La tornata referendaria insegna un sacco di cose che parevano, almeno in Italia, soltanto teoria. Ha ragione Di Pietro quando dice che non c’è un collegamento diretto tra voto e partiti. E questo perché, per la prima volta in decenni, è evidente come alcuni temi sono veramente trasversali alle scelte partitiche dei cittadini. L’ultimo esempio di questo tipo?: il precedente referendum sul nucleare e quelli su divorzio e aborto. Perché non c’è un particolare collegamento con i partiti’? Per il semplice fatto che, oltre a piccole forze come SEL e IDV, i “grandi partiti” del centrosinistra e del centrodestra su questi temi avevano posizioni contrarie al sentire popolare oppure contraddittorie. Ci ricordiamo chi aveva raccolto le firme? Ecco, non sono gli stessi che hanno festeggiato, erano molti di meno. Questa vittoria referendaria è invece il trionfo dei movimenti ambientalisti, di impegno sociale, degli eredi di Genova e dei Forum Sociali, dei GAS, dei boy scouts, di P. Zanotelli e del forum per l’Acqua.. Energia e acqua, due principi della vita. L’anima del “creato “per i credenti, l’essenza della vita per tutti. E quando la posta in gioco è di questo calibro, non ci sono distingui politici né partiti che tengano. Altro dato inequivocabile dell’essenzialità dei temi in discussione è stato il risultato dei “no” espressi, il più basso della storia tra i referendum che hanno raggiunto il quorum. Cosa sarebbe successo se gli elettori all’estero fossero stati informati e non ignorati? Se la televisione di Stato avesse assolto il suo ruolo di servizio pubblico? Se non si fossero utilizzati tutti i trucchi e i trucchetti perché non si sapesse cosa si votava, come e quando? In un paese normale, sicuramente la percentuale dei votanti e dei sì sarebbe stata ancora più massiccia e trasversale. Non ho toccato il tema del giusto impedimento perché, contrariamente a quanto detto da Travaglio nella diretta della 7, penso che sia stato ininfluente per il raggiungimento del quorum. Su quel voto, se fosse stato presentato da solo, gli elettori di centrodestra avrebbero fatto quadrato come in passato, cosa che invece non è funzionato perché il quesito era trainato dagli altri due. Allora, se acqua e energia sono temi così vitali da sparigliare gli schieramenti, e in ambedue i casi la proposta era quella dei movimenti e, allargando il campo visivo con molta cautela del centrosinistra, perché non si parte proprio da qui per definire una piattaforma di riforme e di riconversione della società che diventi infine piattaforma per le prossime Politiche? La grande riscossa dei partiti popolari in America Latina partì proprio da questi punti. In Bolivia, oggi governata da un sindacalista indio, la popolazione di Cochabamba si ribellò alla privatizzazione dell’acqua nel 2000 e questo fu l’inizio della critica al neoliberismo, alla precarietà del lavoro e alla svendita del patrimonio pubblico che erano stati assunti come dogma. Noi ci arriviamo nel 2011, ma la cosa importante è che si riesca a cogliere questa forza inedita irradiata dai referendum per farla diventare buona politica, rivisitazione delle peggiori pagine della politica di centrosinistra e di centrodestra degli ultimi anni. Quando prima o poi avverrà la fine del berlusconismo, sapremo raccogliere questo segnale e avremo concordato come vorremo fare perché l’acqua rimanga pubblica, ma gli acquedotti funzionino bene e non siano fonte di corruzione? Riusciremo a spiegare che non vogliamo il nucleare perché abbiamo un piano credibile per le rinnovabili? Ci metteremo d’accordo perchè il lavoro precario torni ad essere una scelta a favore di chi ha bisogno di tempo per altre cose e non più una condanna a vita. Troveremo la quadra tra gli impegni con l’Europa e il rilancio dell’economia, risparmiando sul costo dello Stato perché faremo delle scelte anche in materie tabù come la Difesa? Devono essere questi i punti dai quali partire invece di passare le giornate a fare le somme aritmetiche tra le forze del centrosinistra e del Centro illudendosi che basti. C’è sete di politica vera, di sciogliere i nodi che oggi fanno vedere il futuro sulla gamma del grigio. Chi saprà dare risposte concrete a questo bisogno sarà già a metà strada.

