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Il fino a poco tempo fa “misterioso”, l’accordo sul commercio e sui servizi tra Unione Europea e Stati Uniti d’America, il TTIP, si sta ora dispiegando in tutte le sue contraddizioni, dopo le anticipazioni dei leaks e la pubblicazione ufficiale del mandato negoziale. I punti caldi di questo accordo, contestato da centinaia di associazioni europee, sono il meccanismo di risoluzione delle dispute (l’Investor-State Dispute Settlement, ISDS) e l’agricoltura.

Contro il primo punto si sono scagliati soprattutto movimenti e uomini politici dell’Europa settentrionale: in Olanda, Germania, Francia non piacciono la privatizzazione della giustizia né la sottrazione della sovranità giuridica allo Stato, che equipara sostanzialmente una società multinazionale a un Paese. Si tratta di un meccanismo copiato da quello già esistente in ambito WTO e in base al quale, in questi anni, si sono moltiplicati i ricorsi di aziende che si considerano danneggiate da uno Stato. Per esempio il potente gruppo svedese Vattenfall, che gestisce due centrali nucleari nel Nord della Germania, nel 2014 ha intentato una causa al governo tedesco chiedendo un risarcimento di 4,7 miliardi di dollari dopo che Berlino ha annunciato di voler rinunciare alla produzione di energia dall’atomo. In Sudamerica, la Philip Morris ha agito contro il governo uruguayano sostenendo che le rigorose norme antifumo applicate da Montevideo equivalgono sostanzialmente a un’espropriazione dei suoi investimenti e chiedendo un risarcimento di ben due miliardi di dollari. E l’ICSID, il tribunale presso la Banca Mondiale istituito dal WTO, ha ritenuto ammissibile la causa.

Sul fronte agricolo i timori riguardano – per esempio – l’invasione paventata di alimenti contenenti organismi geneticamente modificati. La recente direttiva UE che trasferisce ai singoli Stati la facoltà di approvare o vietare la coltivazione di OGM sul proprio territorio è da considerarsi come un indebolimento della linea europea comune. Soprattutto, renderà possibili azioni giudiziarie da parte delle lobby del transgenico contro i Paesi che non si apriranno ai loro prodotti. L’Italia, in particolare, rischia una perdita consistente del suo export agroalimentare di qualità sui mercati europei.

Se il modello che si applicherà per il TTIP sarà lo stesso dell’accordo con il Canada, lo scambio previsto non sarà affatto alla pari. A livello mondiale, infatti, l’Italia è il Paese con più marchi di tutela sull’alimentazione, ben 264. Marchi che in Nordamerica non sono riconosciuti: anzi, in USA e Canada per ogni prodotto tipico italiano esiste un clone, che però finora non poteva entrare nel mercato europeo. Il “modello Canada” prevede invece che i due contraenti l’accordo riconoscano reciprocamente i loro marchi: quindi d’ora in poi il prosciutto di San Daniele e quello di Parma potranno essere venduti con i loro nomi in Canada e non più con la precisazione “original ham”; nel frattempo, sul mercato europeo potranno arrivare i sedicenti prosciutti “San Daniele” e “di Parma” prodotti in America senza dover cambiare nome. Una concorrenza micidiale sui mercati europei perché questi prodotti, ovviamente, hanno un costo (e una qualità) inferiore rispetto ai nostri.

Sul tema della giustizia nei mesi scorsi è stata organizzata una consultazione online con cui formalmente si è data a cittadini e organizzazioni della società civile la possibilità di esprimersi sul trattato, in particolare sull’ISDS. Le risposte sono state 150.000, al 97% negative. Ora la nuova commissaria europea per il commercio Cecilia Malmström e l’intera Commissione UE vorrebbero liquidare il risultato essenzialmente in due modi: insinuare un possibile pilotaggio di ONG e associazioni che avrebbe alterato i risultati, e dichiarare che l’ISDS è perfettibile senza necessità di eliminarlo. Propongono dunque un “ISDS riformato”, che non ne cambi però la sostanza.

Si tratta di un tema delicatissimo, al punto che se l’ISDS saltasse gli Stati Uniti probabilmente perderebbero interesse nei confronti dell’intero accordo. La strategia di recupero potrebbe essere quella di dividere in due parti la mozione cui stava lavorando il Parlamento europeo: una sull’ISDS “riformato” e una sul resto del negoziato. Una soluzione che potrebbe ricompattare PPE e PSE, attualmente divisi.

