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Molto probabilmente Marine Le Pen non aveva previsto di poter avere un concorrente a sinistra capace di affermarsi nella sua stessa fascia di elettorato e con gli stessi suoi cavalli di battaglia, tranne quello dell’immigrazione. La novità rappresentata da Jean-Luc Mélenchon al primo turno delle presidenziali francesi, in realtà, stupisce solo i commentatori che continuano a ragionare in termini di bipolarismo tra una sinistra definitivamente spostata al centro e una destra diventata estrema e popolare.

Nessuno considera la presenza di un filone della sinistra, fino a ieri minoritario, che ormai è in grado di capovolgere gli equilibri. Una sinistra oggi in forte crisi, ma che già ha governato a lungo in diversi Paesi sudamericani: Lula, Correa, Moráles, Chávez erano tutti esponenti di forze minoritarie che a un certo punto, dopo un decennio di riforme ispirate al liberismo in salsa latinoamericana, hanno saputo intercettare gli umori popolari.

Una sinistra che in Europa ha avuto il suo primo grande successo con la vittoria di Alexis Tsipras, nella Grecia fallita e sull’orlo del collasso sociale. Una sinistra, quella di Podemos, che ha rotto il bipolarismo spagnolo tra socialisti e popolari conquistando importanti città e impedendo la nascita delle larghe intese. Una sinistra, quella dei Verdi di Jesse Klaver, che ha contribuito a neutralizzare l’estrema destra di Geert Wilders nei Paesi Bassi.

Ma il fenomeno non riguarda solo l’America meridionale e l’Europa: nella corsa alle primarie per le ultime presidenziali negli USA, l’outsider democratico Bernie Sanders aveva intercettato lo stesso malessere e gli stessi elettori di Donald Trump, offrendo loro una prospettiva di sinistra.

Che cosa hanno in comune i leader e i soggetti politici che spesso esulano dalla definizione tradizionale di sinistra? Sono allo stesso tempo utopisti e pragmatici: spesso offrono soluzioni irrealizzabili ai problemi, ma comunicandole come se fossero a portata di mano. Sono tornati a occuparsi dei ceti popolari, cosa che la sinistra istituzionale non faceva da decenni: sapendo che oggi i ceti popolari sono eterogenei sia per interessi sia per provenienza etnica. Sono entrati nel cuore della guerra tra i poveri, indigeni versus immigrati, individuandone la causa prima e proponendo un fronte comune contro il potere: come alle origini del movimento socialista. Parlano una lingua comprensibile: dopo anni di intellettualismi elitari, sono in grado di farsi capire dal loro elettorato senza però cadere nella trappola dei populisti di destra. Una destra che parla sempre peggio dei suoi elettori e non si limita a rinunciare a educare attraverso la politica ma pare addirittura contenta di imbarbarirla.

Questi nuovi movimenti di sinistra sono oggi in crescita ovunque, ma non è detto che siano in grado di governare realtà più complesse di una città o di un Paese marginale. Questo perché la loro forza consiste nell’offrire come facili soluzioni che in realtà sono assai difficili da realizzare. Mélenchon per esempio, oltre a prospettare l’uscita della Francia dalla Nato, dal WTO, dalla Banca Mondiale e da tutti gli accordi commerciali, propone la chiusura del mercato interno mediante l’imposizione di dazi sulle merci in entrata. Un simile isolamento avrebbe costi molto alti per una potenza globale come la Francia, che sarebbe ripagata con lo stesso trattamento nei confronti delle merci e dei servizi che esporta.

Queste sono sicuramente suggestioni da campagna elettorale, ma fanno comunque riflettere. Le sinistre vincenti di oggi, ovviamente generalizzando, rinunciano alle riforme possibili per chiedere tutto e subito, oppure fanno saltare il tavolo. Paradossalmente questa radicalizzazione potrebbe accelerare e rendere più incisive le riforme necessarie per salvare il sistema multilaterale e l’Unione Europea. I radicali di oggi, insomma, sembrano avere il compito storico di risvegliare i riformisti – quelli che si sono rassegnati all’idea che le cose non possano cambiare – e di fermare l’avanzata delle destre estreme. Ma, come per gli aerei in partenza imminente, si tratta dell’ultima chiamata per la politica tutta, prima che vada in scena la fine di quel modo di convivere sempre più minoritario che i greci chiamarono democrazia.

 

 

Con il cambio di presidenza a Washington è entrato in crisi l’intero sistema mondiale degli accordi multilaterali. Gli Stati Uniti sono usciti dal TPP, l’area di libero di scambio del Pacifico, hanno di fatto sospeso il negoziato TTIP con l’Europa e messo in discussione il NAFTA con Messico e Canada, e ora minacciano perfino l’uscita dal WTO. Un mondo alla rovescia, nel quale la Cina difende la globalizzazione e si batte contro il protezionismo mentre gli Stati Uniti diventano sabotatori del libero mercato.

L’Unione Europea, che in questo weekend celebra i 60 anni dalla firma dei Trattati di Roma, ha invece riaperto a sorpresa un negoziato che languiva da anni. Quello con il Mercosur, l’unione di Paesi in assoluto più simile a quella comunitaria: perché tra Brasile, Uruguay, Argentina e Paraguay circolano non solo merci ma anche persone, mostrando semplicemente la carta d’identità; inoltre si sta insediando un parlamento e da anni si parla di moneta comune. I negoziati con l’Europa, iniziati nel 1995, parevano essersi bloccati dopo alcuni vertici conclusi senza successo. Addirittura negli ultimi quattro anni le parti non si sono nemmeno incontrate. Eppure lo scambio tra queste aree assomma 57 miliardi di euro di esportazioni europee e 47 miliardi di esportazioni del Mercosur. Una bilancia commerciale nettamente favorevole all’Europa, che però tentenna al momento di concludere.

