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Il traffico di cocaina, si sa, è uno dei settori dell’economia illecita che più sono cresciuti negli ultimi 30 anni. Il mondo è stato ormai invaso dalla polverina bianca che vive una sua seconda giovinezza. “Seconda” perché la cocaina non è una droga nuova, come quelle di sintesi, ma ha una storia che risale al 1860, quando in un laboratorio tedesco venne isolato il principio attivo della foglia di coca. La cocaina – da non confondere con la foglia di coca, che contiene solo piccolissime quantità di questo alcaloide – si commercializzava in farmacia fino al 1920, quando l’ondata proibizionista la colpì insieme agli oppiacei. Le cronache a cavallo tra la fine dell’800 e i primi del ’900 sono ricche di particolari sulla diffusione della droga che garantiva un rendimento intellettuale e fisico sopra la norma, per poi sviluppare velocemente una tossicodipendenza.

Il divieto di commercializzarla non frenò certò la sua diffusione nei decenni successivi, ma fu a partire dagli anni ’70 che la cocaina divenne una droga veramente globale, grazie alla produzione e alla commercializzazione gestite da cartelli mafiosi.

A differenza del papavero da oppio, che cresce in tanti luoghi del pianeta, la foglia di coca ha una sua “preferenza geografica” proprio per le zone di cui è originaria, i contrafforti andini del Sudamerica. I tentativi di coltivazione fuori da Bolivia, Perù e Colombia non hanno mai dato risultati prosperi. Ed è quindi in questi tre Paesi che si è giocata la “lotta” al narcotraffico: una guerra che da ormai tre decenni è la priorità della politica statunitense per l’America Latina.

Una guerra spesso di facciata, che è servita a giustificare la presenza di militari e di agenti della DEA (Drug Enforcement Administration, l’organismo anti-droghe di Washington) in zone ad alta densità di lotte contadine e a ridosso della foresta amazzonica con le sue infinite risorse. Le tecniche usate sono state la repressione militare e la fumigazione con potenti e cancerogeni diserbanti. La strategia si è rivelata fallimentare: non solo non ha ridotto la coltivazione illegale di coca, ma ha addirittura rinforzato i cartelli criminali che hanno raggiunto, come in Colombia, lo status di “padroni” di intere regioni. E questo è avvenuto senza che i coltivatori di coca ne traessero alcun vantaggio: anzi, i contadini sono stati vittime sia dei narcos sia degli eserciti per un misero guadagno, anche perché sono falliti pure i piani di riconversione.

Mancanza di infrastrutture, distanza dalle città, variazioni dei prezzi di mercato hanno storicamente impedito che il mondo rurale della coca illegale potesse serenamente trovare alternative. Solo negli ultimi anni qualcosa è cambiato, e proprio nel Paese dove erano nati i primi cartelli della droga, la Bolivia. L’attuale governo di Evo Morales, ex sindacalista dei coltivatori della coca, sta raggiungendo risultati significativi. Senza sparare e senza fumigare le piante, ma grazie a investimenti che in questi anni hanno superato il miliardo di dollari per convincere i contadini a riconvertire le piante di coca “eccedenti”, cioè quelle la cui coltivazione non è giustificata dal fabbisogno del mercato legale.

La superficie coltivata a coca in Bolivia è così calata da 31.000 a 20.000 ettari in soli sei anni. Un’estensione che si avvicina di molto a quella ritenuta necessaria per soddisfare il solo consumo tradizionale della foglia, pari a 14.000 ettari. L’abbandono delle coltivazioni di coca è dovuto anche a politiche pubbliche che hanno offerto ai lavoratori concrete alternative, attraverso la costruzione di infrastrutture per il trasporto e la commercializzazione di prodotti agricoli, la formazione tecnica, le nuove industrie di trasformazione alimentare.

Nel frattempo in Colombia, dove da anni si è scelta la “linea dura”, i terreni coltivati a coca sono aumentati da 46.000 ettari a 96.000. E questo nel Paese nel quale gli Stati Uniti negli ultimi decenni hanno speso miliardi e miliardi di dollari per estirpare il problema.

Se l’assioma “dove c’è la mafia non c’è sviluppo” risponde al vero, è vero anche il contrario: dove c’è sviluppo le mafie perdono terreno. La Bolivia è ora impegnata nella depenalizzazione dell’uso della foglia di coca per alimenti e prodotti farmaceutici, come ulteriore passo verso la totale eliminazione delle coltivazioni illegali. La battaglia condotta da un Paese piccolo e povero si sta dunque dimostrando vincente: una lezione pratica per i sostenitori del proibizionismo repressivo, che finisce per foraggiare le mafie senza risolvere il problema.

Alfredo Somoza per #Esteri, Radio Popolare

 

L’agonia del WTO

Pubblicato: 12 marzo 2017 in Mondo
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Quando, il primo gennaio del 1995, sulle rive del Lago di Ginevra in Svizzera si inaugurava la sede dell’Organizzazione Mondiale del Commercio, il WTO in inglese, il fenomeno che è stato definito “globalizzazione dei mercati” era al centro della politica mondiale. Il WTO nasceva da un dibattito cominciato nel 1986 con l’Uruguay Round, finalizzato a stabilire regole condivise per il commercio mondiale. Un percorso, quindi, partito quando ancora erano in vita l’Unione Sovietica e il blocco che a essa faceva riferimento.