Cina e India, le grandi escluse dalla “strategia del ragno” portata avanti da Washington attraverso accordi bilaterali, stanno nel frattempo dando segnali di vita in sede WTO, organizzazione che finora era stata paralizzata proprio dai Paesi BRICS. Paradossalmente una delle conseguenze della guerra dei trattati oggi in corso potrebbe essere un nuovo impulso del multi-bilaterale (cioè del WTO) promosso dagli Stati esclusi dagli accordi bilaterali. In realtà la partita è aperta. Il TTP, cioè l’accordo del Pacifico, è fermo per la frenata del Giappone, e negli Stati Uniti è cambiata maggioranza in Parlamento: non è scontato che i repubblicani approvino qualcosa che sta molto a cuore al presidente Obama.

Tornando all’Europa, il TTIP, che sarebbe problematico per i Paesi mediterranei come l’Italia, potrebbe invece rivelarsi vantaggioso per Stati come la Germania, sede di importanti gruppi industriali, o il Regno Unito, sede di grandi società di servizi bancari, finanziari e assicurativi. Perciò i sostenitori europei del Trattato stanno lavorando per cambiare qualcosa nella sua formula, senza però che ciò incida sulla sua essenza.

Questa manovra gattopardesca prevede anche il declassamento del TTIP a questione puramente tecnica e foriera di opportunità, mentre in realtà ci troviamo davanti a una colossale questione politica dai rischi ancora sottovalutati. Escludere la possibilità che un governo decida di cambiare rotta sull’energia, come accaduto alla Germania, o di tutelare la salute dei propri cittadini, come l’Uruguay, mette in gioco la sovranità nazionale e l’autorità delle massime istituzioni di Paesi democratici.

La logica più intrinseca agli accordi come il TTIP è, infatti, la cessione al mercato di quote rilevanti della sovranità popolare e democratica: il principio della libera concorrenza e la deregolamentazione prevalgono cioè su qualsiasi idea o proposta possa raccogliere consenso popolare. Se il trattato sarà firmato ci potremo dimenticare di referendum come quello sull’acqua, così come della “preferenza” per l’agricoltura a chilometro zero, i prodotti “OGM free” o il biologico. Ogni esaltazione delle caratteristiche positive di un prodotto diventerebbe automaticamente discriminatoria nei confronti di altri.

Il TTIP sta mutando, dunque, ma l’essenza rimane intatta: è un accordo sostanzialmente immodificabile e non può essere davvero migliorato. Anche perché da una parte lo sta negoziando un Paese, gli USA, dall’altra un conglomerato di 28 diversi Stati che non hanno un “interesse nazionale” comune e vedono prevalere gli interessi dei Paesi più forti. Quelli che dirigono l’orchestra e che, come si è già visto con la vicenda greca, non sono proprio sensibili al bene comune.

 

Alfredo Somoza per Esteri (Radio Popolare)

 

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I ragni al lavoro

Pubblicato: 17 gennaio 2015 in America Latina, Europa, Mondo
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Quando nel 1995 nacque l’Organizzazione Mondiale del Commercio, il WTO, la strada pareva segnata: la deregolamentazione dell’economia, all’epoca già in corso, sarebbe proseguita, ci sarebbe stata la fine dei protezionismi di mercato e i capitali avrebbero potuto spostarsi in sicurezza per il mondo. Il tutto sotto la guida appunto del WTO, che avrebbe stabilito le nuove “non-regole”, dettato i tempi, punito i renitenti e i disobbedienti. Addirittura, la fiducia in questo destino ineluttabile – cioè il sogno della cultura economica liberale – aveva partorito per il nuovo organismo uno statuto nel quale le decisioni si sarebbero prese all’unanimità. Infatti, chi mai avrebbe potuto essere in disaccordo?

Pochi anni dopo, nel 2003, i nodi vennero al pettine durante la quinta Conferenza Ministeriale del WTO a Cancún, in Messico: una conferenza che puntava a raggiungere un accordo sul delicato tema dell’agricoltura. Qui un’alleanza di 22 Paesi dell’ex Terzo Mondo, capitanati da India, Cina e Brasile, riuscì a bloccare i negoziati chiedendo l’abolizione dei sussidi all’agricoltura europea e statunitense come precondizione per l’apertura dei mercati agricoli locali. Da quel momento per il WTO è iniziato un lento declino. Parallelamente sono nati il G20, il gruppo di 20 Stati che ha di fatto preso il posto del G8, e il gruppo dei BRICS: Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica, il club delle potenze emergenti.

