’economia italiana, sul fatto che anche se non era ancora arrivata si era già usciti dalla crisi, sulla solidità del sistema bancario perché non esposto all’estero e delle famiglie italiane tutte piccole proprietarie. Il debito pubblico? Nulla di male, è quasi un incentivo per essere virtuosi.

Dopo le due batoste primaverili, Amministrative e referendum, ma soprattutto con l’aggravarsi della crisi dell’eurozona, una ad una quelle sparate si sciolgono con la calura estiva. Se il film che si gira ora è Titanic, vuol dire che non c’è salvezza (ma Tremonti ha mai visto il film?), il triste finale è già scritto. La crisi è arrivata, e da tempo, e per ora non si vede né quando né come si uscirà. Il dato della (de)crescita economica italiana nell’ultimo decennio è agghiacciante, soltanto Haiti e Zimbabwe hanno fatto di peggio. Il dato sull’occupazione e l’emigrazione giovanile va oltre la soglia di preoccupazione. Il sistema bancario italiano ha una capitalizzazione “bulgara” basata su titoli di stato italiano, il che vuol dire che se l’Italia va male, le banche affondano. La gente in una percentuale di circa l’80% è proprietaria della propria casa, ma questa non produce alcun reddito e se si vende si finisce sotto i ponti. Tutti qui i “punti di forza” che permettevano di cantare vittoria un anno fa mentre tracollavano Grecia, Portogallo e Irlanda spiegando che in Italia era diverso? Certo che la situazione greca non si può confrontare con quella italiana, ma non per questo si poteva stare tranquilli.

L’improvvisazione è la propaganda invece del varo di politiche economiche che, pur rispettando parametri di austerità, investissero sul rilancio economico lasciano spazio ora alla lunga agonia del berlusconismo, dell’economia e, ahinoi, della società italiana. I tagli indiscriminati, seguendo logiche “di classe”, cioè andando a colpire i ceti medi e quelli medi bassi, ma risparmiando gli altri che per solidarietà “di classe” non si vuole toccare, ci mettono per l’ennesima volta davanti agli occhi una verità sempre negata: l’economia non è una scienza neutrale come per decenni i liberisti hanno fatto credere. Nella quale dovrebbe prevalere soltanto “il buon senso”, che è sempre a senso unico. Si può declinare austerità e rilancio senza fare macelleria sociale, ma anche senza demagogia. Perché si continua ad esempio ad insistere sulle esenzioni in base all’età e non al reddito? Ultima inciampata su questa logica la neo-giunta Pisapia che aveva proposto di non fare pagare i mezzi pubblici agli over 65. Ora, fatti due conti, scoprono che così potrebbero far fallire l’ATM vista la composizione demografica di Milano. Ma scusate, perché dovremo farci carico del biglietto del Sigr. Berlusconi, over 65, se decidesse di prendere i mezzi pubblici milanesi?.

La più grande rivoluzione che si possa immaginare oggi in economia non è il logorato slogan del taglio della spesa della politica o delle false pensioni di invalidità. Quelle vanno tagliate e basta. L’economia oggi va ripensata in base ai grandi cambiamenti avvenuti negli ultimi 20 anni: invecchiamento della popolazione, migrazioni, delocalizzazioni, globalizzazione, nuove tecnologie. Abbiamo un impianto conoscitivo sul mondo del lavoro e dell’economia che non corrisponde più alla situazione reale. Continuiamo a fare i conti con una capacità di spesa dello Stato che non esiste, oppure non riusciamo ad individuare nuovi filoni che potrebbero rendere parecchio. La nuova frontiera della sinistra deve passare non dalla conservazione dell’esistente a prescindere, che ad esempio condanna i giovani a un futuro buio, ma dal fornire una nuova lettura della complessità dalla quale fare scaturire nuove idee sulla società e sull’economia.

Le battaglie difensive sono ormai inutili, le manovre economiche come quella odierna del governo Berlusconi sono odiose ma senza un pensiero alternativo obbligatorie, anche con un governo di diverso colore.

Come alla fine dell’800, quando i grandi movimenti politici e sociali iniziarono le lotte per la conquista dei diritti in base ad una lettura della realtà in cui vivevano, anche oggi, ancora gli inizi del XXI secolo ci vuole una rilettura dell’esistente per partire all’offensiva. Tutto il resto è conservazione, non progressismo.

 

Alfredo Somoza

Se si apre la pagina di un vocabolario alla voce “turismo” e se ne cerca la definizione, essa apparirà chiara, senza possibilità di equivoco: “Attività consistente nel fare gite, escursioni, viaggi, per svago o a scopo istruttivo”. Fin qui l’aspetto esteriore del fenomeno: rassicurante e limpido.

Ma quando si va a “leggere” il turismo sotto il profilo sociale, economico, culturale e politico, il discorso si fa assai meno esplicito. Anzi, diventa fortemente contraddittorio, in bilico tra valenze positive e negative.