Al WTO, istituito per regolamentare gli scambi dei Paesi del blocco occidentale, oggi aderiscono a pieno titolo 164 Paesi, mentre altri 22 hanno lo status di osservatori. E non partecipano solo i Paesi a economia di mercato, ma anche gli ultimi Stati che si definiscono socialisti, come Cina e Cuba, con la sola eccezione della Corea del Nord.

In realtà il WTO non ha svolto solo il ruolo di semplice regolatore degli scambi, ma ha contestualmente promosso l’apertura dei mercati mediante la rimozione di barriere doganali e protezionismi. Un approccio, questo, gradito anche ai Paesi ancora considerati del Sud del mondo che, per esempio, vedevano frapporsi una barriera inespugnabile tra il loro export agricolo e il grande mercato europeo o statunitense. Ma proprio sull’agricoltura il WTO ha registrato la sua prima grande sconfitta.

Nel 2001 viene lanciato il Doha Round per integrare maggiormente i Paesi del Sud del mondo nell’economia mondiale, agendo sul commercio di beni agricoli e servizi. Ma già nel 2003 il meccanismo si inceppa, con il fallimento del Vertice WTO a Cancún, in Messico. I Paesi non occidentali, infatti, si rendono conto che da un lato il WTO chiede loro di aprirsi alle merci e ai servizi “made in USA” o “made in Europe”, mentre dall’altro i mercati europei e nordamericani rimangono chiusi ai prodotti agricoli provenienti dal resto del pianeta: in USA e UE l’agricoltura continua a essere fortemente sovvenzionata e protetta dai governi. Alla prova dei fatti, proprio gli Stati che chiedevano di liberalizzare i commerci mondiali si oppongono a liberalizzare i loro mercati interni.

Il Doha Round è ormai moribondo: nel frattempo quei Paesi che hanno coalizzato il resto del mondo contro il blocco occidentale sono diventati protagonisti globali, dando vita al gruppo dei Paesi Brics e al G20 che, di fatto, ha preso il posto del G7. Ma il WTO non è scomparso. È rimasto soprattutto a fare da arbitro nelle controversie sugli Stati per quanto riguarda la validità degli accordi sottoscritti e i casi di dumping, cioè di concorrenza sleale attraverso prezzi bassi perché sovvenzionati dai governi. Sono migliaia le cause discusse in questi anni davanti all’organo di risoluzione delle controversie del WTO. Un tribunale vero e proprio, che dirime e impone multe e sanzioni interpretando gli accordi sottoscritti dagli Stati.

Uno dei Paesi più presenti nelle controversie è paradossalmente quello che, finora, ha ottenuto più vantaggi dalla globalizzazione: gli Stati Uniti. Washington ha promosso in questi anni 114 azioni contro altri Paesi, di cui 19 contro l’Unione Europea, ricevendo a sua volta 129 denunce per avere violato le regole del WTO, 33 delle quali da parte dell’UE. E gli Stati Uniti sono presenti come parte terza in altre 137 cause. Uno stillicidio di procedimenti, un meccanismo che fagocita i suoi stessi ideatori. E che dimostra come l’apertura mondiale dei mercati, che puntava a essere illimitata e a superare ogni ostacolo, nella realtà sia stata evitata centinaia di volte, usando strumenti che dovevano essere messi al bando.

Adesso il WTO rischia l’affossamento definitivo: pare che – come preannunciato – la nuova amministrazione statunitense stia cercando il modo di aggirare le sue normative, arrivando perfino a minacciare l’uscita dall’organizzazione. L’idea degli scambi commerciali di Donald Trump non è esattamente quella del movimento no global, che si batteva per un altro mondo possibile. Non è quella di un riformatore intenzionato a ridiscutere le regole affinché la globalizzazione sia un vantaggio e non un problema. Il suo è semplicemente il vecchio modello ottocentesco delle cannoniere: dividi i rivali, esercita la tua forza nel confronto uno a uno e porta a casa risultati vantaggiosi solo per te. America first, il resto del mondo si accomodi.

 

La situazione internazionale è caotica, e su questo tutti concordano. Instabilità, mancanza di leadership, crisi ambientali, conflitti bellici. Tra le pieghe delle notizie si scopre, in realtà, che c’è un mondo che, dopo essere stato accusato di essere il responsabile della grande crisi economica mondiale iniziata nel 2007, gode di buona salute. È la finanza globale. Nelle elezioni degli Stati Uniti, Wall Street ha sostenuto massicciamente la candidata sconfitta Hillary Clinton. Ma poi, con grande sorpresa, il candidato vincente –  che, secondo la leggenda, rappresenterebbe i ceti deboli della società americana colpiti dalla globalizzazione – ha annunciato la sua intenzione di abolire la legge Dodd-Frank firmata da Barack Obama nel 2010. Quella legge federale, cioè, che ha modificato i meccanismi di regolazione dei mercati finanziari aumentando le tutele dei consumatori. Soprattutto, la Dodd-Frank pone dei limiti alle operazioni puramente speculative effettuate dalle banche.

Secondo Donald Trump, con queste regole le banche statunitensi perdono soldi: tradotto, le banche statunitensi hanno meno strumenti per speculare sui mercati internazionali rispetto ai competitor europei o cinesi. I titoli bancari quotati alla Borsa di New York hanno risposto a questa, che per ora rimane una promessa, con un balzo di 29 punti nei primi tre mesi del 2017 e sono vicini a ripetere il rally del 2007, quello registrato pochi mesi prima dello scoppio della bolla speculativa che portò alla versione 2.0 della grande depressione. Poco pare sia cambiato, insomma, da quella crisi dei subprime che svelò in modo palese quanto la finanza avesse potuto lavorare con le mani libere, senza praticamente controlli su operazioni via via più speculative e a rischio. Solo Obama provò a porre alcune regole, ma probabilmente in modo effimero.