A quando la più importante riforma da fare se si vuole utilizzare i referendum come strumento di democrazia diretta? :

– Abolire il quorum, alzando la soglia di raccolta di firme a 1-1,5 milione per presentarli e poi chi vota vota. Sarebbe l’unico modo di togliere alla “politica” lo strumento dell’astensionismo, che ricordiamo,  è stato usato a referendum alterni sia dalla destra sia dalla sinistra.

– Altra riforma da fare: istituire il referendum propositivo. Cambiare il risultato del referendum abrogativo è facilissimo come abbiamo già visto (i Ministeri dell’Agricoltura e del Turismo, che godono di ottima salute, erano stati “aboliti” da un referendum). Diverso è traviare il significato di un referendum propositivo.

Altro tema, speriamo che il voto degli italiani all’estero non concorra a formare il quorum, anche se sul tema ci sono diverse interpretazioni. Non è possibile che su temi, non di indirizzo generale, come le Politiche, ma di interesse specifico, come l’acqua o l’energia, possano decidere le sorti di un referendum cittadini italiani residenti all’estero e non contribuenti.

Da dove si comincia?

Siamo maturi?

Pubblicato: 8 giugno 2011 in Italia
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Niki Vendola, intervistato oggi dal Corriere della Sera, lancia l’idea del soggetto unico della sinistra, insieme al PD, per poi allargare le alleanze al Centro. Un discorso simile a quelli fondazionali del PD, che tra gli obiettivi si poneva proprio quello di rappresentare il centrosinistra diffuso per poi negoziare con centro e “radicali” . Un disegno che è ancora tutto da dimostrarsi e che rispecchia la visione di Veltroni, post ideologica e post partitica, liquida e mediatica, basata sui testimonial e  “facce nuove”.  Un’insieme di stimoli e di icone che sa più di sommatoria che di sintesi, un po come Jovanotti nel noto rap nel quale si dichiara seguace di Che Guevara e di Madre Teresa  di Calcutta!

Ed è questo il punto per quanto riguarda il PD, cos’è questo partito, dove si colloca internazionalmente, a quali ceti si sente più vicino, quali sono i principi negoziabili e quelli che non lo sono, qual’è la sua posizione sul grande tema della laicità dello Stato e dei diritti civili, cosa pensa in economia e in ambiente, come intende riformare il welfare? Tutte domande alle quali non si da una risposta perchè rispondere vorrebbe dire espellere pezzi di partito che si identificano soltanto nell’operazione unificante, ma non totalmente nei contenuti mai chiariti fino in fondo. E’ grande la difficoltà a relazionarsi  con un soggetto che, non avendo chiara la propria identità, immagina alleanze e geometrie variabili diverse senza soluzione di continuità. Un partito che un giorno parla di alleanze al centro, l’altro di alleanze con SEL e IDV, per tornare il giorno dopo a chiedere “prove di serietà” a Vendola. Un partito che non parte da un punto fermo, cioè l’alleanza con le altre forze riformatrici della sinistra (SEL e IDV), prima di discutere eventuali alleanze al centro.