Questo è accaduto perché la Francia ha esercitato il suo storico veto nei confronti di tutto ciò che riguarda il capitolo agricoltura. I Paesi del Mercosur, secondo Parigi, dovrebbero aprirsi senza dazi ai manufatti europei, mentre l’ingresso dei prodotti agricoli sudamericani sul mercato europeo dovrebbe essere contingentato. Uno scambio diseguale, impossibile da accettare visto quanto pesa l’agricoltura nell’economia dei Paesi sudamericani. Ora, però, sembra che l’aria stia cambiando, per via del naufragio del TTIP e dei timori di un mondo che si sta inesorabilmente chiudendo al libero scambio.

La Commissione ha chiesto all’Università di Manchester una simulazione delle ricadute che si avrebbero qualora si chiudesse l’accordo: e i risultati dicono che per i Paesi Mercosur i vantaggi si concentrerebbero sul settore agricolo, mentre si avrebbe un calo dell’occupazione in quel settore in Europa. In compenso l’UE avrebbe vantaggi per il suo settore manifatturiero. Fin qui nulla di nuovo. Ma c’è di più. Nonostante una crescita del PIL calcolata tra mezzo punto percentuale per l’Argentina e 1,5% per il Brasile, entrambi i Paesi sudamericani dovrebbero far fronte a un calo occupazionale dovuto al declino dei settori manifatturieri, che si concentrano nelle grandi città, non compensato dalla crescita dell’impiego nelle campagne. In buona sostanza si avrebbe un aumento del reddito agricolo ma il settore non avrebbe praticamente bisogno di manodopera aggiuntiva, essendo stato riconvertito agli OGM.

I dubbi su questo accordo non si esauriscono qui. Si legge infatti nel documento preparatorio al prossimo vertice che la modalità di risoluzione delle eventuali controversie saranno definite “alla luce dei TLC firmati recentemente”. Significa introdurre in questo accordo quella modalità ripudiata dai milioni di cittadini europei che hanno inondato Bruxelles di firme contro gli ISDS: cioè le commissioni arbitrali private che dovrebbero risolvere i contenziosi fra Stato e soggetti privati. L’Unione sta tentando di applicare, in breve sintesi, alcune delle logiche e degli strumenti dell’accordo per ora interrotto con gli Stati Uniti; e, soprattutto, pretende aperture dagli altri tenendo chiusi alcuni dei propri settori produttivi. Si tratta di un liberismo a targhe alterne fuori tempo massimo. L’Unione dovrebbe – eccome! – stabilire relazioni chiare e proficue con il Mercosur, e anche con la Cina e con i Paesi del Pacifico. Ma dovrebbe farlo definendo uno “specifico europeo” nelle relazioni commerciali internazionali, soprattutto ora che gli Stati Uniti si ritirano dalla scena internazionale. Per ora, invece, il comportamento dell’UE continua a risentire dei riflessi condizionati del periodo a stelle e strisce: un periodo che si sta chiudendo, anche se a Bruxelles non l’hanno ancora capito.

 

 

Il traffico di cocaina, si sa, è uno dei settori dell’economia illecita che più sono cresciuti negli ultimi 30 anni. Il mondo è stato ormai invaso dalla polverina bianca che vive una sua seconda giovinezza. “Seconda” perché la cocaina non è una droga nuova, come quelle di sintesi, ma ha una storia che risale al 1860, quando in un laboratorio tedesco venne isolato il principio attivo della foglia di coca. La cocaina – da non confondere con la foglia di coca, che contiene solo piccolissime quantità di questo alcaloide – si commercializzava in farmacia fino al 1920, quando l’ondata proibizionista la colpì insieme agli oppiacei. Le cronache a cavallo tra la fine dell’800 e i primi del ’900 sono ricche di particolari sulla diffusione della droga che garantiva un rendimento intellettuale e fisico sopra la norma, per poi sviluppare velocemente una tossicodipendenza.

Il divieto di commercializzarla non frenò certò la sua diffusione nei decenni successivi, ma fu a partire dagli anni ’70 che la cocaina divenne una droga veramente globale, grazie alla produzione e alla commercializzazione gestite da cartelli mafiosi.

A differenza del papavero da oppio, che cresce in tanti luoghi del pianeta, la foglia di coca ha una sua “preferenza geografica” proprio per le zone di cui è originaria, i contrafforti andini del Sudamerica. I tentativi di coltivazione fuori da Bolivia, Perù e Colombia non hanno mai dato risultati prosperi. Ed è quindi in questi tre Paesi che si è giocata la “lotta” al narcotraffico: una guerra che da ormai tre decenni è la priorità della politica statunitense per l’America Latina.

Una guerra spesso di facciata, che è servita a giustificare la presenza di militari e di agenti della DEA (Drug Enforcement Administration, l’organismo anti-droghe di Washington) in zone ad alta densità di lotte contadine e a ridosso della foresta amazzonica con le sue infinite risorse. Le tecniche usate sono state la repressione militare e la fumigazione con potenti e cancerogeni diserbanti. La strategia si è rivelata fallimentare: non solo non ha ridotto la coltivazione illegale di coca, ma ha addirittura rinforzato i cartelli criminali che hanno raggiunto, come in Colombia, lo status di “padroni” di intere regioni. E questo è avvenuto senza che i coltivatori di coca ne traessero alcun vantaggio: anzi, i contadini sono stati vittime sia dei narcos sia degli eserciti per un misero guadagno, anche perché sono falliti pure i piani di riconversione.