L’altra faccia della speculazione finanziaria rispetto alle operazioni sui mutui sono state le scorribande internazionali. Lo spostamento cioè dei capitali miliardari dei fondi di investimento o dei fondi pensionistici con il solo scopo di ottenere rendimenti sostanziosi. Negli anni 2000 una di queste grandi operazioni fu indirizzata sul Brasile, dove sbarcarono capitali speculativi a un ritmo di circa 40 miliardi di dollari annui. Secondo il FMI, la moneta brasiliana, il real, era all’epoca tra le prime quattro valute al mondo per movimentazione sui mercati di cambio, ma solo il 5% di queste transazioni erano dovute al commercio estero: il 95% erano scommesse della finanza internazionale sulla rivalutazione della moneta locale. E il meccanismo funzionava, perché con la Cina assetata di materie prime e il continuo afflusso di capitali, il real si rivalutava, dimezzando il suo valore rispetto al dollaro. Così, chi aveva comprato moneta locale, oltre agli interessi sui bond, incassava la differenza di cambio una volta riconvertita la valuta. Un gioco molto redditizio durato anni che ha penalizzato fortemente il Brasile, che a un certo punto si è trovato con una moneta troppo forte per esportare in modo vantaggioso le sue materie prime e con un tasso di crescita distorto dai capitali speculativi. La ritirata dei capitali internazionali, insieme a questioni locali, ha segnato l’inizio di una crisi profonda nel Paese sudamericano ancora non finita.

La notizia quasi segreta di questi mesi è che è ripartita la corsa ai Paesi emergenti, con l’aumento di 800 miliardi di dollari della capitalizzazione dei listini di questi Stati e con due principali beneficiari, la Russia e il Brasile. E già si vedono i risultati, con la Borsa di São Paolo che torna in positivo e gli interessi pagati per i bond governativi che calano. In poche parole, la giostra è ripartita seguendo il solito percorso circolare. Poche regole, massa d’urto miliardaria, mercati emergenti dove speculare fino alla prossima crisi e al prossimo giro. Come se nulla fosse successo, come se questa situazione non avesse ricadute sui cittadini, come se non fosse in gioco lo stesso futuro della globalizzazione.

 

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America first, la France avant tout, per la rivincita russa. Sono solo alcuni degli slogan nazionalisti che riecheggiano da Washington a Mosca, da Parigi a Istanbul. Slogan lanciati da politici che sono arrivati, o sperano di arrivare, in modo democratico al potere per rappresentare – secondo loro – la riscossa di popoli impoveriti, umiliati, assediati.

Sono però anche slogan usati da regimi autoritari che uccidono liberi giornalisti, come accade in Russia, o che organizzano “auto-colpi di Stato” per poter massacrare l’opposizione. Il nazionalismo, a differenza delle piante, attecchisce a ogni latitudine e con ogni clima, non distingue tra democrazia e dittatura, è sempre foriero di un aumento della bellicosità ed è stato responsabile dei più grandi genocidi della storia contemporanea.

Qual è il limite tra nazionalismo e legittima difesa degli interessi nazionali? Storicamente, le formazioni politiche della sinistra hanno sempre rifiutato il nazionalismo anteponendogli l’internazionalismo. Cioè l’idea che attraverso la cooperazione internazionale tra le classi subalterne si potesse costruire un futuro migliore per tutti. Questo approccio, ispirato dalle riflessioni marxiane, ha costituito uno dei primi tentativi di interpretare la globalizzazione come elemento di crescita e “circolazione” dei diritti, prima che delle merci.

Ma questa utopia si è drammaticamente incrinata a partire degli anni ’90, quando i sindacati si sono ripiegati su se stessi non preoccupandosi più, almeno attivamente, per le condizioni dei lavoratori di altri Paesi, ma soltanto dei diritti dei propri iscritti. Quando è partita l’ultima ondata di globalizzazione, in Occidente non ci sono mai state proteste per le condizioni di lavoro degli operai dei Paesi nei quali le imprese delocalizzavano, ma solo preoccupazione per i posti di lavoro persi.

La sinistra e le sue ramificazioni sociali perdevano così la dimensione globale proprio mentre questo orizzonte veniva prepotentemente acquisito dal capitale transnazionale. La globalizzazione non ha portato infatti nuovi diritti a nessuno: anzi, spesso ne ha tolti. Perché, se è vero che in diversi Stati ha creato occupazione di massa e migliorato la condizioni di vita di centinaia di milioni di persone, è anche vero che non ha inciso sulla natura di quei regimi che si sono aperti alle delocalizzazioni, a partire dalla Cina.

Il fenomeno Trump viene oggi spacciato come la rivincita dei ceti medi impoveriti. Il nuovo presidente “parla come mangia”, dosa con sapienza xenofobia e omofobia, spara contro la globalizzazione, contro gli immigrati e contro i vicini poveri degli Stati Uniti. E questa sarebbe la grande novità della politica del XXI secolo? Non solo, i personaggi alla Trump o alla Putin raccolgono consensi e simpatie tra chi ancora si definisce radicalmente di sinistra. Coloro che sarebbero le prime vittime in regimi come quello russo, o che non hanno capito come è formato il blocco sociale e culturale che sostiene Trump, esultano davanti all’uso della forza militare di Mosca o alla fine degli accordi multilaterali decisa da Trump. Il fine, per taluni, continua a giustificare i mezzi.