Il futuro del PD non è però un argomento che non deva preoccupare chi non fa parte della sua platea di elettori, è il grande tema per il futuro della sinistra italiana. Senza un PD forte non esistono possibilità, almeno oggi, di strappare il governo del paese alle destre. Questa costatazione non deve però stimolarci a buttarci nella loro mischia interna essendo anche SEL un movimento-partito nuovo che ha bisogno di energie e di dibattito. Il travaglio del PD potrebbe avere anche sviluppi che nessuno osa commentare in pubblico,  come ad esempio un ritorno alle due forze costitutive originali che stabiliscono un patto elettorale allo stile dell’Ulivo. Soltanto in uno scenario di questo tipo avrebbe senso discutere di un soggetto unificato della sinistra, con un forte ancoraggio nella tradizione socialista e socialdemocratica europea, ma anche in quella ambientalista e libertaria. In un contesto politico del genere si potrebbe definire una piattaforma condivisa per quanto riguarda diritti civili, ambiente, welfare, lavoro. Ma siccome di questo scenario nessuno parla e per ora è semplicemente fantapolitica, tornando a quello odierno, penso sia bene rinforzare, definire e fare conoscere cosa pensa SEL e cosa propone di concreto lasciando perdere operazioni di captazione “dall’alto” che sono sempre per definizione perdenti. La “captazione” degli elettori che oggi votano altri partiti del centrosinistra si ottiene soltanto con i contenuti proposti e con la qualità delle persone che si sceglie per realizzarli. L’esperienza delle primarie e dei sindaci eletti all’ultima tornata penso siano la dimostrazione che quanto più distanti si è dai giochi di palazzo migliori sono i risultati. Alle prossime Politiche SEL eleggerà un numero di parlamentari non indifferente. Pensiamo piuttosto oggi come sceglieremo queste persone, visto che si voterà sicuramente con l’attuale sistema. Quali segnali vogliamo dare, quali temi prioritari difendere in Parlamento. Pensiamo a primarie per i candidati. Oggi una fetta importante dell’elettorato reale e potenziale del centrosinistra è interessato a idee nuove e a come realizzarli. Fa bene Vendola a dire che il “il vecchio welfare non regge”. Avanziamo le nostre proposte per fare capire che è cosa buona tenere in vita un sistema di welfare e come lo si può riformare non per motivi ideologici, ma semplicemente perché le premesse demografiche e sociali sulle quali è stato impostato quello in vigore sono radicalmente cambiate nell’ultimo secolo. Quindi come va riformato: proposte, dati, sostenibilità nel tempo. Come fare e come faremo.  Lasciamo il gioco mediatico delle alleanze costruite nei salotti televisivi ai professionisti del bla bla, concentriamoci sul lavoro che ci attende.  

Negli anni Ottanta era la bestia nera dei movimenti che in tutto il mondo si battevano per una soluzione al problema del debito estero dei Paesi in via di sviluppo e veniva dipinto come un direttorio, nato all’indomani degli accordi di Bretton Woods del 1944, a tutela del ruolo del dollaro USA quale moneta di riferimento per gli scambi mondiali: stiamo ovviamente parlando del Fondo Monetario Internazionale, che da statuto doveva occuparsi di garantire la stabilità monetaria mondiale e favorire gli scambi commerciali. In realtà esso era diventato il guardiano degli interessi degli Stati più industrializzati, imponendo ricette recessive ai Paesi indebitati e classificando i governi in buoni e cattivi, sempre a senso unico. Questo perché il suo meccanismo di governo, che non prevede la formula “una testa-un voto”, assegna la maggioranza a un gruppo di Stati europei, al Giappone e agli USA, in base al capitale versato. Da organismo di regolamentazione delle valute a club dei creditori e superministero dell’economia mondiale il passaggio è stato breve. I Paesi indebitati, a esclusione di quelli che detenevano la maggioranza dei voti del FMI come gli Stati Uniti stessi, si sono visti imporre le famigerate “ricette” del FMI, cioè piani di aggiustamento strutturale perfettamente allineati con i dettami della dottrina neoliberalista in economia, che hanno portato al ridimensionamento della spesa sociale e previdenziale e alle privatizzazioni dei beni pubblici. Ne sono state vittime in questi decenni realtà come Indonesia, Ecuador, Messico, Egitto, Thailandia e decine di altri Paesi che hanno dovuto cedere la propria autonomia in materia economica ai tecnocrati designati dal FMI. C’è una data simbolica a partire dalla quale le cose hanno iniziato a cambiare, seppur lentamente: dicembre 2001, quando l’Argentina dichiarò il default malgrado le attenzioni decennali che le erano state riservate da parte del Fondo Monetario. In quei mesi si cominciò a parlare di “uscita dal FMI” come unica possibilità per cambiare le cose. Negli anni successivi si è fatta avanti anche un’altra linea, sostenuta dal Mercosur: provare a estinguere i debiti verso il FMI e puntare a contare di più all’interno della sua assemblea, aumentando il capitale versato. Questa politica ha portato all’annuncio in seno al G20 di un’imminente riforma dell’istituzione monetaria. Una riforma che sottrarrà due posti all’Europa per assegnarli ai Paesi del BRICS (Brasile, Russia, Cina, India e Sud Africa) e al riequilibrio dei meccanismi di voto in base a una ricapitalizzazione (la quale porterà, per esempio, India e Cina ad accrescere del 6% le proprie quote). Questo cedimento dei “Grandi” non è dovuto a un tardivo rigurgito democratico, ma alla consapevolezza che o si allarga il tavolo delle decisioni oppure non esistono possibilità di trovare una soluzione ai problemi globali. Un equilibrio nuovo, che ora tutti cominciano a voler raggiungere e che potrebbe far voltare definitivamente pagina rispetto all’eredità del colonialismo e delle navi cannoniere. L’elezione del nuovo Direttore Generale ci darà un’indicazione di quanto vogliano resistere ancora le vecchie potenze prima di prendere atto dei mutati equilibri mondiali

