315 euro contro 500. Questo il differenziale tra il prezzo internazionale di una tonnellata di zucchero raffinato e il costo della stessa quantità di zucchero prodotto in Europa. Da anni, come cittadini europei potremmo pagare lo zucchero la metà, se lo zucchero comprato all’estero riuscisse ad arrivare senza problemi fino ai consumatori. Invece i nostri produttori hanno potuto continuare a restare sul mercato perché l’importazione di zucchero extracomunitario è stata gravata di dazi che hanno portato il suo prezzo ai livelli di quello dello zucchero prodotto nell’UE.

Questa forma di protezionismo, molto diffusa nel comparto agricolo e agroalimentare anche in Stati Uniti, Canada e Giappone, teoricamente si colloca al di fuori delle regole stabilite dal WTO. In realtà, per ciò che riguarda il comparto agricolo, l’Organizzazione Mondiale del Commercio è impantanata in un round negoziale che si trascina da oltre dieci anni e pare destinato a non approdare a nulla.

La Commissione europea ha comunque scelto di mantenere gli impegni presi e di ridurre gradualmente le sovvenzioni agricole. E dal 1° ottobre lo zucchero europeo non sarà più tutelato. Si tratta di un’operazione complessa perché i bieticoltori (lo zucchero europeo si ricava dalla barbabietola e non dalla canna) hanno ora libertà non solo di produrre ma anche di esportare senza più dover rispettare quote prestabilite. Questa maggiore libertà ha portato all’aumento delle semine e ha colpito al ribasso le quotazioni internazionali della materia prima, in attesa dell’ingresso dello zucchero europeo sul mercato mondiale.

L’estate particolarmente calda fa prevedere una produzione record, attorno ai 20 milioni di tonnellate. I produttori europei potranno dunque disporre di grandi quantitativi di zucchero per provare a tornare sui mercati del Nordafrica e del Medio Oriente, abbandonati da oltre 10 anni. Rimane però il problema del maggior costo di produzione europeo. Alcuni analisti pensano che lentamente si allineerà con quello internazionale, ma per ora è solo una supposizione. Di certo, almeno in un primo momento, l’exploit delle esportazioni europee non farà crescere il prezzo internazionale dello zucchero: tendenzialmente l’aumento dell’offerta, cioè della quantità disponibile sul mercato, porta a una perdita di valore del prodotto.

Sul tema della concorrenza agricola tra l’Europa (e gli altri Paesi industrializzati) da un lato, e il resto del mondo dall’altro, si gioca anche la possibilità di miglioramento delle condizioni di vita delle popolazioni rurali del Sud del pianeta. In una logica di governance globale, il punto oggi non è tanto come ridurre progressivamente le barriere per l’import dei prodotti. Piuttosto, si tratta di trovare un modo per mettere veramente in condizioni di parità gli agricoltori dei diversi Paesi: oggi solo quelli del Nord del mondo sono fortemente sostenuti da politiche protezionistiche.

Continuare a finanziare con denaro pubblico la produzione di pomodori nei Paesi Bassi o di zucchero in Francia vuol dire togliere agli Stati della sponda sud del Mediterraneo l’opportunità di sviluppare imprese agricole e creare posti di lavoro. Si dice di voler “aiutare a casa loro” le persone che migrano verso l’Europa, ma non si mettono mai in discussione le dinamiche produttive che potrebbero davvero creare lavoro, molto più di qualsiasi intervento di cooperazione allo sviluppo.

L’agricoltura europea oggi è in bilico. Se davvero si andrà lentamente a porre fine al sistema di aiuti e sovvenzioni, solo una parte di essa riuscirà a sopravvivere, trovando il suo posto in un libero mercato globale: con il rischio che vaste zone oggi coltivate vengano abbandonate all’incuria o alla speculazione edilizia.

Occorre ripensare il ruolo dell’agricoltura nella nostra società, che significa anche ripensare il modello di consumo. L’orticoltura, l’agricoltura di vicinanza, il biologico sono settori importanti anche perché contribuiscono a rendere più sostenibile il nostro territorio. Invece sarebbe bene abbandonare progressivamente il mercato delle commodities, del grano, dello zucchero, della carne, anche per dare un’opportunità concreta a chi, altrove, dipende ancora fortemente dalla terra. Non si può pretendere di avere sempre tutto, e poi lamentarsi delle conseguenze.

 

Alfredo Somoza per #Esteri Radio Popolare

 

TO GO WITH AFP STORY BY EMMANUELLE MICHEL
A photo taken on December 3, 2014 shows sugar cubes at the Crystal Union Group refinery in Bazancourt, near the eastern city of Reims. The refinery, one of the largest in France, works night and day since the begining of the beet harvest. The plant transforms 22,000 tons of beets into 1,600 tons of sugar a day. AFP PHOTO / FRANCOIS NASCIMBENI (Photo credit should read FRANCOIS NASCIMBENI/AFP/Getty Images)

 

 