Ed è davanti a questo scenario, confuso e pericoloso, che va rivalutato il percorso compiuto nei primi anni 2000 a Porto Alegre, in Brasile. I forum sociali mondiali di allora erano raduni molto eterogenei in cui movimenti sociali e forze politiche discutevano della globalizzazione, dei guasti che già si capiva avrebbe prodotto, ma anche delle sue potenzialità, rifiutando l’idea di chiudersi entro i propri confini e lanciando anzi lo slogan “un altro mondo è possibile”. Un mondo da cambiare in una dimensione internazionale, proponendo una nuova stagione di regole e diritti aggiornati al mondo globale. Finora, è stato questo l’ultimo tentativo di trovare una nuova governance globale. Un esperimento che non ha avuto seguito, anche se molti tra i partecipanti sono poi diventati politici di rilievo nei rispettivi Paesi. Ha prevalso invece un timore reverenziale, o complice, nei confronti delle lobby che hanno indirizzato la globalizzazione dimenticandone le ricadute negative.

È in quelle sacche di malcontento, tra i perdenti cioè, che oggi rinasce il nazionalismo in versione 2.0. Un nazionalismo che ci tiene alle forme, ma fino a un certo punto. Che ufficialmente rifiuta qualsiasi collegamento con quelli del passato, ma che ripropone fotocopiate le stesse ricette: chiusura delle frontiere, priorità ai propri cittadini, barriere protezionistiche per tutelare il mercato interno, restrizione delle libertà individuali, ritorno a forme di integralismo religioso, omofobia.

Questo andrebbe ricordato sempre, prima di considerare un grande trionfo la fine del TTIP perché Trump così ha voluto. Ma il neopresidente intende solo proteggere i suoi elettori impoveriti, fregandosene del resto. Invece, chi per anni si è opposto al TTIP in Europa contestava i contenuti e le modalità dell’accordo: non l’accordo in sé. La differenza tra nazionalismi e progressismo dovrebbe essere proprio questa. I nazionalisti vogliono un mondo spezzettato, dove conta la potenza, la forza: vogliono avere mano libera per governare con pugno di ferro in casa loro. Chi si oppone a questa visione dovrebbe lottare ancora per un mondo aperto, nel quale possano viaggiare alla pari merci e persone, e nel quale le regole non siano dettate soltanto dagli operatori economici ma anche dagli interessi dei cittadini, attraverso istituzioni transnazionali.

Per questo l’Europa comunitaria, in un simile scenario, resta una trincea. Perché, pur essendosi allontanata dagli obiettivi che si era data ai tempi della sua nascita, è l’unica area del pianeta nella quale la cooperazione e l’armonizzazione degli interessi hanno portato decenni di pace e prosperità. Per quanto sia da raddrizzare, e velocemente, si capisce benissimo perché, da Putin a Trump, l’Unione Europea sia diventata il bersaglio numero uno. È la somma di quanto odiano di più.

 

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Poche volte nella storia, forse mai, in così pochi giorni un presidente degli Stati Uniti è riuscito a polarizzare l’opinione pubblica non solo del suo Paese ma del mondo intero. Superano ormai la decina le categorie di persone offese o direttamente colpite dalle prime misure del successore di Obama. Molti scoprono con sgomento che Donald Trump sta provando a mettere in atto, e da subito, tutto ciò che ha promesso in campagna elettorale. Ed è questa la grandissima novità, un politico che continua a parlare chiaro anche ora che siede alla Casa Bianca, e soprattutto che vorrebbe mantenere fede agli impegni presi con gli elettori.

La cultura politica del neopresidente è meno che elementare. Da imprenditore non è abituato alla mediazione, ma a cercare di ricavare il massimo profitto oppure a far saltare il banco. Nella testa di Trump c’è una precisa scala di priorità: tutto è secondario rispetto a quell’America first che non riguarda solo la precedenza dei cittadini statunitensi rispetto agli immigrati, ma anche quella dell’economia locale rispetto all’economia globale. Ed è questo il punto di frattura più profondo nella storia recente della potenza americana. Il primo atto esecutivo firmato da Trump è stato l’uscita dal TPP, cioè dal trattato di libero scambio tra 11 Paesi del Pacifico voluto e negoziato da Barack Obama. Un capolavoro della diplomazia di Washington che avrebbe messo alle corde Pechino, isolando la Cina da un gigantesco mercato proprio nel suo cortile di casa. I cinesi, infatti, stanno ancora stappando bottiglie per festeggiare questo inaspettato regalo che offre loro la possibilità di candidarsi a guida della macroregione orientale. E possiamo considerare definitivamente morto anche l’altro grande trattato commerciale in discussione, il TTIP con l’Europa.

Ma non è solo sul fronte degli accordi commerciali che l’aria è cambiata. Trump ha rilasciato due dichiarazioni che potrebbero cambiare la geopolitica mondiale. Da un lato ritiene la NATO obsoleta – e chi può smentirlo! – dall’altro ha giurato che mai impegnerà il suo Paese in imprese belliche che abbiano come obiettivo rovesciare un regime senza avere una soluzione pronta per il dopo. E anche queste sembrano parole sensate, se si pensa ai disastri iracheno, libico, siriano, afgano. Ma la realtà è che non si tratta di saggezza, bensì della semplice applicazione dello slogan America first: nel senso di far prevalere l’interesse immediato degli Stati Uniti evitando di caricarsi dei costi legati al ruolo di gendarme del mondo. È una sorta di ritorno all’Ottocento, quando gli USA erano ripiegati su se stessi, ancora impegnati nell’espansione territoriale verso ovest, e gli interventi all’estero si limitavano a tutelare interessi contingenti in America Latina, Africa o Asia. Una potenza con meno pretese, che gira i cannoni della spesa pubblica verso l’interno del Paese recuperando risorse dai risparmi sul dispositivo militare.