Mancanza di infrastrutture, distanza dalle città, variazioni dei prezzi di mercato hanno storicamente impedito che il mondo rurale della coca illegale potesse serenamente trovare alternative. Solo negli ultimi anni qualcosa è cambiato, e proprio nel Paese dove erano nati i primi cartelli della droga, la Bolivia. L’attuale governo di Evo Morales, ex sindacalista dei coltivatori della coca, sta raggiungendo risultati significativi. Senza sparare e senza fumigare le piante, ma grazie a investimenti che in questi anni hanno superato il miliardo di dollari per convincere i contadini a riconvertire le piante di coca “eccedenti”, cioè quelle la cui coltivazione non è giustificata dal fabbisogno del mercato legale.

La superficie coltivata a coca in Bolivia è così calata da 31.000 a 20.000 ettari in soli sei anni. Un’estensione che si avvicina di molto a quella ritenuta necessaria per soddisfare il solo consumo tradizionale della foglia, pari a 14.000 ettari. L’abbandono delle coltivazioni di coca è dovuto anche a politiche pubbliche che hanno offerto ai lavoratori concrete alternative, attraverso la costruzione di infrastrutture per il trasporto e la commercializzazione di prodotti agricoli, la formazione tecnica, le nuove industrie di trasformazione alimentare.

Nel frattempo in Colombia, dove da anni si è scelta la “linea dura”, i terreni coltivati a coca sono aumentati da 46.000 ettari a 96.000. E questo nel Paese nel quale gli Stati Uniti negli ultimi decenni hanno speso miliardi e miliardi di dollari per estirpare il problema.

Se l’assioma “dove c’è la mafia non c’è sviluppo” risponde al vero, è vero anche il contrario: dove c’è sviluppo le mafie perdono terreno. La Bolivia è ora impegnata nella depenalizzazione dell’uso della foglia di coca per alimenti e prodotti farmaceutici, come ulteriore passo verso la totale eliminazione delle coltivazioni illegali. La battaglia condotta da un Paese piccolo e povero si sta dunque dimostrando vincente: una lezione pratica per i sostenitori del proibizionismo repressivo, che finisce per foraggiare le mafie senza risolvere il problema.

Alfredo Somoza per #Esteri, Radio Popolare

 

L’Unione Europea dei nostri giorni assomiglia sempre di più a un cristallo incrinato. Le piccole e grandi fratture che rischiano di mandare tutto in frantumi ormai non si contano. A est ci sono due linee di frattura, una esterna e una interna. La prima è il rapporto con la Russia, inquinato dalla politica di accerchiamento della NATO, in stallo dopo i blitz di Mosca in Crimea e in Ucraina. L’altra, interna, riguarda i Paesi dell’ex blocco sovietico entrati a fare parte dell’Unione seguendo il miraggio della stabilità e delle potenzialità del mercato comune, ma che non intendono cedere sovranità né rispettare gli standard comunitari in materia di diritti civili, ritenuti troppo alti.

A sud-ovest si consuma la frattura con la Turchia di Erdogan, prima sopportato e foraggiato in nome del contrasto all’immigrazione, ora considerato invece un provocatore dell’Unione stessa. A sud c’è la frattura più profonda, quella mediterranea, con l’impossibilità di dialogare con la sponda meridionale del mare nostrum in preda a una crisi profonda che, nel caso della Libia, ha portato al collasso dello Stato.

Sul fronte atlantico si delinea un’altra doppia frattura. La prima con gli Stati Uniti di Trump che rinnegano il negoziato per la creazione di un area di libero commercio con l’UE e annunciano una battaglia commerciale a colpi di protezionismo, l’altra con il Regno Unito, che non ha mai amato l’Europa unita e ha deciso di uscirne. Ma non è finita, c’è anche la  frattura generata dagli impegni di bilancio sottostanti alla moneta unica, che vede schierati i “rigoristi” del Nord contro i “flessibilisti” del Sud.

A 60 anni dalla nascita della Comunità Economica Europea tutto lascia intuire che, alla fine, non hanno vinto i fautori dell’ipotesi federale, i cosiddetti Stati Uniti d’Europa, ma piuttosto coloro i quali vorrebbero spostare il percorso europeo verso un semplicissimo mercato unico. Un’era di libero scambio per merci e servizi senza altri vincoli, per la quale paradossalmente si è sempre battuto il Regno Unito: merci libere di viaggiare, persone bloccate dai muri. E sono proprio i muri i simboli di questa regressione, perché nascono proprio in quei Paesi che, per decenni, sono rimasti dietro la “cortina di ferro” sovietica, e che ora rifiutano assistenza a chi scappa da guerre e persecuzioni.

Al di là di come andrà a finire la questione-Brexit, si è tornati a parlare di una vecchia idea, la fantomatica “Europa a due velocità”. Una cerchia di Paesi che si impegnano a rinforzare i legami reciproci e altri Paesi che, invece, si accontentano di partecipare al mercato comune. Se questa linea si imponesse, sarebbe la più bruciante sconfitta per le politiche di questi ultimi 20 anni di allargamento dei confini senza costrutto, di lancio di una moneta senza Stato, di strategie di difesa senza eserciti: una linea che ha creato più danni che benefici.

L’Europa a 28, senza strumenti di governance e veri poteri decisionali, è diventata un elefante paralizzato. L’accelerazione della moneta unica senza una Costituzione comune, la mancata armonizzazione fiscale, la sperequazione delle politiche sociali, le delocalizzazioni interne sono oggi nell’occhio del ciclone dell’opinione pubblica. In buona parte la frittata è fatta: ora bisogna capire come uscirne. Innanzitutto, ed è un presupposto senza il quale tutto il resto si renderebbe inutile, a 60 anni dalla nascita della Comunità i leader che parteciperanno ai festeggiamenti di Roma si dovrebbero guardare in faccia, e con onestà dirsi se sono o non sono disponibili ad andare avanti. Le “due velocità” dovrebbero trasformarsi in un “dentro o fuori”. Se resteranno solo i legami commerciali, non ci sarà nemmeno bisogno di una grande burocrazia, e meno ancora di un Parlamento europeo. L’UE ci costerebbe molto meno, ma perderemmo molte conquiste non solo materiali. Perderemmo soprattutto la cittadinanza dell’unica regione del pianeta nella quale si è tentato di costruire un’area di civiltà e democrazia, e non solo un recinto economico. Un tentativo che – anche se in queste ore molti lo dimenticano – per la prima volta nella storia europea ha evitato guerre e fame.