Alfredo Somoza

Sono piccole cose

Pubblicato: 4 giugno 2011 in Mondo
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“Son cosas chiquitas. No acaban con la pobreza, no nos sacan del subdesarrollo, no socializan los medios de producción y de cambio, no expropian las cuevas de Alì Babà. Pero quizás desencadenen la alegría de hacer, y la traduzcan en actos. Y al fin y al cabo, actuar sobre la realidad y cambiarla, aunque sea un poquito, es la única manera de probar que la realidad es transformable”.

“Sono piccole cose. Non eliminano la povertà, non ci fanno uscire dal sottosviluppo, non socializzano i mezzi di produzione, non espropriano la grotta di Alì Babà. Ma forse scatenano la gioia del fare, e la traducano in atti. In fin dei conti, agire sulla realtà e cambiarla, anche se di poco, è l’unico modo di provare che la realtà è modificabile.”

Eduardo Galeano (scrittore uruguayano, maestro di utopie)

Si sta per concludere tra qualche ora la tornata elettorale amministrativa. Elezioni nelle quali doveva prevalere l’aspetto locale del voto, ma che sono state caricate, come purtroppo di consuetudine, di significati estranei alla contesa. E’ vero che le amministrative sono sempre un termometro della tenuta delle forze politiche che governano il paese, ma la continua esasperazione e soprattutto il fare entrare nella campagna elementi tipici delle elezioni politiche condanna i cittadini a dovere votare più per una questione di fiducia, o di ideologia, che in base ai programmi. Forse con queste elezioni, almeno in alcune città, questa tendenza si è invertita. Anzitutto bisogna dare atto che laddove sono state celebrate primarie per la scelta del candidato sindaco (nel centrosinistra ovviamente, nel centrodestra non si elegge nessuno) ci sono state campagne che hanno motivato di più l’elettorato del centrosinistra e che sono stati lanciati sull’arena politica nuove facce, come a Cagliari o a Iglesias, oppure outsider come Pisapia o Merola oppure confermati leader di caratura nazionale come Fassino. Tutti candidati legittimati dalle primarie. Si vinca o si perda, di questi candidati non si potrà mai dire, come invece ha detto Berlusconi dei suoi, che ” le elezioni non sono andate bene per via della qualità dei candidati”. I nostri, belli o brutti, c’è li siamo scelti e quindi o si vince o si perde insieme.  A Napoli invece, dove le primarie sono finite in un pasticcio, il centrosinistra arranca e Luigi De Magistris forse avrà qualche possibilità di farcela. A Napoli dove Vendola ha fatto autocritica, così come Ranieri del PD, perché dalle primarie pasticciate si è usciti con un candidato imposto dai vertici che non è arrivato al secondo turno. Qualcosa di simile sarebbe probabilmente successo a Milano se non fossero state “imposte” dai sostenitori di Pisapia le primarie . Sono prove generali di nuove geometrie di coalizione in vista delle prossime (tra 6 mesi, 1 o 2 anni) elezioni politiche. Quando si arriverà al dunque si sentiranno, come già si sentono, le voci che consigliano la svolta moderata (considerando il moderatismo un valore in se a prescindere) di alleanze con il Centro che escluda ovviamente le primarie. Dall’altra parte, la voglia di creare un asse riformista (il riformismo è già un programma di governo) incentrato sul PD, IDV e SEL attorno al quale aggregare altre forze. Vergognandovi un po tutti dalla brutta figura che ha fato Berlusconi con Obama, non riusciamo però a vedere le nostre di contraddizioni e di “vergogne”. In Europa i due campi, quello progressista e quello conservatore, sono ben distinti e spesso vede come antagonisti forze che fanno riferimento al PSE o al PPE. In Italia la mancanza di coraggio del centrosinistra nello scegliere il campo entro il quale sviluppare la propria azione politica è notevole. Un campo riformista, cioè che si ponga come obiettivo riformare in senso progressista la società e l’economia, non può scindere i diritti civili da quelli sociali ed economici. Fanno parte di uno stesso pacchetto. Noi vorremo invece condividere i diritti sociali, ma non discutere di quelli civili per “non ferire sensibilità”. E’ questo non esiste in nessun altro paese europeo, nei quali le diverse  “sensibilità” esprimono blocchi politici raramente alleati. Il PSOE spagnolo, che ha rovinosamente perso le elezioni amministrative con i popolari, non si sogna nemmeno di allearsi con altre “anime”, semplicemente si metterà al lavoro per elaborare una nuova proposta politica e aprire a una nuova classe dirigente finché ritornerà ad essere maggioranza. Sappiamo che in Italia le cose non sono mai lineari e che a Roma non ha sede soltanto il Governo Italiano, ma il maggioritarismo a qualsiasi costo, rischiando di generare governi paralizzati dai veti incrociati come successo con l’ultimo Governo Prodi devono ormai fare parte soltanto dei libri di storia.

