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In Catalunya si sono confermati i pronostici più negativi. Come sempre, gli opposti nazionalismi quando si scontrano generano fratture che facilmente possono sfociare in violenza. Il nazionalismo “ispanico” di Mariano Rajoy e del suo partito, erede politico del franchismo, supportato da Re Felipe che ha rinunciato a fare l’arbitro, e il nazionalismo della piccola patria catalana, antico di secoli, che si materializza di nuovo in un contesto totalmente mutato rispetto al 1600. Quale futuro per un paese di 6,5 milioni di abitanti che all’improvviso si trova fuori dall’Europa, fuori dall’euro, fuori dall’ONU, non è riconosciuto da nessuno e si deve fare carico della sua parte del debito nazionale? Nessuno, è pura follia se l’indipendenza avviene senza una negoziazione, come nel caso della Cecoslovacchia, o senza una guerra, come per l’ex Jugoslavia. L’ingenuità dei politici nazionalisti catalani, minoritari in Catalunya, ma maggioritari nel parlamento locale per via della legge elettorale, fa il paio con la pochezza politica di Rajoy, che disconosce la parola “dialogo” e si comporta come se in Spagna ancora fosse in vigore il franchismo. Usando la Costituzione come una clava da brandire contro la regione che maggiormente ha contribuito alla modernizzazione della Spagna dal punto di vista economico, artistico e culturale. Una regione punita dallo statuto di Autonomia, che doveva essere migliorato negli anni 2000, in base agli accordi con i socialisti di Zapatero e che proprio grazie ai ricorsi presentati dai Popolari al Supremo spagnolo, è rimasta ridotta, e di molto se confrontata con quella ottenuta dei Paesi Baschi.  Ora il dado è tratto, o almeno così appare. La Catalunya è stata commissariata e i suoi leader politici rischiano i carcere. La  “commissario di Governo”, Soraya Saenz (Vice Presidente del Consiglio) si insedierà a Barcellona alla testa delle “forze di occupazione”, perché così saranno percepite da metà dei catalani, mandate da Madrid. Una situazione insostenibile che rischia di fare crescere ancora il blocco nazionalista. Alle elezioni annunciate il prossimo 21 dicembre queste forze politiche unite solo dall’indipendentismo e lontane anni luce per cultura politica, potrebbero guadagnare una larga maggioranza e dichiarare l’indipendenza di nuovo. Una situazione insostenibile. Per questo in Spagna è tempo di mediazione e di generosità. Mediazione tra le parti e generosità da parte di Madrid per trovare una soluzione che permetta ai catalani di potere dire che è valso la pena perché anche senza diventare indipendente sono diventati a tutti gli effetti una regione autonoma. Senza questa lucidità gli scenari sono tutti negativi, da quello più “leggero” del un continuo stillicidio tra nazionalisti e fedeli a Madrid in termini pacifici fino a una guerra civile, cosa che la Spagna e la Catalunya hanno già vissuto nel ‘900.

Non c’è spazio per una nuova nazione che vuole nascere per volontà unilaterale e non c’è spazio per un paese che occupa militarmente una sua regione e la governa con commissari. Se l’Europa servisse ancora a qualcosa, candidarsi, con il dovuto rispetto del ruolo di entrambi i contendenti, a luogo di mediazione sarebbe la sua priorità. Ma il piccolo cabotaggio di politici come Claude Junker, compagno di partito di Rajoy, allontana ancora di più l’Europa dalla gente. Nella crisi spagnola entrambe le parti sono fortemente europeiste, e forse ancora di più la Catalogna. Questo è il terreno comune sul quale giocare, accompagnando un popolo importante per storia e peso a ritrovare l’armonia necessaria per evitare tragedie. Dialogando, sempre.

 

Molto probabilmente Marine Le Pen non aveva previsto di poter avere un concorrente a sinistra capace di affermarsi nella sua stessa fascia di elettorato e con gli stessi suoi cavalli di battaglia, tranne quello dell’immigrazione. La novità rappresentata da Jean-Luc Mélenchon al primo turno delle presidenziali francesi, in realtà, stupisce solo i commentatori che continuano a ragionare in termini di bipolarismo tra una sinistra definitivamente spostata al centro e una destra diventata estrema e popolare.

Nessuno considera la presenza di un filone della sinistra, fino a ieri minoritario, che ormai è in grado di capovolgere gli equilibri. Una sinistra oggi in forte crisi, ma che già ha governato a lungo in diversi Paesi sudamericani: Lula, Correa, Moráles, Chávez erano tutti esponenti di forze minoritarie che a un certo punto, dopo un decennio di riforme ispirate al liberismo in salsa latinoamericana, hanno saputo intercettare gli umori popolari.

Una sinistra che in Europa ha avuto il suo primo grande successo con la vittoria di Alexis Tsipras, nella Grecia fallita e sull’orlo del collasso sociale. Una sinistra, quella di Podemos, che ha rotto il bipolarismo spagnolo tra socialisti e popolari conquistando importanti città e impedendo la nascita delle larghe intese. Una sinistra, quella dei Verdi di Jesse Klaver, che ha contribuito a neutralizzare l’estrema destra di Geert Wilders nei Paesi Bassi.

Ma il fenomeno non riguarda solo l’America meridionale e l’Europa: nella corsa alle primarie per le ultime presidenziali negli USA, l’outsider democratico Bernie Sanders aveva intercettato lo stesso malessere e gli stessi elettori di Donald Trump, offrendo loro una prospettiva di sinistra.