In Catalunya si sono confermati i pronostici più negativi. Come sempre, gli opposti nazionalismi quando si scontrano generano fratture che facilmente possono sfociare in violenza. Il nazionalismo “ispanico” di Mariano Rajoy e del suo partito, erede politico del franchismo, supportato da Re Felipe che ha rinunciato a fare l’arbitro, e il nazionalismo della piccola patria catalana, antico di secoli, che si materializza di nuovo in un contesto totalmente mutato rispetto al 1600. Quale futuro per un paese di 6,5 milioni di abitanti che all’improvviso si trova fuori dall’Europa, fuori dall’euro, fuori dall’ONU, non è riconosciuto da nessuno e si deve fare carico della sua parte del debito nazionale? Nessuno, è pura follia se l’indipendenza avviene senza una negoziazione, come nel caso della Cecoslovacchia, o senza una guerra, come per l’ex Jugoslavia. L’ingenuità dei politici nazionalisti catalani, minoritari in Catalunya, ma maggioritari nel parlamento locale per via della legge elettorale, fa il paio con la pochezza politica di Rajoy, che disconosce la parola “dialogo” e si comporta come se in Spagna ancora fosse in vigore il franchismo. Usando la Costituzione come una clava da brandire contro la regione che maggiormente ha contribuito alla modernizzazione della Spagna dal punto di vista economico, artistico e culturale. Una regione punita dallo statuto di Autonomia, che doveva essere migliorato negli anni 2000, in base agli accordi con i socialisti di Zapatero e che proprio grazie ai ricorsi presentati dai Popolari al Supremo spagnolo, è rimasta ridotta, e di molto se confrontata con quella ottenuta dei Paesi Baschi.  Ora il dado è tratto, o almeno così appare. La Catalunya è stata commissariata e i suoi leader politici rischiano i carcere. La  “commissario di Governo”, Soraya Saenz (Vice Presidente del Consiglio) si insedierà a Barcellona alla testa delle “forze di occupazione”, perché così saranno percepite da metà dei catalani, mandate da Madrid. Una situazione insostenibile che rischia di fare crescere ancora il blocco nazionalista. Alle elezioni annunciate il prossimo 21 dicembre queste forze politiche unite solo dall’indipendentismo e lontane anni luce per cultura politica, potrebbero guadagnare una larga maggioranza e dichiarare l’indipendenza di nuovo. Una situazione insostenibile. Per questo in Spagna è tempo di mediazione e di generosità. Mediazione tra le parti e generosità da parte di Madrid per trovare una soluzione che permetta ai catalani di potere dire che è valso la pena perché anche senza diventare indipendente sono diventati a tutti gli effetti una regione autonoma. Senza questa lucidità gli scenari sono tutti negativi, da quello più “leggero” del un continuo stillicidio tra nazionalisti e fedeli a Madrid in termini pacifici fino a una guerra civile, cosa che la Spagna e la Catalunya hanno già vissuto nel ‘900.

Non c’è spazio per una nuova nazione che vuole nascere per volontà unilaterale e non c’è spazio per un paese che occupa militarmente una sua regione e la governa con commissari. Se l’Europa servisse ancora a qualcosa, candidarsi, con il dovuto rispetto del ruolo di entrambi i contendenti, a luogo di mediazione sarebbe la sua priorità. Ma il piccolo cabotaggio di politici come Claude Junker, compagno di partito di Rajoy, allontana ancora di più l’Europa dalla gente. Nella crisi spagnola entrambe le parti sono fortemente europeiste, e forse ancora di più la Catalogna. Questo è il terreno comune sul quale giocare, accompagnando un popolo importante per storia e peso a ritrovare l’armonia necessaria per evitare tragedie. Dialogando, sempre.

 

Domenica si vota in Argentina per le legislative di medio termine. Sono infatti ormai passati due anni dalla vittoria del leader del centrodestra, l’imprenditore Mauricio Macri, che era riuscito a battere al secondo turno il candidato peronista Daniel Scioli. Due anni intensi e relativamente senza grandi scossoni, nel senso che il governo ha dovuto dosare spesso in misura omeopatica il suo programma liberista, in quanto non ha una maggioranza propria in Parlamento.

Le modeste riforme che Macri è riuscito a varare sono passate grazie alle abilità di gestione dell’aula degli alleati radicali e soprattutto grazie alle divisioni sempre più marcate all’interno del peronismo, che resta la forza più importante del Paese ma è diviso in tre tronconi. La grande sconfitta del 2015, Cristina Kirchner, è imbrigliata da diversi processi penali, con accuse che vanno dall’arricchimento illecito alle connivenze con potenze straniere per insabbiare inchieste giudiziarie per atti di terrorismo. Le cause sono tuttora in corso e non sono arrivate a sentenza, diversamente da quelle intentate a diversi funzionari del suo governo, accusati di episodi gravissimi di corruzione. La Kirchner si è dunque molto indebolita, non è amata da tutti, eppure resta il leader più in vista della galassia peronista.

La candidatura al senato di Cristina Kirchner per la provincia di Buenos Aires, che potrebbe garantirle l’immunità per i suoi guai con la giustizia, deve fare i conti appunto con le divisioni interne. Infatti i sondaggi rilevano un testa a testa con l’anonimo candidato macrista Esteban Bullrich, spiegabile soltanto perché una parte consistente dell’elettorato peronista si rifiuta di votare per Cristina.

Sono questi gli elementi che al momento garantiscono a Macri una navigazione nemmeno tanto complicata. Ma la divisione dei nemici non basterà a garantirgli la rielezione tra due anni. Il suo governo ha finora affrontato alcuni temi con tempistiche discutibili, ad esempio la fine improvvisa delle sovvenzioni statali all’energia e ai trasporti che ha portato a forti aumenti dei prezzi. Sul versante dei diritti umani sta mal gestendo il caso di un militante della causa degli indigeni mapuche della Patagonia scomparso da fine agosto dopo uno scontro con la Gendarmeria nazionale. Tema che ha creato una forte mobilitazione nazionale e internazionale, ma che pare destinato a non incidere sul voto di domenica.