Oggi i nemici dell’Europa comunitaria, interni ed esterni, sono numerosi e si moltiplicano. Ed è anche questo un segnale che la posta in gioco continua a essere alta.

 

L’agonia del WTO

Pubblicato: 12 marzo 2017 in Mondo
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Quando, il primo gennaio del 1995, sulle rive del Lago di Ginevra in Svizzera si inaugurava la sede dell’Organizzazione Mondiale del Commercio, il WTO in inglese, il fenomeno che è stato definito “globalizzazione dei mercati” era al centro della politica mondiale. Il WTO nasceva da un dibattito cominciato nel 1986 con l’Uruguay Round, finalizzato a stabilire regole condivise per il commercio mondiale. Un percorso, quindi, partito quando ancora erano in vita l’Unione Sovietica e il blocco che a essa faceva riferimento.

Al WTO, istituito per regolamentare gli scambi dei Paesi del blocco occidentale, oggi aderiscono a pieno titolo 164 Paesi, mentre altri 22 hanno lo status di osservatori. E non partecipano solo i Paesi a economia di mercato, ma anche gli ultimi Stati che si definiscono socialisti, come Cina e Cuba, con la sola eccezione della Corea del Nord.

In realtà il WTO non ha svolto solo il ruolo di semplice regolatore degli scambi, ma ha contestualmente promosso l’apertura dei mercati mediante la rimozione di barriere doganali e protezionismi. Un approccio, questo, gradito anche ai Paesi ancora considerati del Sud del mondo che, per esempio, vedevano frapporsi una barriera inespugnabile tra il loro export agricolo e il grande mercato europeo o statunitense. Ma proprio sull’agricoltura il WTO ha registrato la sua prima grande sconfitta.

Nel 2001 viene lanciato il Doha Round per integrare maggiormente i Paesi del Sud del mondo nell’economia mondiale, agendo sul commercio di beni agricoli e servizi. Ma già nel 2003 il meccanismo si inceppa, con il fallimento del Vertice WTO a Cancún, in Messico. I Paesi non occidentali, infatti, si rendono conto che da un lato il WTO chiede loro di aprirsi alle merci e ai servizi “made in USA” o “made in Europe”, mentre dall’altro i mercati europei e nordamericani rimangono chiusi ai prodotti agricoli provenienti dal resto del pianeta: in USA e UE l’agricoltura continua a essere fortemente sovvenzionata e protetta dai governi. Alla prova dei fatti, proprio gli Stati che chiedevano di liberalizzare i commerci mondiali si oppongono a liberalizzare i loro mercati interni.

Il Doha Round è ormai moribondo: nel frattempo quei Paesi che hanno coalizzato il resto del mondo contro il blocco occidentale sono diventati protagonisti globali, dando vita al gruppo dei Paesi Brics e al G20 che, di fatto, ha preso il posto del G7. Ma il WTO non è scomparso. È rimasto soprattutto a fare da arbitro nelle controversie sugli Stati per quanto riguarda la validità degli accordi sottoscritti e i casi di dumping, cioè di concorrenza sleale attraverso prezzi bassi perché sovvenzionati dai governi. Sono migliaia le cause discusse in questi anni davanti all’organo di risoluzione delle controversie del WTO. Un tribunale vero e proprio, che dirime e impone multe e sanzioni interpretando gli accordi sottoscritti dagli Stati.

Uno dei Paesi più presenti nelle controversie è paradossalmente quello che, finora, ha ottenuto più vantaggi dalla globalizzazione: gli Stati Uniti. Washington ha promosso in questi anni 114 azioni contro altri Paesi, di cui 19 contro l’Unione Europea, ricevendo a sua volta 129 denunce per avere violato le regole del WTO, 33 delle quali da parte dell’UE. E gli Stati Uniti sono presenti come parte terza in altre 137 cause. Uno stillicidio di procedimenti, un meccanismo che fagocita i suoi stessi ideatori. E che dimostra come l’apertura mondiale dei mercati, che puntava a essere illimitata e a superare ogni ostacolo, nella realtà sia stata evitata centinaia di volte, usando strumenti che dovevano essere messi al bando.

Adesso il WTO rischia l’affossamento definitivo: pare che – come preannunciato – la nuova amministrazione statunitense stia cercando il modo di aggirare le sue normative, arrivando perfino a minacciare l’uscita dall’organizzazione. L’idea degli scambi commerciali di Donald Trump non è esattamente quella del movimento no global, che si batteva per un altro mondo possibile. Non è quella di un riformatore intenzionato a ridiscutere le regole affinché la globalizzazione sia un vantaggio e non un problema. Il suo è semplicemente il vecchio modello ottocentesco delle cannoniere: dividi i rivali, esercita la tua forza nel confronto uno a uno e porta a casa risultati vantaggiosi solo per te. America first, il resto del mondo si accomodi.

 

Dopo la spettacolare esposizione mediatica degli ultimi anni, l’unico Paese ufficialmente socialista dell’emisfero occidentale, Cuba, è tornato nell’oblio. Sono stati anni intensi, gli ultimi due, con L’Avana sempre in prima pagina: dalla mediazione riuscita di papa Francesco – che ha portato alla visita di Barack Obama e alla fine, per quanto non formalizzata, delle ostilità tra i due vicini del mare dei Caraibi – alla pace tra governo colombiano e guerriglia delle FARC firmata proprio nella capitale cubana. Sempre a Cuba si sono abbracciati papa Francesco e il patriarca della Chiesa russa Kirill, ponendo le basi per un riavvicinamento fra due delle tre grandi correnti del Cristianesimo europeo, divise da mille anni. Tra il novembre e il dicembre 2016 l’isola ha ottenuto visibilità globale ancora una volta, sia pure per un evento meno felice, la morte del comandante Fidel Castro, che ha generato un’ondata di commozione in tutto il mondo. E ha sollevato interrogativi sulla transizione guidata dal fratello Raúl, con la sua promessa di lasciare il potere nel 2018 e una successione ancora da definire.