Che cosa hanno in comune i leader e i soggetti politici che spesso esulano dalla definizione tradizionale di sinistra? Sono allo stesso tempo utopisti e pragmatici: spesso offrono soluzioni irrealizzabili ai problemi, ma comunicandole come se fossero a portata di mano. Sono tornati a occuparsi dei ceti popolari, cosa che la sinistra istituzionale non faceva da decenni: sapendo che oggi i ceti popolari sono eterogenei sia per interessi sia per provenienza etnica. Sono entrati nel cuore della guerra tra i poveri, indigeni versus immigrati, individuandone la causa prima e proponendo un fronte comune contro il potere: come alle origini del movimento socialista. Parlano una lingua comprensibile: dopo anni di intellettualismi elitari, sono in grado di farsi capire dal loro elettorato senza però cadere nella trappola dei populisti di destra. Una destra che parla sempre peggio dei suoi elettori e non si limita a rinunciare a educare attraverso la politica ma pare addirittura contenta di imbarbarirla.

Questi nuovi movimenti di sinistra sono oggi in crescita ovunque, ma non è detto che siano in grado di governare realtà più complesse di una città o di un Paese marginale. Questo perché la loro forza consiste nell’offrire come facili soluzioni che in realtà sono assai difficili da realizzare. Mélenchon per esempio, oltre a prospettare l’uscita della Francia dalla Nato, dal WTO, dalla Banca Mondiale e da tutti gli accordi commerciali, propone la chiusura del mercato interno mediante l’imposizione di dazi sulle merci in entrata. Un simile isolamento avrebbe costi molto alti per una potenza globale come la Francia, che sarebbe ripagata con lo stesso trattamento nei confronti delle merci e dei servizi che esporta.

Queste sono sicuramente suggestioni da campagna elettorale, ma fanno comunque riflettere. Le sinistre vincenti di oggi, ovviamente generalizzando, rinunciano alle riforme possibili per chiedere tutto e subito, oppure fanno saltare il tavolo. Paradossalmente questa radicalizzazione potrebbe accelerare e rendere più incisive le riforme necessarie per salvare il sistema multilaterale e l’Unione Europea. I radicali di oggi, insomma, sembrano avere il compito storico di risvegliare i riformisti – quelli che si sono rassegnati all’idea che le cose non possano cambiare – e di fermare l’avanzata delle destre estreme. Ma, come per gli aerei in partenza imminente, si tratta dell’ultima chiamata per la politica tutta, prima che vada in scena la fine di quel modo di convivere sempre più minoritario che i greci chiamarono democrazia.

 

 

Con il cambio di presidenza a Washington è entrato in crisi l’intero sistema mondiale degli accordi multilaterali. Gli Stati Uniti sono usciti dal TPP, l’area di libero di scambio del Pacifico, hanno di fatto sospeso il negoziato TTIP con l’Europa e messo in discussione il NAFTA con Messico e Canada, e ora minacciano perfino l’uscita dal WTO. Un mondo alla rovescia, nel quale la Cina difende la globalizzazione e si batte contro il protezionismo mentre gli Stati Uniti diventano sabotatori del libero mercato.

L’Unione Europea, che in questo weekend celebra i 60 anni dalla firma dei Trattati di Roma, ha invece riaperto a sorpresa un negoziato che languiva da anni. Quello con il Mercosur, l’unione di Paesi in assoluto più simile a quella comunitaria: perché tra Brasile, Uruguay, Argentina e Paraguay circolano non solo merci ma anche persone, mostrando semplicemente la carta d’identità; inoltre si sta insediando un parlamento e da anni si parla di moneta comune. I negoziati con l’Europa, iniziati nel 1995, parevano essersi bloccati dopo alcuni vertici conclusi senza successo. Addirittura negli ultimi quattro anni le parti non si sono nemmeno incontrate. Eppure lo scambio tra queste aree assomma 57 miliardi di euro di esportazioni europee e 47 miliardi di esportazioni del Mercosur. Una bilancia commerciale nettamente favorevole all’Europa, che però tentenna al momento di concludere.

Questo è accaduto perché la Francia ha esercitato il suo storico veto nei confronti di tutto ciò che riguarda il capitolo agricoltura. I Paesi del Mercosur, secondo Parigi, dovrebbero aprirsi senza dazi ai manufatti europei, mentre l’ingresso dei prodotti agricoli sudamericani sul mercato europeo dovrebbe essere contingentato. Uno scambio diseguale, impossibile da accettare visto quanto pesa l’agricoltura nell’economia dei Paesi sudamericani. Ora, però, sembra che l’aria stia cambiando, per via del naufragio del TTIP e dei timori di un mondo che si sta inesorabilmente chiudendo al libero scambio.

La Commissione ha chiesto all’Università di Manchester una simulazione delle ricadute che si avrebbero qualora si chiudesse l’accordo: e i risultati dicono che per i Paesi Mercosur i vantaggi si concentrerebbero sul settore agricolo, mentre si avrebbe un calo dell’occupazione in quel settore in Europa. In compenso l’UE avrebbe vantaggi per il suo settore manifatturiero. Fin qui nulla di nuovo. Ma c’è di più. Nonostante una crescita del PIL calcolata tra mezzo punto percentuale per l’Argentina e 1,5% per il Brasile, entrambi i Paesi sudamericani dovrebbero far fronte a un calo occupazionale dovuto al declino dei settori manifatturieri, che si concentrano nelle grandi città, non compensato dalla crescita dell’impiego nelle campagne. In buona sostanza si avrebbe un aumento del reddito agricolo ma il settore non avrebbe praticamente bisogno di manodopera aggiuntiva, essendo stato riconvertito agli OGM.