L’unica iniziativa di rilievo che l’amministrazione Macri è riuscita ad avviare è stato un grande piano di opere pubbliche, molto atteso in un Paese che scontava decenni di ritardi. Treni, strade, ponti, aeroporti si sono moltiplicati seguendo il modello già applicato nella città di Buenos Aires, precedentemente amministrata proprio dall’ingegnere Macri, che è il rampollo di una delle più potenti famiglie con interessi nell’edilizia. Gli investimenti in infrastrutture sono stati soprattutto a debito, un debito che è fortemente aumentato in questi due anni perché i capitali internazionali che avrebbero dovuto inondare l’Argentina post peronista non si sono visti.

Buenos Aires, dov’è iniziato il declino dei governi progressisti sudamericani, non è più da sola. Nel frattempo in Brasile è stato decapitato il governo di Dilma Rousseff con l’impeachment, e il Venezuela è precipitato in una crisi profonda. Molti sono i punti in comune tra queste esperienze e non sempre positivi, a partire dal poco controllo sul tema della corruzione.

Dalle elezioni in Argentina di domenica difficilmente uscirà un vincitore netto. Ma sicuramente Mauricio Macri potrà continuare nella sua modesta navigazione, mentre i suoi principali avversari rimangono impegnati a parare i colpi della giustizia.

 

Alfredo Somoza per #Esteri #RadioPopolare

 

Qualcosa di inquietante comincia a emergere dal blindato mondo dello shale statunitense, cioè delle compagnie petrolifere che sfruttano giacimenti di metano e di greggio con la tecnica detta “di fratturazione idraulica”. In pratica, si estraggono idrocarburi attraverso la frantumazione a grande profondità di scisti argillosi che ne contengono quantità significative. Oggi i giganti dello shale gas sono gli Stati Uniti, l’Argentina, l’Algeria, il Canada. Quelli dello shale oil sono sempre USA e Argentina, insieme a Russia e Australia.

Secondo gli esperti è negli Stati Uniti – dove questa industria estrattiva è nata e si è sviluppata – che si trovano le riserve più importanti: soprattutto attorno al gigantesco bacino di Permian, tra il Texas e il New Mexico, che nasconderebbe 60 miliardi di barili di greggio, pari alle riserve del più grande giacimento al mondo di petrolio tradizionale, quello di Ghawar in Arabia Saudita. Eppure è proprio negli States che da quattro mesi le previsioni dell’Agenzia governativa per l’energia, l’EIA, correggono al ribasso le stime sull’estrazione. Non senza polemiche, come quella avviata dal “re dello shale” Harold Hamm, consulente di Donald Trump, che ha accusato l’EIA di avere sovrastimato in passato le proprie previsioni del 100%. La correzione, per ora, parla di una minore produzione di circa 200.000 barili al mese di quel greggio che avrebbe dovuto rendere gli Stati Uniti non solo autosufficienti, ma addirittura esportatori.

Le discrepanze rispetto alle attese, e comunque l’oggettivo rallentamento nell’estrazione, pare siano dovute a questioni più pesanti rispetto a banali errori di calcolo compiuti in passato. La causa sarebbe piuttosto lo stress del Bacino, sottoposto a trivellazioni troppo ravvicinate. Un campanello d’allarme gigantesco, perché riporta subito al grande tema della stabilità geologica di quei terreni che in questi anni sono stati trasformati in una sorta di enorme forma di gruviera, con migliaia di trivellazioni in profondità che non solo hanno contaminato le falde acquifere e avvelenato i fiumi con i liquidi chimici utilizzati nel processo industriale, ma starebbero sostanzialmente rendendo il suolo complessivamente instabile.

La Pioneer Natural Resources, una delle principali società al mondo dello shale oil, in un suo recente report ha scritto di pozzi che stanno diventando difficili da gestire, lasciando intendere che potrebbe essersi verificato il cosiddetto “frac hit”, cioè il danneggiamento di pozzi adiacenti. Un fenomeno che è dovuto alla trivellazione intensiva in poco spazio e che in una prima fase provoca perdita di pressione. Sarebbe questo il risultato della febbre da shale degli anni scorsi, quando si è avuta una corsa senza precauzioni all’aumento dell’estrazione. Un’accelerazione scriteriata dovuta anche all’indebitamento crescente delle società coinvolte, che hanno subito grosse perdite per via del calo del prezzo del greggio derivato dalle politiche dell’OPEC. Con il petrolio a prezzi bassi, molte imprese del mondo shale non riuscivano nemmeno coprire i costi operativi.

Questa situazione, per ora tenuta relativamente riservata, potrebbe mettere in crisi i piani energetici dell’amministrazione Trump, che si basano sul rifiuto di ogni compromesso per contrastare il cambiamento climatico e sul raggiungimento dell’autonomia energetica attraverso i combustibili fossili. Gli Stati Uniti, e anche il Canada, rischiano di pagare prezzi altissimi alla diffusione di queste modalità invasive e distruttive di estrazione petrolifera, avviando vastissimi territori a un futuro da incubo, tra inquinamento, fragilità geologica e sismicità indotta in costante aumento.