Il fallimento del tentativo di arrivare a un trattato globale attraverso il WTO non ha però raffreddato gli spiriti dei Paesi promotori della globalizzazione: in particolare gli Stati Uniti. In particolar modo sono stati gli USA, davanti alla paralisi europea, a prendere l’iniziativa per aggirare l’ostacolo. La strategia per arrivare allo stesso risultato attraverso altre strade è stata individuata nella stipulazione di accordi bilaterali: alcuni già esistenti, come il NAFTA (fra Stati Uniti, Canada e Messico), sono stati allargati; altri tentativi sono falliti, come nel caso dell’ALCA, l’area di libero commercio delle Americhe che avrebbe dovuto creare un unico mercato per merci e servizi dall’Alaska alla Terra del Fuoco, che si arenò nel 2005 per volontà di tre presidenti sudamericani: Chávez, Lula e Kirchner.

Ma i negoziati sono continuati con la firma di decine di accordi di libero scambio tra gli Stati Uniti e singoli Paesi asiatici, latinoamericani e africani. Insomma, Washington sta applicando la strategia del ragno, lavora per tessere una trama di accordi commerciali che, sommati tra loro, equivarranno a quegli accordi che non si è riusciti a firmare a livello di WTO. Al momento gli USA sono impegnati in due negoziati decisivi: il TTIP, cioè l’accordo di partenariato transatlantico con l’Unione Europea; e il TPP, un’alleanza con i Paesi emergenti del Pacifico che esclude però la Cina. Questi accordi rappresentano la priorità assoluta della diplomazia economica a stelle e strisce, in quanto dovrebbero consolidare i rapporti commerciali e finanziari con due aree tradizionalmente alleate e, soprattutto, con due ricchissimi mercati.

Ma a Pechino c’è un altro ragno al lavoro per tessere una rete simile: già oggi gli accordi tra la Cina e i Paesi africani e latinoamericani non si contano. Il grande obiettivo del gigante asiatico, che per ora ha un accesso limitato all’Europa, è assicurarsi un ottimo rapporto di forze con gli altri Paesi del suo continente. La zona di libero commercio CAFTA (cioè Cina-ASEAN Free Trade Agreement) è dunque prioritaria per la Cina, per la quale costitiuisce l’unico modo di neutralizzare la crescente influenza degli Stati Uniti nel suo cortile di casa: attualmente coinvolge 11 Stati per un bacino economico di oltre 400 miliardi di dollari (cresciuto di quattro volte rispetto a 10 anni fa, quando il CAFTA è nato).

L’economia a ragnatela, in mancanza di un accordo-quadro globale che forse non conveniva a nessuno, è la continuazione con altri mezzi della guerra tra le potenze di oggi e quelle del futuro. Sullo scenario mondiale del XXI secolo, infatti, i missili contano tanto quanto le facilitazioni per l’export delle proprie merci. Mentre a Pechino e a Washington i ragni continuano a tessere, a Bruxelles si rischia invece di rimanere intrappolati in una di queste ragnatele senza neanche avere capito come e perché ciò sia accaduto.

 

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

 

A spider weaves its web on a tree during the early morning in Odisha

Poche volte nella storia è capitato che si levasse un’ondata di curiosità e di preoccupazione attorno a un accordo commerciale come sta succedendo oggi con il TTIP (Transatlantic Trade and Investment Partnership), che dovrebbe sancire la fine delle barriere commerciali tra Stati Uniti ed Europa. Solo in un’altra occasione ci fu tanto interesse per un trattato commerciale, fino alla sua bocciatura. Capitò con l’ALCA (Area di Libero Commercio delle Americhe) proposta da George Bush ai Paesi del Sudamerica e che venne respinto da tre presidenti, Chávez, Lula e Kirchner, in un epico Vertice delle Americhe a Mar del Plata nel 2005.