I dubbi su questo accordo non si esauriscono qui. Si legge infatti nel documento preparatorio al prossimo vertice che la modalità di risoluzione delle eventuali controversie saranno definite “alla luce dei TLC firmati recentemente”. Significa introdurre in questo accordo quella modalità ripudiata dai milioni di cittadini europei che hanno inondato Bruxelles di firme contro gli ISDS: cioè le commissioni arbitrali private che dovrebbero risolvere i contenziosi fra Stato e soggetti privati. L’Unione sta tentando di applicare, in breve sintesi, alcune delle logiche e degli strumenti dell’accordo per ora interrotto con gli Stati Uniti; e, soprattutto, pretende aperture dagli altri tenendo chiusi alcuni dei propri settori produttivi. Si tratta di un liberismo a targhe alterne fuori tempo massimo. L’Unione dovrebbe – eccome! – stabilire relazioni chiare e proficue con il Mercosur, e anche con la Cina e con i Paesi del Pacifico. Ma dovrebbe farlo definendo uno “specifico europeo” nelle relazioni commerciali internazionali, soprattutto ora che gli Stati Uniti si ritirano dalla scena internazionale. Per ora, invece, il comportamento dell’UE continua a risentire dei riflessi condizionati del periodo a stelle e strisce: un periodo che si sta chiudendo, anche se a Bruxelles non l’hanno ancora capito.

 

 

L’Unione Europea dei nostri giorni assomiglia sempre di più a un cristallo incrinato. Le piccole e grandi fratture che rischiano di mandare tutto in frantumi ormai non si contano. A est ci sono due linee di frattura, una esterna e una interna. La prima è il rapporto con la Russia, inquinato dalla politica di accerchiamento della NATO, in stallo dopo i blitz di Mosca in Crimea e in Ucraina. L’altra, interna, riguarda i Paesi dell’ex blocco sovietico entrati a fare parte dell’Unione seguendo il miraggio della stabilità e delle potenzialità del mercato comune, ma che non intendono cedere sovranità né rispettare gli standard comunitari in materia di diritti civili, ritenuti troppo alti.

A sud-ovest si consuma la frattura con la Turchia di Erdogan, prima sopportato e foraggiato in nome del contrasto all’immigrazione, ora considerato invece un provocatore dell’Unione stessa. A sud c’è la frattura più profonda, quella mediterranea, con l’impossibilità di dialogare con la sponda meridionale del mare nostrum in preda a una crisi profonda che, nel caso della Libia, ha portato al collasso dello Stato.

Sul fronte atlantico si delinea un’altra doppia frattura. La prima con gli Stati Uniti di Trump che rinnegano il negoziato per la creazione di un area di libero commercio con l’UE e annunciano una battaglia commerciale a colpi di protezionismo, l’altra con il Regno Unito, che non ha mai amato l’Europa unita e ha deciso di uscirne. Ma non è finita, c’è anche la  frattura generata dagli impegni di bilancio sottostanti alla moneta unica, che vede schierati i “rigoristi” del Nord contro i “flessibilisti” del Sud.

A 60 anni dalla nascita della Comunità Economica Europea tutto lascia intuire che, alla fine, non hanno vinto i fautori dell’ipotesi federale, i cosiddetti Stati Uniti d’Europa, ma piuttosto coloro i quali vorrebbero spostare il percorso europeo verso un semplicissimo mercato unico. Un’era di libero scambio per merci e servizi senza altri vincoli, per la quale paradossalmente si è sempre battuto il Regno Unito: merci libere di viaggiare, persone bloccate dai muri. E sono proprio i muri i simboli di questa regressione, perché nascono proprio in quei Paesi che, per decenni, sono rimasti dietro la “cortina di ferro” sovietica, e che ora rifiutano assistenza a chi scappa da guerre e persecuzioni.

Al di là di come andrà a finire la questione-Brexit, si è tornati a parlare di una vecchia idea, la fantomatica “Europa a due velocità”. Una cerchia di Paesi che si impegnano a rinforzare i legami reciproci e altri Paesi che, invece, si accontentano di partecipare al mercato comune. Se questa linea si imponesse, sarebbe la più bruciante sconfitta per le politiche di questi ultimi 20 anni di allargamento dei confini senza costrutto, di lancio di una moneta senza Stato, di strategie di difesa senza eserciti: una linea che ha creato più danni che benefici.