Ecco, tutto questo sembra dimenticato da quando alla presidenza degli Stati Uniti è stato eletto Donald Trump, che è riuscito a ottenere parte del voto cubano della Florida promettendo di fare marcia indietro rispetto alle concessioni di Obama. In realtà, per ora il bersaglio latinoamericano di Trump è un altro, il Messico. Su Cuba, il nuovo inquilino della Casa Bianca ha solo detto che non ci saranno nuove aperture finché non cambierà la situazione politica dell’isola. Che è molto ma anche poco.

Molto perché appare piuttosto improbabile che, nell’immediato, a Cuba possa cambiare qualcosa. Poco perché nel frattempo sull’isola stanno arrivando migliaia di turisti statunitensi portati dalle navi da crociera, oppure dai voli di linea dell’American Airlines. Si sta verificando cioè quanto auspicava il mondo degli affari di Wall Street, che aveva spinto Obama a rivedere la fallimentare politica statunitense nei confronti di Cuba. Non è che prima L’Avana fosse isolata dal mondo, o avesse difficoltà a trovare capitali internazionali. Francia, Canada, Italia, Spagna, Brasile, Cina sono da anni grandi investitori tramite le loro compagnie transnazionali, sempre ben accolte a Cuba: soprattutto nel settore turistico, diventato trainante per il resto dell’economia locale. Ora anche le imprese a stelle e strisce chiedono la loro parte, nei settori delle comunicazioni, dei trasporti e ovviamente del turismo. Difficilmente Trump potrà, o vorrà, fermare questo fiume in piena che considera strategico il piccolo Paese caraibico. Come secoli fa lo era per la Spagna imperiale, come lo è stato fino agli anni ’60 per gli stessi Stati Uniti e più recentemente per il Vaticano e per diversi Paesi europei.

Come stanno incidendo sulla vita dei cubani le riforme portate avanti ormai da anni da Raúl Castro? In modo molto diversificato, in una società che si sta lentamente polarizzando. Da una parte, la maggioranza dei cubani che lavora per lo Stato percepisce stipendi ridicoli, e deve arrangiarsi come può per arrotondare; dall’altra, una minoranza vive una fase di veloce crescita, ora che si può lavorare legalmente come affittacamere o ristoratori: in un giorno, queste attività consentono di guadagnare l’equivalente dello stipendio mensile di un medico. Questa dinamica, che si avverte soprattutto nelle località turistiche, non ha ancora intaccato la struttura di una società che vive serenamente, anche se spesso in povertà, grazie a una rete di welfare universale unica nel suo genere in America Latina. Nell’unico Paese dell’area dove esiste sì la povertà, ma non la miseria, cominciano però a vedersi differenze rilevanti nel potere d’acquisto tra le famiglie inserite nel business del turismo e quelle escluse.

Per Cuba le sfide non sono state mai semplici. E proprio quando pareva che si potesse avvicinare un lieto fine nel tormentato rapporto con il potente vicino del Nord, ecco di nuovo l’incertezza. La differenza rispetto al passato è che oggi, a distanza di oltre un quarto di secolo dalla fine dell’URSS e con il Venezuela in pieno caos economico e politico, Cuba riesce comunque a trovare le risorse necessarie per mantenere orgogliosamente in vita quel suo “socialismo tropicale” con fortissime venature nazionalistiche. Tuttavia i miti di Martí, del Che e di Fidel non bastano più: Cuba deve reinventarsi ogni giorno. La grande sfida che l’attende ora, da quando Internet si è diffusa sul territorio nazionale, è quella del pluralismo politico, senza il quale tutto ciò che è stato il lascito positivo della rivoluzione rischia di essere vanificato.

 

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La situazione internazionale è caotica, e su questo tutti concordano. Instabilità, mancanza di leadership, crisi ambientali, conflitti bellici. Tra le pieghe delle notizie si scopre, in realtà, che c’è un mondo che, dopo essere stato accusato di essere il responsabile della grande crisi economica mondiale iniziata nel 2007, gode di buona salute. È la finanza globale. Nelle elezioni degli Stati Uniti, Wall Street ha sostenuto massicciamente la candidata sconfitta Hillary Clinton. Ma poi, con grande sorpresa, il candidato vincente –  che, secondo la leggenda, rappresenterebbe i ceti deboli della società americana colpiti dalla globalizzazione – ha annunciato la sua intenzione di abolire la legge Dodd-Frank firmata da Barack Obama nel 2010. Quella legge federale, cioè, che ha modificato i meccanismi di regolazione dei mercati finanziari aumentando le tutele dei consumatori. Soprattutto, la Dodd-Frank pone dei limiti alle operazioni puramente speculative effettuate dalle banche.

Secondo Donald Trump, con queste regole le banche statunitensi perdono soldi: tradotto, le banche statunitensi hanno meno strumenti per speculare sui mercati internazionali rispetto ai competitor europei o cinesi. I titoli bancari quotati alla Borsa di New York hanno risposto a questa, che per ora rimane una promessa, con un balzo di 29 punti nei primi tre mesi del 2017 e sono vicini a ripetere il rally del 2007, quello registrato pochi mesi prima dello scoppio della bolla speculativa che portò alla versione 2.0 della grande depressione. Poco pare sia cambiato, insomma, da quella crisi dei subprime che svelò in modo palese quanto la finanza avesse potuto lavorare con le mani libere, senza praticamente controlli su operazioni via via più speculative e a rischio. Solo Obama provò a porre alcune regole, ma probabilmente in modo effimero.