Una delle frontiere che dovrebbero essere invalicabili è stata superata: quella che sacrifica la vita e la Terra, in senso lato, a un modello di consumo fuori controllo. Almeno si spera che l’esempio di ciò che sta accadendo nelle pianure statunitensi sia di monito per gli altri Paesi che hanno riserve di questo tipo, ma che sono ancora in tempo per ragionare sulla reale convenienza del loro sfruttamento.

 

Alfredo Somoza per #Esteri #RadioPopolare

 

L’estate 2017 sarà ricordata per le temperature sopra la media, per la persistente siccità in Europa e per i devastanti uragani nei Caraibi. Il cambiamento climatico colpisce pesantemente sia chi ne nega l’esistenza, visto che in Florida si trova la residenza più amata dal presidente statunitense Trump, sia chi continua a temporeggiare.

Ma il clima impazzito e l’immobilità della politica non sono che una parte del grande caos che caratterizza questi mesi. L’impunita dimostrazione di forza della Corea del Nord nei confronti dei cugini del Sud, del Giappone e degli Stati Uniti non ha precedenti. Uno solo è l’obiettivo del regime di Pyongyang: il riconoscimento con tutti i crismi del suo ruolo di potenza nucleare. Secondo gli esperti, sono almeno 60 gli ordigni in possesso dei nordcoreani, che tra l’altro sarebbero in grado di annientare mezza Corea del Sud col solo uso delle armi convenzionali.

Nel gioco a scacchi della politica internazionale Pechino, alleata di ferro della dinastia Kim, ha segnato una vittoria. Ormai la Cina è l’unico Paese in grado di rapportarsi con i nordcoreani, e questo suo ruolo di moderatrice – si fa per dire – l’ha molto rivalutata agli occhi di Donald Trump. Vale la pena ricordare che la Cina, almeno fino alla fine della campagna elettorale negli USA, era considerata solo un bersaglio da colpire duramente con dazi all’export, misure delle quali ormai non si parla più.

Un’altra importante notizia estiva riguarda i flussi di migranti nel Mediterraneo: ormai esauriti gli approdi di rifugiati in uscita dalla Siria, oggi ad attraversare il mare sono soprattutto migranti economici agevolati dal caos libico. Questa situazione ha messo a dura prova l’Unione Europea, già scossa dalla Brexit. È stato chiarito in tutti i modi che i Paesi dell’Est non intendono rispettare il piano di redistribuzione dei richiedenti asilo giunti in Grecia e in Italia, a conferma che il principio di solidarietà alla base del processo di integrazione europea è ormai solo retorica.

Dalla crisi greca alla crisi dei profughi il motto è “si salvi chi può”, e l’Unione si sta riducendo ad area di libero scambio commerciale. Senza ideali, senza volontà politica, senza spinte dal basso, l’UE si avvia verso un declino che a un certo punto non potrà che diventare crollo, con conseguenze pesanti soprattutto per i Paesi meno in grado di affrontare da soli il mondo globalizzato. Cioè quasi tutti gli Stati membri.

In un mondo senza leadership politiche credibili, con il suo viaggio in Colombia papa Francesco si è confermato voce autorevole per i latinoamericani. Il suo non era un viaggio facile: al momento il processo di pace è solo una firma sulla carta, mentre la società colombiana resta fortemente divisa. La scommessa di Bergoglio, il suo appello alla riconciliazione e al perdono non erano rivolti solo ai colombiani ma anche ai vicini venezuelani. Allo stesso modo, la richiesta di pentimento indirizzata ai sicari dei cartelli dei narcos non parlava solo ai colombiani ma anche ai messicani. Il rilancio della politica per risolvere i conflitti e la fiducia nel dialogo come strumento di pace, elementi costanti nei discorsi del Papa, sono merce rara e, anche se la politica non lo capisce, sanno toccare in profondità il cuore delle persone.

L’estate 2017 verrà ricordata per queste e altre cose, ma soprattutto per la maledetta sensazione che il mondo si trovi a un bivio, in una fase di transizione: e, forse per la prima volta da molto tempo, la transizione non appare indirizzata verso una situazione migliore. La paura delle catastrofi naturali, la perdita delle sicurezze individuali e il timore di nuove guerre sono generalizzati. Dall’ottimismo della globalizzazione siamo passati al pessimismo della dissoluzione. Perché tutti sappiamo che, se il mondo regredisce a una giungla, l’unica legge valida è che vince sempre e solo il più forte.

 

Alfredo Somoza per Esteri, Radio Popolare

 

I social argentini sono colonizzati da giorni da un messaggio che dice così “sono Gianni Rossi, mi trovo a Buenos Aires (o Cordoba, o qualsiasi posto). Dove sta Santiago Maldonado?”.