L’Europa a 28, senza strumenti di governance e veri poteri decisionali, è diventata un elefante paralizzato. L’accelerazione della moneta unica senza una Costituzione comune, la mancata armonizzazione fiscale, la sperequazione delle politiche sociali, le delocalizzazioni interne sono oggi nell’occhio del ciclone dell’opinione pubblica. In buona parte la frittata è fatta: ora bisogna capire come uscirne. Innanzitutto, ed è un presupposto senza il quale tutto il resto si renderebbe inutile, a 60 anni dalla nascita della Comunità i leader che parteciperanno ai festeggiamenti di Roma si dovrebbero guardare in faccia, e con onestà dirsi se sono o non sono disponibili ad andare avanti. Le “due velocità” dovrebbero trasformarsi in un “dentro o fuori”. Se resteranno solo i legami commerciali, non ci sarà nemmeno bisogno di una grande burocrazia, e meno ancora di un Parlamento europeo. L’UE ci costerebbe molto meno, ma perderemmo molte conquiste non solo materiali. Perderemmo soprattutto la cittadinanza dell’unica regione del pianeta nella quale si è tentato di costruire un’area di civiltà e democrazia, e non solo un recinto economico. Un tentativo che – anche se in queste ore molti lo dimenticano – per la prima volta nella storia europea ha evitato guerre e fame.

Oggi i nemici dell’Europa comunitaria, interni ed esterni, sono numerosi e si moltiplicano. Ed è anche questo un segnale che la posta in gioco continua a essere alta.

 

Come facilmente prevedibile la situazione debitoria della Grecia, che non ha avuto la possibilità di rinegoziare il suo debito, con un’economia in calo costante e tagli alla spesa pubblica oltre l’immaginabile, sta precipitando. A differenza delle puntate precedenti, però, questa volta i veri protagonisti della vicenda sono divisi. La Troika, formata dalla BCE, dalla Commissione Europea e dal FMI, è riuscita a domare i diversi governi greci di destra e sinistra che si sono succeduti negli ultimi anni, senza mai aver trovato – o soltanto ipotizzato – una soluzione per questa crisi debitoria che non fossero i tagli alla spesa corrente.

Alexis Tsipras, inaspettatamente per quanti pensavano fosse un populista incosciente, ha varato tagli alla spesa pubblica pari a circa il 30% del PIL greco: un record mondiale che, però, va letto insieme al calo del 25% della produzione economica del Paese rispetto al periodo precedente alla crisi del debito. In sostanza, il limone è stato spremuto fino in fondo. Ormai non c’è più nulla da tagliare. Eppure la crisi non solo rimane, ma è ulteriormente peggiorata perché l’economia continua a perdere colpi. A fine giugno, Atene rischia di non poter pagare gli stipendi di quel poco di settore pubblico che è sopravvissuto, e a luglio difficilmente potrà onorare la rata di un prestito in scadenza. In quest’estate incandescente, dunque, al referendum sulla Brexit si aggiunge l’ipotesi di default della Grecia. Nel frattempo, gli “sminatori” che dovrebbero disinnescare la bomba greca sono sempre più divisi.

A suo tempo, Berlino ha voluto includere nella Troika anche il FMI, sebbene detenga solo un modestissimo 4,7% del debito greco, ritenendo che questa sarebbe stata l’unica soluzione per imporre norme rigide e non negoziabili alle cicale greche. L’organismo con sede a Washington si è infatti guadagnato sul campo una fama di tutto rispetto, anche se in tempi recenti le sue politiche hanno prodotto fallimenti, sommosse, colpi di stato, miseria. Ma nel caso greco il FMI sta facendo davvero il suo lavoro di valutazione della sostenibilità del debito, e dopo avere constatato che più austerità è impossibile, è fermamente convinto che la soluzione passi da una moratoria radicale, con prestiti a tassi del 1,5% da non ripagare fino al 2040. In sostanza, non propone la ristrutturazione del debito attraverso un taglio, come si fa dopo un default, ma rimanderebbe a tempi migliori il problema, ridando nel frattempo ossigeno al Paese perché possa riprendersi. Questo dopo avere fatto una feroce autocritica «sulle correzioni strozza-crescita, insieme con l’austerità, che hanno provocato una depressione economica e innescato una spirale negativa sul debito che ha poi richiesto continuamente nuovi aggiustamenti ».

Il fondo Monetario propone ora una soluzione abbastanza sensata, ma deve fare i conti con la Germania. Il Paese della cancelliera Merkel deve far approvare dal Parlamento ogni concessione in tema di gestione dei crediti, e una proposta del genere potrebbe essere affondata dalla destra della CDU dando fiato alle forze antieuropeiste. La razionale Germania, di fronte a uno dei nodi più insidiosi sulla via della salvezza o dell’affondamento dell’Unione Europea, è paralizzata dal timore che una via di uscita per la crisi debitoria greca si trasformi in consenso per le opposizioni populiste.

I dissidi tra Berlino e Washington passano anche dalla geopolitica. Per gli Stati Uniti, la Grecia va sostenuta perché si trova tra i Balcani e la Turchia, con la Russia troppo vicina. Un’avanguardia occidentale in terre incognite che oggi si trova fortemente sotto pressione anche per via dell’arrivo di masse di richiedenti asilo dalla vicina Turchia, Paese nel quale è in corso un colpo di Stato “bianco” e che l’UE ha premiato recentemente con miliardi di euro. Per i tedeschi, la cui politica è impregnata di etica luterana, la Grecia invece va punita per avere mentito sui conti, e obbligata senza via di scampo a sottostare alle regole imposte da loro stessi. Una situazione che non può durare a lungo, perché di mezzo ci sono anzitutto i cittadini greci sofferenti, ma anche il futuro dell’Europa. Se oggi si tornasse a votare in Grecia per dire sì o no alle ricette della Troika, ci sarebbero solo no. È infatti difficile fidarsi a lungo di una ricetta che non ti fa guarire, che anzi ti fa stare peggio, e nel frattempo continuare a fingere che forse tutto va per il meglio. Ringraziando pure il dottore.