L’altra faccia della speculazione finanziaria rispetto alle operazioni sui mutui sono state le scorribande internazionali. Lo spostamento cioè dei capitali miliardari dei fondi di investimento o dei fondi pensionistici con il solo scopo di ottenere rendimenti sostanziosi. Negli anni 2000 una di queste grandi operazioni fu indirizzata sul Brasile, dove sbarcarono capitali speculativi a un ritmo di circa 40 miliardi di dollari annui. Secondo il FMI, la moneta brasiliana, il real, era all’epoca tra le prime quattro valute al mondo per movimentazione sui mercati di cambio, ma solo il 5% di queste transazioni erano dovute al commercio estero: il 95% erano scommesse della finanza internazionale sulla rivalutazione della moneta locale. E il meccanismo funzionava, perché con la Cina assetata di materie prime e il continuo afflusso di capitali, il real si rivalutava, dimezzando il suo valore rispetto al dollaro. Così, chi aveva comprato moneta locale, oltre agli interessi sui bond, incassava la differenza di cambio una volta riconvertita la valuta. Un gioco molto redditizio durato anni che ha penalizzato fortemente il Brasile, che a un certo punto si è trovato con una moneta troppo forte per esportare in modo vantaggioso le sue materie prime e con un tasso di crescita distorto dai capitali speculativi. La ritirata dei capitali internazionali, insieme a questioni locali, ha segnato l’inizio di una crisi profonda nel Paese sudamericano ancora non finita.

La notizia quasi segreta di questi mesi è che è ripartita la corsa ai Paesi emergenti, con l’aumento di 800 miliardi di dollari della capitalizzazione dei listini di questi Stati e con due principali beneficiari, la Russia e il Brasile. E già si vedono i risultati, con la Borsa di São Paolo che torna in positivo e gli interessi pagati per i bond governativi che calano. In poche parole, la giostra è ripartita seguendo il solito percorso circolare. Poche regole, massa d’urto miliardaria, mercati emergenti dove speculare fino alla prossima crisi e al prossimo giro. Come se nulla fosse successo, come se questa situazione non avesse ricadute sui cittadini, come se non fosse in gioco lo stesso futuro della globalizzazione.

 

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America first, la France avant tout, per la rivincita russa. Sono solo alcuni degli slogan nazionalisti che riecheggiano da Washington a Mosca, da Parigi a Istanbul. Slogan lanciati da politici che sono arrivati, o sperano di arrivare, in modo democratico al potere per rappresentare – secondo loro – la riscossa di popoli impoveriti, umiliati, assediati.

Sono però anche slogan usati da regimi autoritari che uccidono liberi giornalisti, come accade in Russia, o che organizzano “auto-colpi di Stato” per poter massacrare l’opposizione. Il nazionalismo, a differenza delle piante, attecchisce a ogni latitudine e con ogni clima, non distingue tra democrazia e dittatura, è sempre foriero di un aumento della bellicosità ed è stato responsabile dei più grandi genocidi della storia contemporanea.

Qual è il limite tra nazionalismo e legittima difesa degli interessi nazionali? Storicamente, le formazioni politiche della sinistra hanno sempre rifiutato il nazionalismo anteponendogli l’internazionalismo. Cioè l’idea che attraverso la cooperazione internazionale tra le classi subalterne si potesse costruire un futuro migliore per tutti. Questo approccio, ispirato dalle riflessioni marxiane, ha costituito uno dei primi tentativi di interpretare la globalizzazione come elemento di crescita e “circolazione” dei diritti, prima che delle merci.

Ma questa utopia si è drammaticamente incrinata a partire degli anni ’90, quando i sindacati si sono ripiegati su se stessi non preoccupandosi più, almeno attivamente, per le condizioni dei lavoratori di altri Paesi, ma soltanto dei diritti dei propri iscritti. Quando è partita l’ultima ondata di globalizzazione, in Occidente non ci sono mai state proteste per le condizioni di lavoro degli operai dei Paesi nei quali le imprese delocalizzavano, ma solo preoccupazione per i posti di lavoro persi.

La sinistra e le sue ramificazioni sociali perdevano così la dimensione globale proprio mentre questo orizzonte veniva prepotentemente acquisito dal capitale transnazionale. La globalizzazione non ha portato infatti nuovi diritti a nessuno: anzi, spesso ne ha tolti. Perché, se è vero che in diversi Stati ha creato occupazione di massa e migliorato la condizioni di vita di centinaia di milioni di persone, è anche vero che non ha inciso sulla natura di quei regimi che si sono aperti alle delocalizzazioni, a partire dalla Cina.

Il fenomeno Trump viene oggi spacciato come la rivincita dei ceti medi impoveriti. Il nuovo presidente “parla come mangia”, dosa con sapienza xenofobia e omofobia, spara contro la globalizzazione, contro gli immigrati e contro i vicini poveri degli Stati Uniti. E questa sarebbe la grande novità della politica del XXI secolo? Non solo, i personaggi alla Trump o alla Putin raccolgono consensi e simpatie tra chi ancora si definisce radicalmente di sinistra. Coloro che sarebbero le prime vittime in regimi come quello russo, o che non hanno capito come è formato il blocco sociale e culturale che sostiene Trump, esultano davanti all’uso della forza militare di Mosca o alla fine degli accordi multilaterali decisa da Trump. Il fine, per taluni, continua a giustificare i mezzi.