Il TTIP è invece una creatura tenuta accuratamente lontana dalle piazze, e addirittura dai governi nazionali. Lo scorso 30 aprile Federica Guidi, ministro allo Sviluppo economico, ha riconosciuto nel corso di un question time alla Camera che «la documentazione negoziale del TTIP è riservata e che al momento neppure gli Stati membri hanno accesso a tutta la documentazione». Perché i governi possano almeno vedere di che cosa si tratti, si ipotizza di allestire una “reading room” a Bruxelles, che consenta la sola lettura di tali testi, presso l’ambasciata statunitense. In quelle stanze, insomma, dalle quali i servizi di intelligence degli USA spiano e ascoltano le telefonate di tutti i cittadini europei, inclusi i governanti.

Ma che cosa nasconde in realtà un simile zelo? Punta a coprire una trattativa tra le più delicate nella storia dell’Europa. Una logica commerciale che oggi gli Stati Uniti provano a riproporre negli accordi bilaterali, dopo l’impantanamento della trattativa presso il WTO per spalancare il mondo a merci e investimenti. Accordi come quelli già in vigore con il NAFTA tra USA, Messico e Canada, o quello oggetto di trattativa con l’area del Pacifico. È la stessa logica respinta dal Sudamerica che disse no all’ALCA, e che possiamo riassumere così: l’abolizione delle cosiddette “barriere non tariffarie”, cioè non dei dazi ma di tutti quei regolamenti che ostacolano la circolazione di merci e servizi tra un’area e l’altra. Una questione delicatissima, con ricadute sulla stessa democrazia.

Il TTIP, infatti, ancora una volta mette in discussione il primato della politica (e quindi della democrazia) sui poteri forti dell’economia. L’accordo porterebbe a una revisione degli standard di sicurezza e di qualità della vita di tutti i cittadini: l’alimentazione, i servizi sanitari, i servizi sociali, le tutele e la sicurezza sul lavoro. Questo perché l’omologazione delle normative tra USA ed Europa porterà inevitabilmente a un ribasso delle garanzie esistenti nel nostro continente, attualmente molto più elevate rispetto a quelle del mercato deregolamentato a stelle e strisce. Per fare un esempio: in base al referendum del 2012, in Italia l’acqua è un bene pubblico; ma le aziende statunitensi potrebbero contestare questo principio, sancito dalla volontà popolare, in base alla legislazione USA per la quale l’acqua è una merce come un’altra.

Il nocciolo dell’accordo, che si vorrebbe chiudere entro il 2014, è la tutela dell’investitore e della proprietà privata. E qui si scopre un’altra chicca: le controversie sull’applicazione dell’accordo non riguarderebbero più i tribunali europei ma l’ISDS (Investor-State Dispute Settlement), un meccanismo di risoluzione dei contenziosi tra investitori e Stati) sul modello di quello già esistente del WTO, con probabile sede a Washington presso la Banca Mondiale. Un tribunale privato che permetterebbe alle imprese di far condannare quei Paesi che approvassero leggi “dannose” per i propri investimenti presenti e futuri. Come la Germania, per esempio, che ha deciso di chiudere con il nucleare ed è stata denunciata per diversi miliardi. Oppure, in futuro, i Paesi che rifiuteranno di ammettere sul loro territorio i prodotti agricoli OGM, o che abbiano deciso affidare allo Stato la gestione delle risorse idriche.

L’interesse pubblico e i risultati delle consultazioni democratiche rischierebbero così di essere messi in secondo piano rispetto alle esigenze di aziende e mercati. Oltre al colpo inferto alla democrazia, svanirebbero le faticose e costose costruzioni delle DOP e IGP, i marchi europei che garantiscono qualità e territorialità (anche) al made in Italy. Prodotti frutto di investimento e saperi centenari verrebbero equiparati al Parmesan dell’Iowa o all’aceto balsamico di San Francisco, senza potersi difendere da una simile concorrenza.

Danno economico, invasione di prodotti contraffatti o perfino adulterati rispetto alle nostre normative, sicuro approdo degli OGM nei nostri campi e sulle nostre tavole, indebolimento della democrazia. Tutto ciò è concentrato nel misterioso accordo TTIP: questa volta il sacrificio non ce lo chiede l’Europa ma direttamente lo Zio Sam. Il Parlamento Europeo che si è appena insediato dovrà decidere per il sì o per il no. Da una parte le grandy lobby europee e statunitensi, dall’altra i diritti dei cittadini e la sovranità dell’Europa. Eppure la scelta che verrà fatta non è per nulla scontata.

 

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

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