 

Alfredo Somoza

 

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Nella notte del 13 febbraio 1933 il Reichstag tedesco andò in fumo. Il “colpevole” fu trovato seminudo e nascosto dietro il palazzo, era un militante comunista. Hitler prese la palla al balzo per fare approvare al vecchio presidente von Hindenburg il Decreto dell’incendio del Reichstag che aboliva la maggior parte dei diritti civili contenuti nella Costituzione di Weimar. Fu l’inizio del totalitarismo in Germania.

Nella notte del 15 luglio 2016, in Turchia è andato in scena un tentativo maldestro di colpo di Stato rientrato dopo poche ore e dai contorni ancora tutti da chiarire. Soprattutto per quanto riguarda la consapevolezza dei soldati che vi parteciparono (soprattutto quelli di leva),  il ruolo degli Stati Uniti e della Russia, il ruolo dei servizi d’intelligence turchi. Dubbi e misteri di una lunga notte funestata dal sangue di oltre 300 persone.

Al netto delle dinamiche e delle responsabilità del golpe mancato, ciò che ricorda da vicino l’incendio del Reichstag è stato il dopo. Stato di emergenza, liste già pronte di migliaia di persone da incarcerare o da radiare (militari, giudici ordinari, giudici costituzionali, giornalisti). Torture, linciaggi e vendette ai danni dei soldati arresi. Un progetto di Costituzione presidenzialista di stampo autoritario già scritta. Stato di emergenza permanente con divieto di espatrio per i dipendenti pubblici. Possibile reintroduzione della pena di morte. Distruzione progettata dei simboli della laicità turca di Istanbul (Centro culturale Ataturk, Piazza Taksim) per costruire nuove moschee e caserme militari per i fedelissimi.

La Turchia in bilico tra l’Europa e Asia sta definitivamente rompendo gli ormeggi con l’Europa per posizionarsi saldamente in una nuova collocazione, a cavallo tra i Balcani, la Russia e il Medio Oriente. Progetta una politica da potenza regionale autonoma, ma sotto l’ombrello della NATO, in quella parte del mondo che gli Stati Uniti non riescono più a influenzare e che l’Europa ha praticamente data per persa.

Non è indifferente in questo disegno la configurazione politica che assumerà il nuovo sultanato. Presidenzialismo forte, libertà di stampa e di opposizione controllata o repressa, Parlamento addomesticato. Un modello che Erdogan non ha fatto fatica a individuare, è bastato voltarsi verso Mosca per trovarlo. Sarà un regime più “democratico” di quello di Al Sisi, caposaldo dei regimi “anti islamisti”, ma meno rassicurante di quello putiniano. Anche perché nel caso turco gioca un ruolo non indifferente la vicenda religiosa che collega Ankara con le monarchie sunnite e con i gruppi dell’estremismo salafiti sul campo nei diversi scenari di guerra.

E’ l’Europa? Dopo il sollievo per il golpe mancato si è passati velocemente alle perplessità. La minaccia più pesante nei confronti di chi sta violando ogni diritti umano nella gestione del dopo-golpe e mettendo a tacere ogni forma di opposizione è stata “così non entrerà in Europa”.   Ma qualcuno pensa seriamente che oggi l’ingresso all’UE, che per la Turchia come si sa è solo un miraggio, possa garantire qualcosa di più dei vantaggi di istaurare un regime? L’Europa in crisi profonda, che non sa ancora come risolvere i problemi posti dalla Brexit, dalle tensioni ad est e dalla crisi economica è ancora convinta di essere attrattiva per qualcuno?

L’unico legame della Turchia con le democrazie occidentali rimane la NATO, che come sappiamo non si strappa le vesti sulla democrazia nei paesi membri. I turchi (ma anche i portoghesi e i greci) sono stati nella NATO in democrazia e sotto le giunte militari, indistintamente. Dobbiamo temere per i diritti umani e civili in Turchia e, con molta probabilità, si intensificherà la guerra strisciante contro ogni ipotesi di autonomia dei kurdi. Un Erdogan più forte è anche una pessima notizia per gli equilibri mediorientali. Nella spartizione siriana in corso, tra aree di influenza russo-alauiti, sciite e kurde anche la Turchia rivendicherà la sua fetta che con ogni probabilità coinciderà con quella kurda.

La balcanizzazione del Medio Oriente è un orizzonte sempre più attuale, e dalle macerie dei confini disegnati dagli accordi post-coloniali emergerà anche una potenza geografica, demografica, a cavallo tra Europa e Asia che avremo potuto includere per tempo nella costruzione europea “sganciandola” da tentazioni islamiste e autoritarie, ma che la miopia della politica nostrana ha regalato a quel mondo sempre più ostile e caotico che chiude da Ovest e da Sud il Vecchio Continente.

 

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Adam Smith, il filosofo scozzese vissuto nel XVIII secolo e ritenuto padre della scienza economica, nei suoi scritti prese in considerazione l’eventualità che i mercanti e gli industriali potessero decidere di trasferire le loro attività fuori dall’Inghilterra. Scrisse che ne avrebbero sì tratto profitto, ma a danno del Paese.