Ed è davanti a questo scenario, confuso e pericoloso, che va rivalutato il percorso compiuto nei primi anni 2000 a Porto Alegre, in Brasile. I forum sociali mondiali di allora erano raduni molto eterogenei in cui movimenti sociali e forze politiche discutevano della globalizzazione, dei guasti che già si capiva avrebbe prodotto, ma anche delle sue potenzialità, rifiutando l’idea di chiudersi entro i propri confini e lanciando anzi lo slogan “un altro mondo è possibile”. Un mondo da cambiare in una dimensione internazionale, proponendo una nuova stagione di regole e diritti aggiornati al mondo globale. Finora, è stato questo l’ultimo tentativo di trovare una nuova governance globale. Un esperimento che non ha avuto seguito, anche se molti tra i partecipanti sono poi diventati politici di rilievo nei rispettivi Paesi. Ha prevalso invece un timore reverenziale, o complice, nei confronti delle lobby che hanno indirizzato la globalizzazione dimenticandone le ricadute negative.

È in quelle sacche di malcontento, tra i perdenti cioè, che oggi rinasce il nazionalismo in versione 2.0. Un nazionalismo che ci tiene alle forme, ma fino a un certo punto. Che ufficialmente rifiuta qualsiasi collegamento con quelli del passato, ma che ripropone fotocopiate le stesse ricette: chiusura delle frontiere, priorità ai propri cittadini, barriere protezionistiche per tutelare il mercato interno, restrizione delle libertà individuali, ritorno a forme di integralismo religioso, omofobia.

Questo andrebbe ricordato sempre, prima di considerare un grande trionfo la fine del TTIP perché Trump così ha voluto. Ma il neopresidente intende solo proteggere i suoi elettori impoveriti, fregandosene del resto. Invece, chi per anni si è opposto al TTIP in Europa contestava i contenuti e le modalità dell’accordo: non l’accordo in sé. La differenza tra nazionalismi e progressismo dovrebbe essere proprio questa. I nazionalisti vogliono un mondo spezzettato, dove conta la potenza, la forza: vogliono avere mano libera per governare con pugno di ferro in casa loro. Chi si oppone a questa visione dovrebbe lottare ancora per un mondo aperto, nel quale possano viaggiare alla pari merci e persone, e nel quale le regole non siano dettate soltanto dagli operatori economici ma anche dagli interessi dei cittadini, attraverso istituzioni transnazionali.

Per questo l’Europa comunitaria, in un simile scenario, resta una trincea. Perché, pur essendosi allontanata dagli obiettivi che si era data ai tempi della sua nascita, è l’unica area del pianeta nella quale la cooperazione e l’armonizzazione degli interessi hanno portato decenni di pace e prosperità. Per quanto sia da raddrizzare, e velocemente, si capisce benissimo perché, da Putin a Trump, l’Unione Europea sia diventata il bersaglio numero uno. È la somma di quanto odiano di più.

 

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Poche volte nella storia, forse mai, in così pochi giorni un presidente degli Stati Uniti è riuscito a polarizzare l’opinione pubblica non solo del suo Paese ma del mondo intero. Superano ormai la decina le categorie di persone offese o direttamente colpite dalle prime misure del successore di Obama. Molti scoprono con sgomento che Donald Trump sta provando a mettere in atto, e da subito, tutto ciò che ha promesso in campagna elettorale. Ed è questa la grandissima novità, un politico che continua a parlare chiaro anche ora che siede alla Casa Bianca, e soprattutto che vorrebbe mantenere fede agli impegni presi con gli elettori.

La cultura politica del neopresidente è meno che elementare. Da imprenditore non è abituato alla mediazione, ma a cercare di ricavare il massimo profitto oppure a far saltare il banco. Nella testa di Trump c’è una precisa scala di priorità: tutto è secondario rispetto a quell’America first che non riguarda solo la precedenza dei cittadini statunitensi rispetto agli immigrati, ma anche quella dell’economia locale rispetto all’economia globale. Ed è questo il punto di frattura più profondo nella storia recente della potenza americana. Il primo atto esecutivo firmato da Trump è stato l’uscita dal TPP, cioè dal trattato di libero scambio tra 11 Paesi del Pacifico voluto e negoziato da Barack Obama. Un capolavoro della diplomazia di Washington che avrebbe messo alle corde Pechino, isolando la Cina da un gigantesco mercato proprio nel suo cortile di casa. I cinesi, infatti, stanno ancora stappando bottiglie per festeggiare questo inaspettato regalo che offre loro la possibilità di candidarsi a guida della macroregione orientale. E possiamo considerare definitivamente morto anche l’altro grande trattato commerciale in discussione, il TTIP con l’Europa.

Ma non è solo sul fronte degli accordi commerciali che l’aria è cambiata. Trump ha rilasciato due dichiarazioni che potrebbero cambiare la geopolitica mondiale. Da un lato ritiene la NATO obsoleta – e chi può smentirlo! – dall’altro ha giurato che mai impegnerà il suo Paese in imprese belliche che abbiano come obiettivo rovesciare un regime senza avere una soluzione pronta per il dopo. E anche queste sembrano parole sensate, se si pensa ai disastri iracheno, libico, siriano, afgano. Ma la realtà è che non si tratta di saggezza, bensì della semplice applicazione dello slogan America first: nel senso di far prevalere l’interesse immediato degli Stati Uniti evitando di caricarsi dei costi legati al ruolo di gendarme del mondo. È una sorta di ritorno all’Ottocento, quando gli USA erano ripiegati su se stessi, ancora impegnati nell’espansione territoriale verso ovest, e gli interventi all’estero si limitavano a tutelare interessi contingenti in America Latina, Africa o Asia. Una potenza con meno pretese, che gira i cannoni della spesa pubblica verso l’interno del Paese recuperando risorse dai risparmi sul dispositivo militare.