 

Santiago Maldonado, artigiano, 28 anni, residente a El Bolsòn (Patagonia andina), è stato visto per l’ultima volta l’incursione della Gendarmeria nazionale in una comunità indigena controllata dal gruppo militante indigeno mapuche RAM (Resistenza Ancestrale Mapuche). Questo gruppo era nel mirino della giustizia perché guidato da Facundo Jones Huala, attualmente agli arresti per via  di una richiesta di estradizione avanzata dal Cile per atti assimilabili al terrorismo. Secondo alcuni testimoni, Maldonado sarebbe stato prelevato dai gendarmi durante i tafferugli e poi sparito nel nulla. Le ricerche, partite però 36 ore dopo i fatti, fino ad oggi non hanno prodotto risultati. Le operazioni di polizia erano state coordinate da Pablo Noceti, capo-Gabinetto della Ministro degli Interni Patricia Bullrich, vicina ai Montoneros negli anni ’70 e oggi nel Governo Macri. Noceti invece, è stato avvocato difensore di diversi repressori durante i processi contro i militari alla fine della dittatura. Questo caso vede infatti tanti elementi insieme, e non sempre rassicuranti:  ex-guerriglieri pentiti, difensori dei militari, gente che scompare, indigeni radicalizzati.

Santiago Maldonado, purtroppo, non è la prima persona che scompare da quando è tornata la democrazia in Argentina. Secondo la Procura federale, dal 1983 fino al 2015, in Argentina sono scomparse 6.040 persone, dei quali metà abbondante sono bambini e adolescenti probabilmente inghiottiti nella tratta della prostituzione. Tra questi casi ci sono anche quelli dai connotati “politici”, equiparabili alle vittime della dittatura. Il caso più tristemente famoso quello di Julio Lopez, scomparso nel settembre del 2006 (Governo di Nestor Kirchner). Lopez, ex detenuto e torturato dai militari, scompare dopo avere deposto nel processo contro il Commissario Etchecolatz, “direttore” di un centro clandestino di detenzione. Ma anche nel caso di Sergio Avalos, 18 anni, scomparso nel 2003 (Governo di Eduardo Duhalde) la polizia ha intitolato il fascicolo come “scomparsa forzata di persona”, il marchio di infamia dei militari. Solo nel caso di Maldonado, scomparso lo scorso 31 luglio, viene fatto dal mondo politico (Cristina Kirchner in primis) un collegamento con il governo nazionale. E questo no perché ci siano, al momento, prove che lo possano dimostrare, ma perché si tratta sicuramente di una bandiera che in questi tempi di campagna elettorale rende, e soprattutto perché il corpo di polizia al momento indiziato della scomparsa dipende direttamente dal Ministero degli Interni nazionale. Ministero, come detto, presieduto da una donna che ha cambiato radicalmente posizione politica e annovera tantissimi nemici, ma soprattutto perché rampollo di una famiglia che in passato ha avuto a che fare con la Patagonia e con gli indigeni mapuche in qualità di latifondista. Se vogliamo il contesto è una novità, nel senso che la stampa e l’opinione pubblica hanno scoperto una serie di cose che ignoravano. La prima che in Patagonia vivono ancora migliaia di indigeni mapuches in comunità “ancestrali”, cioè secondo le modalità di organizzazione e la religiosità dei loro antenati. La seconda che queste comunità sono state nei decenni depauperate e derubate non solo della loro libertà, ma anche dalle terre che erano state loro concesse dallo Stato argentino alla fine del ‘800. Queste terre sono state prima incamerate dalle famiglie argentine che finanziarono la campagna militare contro gli indigeni, come appunto i Bullrich, per essere poi cedute soprattutto a capitali inglesi, ma anche italiani. Il primo proprietario terriero in Patagonia è oggi il gruppo Benetton, che ha avuto diverse cause da comunità indigene proprio sui titoli di possesso della terra. La terza notizia è che partendo dal Cile, dove i mapuches sono oltre un milione e mezzo, anche in Argentina è sbarcato da un po di tempo un radicalismo mapuche che dalla politica spesso passa alle azioni dimostrative. In Cile sono stati diversi ad esempio gli attentati incendiari contro beni delle compagnie che tagliano il bosco autoctono per piantumare eucalitti dai quali ricavare cellulosa. In Argentina invece, per ora siamo alle occupazioni di terre considerate sacre o appartenenti a una comunità e a qualche piccolo attentato senza vittime. Una lotta che prevede la nascita di un paese autonomo che si estenda sui due lati delle Ande e che non riconosce gli stati di Argentina e Cile. Di questa situazione non si hanno avuto notizie, se non localmente, fino al caso Maldonado”, che ha permesso al leader indigeno Facundo Jones Huala, attualmente in carcere, di avere l’opportunità della sua vita con l’intervista concessa a Jorge Lanata, il grande giornalista di inchiesta, già tra i fondatori del quotidiano Pagina 12 e attualmente in televisione nella galassia mediatica del Grupo Clarin. La tribuna offerta da Lanata vale oltre 3 milioni di persone in ascolto ed è forse la prima volta che nella televisione argentina si parla di questione indigena con questa audience

Il punto rimane però un altro. In un paese che ha pagato un prezzo altissimo al terrorismo di Stato negli anni ’70, il tema della scomparsa di una persona “che da fastidio” è troppo scottante. Anche se non inciderà sull’elettorato del Presidente Macri nelle prossime elezioni legislative di ottobre, il caso Maldonado alimenta comunque una campagna, giusta, di richiesta di informazioni, alla quale il governo non può non rispondere. Tranne che si dimostri incapace di sapere cosa fanno le sue forze dell’ordine o, nel caso più strampalato e piuttosto improbabile, dove si nasconda una persona che vuole fare parlare del suo movimento.