Quello che Smith non poteva prevedere è che, a distanza di due secoli, i grandissimi protagonisti dell’economia mondiale sarebbero riusciti, legalmente, a produrre in un determinato luogo senza praticamente pagare le tasse da nessuna parte. E cioè che l’incarnazione odierna del mercantilismo del ’700, l’economia globalizzata praticamente senza alcuna autorità regolamentatrice, riuscisse a venir meno a uno dei principi fondanti del capitalismo: tassare i profitti in modo che lo Stato possa redistribuirne una parte alla società nel suo complesso.

Addirittura, nei fondamentali della democrazia inglese il fatto di pagare le tasse diventa il titolo principale per esigere la possibilità di votare. Tasse e cittadinanza, tasse e responsabilità sociale, tasse e giustizia sono binomi fondanti. Oggi si parla invece di “erosione della base imponibile”, il trucco legale che permette alle grandi multinazionali di trasferire all’estero i profitti onde evitare la tassazione nei Paesi dove gli stessi profitti sono stati generati. Anche se non sono vietati, simili giochi di prestigio sono da considerarsi a tutti gli effetti evasione fiscale. Perciò da qualche anno vari Stati, dagli USA al Regno Unito e oggi anche l’Italia, hanno cambiato atteggiamento e si sono messi a fare i conti in tasca ai vari Google, Amazon, Microsoft. E questi giganti stanno cominciando a pagare conti salati per le tasse che non hanno versato, approfittando del “gioco delle tre tavolette” tra Paesi di produzione del reddito e Paesi dove si liquidino le tasse. Non sono cifre da poco, se alla sola Google Italia, che ha prodotto un reddito di 1,2 miliardi di euro tra il 2009 e il 2013, vengono contestati ben 190 milioni di euro di tasse evase.

Destinazione finale di questi flussi di profitti sono ovviamente i soliti paradisi fiscali nei quali, come ai tempi della filibusta, si sono accumulati miliardi di profitti esentasse che attendono solo di potere essere reimpiegati. Secondo un report di Citizen for Tax Justice, le principali 500 aziende statunitensi avrebbero parcheggiato in paradisi fiscali 2.100 miliardi di dollari che, se dovessero rientrare negli USA, lascerebbero allo Stato 600 miliardi di dollari.

Gli artifizi per sottrarre i profitti al fisco non si configurano soltanto come una sostanziale evasione fiscale ma anche come una violazione del principio di concorrenza. Infatti, la pratica innocentemente chiamata “di ottimizzazione fiscale” è a portata soltanto delle grandi multinazionali. L’imprenditore “nazionale”, cioè quello che produce, commercializza e paga le tasse in un singolo Stato, si trova così ad affrontare concorrenti che producono e vendono nel suo stesso Paese, ma che non pagano le tasse localmente: anzi, riescono ad abbattere il costo fiscale fino praticamente ad azzerarlo. Per un produttore locale europeo, questo vuol dire avere un gap rispetto al suo concorrente pari a circa il 30-35% sul guadagno atteso. Chiara concorrenza sleale, anche se ancora su questo fronte nessuno ha avanzato ipotesi di intervento.

La globalizzazione e il web hanno moltiplicato le opportunità di produrre e di vendere a un mercato sempre più grande. Se però i grandissimi gruppi che garantiscono l’ossatura di questa nuova configurazione mondiale si concentrano ulteriormente, eliminando qualsiasi forma di concorrenza grazie anche alla possibilità di sottrarsi al fisco, si rischia che i frutti positivi di questa rivoluzione vengano vanificati. Soprattutto, alla fine rischiamo tutti di trovarci con una società più povera e più ingiusta, perché i nuovi dominus dell’economia mondiale non assolvono più a uno dei compiti-cardine del capitalismo: restituire alla comunità una parte di quanto hanno saputo e potuto guadagnare.

 

Alfredo Somoza per Esteri, Radio Popolare

 

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Il grande tema che ormai da tempo la Commissione Europea sta dibattendo verte su una domanda apparentemente retorica: la Cina è o non è un’economia di mercato? Nei prossimi mesi la Commissione dovrà formulare una proposta in tal merito al Consiglio e al Parlamento Europeo. Dalla risposta che non solo l’Europa, ma anche gli Stati Uniti e tutti gli altri membri del WTO sono chiamati a dare a questa domanda dipenderà molto del futuro dell’occupazione e dell’economia globale.

Nel 2001, quando la Cina fu ammessa nell’Organizzazione Mondiale del Commercio, si stabilì un termine di 15 anni entro il quale accettare a pieno titolo il Paese nel club delle economie di mercato. In pratica, questa riserva ha permesso di mantenere alte alcune barriere protettive nei confronti dell’export cinese a tutela della produzione industriale del resto del mondo. Non mancavano certo i motivi per dubitare delle caratteristiche del mercato cinese. Un mercato con una rigorosa programmazione centralizzata, controllato da uno Stato marcatamente interventista in termini di costo del lavoro, investimenti, costo dell’energia, difesa del mercato interno.

I sospetti, più che confermati, del frequente ricorso cinese alla pratica illegale del dumping, cioè della vendita sottocosto di determinati prodotti grazie a forti sovvenzioni per scardinare i mercati concorrenti, hanno permesso di intervenire a difesa – per esempio – del residuo settore industriale siderurgico e tessile degli Stati occidentali.