Fin dai suoi albori, infatti, il turismo ha creato lacerazioni, modificato o stravolto equilibri millenari, cancellato o relegato in angoli bui tradizioni e usanze. Gli statunitensi sono stati i primi a potersi permettere il viaggio all’estero. Negli anni ’60 è arrivato il turno degli europei, poi ancora di canadesi, giapponesi, australiani e infine, dagli anni ’80 in poi, delle minoranze abbienti dell’India, del Brasile, della Cina.

Gli acceleratori fondamentali che hanno trasformato il viaggio in un elemento macroeconomico sono stati tre: la disponibilità di tempo libero e di un reddito medio-alto in Occidente; l’apertura di decine di Stati agli investimenti turistici; e l’evoluzione dei mezzi di trasporto che gradualmente hanno ridotto le distanze, fino a ridicolizzarle. La miscela di questi tre elementi ha fatto sì che il turismo divenisse fenomeno di massa, con tutte le conseguenze del caso.

Attualmente ben 800 milioni di persone all’anno escono dai confini dei propri Paesi per ragioni turistiche. Il settore è ormai la principale voce negli scambi commerciali mondiali: produce 3800 miliardi di dollari USA all’anno di fatturato (il 7% del prodotto lordo del pianeta) e offre impiego a 220 milioni di persone (ciò significa che, nel mondo, ogni 15 occupati uno lavora in questo ambito). Ma anche nel turismo le differenze tra il Nord e il Sud del pianeta sono abissali: l’80% degli spostamenti internazionali è appannaggio dei residenti di soli 20 Paesi.

Per valutare complessivamente questo settore, soprattutto per quanto riguarda il suo ruolo nello sviluppo del Sud del mondo, basta conoscere alcune percentuali riguardanti la distribuzione del prezzo dei pacchetti turistici tra l’operatore e il Paese di destinazione: in Kenya rimane solo il 30% di quanto pagato all’acquisto del viaggio, in Nepal il 47%, in Thailandia il 59%, in Sudamerica una media del 50%.

Per offrire un’alternativa a questo modello è nato negli anni ’80 il concetto di “turismo responsabile”, un turismo sostenibile che non comprometta il patrimonio ambientale, culturale e sociale del territorio che ne è meta. Un modo di viaggiare che sia giusto ed equo per la comunità ospitante, economicamente ed ambientalmente sostenibile nel lungo periodo.

L’affermazione del turismo sostenibile rappresenta quindi una grande potenzialità per molti Paesi del Sud del mondo: sia in ambito strettamente economico, attraverso la crescita dell’occupazione locale e l’introito di valute forti; sia in campo sociale, grazie alla valorizzazione delle risorse ambientali, umane e culturali. Un “plus” che lo sviluppo di altri settori produttivi non consentirebbe.

Le cooperative sociali, le associazioni ambientaliste, le reti d’accoglienza create dalle donne e tra donne, perfino i piccoli pescatori locali stanno diventando i nuovi soggetti di un turismo che crea vera occupazione, valorizza il territorio e redistribuisce nella comunità il reddito prodotto. È una nuova dimensione della qualità del viaggio che si basa sulla condivisione, sul rispetto dell’ambiente e delle culture locali. E che concorre alla crescita individuale e collettiva della persona a partire da un rapporto autentico con l’altro.

 

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

Associazione Italiana Turismo Responsabile (AITR)

Quando, nella notte fra il 9 e il 10 novembre del 1989, cadde il muro di Berlino, finì simbolicamente l’ordine internazionale che aveva preso il nome di bipolarismo. Si apriva una nuova era nella quale la dimensione geografica delle relazioni tra Stati passava dall’asse Est-Ovest a quello Nord-Sud, per un breve periodo in modo unipolare, cioè sotto la guida esclusiva degli Stati Uniti, per approdare poi all’attuale multipolarismo, nel quale una serie di potenze fino a ieri regionali, come il Brasile, la Cina e l’India, hanno acquistato un ruolo di attori globali di primo piano.

Gli Stati Uniti rimangono al centro del grande gioco, ma in una posizione intermedia rispetto al passato, che viene definita di “egemonia selettiva”. Gli USA, senza più una potenza altrettanto forte dal punto di vista militare quale fu l’URSS, scelgono liberamente dove e quando intervenire in base a una “selezione” dei loro interessi nazionali o commerciali. L’odierna mappa geopolitica del mondo è sempre meno omogenea, sempre più a macchia di leopardo: si alternano aree di pace e aree di conflitti, potenze regionali e Stati rimasti tali soltanto sulla carta, alleanze nuove e fortissime tra Paesi asiatici, Cina in primis, e Paesi africani e latinoamericani.

Un solo dato resta fermo: nel mondo si contano oggi 26 conflitti armati, tutti con antiche radici, che comportano un costo economico e di vite umane altissimo. Più guerre di quelle che affliggevano il pianeta durante il precedente ordine bipolare. C’è chi parla di una situazione di guerra civile internazionale, conteggiando non soltanto gli scontri militari veri e propri, ma anche le crescenti tensioni tra popolazioni autoctone e immigrati, le potenziali guerre dell’acqua e le conseguenze del cambiamento climatico.