 

 

 

L’elezione dell’Assemblea Costituente in Venezuela, duramente contestata  dall’opposizione, segna la fine ufficiale del chavismo. Il 41% di elettori che si sono recati alle urne dichiarato dal governo (senza dire cosa hanno votato), o il 12% dichiarato dall’opposizione, sono comunque numeri che nella migliore delle ipotesi certificano la fine di un progetto. Il chavismo senza popolo non può esistere.

In Venezuela era collassato lo Stato con il caracazo del 1989, la rivolta dei poveri della capitale venezuelana affogata nel sangue, che avrebbe spazzato via i vecchi partiti nazionali aprendo la stagione del parà Hugo Chávez. Il primo presidente uscito dalla disgregazione del sistema politica tradizionale. Un politico di razza, populista nei modi, ma in grado di comunicare sinceramente con il suo popolo. L’uomo che riuscì nell’impresa di ridistribuire la rendita petrolifera sulla quale campa il Venezuela da quasi un secolo. E’ innegabile che il welfare chavista abbia raggiunto settori della popolazione mai toccati da nessuna forma di assistenza. Lo scambio petrolio-medici con Cuba garantì per la prima volta a milioni di venezuelani la possibilità di curarsi. Un Venezuela che cavalcava l’onda del petrolio oltre i 100 dollari al barile, ma che continuava a perpetuare, anche se con soggetti diversi, la corruzione dell’apparato statale e parastatale. Anzi, il Venezuela chavista trasferisce una buona fetta di potere direttamente nelle mani dei militari, i quali chiuderanno i due occhi, ovviamente non gratis, sul passaggio della cocaina colombiana che dal Venezuela parte per i mercati del Nord. Il Venezuela, che ha sempre dipeso per la sua fortuna dalle esportazioni di greggio verso gli Stati Uniti, ha giocato con Chavez a tutto campo una politica di “non allineamento” che lo portò a solidarizzare con l’Iran, minacciare di rompere relazioni diplomatiche con Israele, vendere petrolio agli USA e ai cinesi, finanziare mega-raffinerie in Brasile, comprare bond argentini e regalare petrolio ai cubani. Uno sforzo immane dal punto di vista economico, un dissanguamento costante ai tempi delle vacche grasse, ma senza mai avere avuto un progetto economico sostenibile per un Venezuela che, dopo la scomparsa di Chavez e il notevole abbassamento del livello politico della nuova classe dirigente, sta portando il paese al collasso. I piani di industrializzazione che avrebbero dovuto ridurre la dipendenza dai paesi manifatturieri, la riforma agraria che avrebbe dovuto aumentare la capacità del paese nella produzione di alimenti sono falliti. Oggi, come 20 anni fa, il Venezuela dipende dal gas e dal petrolio per tentare di chiudere i conti pubblici e degli alimenti e i manufatti prodotti all’estero. Ma il peggio è arrivato con la successione di Chavez, morto prematuramente nel 2013, e l’arrivo al potere del suo successore “designato” Nicolas Maduro che aveva come unica virtù la sua fedeltà al leader e alla sua cerchia magica. Con Maduro la politica è scomparsa per lasciare luogo solo alla demagogia ai limiti del grottesco. Ogni ipotesi di programmazione economica è stata spazzata via dall’iperinflazione, dalla svalutazione della moneta, dalla fuga degli investitori. Maduro non aveva un piano B per fare fronte al prezzo di 35-40 dollari al barile di petrolio. L’inflazione, come sempre, ha ridotto gli stipendi a briciole, mentre la crisi ha svuotato gli scafali. Un caos che in qualsiasi altro paese avrebbe portato alle dimissioni del governo e a elezioni anticipate, ma che nel Venezuela post-chavista regge ancora perché l’esercito, la vera spina dorsale dello stato, non ha deciso ancora di abbandonare la barca.  E anche perché l’opposizione, unita solo dall’anti-chavismo, è formata da molte e contraddittorie personalità e non ha manifestato, finora, né leadership credibile né un programma politico oltre lo scontro di piazza. Nell’incendio venezuelano le vittime della violenza politica sono maggioritariamente ascrivibile al governo, ma tra le pieghe dell’opposizione circolano gruppi estremisti armati che hanno dato un loro contributo a fare crescere il saldo delle vittime. In linea di principio però, è lo Stato che dovrebbe garantire l’incolumità di chavisti e anti-chavisti e questo compito è stato drammaticamente mancato.

In Venezuela purtroppo i pronostici sono pessimi. Le ipotesi sono tre, la trasformazione del governo in regime dittatoriale con la sospensione delle elezioni del 2018 e l’annullamento del Parlamento in mano agli oppositori, l’ulteriore radicalizzazione delle piazze fino al crollo dello Stato, e come conseguenza di questo secondo scenario, l’intervento dei militari “per mettere ordine”. Tre ipotesi drammatiche conseguenze del rifiuto di accettare un tavolo per il dialogo avanzato da più parti e nel quale discutere le modalità di convivenza fino alle elezioni presidenziali.