In questi 15 anni la Cina ha saputo aspettare pazientemente, accumulando una gigantesca capacità produttiva, definita tecnicamente overcapacity. E ora freme per riversare la sua produzione sul resto del mondo. I numeri calcolati da recenti studi hanno mandato nel panico l’Unione Europea, e in particolare l’Italia. Secondo l’Economic Policy Institute, infatti, la fine delle barriere protettive nei confronti della Cina porterebbe a una perdita annua tra 1 e 2 punti percentuali del PIL europeo, a circa 2 milioni di disoccupati e a un deficit con il commercio tra Europa e Cina di 185 miliardi di dollari USA all’anno. Una batosta che si concentrerebbe soprattutto su Germania e Italia, Paesi dai quali scomparirebbe ciò che resta dei comparti siderurgico e tessile.

Le diplomazie europee sono al lavoro per trovare la quadra rispetto a un problema incombente che vede divisi, anche su questo, gli Stati scandinavi (favorevoli all’apertura) da quelli mediterranei: Italia e Francia sono contrarissimi. La Germania farà da ago della bilancia.

Il punto, dunque, sarebbe stabilire fino a che punto la Cina non rispetti ancora gli standard delle economie di mercato per quanto riguarda libera concorrenza e ruolo dello Stato. Ma non si può fare a meno di notare che i Paesi europei, liberisti a parole, nella pratica continuano a sfruttare fino all’osso ciò che resta del vecchio protezionismo.

Un’altra riflessione riguarda invece il nodo irrisolto dei rapporti tra l’UE e la Cina. I problemi dell’apparato produttivo europeo determinati dall’emergere della potenza asiatica hanno radici ormai antiche, ma restano sempre attuali. La diplomazia commerciale europea ha ignorato l’argomento rimandandolo a tempi mai precisati, preferendo nel frattempo impegnarsi nel negoziato con gli Stati Uniti per la creazione del TTIP, il Partenariato trans-atlantico per il commercio e gli investimenti. Un’operazione discutibile e dagli impatti economici molto, molto più modesti rispetto alla posta in gioco con la Cina.

Non vi è dubbio, quindi, che per l’Europa sarebbe un’assoluta priorità negoziare con Pechino per ripianare le differenze, giocando anche su un rapporto di forze più favorevole rispetto a quello che si può mettere sul piatto nelle trattative con gli Stati Uniti. Ma così non sarà: Bruxelles è tentata di partorire l’ennesimo rimando. Circola voce, infatti, che la posizione della Commissione potrebbe essere quella di raccomandare al Parlamento e al Consiglio di accettare il rilascio del Market Economy Status (status di economia di mercato) a Pechino, ma stabilendo un ulteriore congruo periodo transitorio per l’eliminazione delle difese commerciali. Una soluzione poco originale e perdente: si continua a non considerare la proverbiale capacità cinese di sapere aspettare.

 

Alfredo Somoza per #Esteri, Radio Popolare

 

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Il glifosato è l’erbicida che più ha rivoluzionato il corso dell’agricoltura moderna. Brevettato nel 1970 dal gigante statunitense delle sementi Monsanto, dal 1991 è libero da diritti, ma il primo produttore mondiale è sempre la Monsanto, con il suo marchio Roundup. Seguono una novantina di altre aziende, per una produzione annua globale che si aggira attorno alle 750.000 tonnellate.

La fortuna e l’importanza di questo erbicida sono legate all’applicazione della genetica di laboratorio al mondo dell’agricoltura. Soia, mais, colza, cotone OGM, infatti, furono “progettati” per resistere, tra tutti gli erbicidi, proprio al glifosato, che avrebbe dovuto eliminare tutte le erbe infestanti dai terreni agricoli.

Nel 1996, quando si cominciò a coltivare le specie OGM del tipo “Roundup ready”, negli Stati Uniti non era stata censita alcuna pianta infestante in grado di resistere all’effetto distruttivo di questo erbicida. A distanza di 20 anni, però, sono ben 14 le specie che hanno sviluppato resistenze al suo uso. Per questo motivo, dopo un calo iniziale nell’uso dei erbicidi registrato a metà anni ’90, quando si scese da 1,35 chili a ettaro a 1,10, oggi si usano 2 chili a ettaro per la coltivazione – ad esempio – della soia OGM: un dosaggio superiore a quello degli anni ’80.

Ed è questo il vero elemento critico, ignorato dagli scienziati pro-OGM, sull’impatto degli organismi geneticamente modificati. Non tanto la loro eventuale pericolosità per la salute umana, ancora da dimostrarsi, ma il modello agricolo che questo genere di agricoltura determina: fine della biodiversità, uso intensivo dei suoli e conseguente erosione, aumento dell’impiego di pesticidi ed erbicidi, monopolio della produzione di sementi in mano a tre soli soggetti multinazionali.

Le ultime ricerche scientifiche aggiungono ulteriori motivi d’inquietudine. Pochi mesi fa, l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha adottato uno studio a cura del Centro Internazionale di Ricerca sul Cancro, classificando il glifosato tra i prodotti “probabilmente cancerogeni”: soltanto un passo prima della sua identificazione come elemento “cancerogeno” e della conseguente richiesta di messa al bando. La reazione della Monsanto è stata particolarmente violenta: il rapporto è stato definito “scienza spazzatura” e si è chiesto all’OMS di “rettificare” la classifica di pericolosità.