Con Trump si sancisce così la fine definitiva dell’illusione dell’unipolarismo, cioè della possibilità che un solo Paese potesse tenere le redini dell’ordine internazionale. Nascerà un ordine multipolare, che c’è già nei fatti, con gli USA, la Russia e la Cina. Ma senza l’Europa. Ci aspettano una nuova Jalta e una nuova spartizione delle aree di influenza. L’America di Trump sarà più piccola dell’America imperiale di Bush o Clinton, ma più realistica: con questo presidente gli Stati Uniti non saranno più alleati scontati per nessuno. I cosiddetti valori dell’Occidente – la democrazia e il rispetto dei diritti umani come linee guida per sancire alleanze e combattere guerre – vengono consegnati alla Storia. Conteranno solo gli interessi, come ai tempi delle cannoniere. L’Europa ancora frastornata dalla Brexit, e a rischio sfaldamento, ne prenda atto subito.

 

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Al momento l’unico sicuro perdente degli annunci del neo-presidente Donald Trump in materia di commercio estero è il Messico. Non tanto per le affermazioni xenofobe anti-messicane utilizzate in campagna elettorale per scaldare la parte peggiore dei suoi elettori, ma perché la fine annunciata, o almeno il ridimensionamento, dell’accordo NAFTA che unisce i paesi nordamericani, minaccia la stabilità complessiva del Messico.

Sono bastati gli annunci di penalizzazione delle aziende americane che producono oltre il rio Bravo per svalutare il peso di oltre il15%. Ora si passa a questioni ancora più serie, come la decisione della Ford di cancellare un investimento di 1,6 miliardi di dollari in Messico, dirottando 700 milioni nel Michigan. Stiamo assistendo forse all’inizio della crisi della globalizzazione delle merci, alla messa in discussione del mercato mondiale. Ma il caso del Messico è ancora diverso. I legami che uniscono i due paesi vicini sono molto profondi. Il Messico ha “regalato” all’Unione del nord importanti e ricchi territori come il Texas e la California e ha contribuito allo sviluppo dell’economia statunitense attraverso l’immigrazione che è stata decisiva nei settori dell’agricoltura e dei servizi in diversi stati. Il Messico oggi conta 122 milioni di abitanti, ai quali si sommano almeno altri 15 che vivono e lavorano negli Stati Uniti. Un piccolo gigante demografico del Nord America che nel 2004 ha fatto la mossa più impegnativa della sua storia contemporanea, firmare il trattato NAFTA insieme a Stati Uniti e Canada. Un accordo di libero scambio di merci e servizi, non di persone, che segna l’avvio della delocalizzazione dell’industria statunitense ingolosita dal basso costo della manodopera messicana. A distanza di 23 anni, il bilancio del NAFTA è molto controverso. Lo scambio commerciale tra i due paesi è aumentato del 534%, ma la dipendenza del Messico dagli acquisti statunitense è da record, oltre il 75% delle sue merci vanno oltre confine.  Un legame che non ha risolto i problemi fondamentali del paese Latinoamericano, come ad esempio la disoccupazione che ufficialmente è del 4%, ma che raggiunge il 14% tra sottopagati e lavoratori saltuari. La calata delle industrie statunitensi, soprattutto nel settore meccanico, automobilistico e tessile non ha trasferito particolari competenze al comparto industriale messicano e il valore aggiunto di queste esportazioni è molto basso. In sostanza, l’industria messicana a distanza di 24 anni dalla nascita del NAFTA non è riuscita a rompere lo schema della “maquiladora”, cioè delle imprese-capannone nelle quali si assemblano semilavorati arrivati dall’estero per poi riesportare il prodotto finale. E questa è ancora la regola per il 75% dell’export messicano. Unico vantaggio è stata sicuramente la nuova occupazione che si è creata, che però nel suo insieme non raggiunge i 2,5 milioni di lavoratori. Anche l’arrivo di capitali, massicciamente nei primi anni del NAFTA fino a posizionare il Messico al 4° posto mondiale per attrattività, si sono spostati in Oriente fino a fare scivolare la piazza messicana al 20° posto. Il dato più clamorosamente negativo è che la pretesa iniziale del NAFTA, quella di indurre processi di sviluppo nel mercato più debole, migliorando il livello di vita e fermando l’emigrazione è stato clamorosamente smentito. La differenza di salario tra gli Stati Uniti e il Messico è rimasta la stessa di 24 anni fa, mentre la popolazione messicana che vive nel paese del Nord è passata dai 6,5 milioni del 1994 ai 15 milioni attuali. Altra ricaduta negativa per il Messico è stata la devastazione della piccola e media produzione agricola, rovinata dall’arrivo senza dazi sul mercato locale delle eccedenze agricole sovvenzionate negli Stati Uniti e quindi più economiche. Una parte di quel tessuto di terre coltivate a mais è stata riconvertita all’economia della droga, marihuana e papavero da oppio destinati al mercato del nord. I Cartelli della droga messicani, insignificanti 20 anni fa e potentissimi oggi, sono stati tra i principali beneficiari delle aperture dei confini per le merci, tra le quali non sempre viaggiano prodotti legali.