In conclusione, con queste amministrative si conferma il metodo delle primarie, da estendere alle politiche finché non sarà modificata la legge elettorale e si tornerà al voto di preferenza. E’ un grande passo in avanti e deve essere difeso come una conquista dalla quale non tornare indietro. Diamo atto anche del giusto atteggiamento dei candidati sindaci e dei leader nazionali del Centrosinistra tutto che non hanno accettato le provocazioni e continuato a parlare sempre dei problemi delle città nelle quali si votava. Primarie, rispetto dell’elettore e partecipazione sono tre elementi da non trascurare quando saremo chiamati alla lotta per porre fine definitivamente agli anni del berlusconimso.

Alfredo Somoza

La Campagna volge al termine, ora parleranno le urne. Il mio saluto e ringraziamento a tutte le persone che hanno lavorato perché SEL sia conosciuta e riconosciuta dagli elettori di Vimercate.

Alfredo Somoza, capolista SEl, Comune di Vimercate

Giornalisticamente parlando, la campagna per le amministrative che si conclude questa settimana a Vimercate è stata caratterizzata da un dato politico macroscopico: 3 dei 5 candidati presenti  parlavano senza la minima cognizione di causa e un altro ancora enunciava principi sacrosanti che in buona parte sono già realtà, oppure si trovano nel programma della coalizione di centrosinistra che sostiene Paolo Brambilla per un secondo mandato. Per la destra-destra, Vimercate è una ” città in preda all’insicurezza”, da scongiurare riempiendola di telecamere e di nuovi vigili urbani mentre, per risolvere i problemi dei commercianti, la ricetta sarebbe quella di “eliminare il gratta e sosta che è così complesso che allontana i potenziali clienti dal centro” (!). Per la candidata centrista, la cosa più importante è “la centralità della persona”. Brava! Complimenti per la sintesi. Per il centro destra-leghista, bisogna  “allontanare i questuanti dai semafori” , azione probabilmente copiata dal programma per Milano perché a Vimercate i semafori sono belli sgombri. Ovviamente, anche “no alla cementificazione”, che detto dal partito dei costruttori è tutto un programma, basti vedere la fine che hanno fatto i comuni da loro amministrati in Brianza o la solita Milano, governata dalla Giunta Moratti-Ligresti. Perla assoluta della campagna del centro-destra vimercatese è l’idea di fare diventare la nostra città “capitale della libertà religiosa”, intendendo con questo non la tutela dei diritti dei residenti non cattolici che non hanno un luogo di culto, come ad esempio i musulmani, ma dei “cristiani in Pakistan” (!). La Lega si è contraddistinta per la controinformazione demenziale, rappresentando Vimercate come una specie di periferia parigina ancora più degradata con sorci giganteschi che si arrampicano sui muri per andare a invadere le case dei cittadini terrorizzati e, ancora peggio, con l’impegno “a che non venga trasformato in Hotel per clandestini l’area ex-ospedale”. Se questo fatto clamoroso, che nessuno ha mai nemmeno immaginato avvenisse, gli unici che potrebbero ordinarlo sono il Ministro degli Interni, cioè il loro caro Bobo Maroni, e il Celeste Roberto Formigoni.  Se non fosse una campagna vera, si potrebbe sospettare lo zampino di qualche autore di testi comici che ha voluto divertirsi. In realtà un comico è venuto in piazza Marconi “a suonarla ai politici”. Il noto Beppe Grillo ha sparato contro “la città fatta da svincoli autostradali” e caricato i suoi militanti con l’affermazione “che sicuramente il centro sinistra ha copiato il nostro programma elettorale”.  