In realtà, del fatto che il glifosato fosse cancerogeno – anzi, “probabilmente cancerogeno” – se n’erano già accorti in Colombia: qui, nell’ambito del cosiddetto “Plan Colombia” teso a distruggere le piantagioni di coca, per anni i campi sospetti erano stati irrorati da aerei carichi di tonnellate di glifosato, con gravi conseguenze economiche e umane. Anche in Argentina, patria della sperimentazione transgenica, nei primi anni 2000 vennero avanzate denunce documentate circa le ricadute sulla salute umana dell’uso massiccio di glifosato. Nel 2011, l’Istituto Geologico degli Stati Uniti ha rilevato che tre quarti dei campioni di acqua piovana e dell’aria delle zone agricole contenevano glifosato.

Perché allora anche l’OMS va con i piedi di piombo? Forse perché, come ha scritto il quotidiano francese Le Monde, il glifosato è «il Leviatano dell’industria fitosanitaria», imprescindibile per la coltivazione dell’80% delle specie OGM oggi esistenti. Troppo importante per essere messo al bando, si potrebbe concludere. Forse anche per questo l’UE si ostina a non riconoscere il giudizio dell’OMS.

La disputa sul glifosato illustra perfettamente lo stato dell’arte sull’agricoltura e sul futuro dell’alimentazione umana. Le promesse di aumento produttivo e di sostenibilità si infrangono contro gli interessi dei sempre meno numerosi proprietari dei brevetti industriali e delle terre agricole. Le eventuali conseguenze del consumo di prodotti OGM sulla salute umana diventano secondarie rispetto agli impatti del modello agroindustriale odierno sulla Terra e sull’uomo: un modello che non prevede la rotazione, la lotta integrata, il riposo dei campi, la piccola e media proprietà.

Eppure il tema è considerato secondario, per addetti ai lavori, rispetto ai mirabolanti dibattiti tra scienziati e politici che popolano le colonne degli editoriali dei principali giornali.

 

Alfredo Somoza per Esteri (Radio Popolare)

 

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Nelle trattative in corso tra UE e USA per il TTIP (Trattato Transatlantico sul Commercio e gli Investimenti) il nodo dei marchi di tutela dell’agroalimentare (DOP, IGP, STG) non è stato ancora affrontato. E questo perché, in linea di principio, non vi sono gli estremi per discuterlo. Nel senso che l’Europa ha sviluppato nei decenni un vasto programma di sostegno e di riconoscimento della tipicità, la territorialità e la trasparenza sull’agroalimentare, mentre negli Stati Uniti tali dimensioni sono ignorate dalla legge e rimangono oggetto di lotta, per affermarli, soltanto da parte delle associazioni di consumatori. Un vuoto legislativo, voluto, che ha fatto prosperare il cosiddetto “italian sounding”, cioè i prodotti che “suonano” italiani, ma che italiani non sono. Formaggi, prosciutti, vini, prodotti negli Stati Uniti per il mercato locale e che in Europa non possono entrare, anzi, sono contrastati dalla legislazione europea che perseguita e punisce gli importatori (non solo statunitensi) che violano le normi vigenti. Da una recente inchiesta promossa dal Consorzio di tutela del Parmigiano Reggiano tra i consumatori a stelle e strisce di formaggio “parmesan” (il finto parmigiano) si apprende che il 67% degli acquirenti è convinto che si tratti di “formaggio italiano”. Questo dato smentisce la tesi dei falsari di oltreoceano, che in modo ingannevole utilizzano un marchio europeo per commercializzare il loro prodotto, spiegando che il “parmesan” è ormai considerato dai consumatori un formaggio “americano”. Il punto che si pone ora nel negoziato TTIP è che il riconoscimento anche negli USA dei prodotti europei marchiati DOP o IGP potrebbe danneggiare i produttori di cloni e soprattutto impedirebbe loro di penetrare il ricco mercato europeo. Ed è qui che scatta la “mediazione possibile”, su modello del CETA (Accordo di libero scambio Canada-Europa), con la probabile elencazione di un numero di prodotti europei e americani che saranno tutelati sia nella versione originale sia nella versione fasulla. Una buona soluzione per il negoziatore italiano Paolo De Castro perché, davanti al fatto che già negli USA 9 prodotti su 10 sono finti italiani, “peggio di così non potrebbe andare”. Cioè in sostanza si sta per smantellare il sistema di garanzie e di tutele che in questi anni hanno premiato i produttori virtuosi che investendo sul prodotto hanno moltiplicato le eccellenze dell’agroalimentare. Una perdita secca per l’Italia che è il paese da record con 161 DOP, 106 IGP e 2 STG iscritti nel registro UE.

Com’era prevedibile, nel capitolo agroalimentare, non considerato “prioritario” nel mandato negoziale del TTIP, si andrà sul riconoscimento reciproco penalizzando fortemente l’Europa e in particolar modo l’Italia. Il Parmigiano Reggiano, già presente sul mercato statunitense, manterrà la sue nicchie di mercato per consumatori di fascia alta, mentre noi saremo invasi da “parmesan” a bassissimo costo che andrà ad erodere i mercati terzi europei (Germania, Francia, Gran Bretagna) finora sbarrati alle contraffazioni.

Questa è solo una delle conseguenze prevedibili del TTIP che a conti fatti, e dai numeri forniti dalla Commissione Europea, dovrebbe produrre un modesto aumento dello 0,5% del PIL comunitario entro il 2027. In quali settori e in quali paesi non è dato sapere.

 

Alfredo Somoza

 

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