Per la democrazia in Sud America, così difficilmente riconquistata, si preannunciano ancora una volta tempi difficili. Oggi la sinistra sudamericana è chiamata a prendere atto della sua fase declinante e a riflettere seriamente sugli errori commessi e sui correttivi da adottare se vorrà tornare a interpretare società rimaste ancora ingiuste. Le ragioni che hanno spinto milioni di cittadini a dare fiducia al chavismo restano praticamente tutte. Le questioni della sicurezza e della trasparenza sono tanto importanti quanto la lotta alla povertà e i diritti civili. Senza dimenticare che la spesa redistributiva senza entrate che la coprano è sicura fonte di sciagure come si è visto in Venezuela, ma anche in Argentina. La sovranità, giustamente rivendicata, passa anche dal non avere bisogno di indebitarsi o di emettere moneta insieme a inflazione. Invece, la democrazia per alcuni settori della sinistra sudamericana, ed europea, è tornata “borghese” perché stanno vincendo in alcuni paesi le destre. Non ci sono seri ragionamenti né autocritica sulle cause della disfatta, si ripropongono con forza le teorie del “complotto imperialista”. Si torna agli slogan contro il neoliberismo e l’autoritarismo di destra, senza spiegare e spiegarsi perché si sta tornando a diventare minoranza, quali sono stati i problemi che hanno portato all’allontanamento delle grandi masse popolari. Si cercano alleati silenti, quali Putin e la Cina, pur di sopravvivere.

Oggi a Caracas il post-chavismo è arrivato al capolinea, anche se non finisce ora. Più che mai è il momento di riflettere sul Venezuela in ginocchio e di discutere senza paraocchi ideologici. La sinistra in America Latina continua ad essere utile, ma se è anche onesta, trasparente, pragmatica, democratica e popolare.

 

Raramente, nel corso della Storia, la democrazia è stata lo strumento per cambiamenti anche radicali come è successo in quest’ultimo anno, almeno nei pochi Paesi dove la forma di governo merita davvero tale nome. Pare dunque sia arrivata una risposta alla domanda calzante che da anni si pongono diversi studiosi: la democrazia riuscirà a sopravvivere al XXI secolo?

Nel senso che, attraverso il voto, i cittadini di diversi Paesi occidentali hanno promosso cambiamenti davvero profondi, piacciano o meno. Negli Stati Uniti, l’elezione del candidato “di rottura” Donald Trump contro la candidata “del sistema” Hillary Clinton; la Brexit che ha sancito l’uscita del Regno Unito dall’UE; il ridimensionamento dei partiti xenofobi nei Paesi Bassi e in Francia; l’incredibile risultato di Alexis Tsipras nella Grecia in rovine e quello della sinistra portoghese; e la fine del bipolarismo in Spagna e Italia. Fenomeni senz’altro molto diversi, a volte contraddittori, ma che nel complesso raccontano la vitalità dello strumento democratico, non più ingessato dalle logiche della Guerra Fredda.

Oggi l’elettorato è mobile e il voto va a premiare chi ha saputo dialogare, o urlare più forte, spiegare le sue ragioni: in ogni caso, vince chi riesce a farsi percepire come interessato ai problemi concreti. Ed è questo il nocciolo della questione. La democrazia non è una forma di governo eterna e nemmeno perfetta; è piuttosto una soluzione a problemi contingenti che ha acquisito una sacralità a dire il vero non sempre meritata. Questo perché i suoi opposti sono il populismo, che esclude il dissenso, e il totalitarismo, che il dissenso lo elimina. Ma se la democrazia smette di essere lo strumento attraverso il quale i cittadini possono scegliere le soluzioni ai problemi, e dunque attuare cambiamenti reali − perché le soluzioni sono già scritte, perché “ce lo chiede l’Europa” o perché gli Stati si sono imposti vincoli volontari − la pretesa della democrazia di essere garanzia di giustizia ed efficienza risulta infondata.

«Con la democrazia si mangia, si cura, si educa», disse una volta Raúl Ricardo Alfonsín, il presidente che riportò la democrazia in Argentina dopo la notte della dittatura. Appunto, se in democrazia accade che qualcuno fa fatica a mangiare, non riesce a farsi curare e non può mandare i figli a scuola, è la democrazia stessa a perdere credibilità. Alla domanda oggi di moda su cosa sia il populismo (e quanto siano populisti i diversi partiti e movimenti che dal Nordamerica all’Europa si appellano ai “sentimenti del popolo”), si può rispondere solo affermando che il populismo prospera laddove la democrazia è impotente perché resa incapace di garantire i diritti sanciti da costituzioni e convenzioni internazionali.

Quando la democrazia viene sequestrata dai rigoristi di bilancio, che antepongono i conti pubblici alla salute del popolo, il popolo dà retta più facilmente ai demagoghi che antepongono la spesa pubblica alla tenuta dei conti, portando a disastri annunciati. Ecco, la democrazia dovrebbe essere il sistema nel quale trovano mediazione due aspirazioni che, se contrapposte, rischiano di portare a cortocircuiti come quello venezuelano e quello greco. Ma la democrazia dovrebbe essere anche lo strumento per cambiare radicalmente la visione e la configurazione di una società. Non basta più dire, come Churchill, che si tratta del peggior sistema di governo esistente a esclusione di tutti gli altri. La democrazia non merita di essere tollerata in quanto male minore. In questi mesi, piaccia o non piaccia, abbiamo avuto la prova che può (ancora) essere strumento di cambiamento. Ma se il sistema impedirà che i cambiamenti si concretizzino, anche la strada democratica sarà presto dimenticata. E quando questo è accaduto in passato, sono arrivate solo guerre e tragedie.