Questo mondo multipolare è anche frutto della globalizzazione, fenomeno secolare, ma che negli anni Novanta del Novecento ha ripreso velocità e consistenza. La globalizzazione tende a frammentare il mondo, per ricompattarlo sotto il segno dell’economia transnazionale. Ora stiamo invece registrando l’arroccamento di antichi aggregati di Stati: è il caso dell’Unione Europea, ma anche del moltiplicarsi di nuove associazioni regionali (Mercosur, Unione Africana, Asean). Il dato di novità più vistoso rimane però il superamento dell’esercizio della governance mondiale da parte del club delle vecchie potenze. Il G8 è ormai un ricordo. Oggi la politica globale si decide nel G20 e nel BRICS, il club delle nuove potenze (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica) che annovera tra i suoi membri il più grande creditore degli Stati Uniti, il Paese che da solo avrebbe la possibilità di mandare in default il gigante americano: la Cina.

La transizione che si è aperta nel 1989, da un vecchio a un nuovo ordine, non si è ancora conclusa. Ma alcune linee guida sono evidenti: l’esplosione di conflitti latenti in mancanza di governance, il riequilibrio tra vecchie e nuove potenze, la tentazione del ritorno al protezionismo, il ripensamento di norme per governare la globalizzazione e l’agonia delle istituzioni finanziarie (FMI e Banca Mondiale) quali regolatori mondiali dell’economia. È difficile ipotizzare come sarà il mondo tra 10 anni, ma la grande notizia è che il pianeta è di nuovo in movimento, dopo che l’equilibrio del terrore nucleare lo aveva paralizzato per 50 anni.

Alfredo Somoza

per http://www.dialoghi.info

Tutto lascia presagire il fallimento, politico prima ancora che militare, dei “volenterosi” che da settimane stanno bombardando a distanza la Libia del colonnello Gheddafi. Al grido d’allarme dei britannici sull’esaurimento dei missili cosiddetti “intelligenti” in possesso della Nato, si aggiungono il ritiro annunciato dalla coalizione della Norvegia (dal primo agosto), il richiamo del Parlamento statunitense a Obama perché smetta di spendere soldi in bombardamenti, e le considerazioni del ministro degli Interni Maroni secondo il quale il conflitto, oltre a costare parecchio all’Italia, non permette di regolare il flusso di profughi in arrivo dall’Africa settentrionale.

Per uscire dall’impasse bellica nella quale, dall’Afghanistan in poi, si è impantanato l’Occidente, bisogna individuare strumenti condivisi e soluzioni al di sopra di ogni sospetto, cercando di coinvolgere attivamente quei Paesi che finora non hanno preso posizione sulla vicenda libica. Il riferimento è agli Stati BRICS (Brasile, Russia, Cina e Sudafrica) i quali, delegando ad altri ogni decisione in sede ONU, fino a questo momento si sono limitati a lasciare la patata bollente nelle mani dell’Occidente “storico”. Un test per capire se i grandi di ieri siano tali ancora oggi: hanno la capacità di gestire, politicamente ed economicamente, uno scontro militare che va a sommarsi ad altri conflitti aperti?

Il disimpegno USA, appena dissimulato da qualche raffica di missili sulla Libia, mette a nudo i conti senza l’oste fatti dalla Francia e dal Regno Unito, che hanno spinto con tutte le loro forze per imporre una soluzione militare alla guerra civile tra la Tripolitania e la Cirenaica libica. Appare evidente l’assoluta debolezza di una logica militare della risoluzione dei conflitti che non tenga conto degli interessi e delle aspirazioni delle potenze che stanno prepotentemente scalando i primi posti dell’economia mondiale. La Libia dimostra che il vecchio metodo non funziona più, ammesso e non concesso che abbia mai funzionato.

Nella storia dell’umanità non si conoscono potenze che si siano rette soltanto sulla forza militare e non anche su quella economica. Ma oggi gli Stati Uniti, prima potenza mondiale, sono esposti per un quarto del loro indebitamento con la Cina… che per ora continua a finanziarne le inutili guerre senza contropartite politiche. L’Europa dell’adesione automatica alle posizioni di Washington farebbe bene a riflettere sulle proprie priorità. Uno scenario mediorientale e nordafricano in fiamme è quello di cui ha meno bisogno dal punto di vista geopolitico, economico e anche migratorio.

In questa fase si possono individuare alcune analogie con le fasi conclusive degli imperi del passato, da quello romano a quello vittoriano. C’è però una grande differenza: per la prima volta nella storia, a declinare non è una singola realtà, bensì un gruppo di Stati. Proprio quelli che hanno creato e gestito la globalizzazione dal XV secolo in poi. Un declino “sistemico” che coincide con la crescita di un’altra parte del mondo, che in passato era marginale oppure sottomessa. Continuare con la logica dell’esclusione delle nuove potenze dal tavolo della politica internazionale non fa certo ben sperare circa la stabilità del mondo nei prossimi anni. Anzi, appare semplicemente suicida.

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)