Le promesse di Trump, di neo-protezionismo, ridiscussione dell’accordo NAFTA e penalizzazione delle imprese che hanno delocalizzato è un macigno pesantissimo sul futuro del Messico. Un rischio non solo per la sua economia fortemente dipendente dal vicino, ma addirittura per la sua stabilità. Un paese in preda alla violenza dei Cartelli, con una classe politica screditata e corrotta, con occupazione di bassa qualità e sottopagata, se privato dal suo polmone esportatore rischia di cadere in un processo di instabilità critica. I discorsi di Trump sul commercio mondiale possono funzionare, fino a un certo punto però, con la Cina che rimane comunque il primo creditore di Washington, ma nel caso del Messico dovrebbe considerare oltre l’interesse economico la geopolitica e la sicurezza nazionale. Un Messico abbandonato alla deriva può diventare una bomba ad orologeria lungo 3.000 chilometri di frontiera. E non ci sarebbe muro che tenga.

 

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Anno dopo anno il Natale si allontana sempre di più dal suo significato originario, cioè ricordare la nascita in Medio Oriente di quel bambino ebreo che sarebbe diventato “figlio di Dio” per una nuova religione, quella cristiana, che si sarebbe sviluppata soprattutto in Europa e poi dall’Europa nel mondo grazie al colonialismo. Il Natale, nel senso religioso della ricorrenza, è una festa di preghiera e di speranza: in questi termini coinvolge però solo i cristiani, e cioè una parte dell’umanità. Invece la festa del Natale, intesa in senso laico, coinvolge miliardi di persone in più.

Per diventare veramente globale, una ricorrenza religiosa come il Natale doveva essere depotenziata dal punto di vista della fede e caricata di nuovi significati e di nuovi simboli. I significati acquisiti sono quelli fiabeschi classici: il giorno di Natale “si torna tutti buoni” e la speranza di un futuro migliore è permessa per 24 ore. A Natale è tutto possibile, ma dura poco. Il simbolo laico è ormai planetario: Babbo Natale, ovvero Santa Claus trasformato in un omone vestito di rosso che abita nel Circolo polare artico circondato da renne e da un esercito fantastico di elfi che costruisce giocattoli. È la libera reinterpretazione di un’altra figura religiosa, san Nicola di Mira, il vescovo della Licia che, secondo i resoconti disponibili, nella sua vita fu protettore dei bambini e diede esempio di grande generosità, donando ai più poveri nei momenti del loro massimo bisogno. Dal santo caritatevole all’icona della Coca Cola il passo è stato relativamente breve, e il giorno di Natale diventiamo tutti buoni come san Nicola. Ecco il nuovo significato della festa, ormai depotenziata dal suo aspetto religioso.

Il Natale della bontà e del dono, e soprattutto di quest’ultimo, è quindi il migliore volano per le vendite di fine anno, periodo nel quale si registrano per esempio i picchi di acquisti di prodotti di elettronica. Arriviamo infine così alla festa globale dei buoni sentimenti per la gioia dei fabbricanti di gadget e di cibi pregiati. Una festa che non discrimina per appartenenza etnica o religiosa, ma solo per possibilità economica. Una festa laica che va bene in Italia e Germania, ma anche in India, Cina o Nigeria. Una festa non più comandata dal vescovo, ma dai media.

Il Natale, nella sua versione contemporanea, ha anticipato di decenni la globalizzazione e il suo valore fondante, quello dell’uguaglianza universale a partire dell’omologazione nei consumi. Un mondo forgiato dalle multinazionali che offrono gli stessi prodotti ovunque, fabbricandoli dove è più conveniente. È una festa antica e insieme del futuro, che domani potrebbe vedere insidiato il suo primato da Halloween o dal capodanno cinese, ma che oggi gode di una popolarità difficile da scalfire. Ma visto che al momento non ha concorrenti, buon Natale anche quest’anno!

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Gli impegni presi da Donald Trump in campagna elettorale, parzialmente confermati nel suo video sui primi cento giorni di governo, hanno gettato nel panico le istituzioni comunitarie europee, che hanno capito di dover archiviare per molto tempo ogni ipotesi di accordo transatlantico di libero scambio con gli USA. E che probabilmente dovranno mettere mano al portafoglio per ripagare l’ombrello militare a stelle e strisce della NATO, incluse le armi di deterrenza nucleare.

Anche il Giappone è preoccupato per gli stessi motivi: maggiori costi per mantenere le truppe statunitensi presenti nel Paese fin dall’epilogo della Seconda guerra mondiale e fine annunciata del TPP, l’area di libero scambio del Pacifico con la quale Barack Obama riconosceva un ruolo importantissimo a Tokyo per mettere fuori gioco la Cina.

In pochi giorni, infatti, questi scenari sono radicalmente cambiati. Anche se l’annunciato muro al confine meridionale pare non rientrare  fra le priorità di Trump, la minaccia di imporre un dazio del 35% alle merci importate negli USA dal Messico potrebbe praticamente annichilire il Paese latinoamericano, che per il 70% del suo commercio estero dipende dall’export verso nord, nell’ambito dell’accordo Nafta che include anche il Canada.