 

 

 

 

Sorgente: Eppur si muove: una nuova ondata di proteste scuote la “democrazia controllata” putiniana

C’è un tempismo sospetto nel succedersi degli eventi mediorientali degli ultimi giorni. E’ come un meccanismo impazzito che genera movimenti e reazioni che si manifestano anche a migliaia di chilometri dai luoghi dello scontro. La politica estera statunitense, dai tempi di Bush figlio e della sua lotta al terrore basata sugli interventi in Afganistan e in Iraq, sta incassando frutti indigesti. Il mondo sunnita, fedele alleato di Washington è ora destabilizzato, il mondo sciita che gravita attorno all’Iran, storico antagonista di Washington, è uscito vincitore.

Il collasso dell’Iraq è stata la prima puntata della riscossa di Teheran che non soltanto vedeva sciogliersi il suo principale antagonista, ma in pochi mesi insediava un governo “amico” a Bagdad. La seconda puntata della riscossa iraniana è stata la sua vincente discesa nel conflitto siriano-iracheno, insieme a curdi e russi, per stroncare il progetto dell’Isis di creare un “arco sunnita” che superasse i confini coloniali stabiliti da Francia e Gran Bretagna nel 1916. Il “Sunnistan” dell’Isis è stato un progetto sostenuto politica e finanziariamente dalle monarchie del Golfo e in primis dall’Arabia Saudita e dalla Turchia. L’Isis è un esercito belligerante con truppe e generali provenienti dai ranghi dell’esercito iracheno che aveva in comune con Al Quaida soltanto l’aspetto propagandistico, perché la sua dimensione terroristica finora è stata scagliata soltanto contro i paesi impegnati a combatterli sul campo: Francia, Gran Bretagna, Iran, Turchia (dal voltafaccia di Erdogan), Russia. Al posto del mancato arco sunnita, si è rinforzato quello sciita, che da Teheran arriva in Libano passando dalla Siria e dall’Iraq.

Il progetto del Sunnistan è ora fallito regalando prestigio alla Russia, rilanciando la causa curda, rinforzando gli hezbollah sciiti del Libano e soprattutto regalando all’Iran la posizione di unica potenza militare regionale. Le mosse dell’Arabia Saudita dopo il passaggio di Donald Trump rispetto al Qatar sono difficili da decifrare. Il Qatar sicuramente ha finanziato i Fratelli Musulmani e anche l’Isis (come l’Arabia Saudita), ma era l’unico degli statarelli del Golfo ad avere buoni rapporti con l’Iran e forse questo è bastato per la messa al bando. Nemmeno 72 ore dopo, è stato colpito dall’Isis il cuore istituzionale e simbolico dell’Iran. Il Mausoleo di Khomeini e l’unico Parlamento dell’area che in qualche modo ricordi la democrazia sono stati l’obiettivo dell’Isis in ritirata che sancisce con questo attentato lo status dell’Iran come vittima e non come generatore del terrorismo. Anche gli attentati a Parigi e Londra vanno letti così, l’Isis è allo sbando e sull’orlo di perdere le sue roccaforti in Iraq e Siria, quindi raddoppia gli attentati contro i “crociati” alleati sfruttando l’abbondante manodopera pronta al martirio. Una strategia che senza più capacità belligerante sul campo mediorientale è perdente e residuale.

L’Arabia Saudita con le misure anti-Qatar vorrebbe fare dimenticare velocemente la sua sconfitta geopolitica. Non solo il suo “braccio armato” non è riuscito a consolidare il sunnistan, ma l’intervento militare nello Yemen sta diventando un vero e proprio Vietnam. Se Donald Trump ha promesso nel suo viaggio di sostenere questa politica, che anzitutto destabilizza i suoi alleati (il Qatar ospita la più grande base militare USA della regione), sarà l’Arabia Saudita a pagare il conto. Indebitandosi per comprare armi e ancora armi che potrebbero servire solo per un certo tipo di conflitto, quello contro l’Iran. Una scalation bellica tra Iran e Arabia Saudita rischierebbe di trascinarsi dietro l’intero mondo arabo e le potenze globali, Usa e Russia in primis. Uno scenario da dottor Stranamore, quale sembra essere la cifra della nuovo diplomazia di Washington.

In conclusione, stiamo vivendo l’inizio della fine del conflitto siriano-iracheno e la notizia è che è stato perso dall’Arabia Saudita e dai suoi vassalli. Stanno vincendo un mix di forze che vanno dalla Russia all’Iran, passando dai curdi che diventeranno a tutti gli effetti forze di “stabilizzazione” a conflitto concluso. Gli Stati Uniti hanno puntato sul cavallo perdente, anche se almeno Obama sancì la fine delle ostilità sul nucleare iraniano generando un credito nei confronti degli ayatollah, mentre l’Europa ha sbagliato tutto dall’inizio, aprendo l’autostrada della Jihad ai ragazzi che volevano andare a rovesciare Assad in Siria per ritrovarseli ora di ritorno radicalizzati e con esperienza militare.

E’ come se si fosse giocata una grande partita che ha spostato confini, sfere di influenza, popolazioni, capitali e che ci consegnerà un nuovo Medio Oriente, non più disegnato sui confini coloniali, ma sulla visione dei vincitori. Una riscrittura degli equilibri geopolitici che, come sempre in quella martoriata zona del pianeta, sta avvenendo in un drammatico bagno di sangue.