Con Trump si sancisce così la fine definitiva dell’illusione dell’unipolarismo, cioè della possibilità che un solo Paese potesse tenere le redini dell’ordine internazionale. Nascerà un ordine multipolare, che c’è già nei fatti, con gli USA, la Russia e la Cina. Ma senza l’Europa. Ci aspettano una nuova Jalta e una nuova spartizione delle aree di influenza. L’America di Trump sarà più piccola dell’America imperiale di Bush o Clinton, ma più realistica: con questo presidente gli Stati Uniti non saranno più alleati scontati per nessuno. I cosiddetti valori dell’Occidente – la democrazia e il rispetto dei diritti umani come linee guida per sancire alleanze e combattere guerre – vengono consegnati alla Storia. Conteranno solo gli interessi, come ai tempi delle cannoniere. L’Europa ancora frastornata dalla Brexit, e a rischio sfaldamento, ne prenda atto subito.

 

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Al momento l’unico sicuro perdente degli annunci del neo-presidente Donald Trump in materia di commercio estero è il Messico. Non tanto per le affermazioni xenofobe anti-messicane utilizzate in campagna elettorale per scaldare la parte peggiore dei suoi elettori, ma perché la fine annunciata, o almeno il ridimensionamento, dell’accordo NAFTA che unisce i paesi nordamericani, minaccia la stabilità complessiva del Messico.

Sono bastati gli annunci di penalizzazione delle aziende americane che producono oltre il rio Bravo per svalutare il peso di oltre il15%. Ora si passa a questioni ancora più serie, come la decisione della Ford di cancellare un investimento di 1,6 miliardi di dollari in Messico, dirottando 700 milioni nel Michigan. Stiamo assistendo forse all’inizio della crisi della globalizzazione delle merci, alla messa in discussione del mercato mondiale. Ma il caso del Messico è ancora diverso. I legami che uniscono i due paesi vicini sono molto profondi. Il Messico ha “regalato” all’Unione del nord importanti e ricchi territori come il Texas e la California e ha contribuito allo sviluppo dell’economia statunitense attraverso l’immigrazione che è stata decisiva nei settori dell’agricoltura e dei servizi in diversi stati. Il Messico oggi conta 122 milioni di abitanti, ai quali si sommano almeno altri 15 che vivono e lavorano negli Stati Uniti. Un piccolo gigante demografico del Nord America che nel 2004 ha fatto la mossa più impegnativa della sua storia contemporanea, firmare il trattato NAFTA insieme a Stati Uniti e Canada. Un accordo di libero scambio di merci e servizi, non di persone, che segna l’avvio della delocalizzazione dell’industria statunitense ingolosita dal basso costo della manodopera messicana. A distanza di 23 anni, il bilancio del NAFTA è molto controverso. Lo scambio commerciale tra i due paesi è aumentato del 534%, ma la dipendenza del Messico dagli acquisti statunitense è da record, oltre il 75% delle sue merci vanno oltre confine.  Un legame che non ha risolto i problemi fondamentali del paese Latinoamericano, come ad esempio la disoccupazione che ufficialmente è del 4%, ma che raggiunge il 14% tra sottopagati e lavoratori saltuari. La calata delle industrie statunitensi, soprattutto nel settore meccanico, automobilistico e tessile non ha trasferito particolari competenze al comparto industriale messicano e il valore aggiunto di queste esportazioni è molto basso. In sostanza, l’industria messicana a distanza di 24 anni dalla nascita del NAFTA non è riuscita a rompere lo schema della “maquiladora”, cioè delle imprese-capannone nelle quali si assemblano semilavorati arrivati dall’estero per poi riesportare il prodotto finale. E questa è ancora la regola per il 75% dell’export messicano. Unico vantaggio è stata sicuramente la nuova occupazione che si è creata, che però nel suo insieme non raggiunge i 2,5 milioni di lavoratori. Anche l’arrivo di capitali, massicciamente nei primi anni del NAFTA fino a posizionare il Messico al 4° posto mondiale per attrattività, si sono spostati in Oriente fino a fare scivolare la piazza messicana al 20° posto. Il dato più clamorosamente negativo è che la pretesa iniziale del NAFTA, quella di indurre processi di sviluppo nel mercato più debole, migliorando il livello di vita e fermando l’emigrazione è stato clamorosamente smentito. La differenza di salario tra gli Stati Uniti e il Messico è rimasta la stessa di 24 anni fa, mentre la popolazione messicana che vive nel paese del Nord è passata dai 6,5 milioni del 1994 ai 15 milioni attuali. Altra ricaduta negativa per il Messico è stata la devastazione della piccola e media produzione agricola, rovinata dall’arrivo senza dazi sul mercato locale delle eccedenze agricole sovvenzionate negli Stati Uniti e quindi più economiche. Una parte di quel tessuto di terre coltivate a mais è stata riconvertita all’economia della droga, marihuana e papavero da oppio destinati al mercato del nord. I Cartelli della droga messicani, insignificanti 20 anni fa e potentissimi oggi, sono stati tra i principali beneficiari delle aperture dei confini per le merci, tra le quali non sempre viaggiano prodotti legali.

Le promesse di Trump, di neo-protezionismo, ridiscussione dell’accordo NAFTA e penalizzazione delle imprese che hanno delocalizzato è un macigno pesantissimo sul futuro del Messico. Un rischio non solo per la sua economia fortemente dipendente dal vicino, ma addirittura per la sua stabilità. Un paese in preda alla violenza dei Cartelli, con una classe politica screditata e corrotta, con occupazione di bassa qualità e sottopagata, se privato dal suo polmone esportatore rischia di cadere in un processo di instabilità critica. I discorsi di Trump sul commercio mondiale possono funzionare, fino a un certo punto però, con la Cina che rimane comunque il primo creditore di Washington, ma nel caso del Messico dovrebbe considerare oltre l’interesse economico la geopolitica e la sicurezza nazionale. Un Messico abbandonato alla deriva può diventare una bomba ad orologeria lungo 3.000 chilometri di frontiera. E non ci sarebbe muro che tenga.

 

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