Uno solo dei Paesi minacciati di ritorsioni anti-dumping e di barriere doganali non ha fiatato: anzi, è tornato a giocare a tutto campo, sperando che il “vuoto” americano finisca con l’offrirgli ulteriori opportunità. Si tratta della Cina che, per quanto Trump possa minacciare, detiene 1.270 miliardi di dollari in bond emessi dal Tesoro statunitense.

Ma è sul piano produttivo che i rapporti tra i due Stati difficilmente potranno cambiare di molto. Il 20% della produzione cinese finisce sul mercato statunitense, ma il 60% di queste merci è prodotto da aziende a stelle e strisce. Imprese che hanno delocalizzato, ma che continuano a pagare le tasse negli Stati Uniti. Questo grande sbilanciamento produce 350 miliardi di dollari annui di deficit commerciale, ma al tempo stesso favorisce in buona parte imprese americane. Insomma, siamo di fronte a un grande pasticcio e a una dipendenza reciproca tra potenze come non era mai esistita prima: l’esatto opposto di quanto succedeva durante la Guerra Fredda tra l’URSS e gli USA.

L’apparente serenità cinese davanti a un presidente statunitense ostile nasconde in realtà un grande lavorìo diplomatico che si è svelato a Lima durante i giorni della Conferenza dei Paesi APEC (Asia-Pacific Economic Cooperation). Nella capitale peruviana, il presidente Xi Jinping ha dichiarato che l’obiettivo del suo Paese è assumere la direzione esclusiva nei negoziati per il libero scambio nell’area del Pacifico, colmando il vuoto che sicuramente sarà provocato dalla sospensione dell’accordo TPP.

Torna prepotentemente d’attualità una delle sigle meno conosciute a livello internazionale, il RCEP (Regional Comprehensive Economic Partnership), del quale fanno parte la Cina, l’India e una dozzina di altri Paesi che assommano il 48% della popolazione mondiale e il 30% del PIL planetario. Ora questo accordo di libero scambio fa gola agli stessi Paesi che avevano scommesso sul TPP e che si vedono costretti a correre ai ripari. Il primo a compiere il passo formale per aderire alla cordata cinese è il Perù: sarebbe il primo Stato americano a entrare in questo partenariato cui già aderiscono Australia e Nuova Zelanda.

Nel rompete le righe generale si segnala anche l’accordo raggiunto tra 6 Paesi centroamericani e la Corea del Sud.

Insomma, la globalizzazione e le interconnessioni dell’economia mondiale non si fermano perché un presidente, pur se a capo della prima potenza mondiale, decide di mettere i bastoni tra le ruote. Anzi, i primi danneggiati dal nuovo corso sarebbero le aziende del suo Paese (multinazionali che la globalizzazione dei mercati l’hanno voluta e gestita) e i consumatori statunitensi, che pagherebbero carissimi quei prodotti arrivati dall’estero che acquistano tutti i giorni. Ora Trump ha tutto il tempo per esibirsi in una di quelle capriole che i populisti ci regalano spesso, e di fare il contrario di quanto promesso. Ma è bastata la sensazione che il gatto volesse ritirarsi per dare il via alle danze dei topi.

 

Alfredo Somoza per Esteri, Radio Popolare

 

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Il 2016 che si chiude è stato un anno ricco di eventi internazionali, di svolte e di sorprese. Il conflitto mediorientale ha prodotto ancora morti, distruzione, tragedie. Nel 2015 il protagonista era stato l’Isis, nel 2016 sono tornate in campo le potenze mondiali, la Russia e gli USA, e quelle regionali, come Turchia e Iran. La svolta bellica in Iraq e in Siria ha visto anche il protagonismo dei curdi che, in mezzo al grande caos, si stanno ritagliando pezzo dopo pezzo la tanto agognata costruzione di uno Stato. Uno scenario nel quale si sono incrociate e mescolate guerre intestine tra minoranze etniche e religiose, tra governi e governati, e sul quale sono tornati a misurarsi gli eterni contendenti della Guerra Fredda in versione aggiornata. Uno scenario nel quale la democrazia e il rispetto dei diritti umani, storici paraventi per le scorribande neocoloniali, sono ormai sfumati. Si rinforzano gli Assad e gli Al Sisi, i talebani diventano interlocutori sempre meno nascosti, e l’Arabia Saudita ridimensionata nella Mezzaluna fertile si rifà sullo Yemen. Il Medio Oriente si incammina velocemente verso la ridefinizione dei confini e delle rispettive signorie, ma la consolidata ricetta dei tiranni che garantiscono stabilità, a prescindere dai metodi, si riconferma l’unica strategia delle potenze per quella martoriata zona del pianeta.

In Europa la costruzione comunitaria traballa e si riaccendono paure di ritorni a un passato che si pensava sepolto. La Brexit, la crescita dei partiti estremisti, la fine annunciata dell’ideale europeista mettono a nudo l’inconcludenza di una politica che si è accontentata di gestire l’esistente, dimenticandosi delle sofferenze, delle paure, dei bisogni dei cittadini. Cittadini sempre più esclusi dal dibattito relativo all’economia e alla globalizzazione, ma che detengono ancora l’arma più efficace per punire o premiare: il voto.

L’evento che ha creato più rumore mediatico in assoluto, l’elezione del candidato antisistema Donald Trump, un nome uscito dal cuore del sistema, va letto in quest’ottica. Le contraddizioni che hanno portato il magnate di New York a diventare presidente degli Stati Uniti si spiegano soltanto nel clima generalizzato di ritorno al protezionismo, dovuto al fallimento di una parte delle promesse della globalizzazione: quelle che riguardavano i Paesi occidentali, dai quali sono usciti capitali e competenze per andare a creare economia altrove, lasciandosi alle spalle deserti sociali nelle vecchie città manifatturiere.  Nuovi ceti medi in Oriente e nuove povertà in Occidente sono le due facce della stessa moneta. Ma la moneta è stata accumulata solo da pochi soggetti, transnazionali, che hanno dato vita a un gigantesco impero mondiale esentasse senza mai farsi carico dell’impatto delle loro politiche industriali.

Il 2016, insomma, è stato un anno pieno di segnali negativi, e non solo per la crisi che si trascina. La pazienza è finita in molti Paesi, la politica lo ha capito ma ormai non ha più il potere di invertire la rotta: i giochi sono fatti da altri, il “si salvi chi può” diventa una tentazione di massa. In questo panorama, una sola potenza è rimasta stabile e agisce da forza stabilizzatrice. La Cina. L’unica potenza che prescinde dal consenso popolare, che garantisce continuità alle sue politiche, che continua a investire capitali in giro per il mondo. È però impensabile un unipolarismo basato solo su Pechino, il mondo ha bisogno di altri pesi e contrappesi. E nell’anno che arriva sarà questa l’urgenza per la comunità internazionale: pensare lungo, uscire dalla logica dell’emergenza e del volare basso, tornare a immaginare e a fare politica globale.

 

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Il concetto di interdipendenza applicato alla politica estera compare nel dibattito internazionale in coincidenza con la fine della Guerra Fredda. Prima c’erano le aree d’influenza delle due superpotenze, USA e URSS: senza dubbio all’interno di ciascuna di esse esisteva un grado di interdipendenza più o meno accentuato, ma rimaneva sempre in posizione subordinata rispetto agli interessi della potenza dominante.

A cominciare dagli anni ’90, invece, nelle relazioni internazionali si afferma una progressiva interdipendenza globale che rende meno definito non solo il confine tra politica estera e interna, ma anche il confine tra interessi commerciali e interessi pubblici. Non che gli Stati forti non tutelassero gli interessi delle loro aziende sul piano internazionale (anzi!), ma fino a quel momento non si era mai verificato il contrario: cioè che fossero gli interessi economici a determinare in modo massiccio l’agire delle nazioni. E questo è uno dei risultati più tangibili dell’odierna globalizzazione, fenomeno che ha reso meno protagonisti gli Stati, chiamati costantemente a misurarsi con gli interessi del mondo dell’economia, a finanziarsi sul mercato, cercare nuove aperture commerciali, tutelare il proprio mercato interno.

Tradizionalmente si diceva che i Paesi post-coloniali del Terzo Mondo, al momento di operare scelte politiche, avevano le mani legate non solo per l’oggettiva debolezza ma anche perché la loro economia era determinata esclusivamente da forze esterne. La globalizzazione ha reso più liberi questi Stati, che hanno ridotto la loro dipendenza dalle ex potenze colonizzatrici costruendo – per esempio – rapporti commerciali con Paesi come la Cina. Paradossalmente, però, proprio la globalizzazione sta ora legando le mani alle vecchie potenze occidentali. Un caso macroscopico è quello dell’Unione Europea, dove questo insieme di interessi esterni alla politica incide fortemente sulle istituzioni comunitarie. Il Regno Unito sta sperimentando sulla propria pelle la difficoltà, non ben calcolata al momento del voto per la Brexit, di ritrovare una sua autonomia essendo stata per decenni una parte importante della rete costruita insieme ai partner europei.

Ma il paradosso più grande nel campo dell’interdipendenza è dato dai cambiamenti che il neopresidente statunitense Donald Trump, al netto di qualche gesto simbolico, dovrà necessariamente attuare rispetto agli impegni presi in campagna elettorale. Tutte le sue promesse in materia di politica estera e commerciale vanno infatti a cozzare con gli interessi degli Stati Uniti. Se introdurrà nuovamente i dazi per le merci provenienti dal Messico, danneggerà sia i consumatori statunitensi sia le aziende del suo Paese che negli anni hanno delocalizzato dall’altro lato della frontiera. Se dichiarerà la guerra commerciale alla Cina, rischierà ritorsioni da parte del primo creditore e sostenitore del debito pubblico a stelle e strisce. Se si ritirerà dal TPP, l’accordo del Pacifico, regalerà quell’importante area del mondo proprio a Pechino. Se taglierà fondi alla NATO, potrebbe dare il via a un ripensamento da parte europea nei confronti di quel dispositivo residuato della Guerra Fredda. E se davvero espellerà 10 milioni di clandestini, rischierà di danneggiare l’agricoltura di tutto il Sud-ovest del Paese, oltre a diversi settori dell’industria.

Insomma, anche Washington ha le mani legate. Questo perché gli USA sono stati il Paese nel quale, da Ronald Reagan in poi, la politica si è maggiormente allineata agli interessi dell’economia, dimenticando spesso quelli del popolo. Questa distorsione, che Trump ha compreso e cavalcato in campagna elettorale, potrebbe diventare il suo grande problema ora che deve governare. Farà gli interessi dei suoi elettori o quelli del “sistema”? Per uno nato e cresciuto nel mondo degli affari sarà un vero dilemma. Per la comunità internazionale potrebbe trattarsi di una vera rivoluzione, oppure della conferma dell’inconsistenza della politica nel XXI secolo.

 

Alfredo Somoza per Esteri, Radio Popolare

 

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