Il candidato Sindaco della Lista 5 Stelle, dibattito dopo dibattito, ha invece arrivato a riconoscere che non soltanto “Vimercate è bella”, ma addirittura che è “stata ben governata”. Siccome nel loro programma si parla di sostenibilità, di tutela del verde, di partecipazione, tutti punti ben presenti nel programma del Centro Sinistra non si capisce il perché della corsa solitaria, oppure la si capisce soltanto per “ordini di scuderia” che ben poco hanno a che fare con Vimercate.  Rimane il centrosinistra, che non soltanto ha governato senza crisi per 5 anni, ma che si presenta compatto a questo appuntamento. In campagna, Paolo Brambilla ha più volte illustrato quanto si è fatto e quanto si vuol continuare a fare. Senza sparate, demagogia, promesse mirabolanti, qualunquismo. Si è parlato con la Vimercate dei cittadini in ogni piazza, circolo e frazione. Si è concordato un programma di coalizione  punto per punto e virgola per virgola senza usare nemmeno una volta il “copia-incolla” così caro agli altri candidati. Le forze del Centrosinistra sono indubbiamente per storia e radicamento le vere forze popolari di questo territorio perché sono attente a ogni aspetto della vita produttiva, delle questioni sociali, delle problematiche degli anziani, dei giovani, della cultura. Più di così sicuramente si può fare, soprattutto bisogna svernare vecchie convinzioni che rischiano di far diventare forze nate per far progredire la società in semplici amministratori e ripensare una e mille volte, insieme ai cittadini, le scelte in materia di gestione del territorio. La sinistra deve però fare anche sognare, identificare nuovi traguardi, nuove utopie. Noi di SEL crediamo che la riconversione a criteri di sostenibilità del nostro modello di consumo, la questione dei diritti civili e sociali uguali e garantiti per tutti, l’inventarsi nuovi lavori cogliendo le opportunità di un’economia sempre più globale, il cercare di dare nuovi contenuti alla democrazia attraverso la cittadinanza attiva e partecipata siano oggi un’utopia per la quale vale la pena di spendersi, utopia che serve proprio a indicarci l’orizzonte verso il quale camminare.

Co-housing, un concetto in inglese che possiamo tradurre come “co-residenza”, “comunità di vicinato”. Sono idee antiche che tornano prepotentemente a richiamare la radice del con-vivere, del vivere insieme agli altri,  alla base dei raggruppamenti umani fin dai tempi del neolitico. Lo spirito di condivisione, certamente anche dettato dal bisogno, che c’era nelle vecchie cascine o nelle case di ringhiera è andato perso nella stratificazione moderna del vivere che razionalizza gli spazi e ignora la socialità. Oggi si può scegliere invece di costruire una comunità di vicinato scegliendo di farlo insieme ad altre persone con le quali si condividono principi ideali e stili di vita. Il co-housing, già presente a Vimercate, è anzitutto partecipazione, per decidere insieme il progetto di casa, i servizi comuni, l’impegno verso gli altri. Un modello che oggi coinvolge soprattutto i giovani, ma che può essere anche ideale per persone anziane autosufficienti rimaste sole. Il co-hauser sta attento al consumo energetico, agli impatti ambientali, immagina spazi comuni di socialità comunitaria e può anche prevedere, come a Vimercate, spazi per persone in difficoltà. Uno stile di vita sostenibile e solidale che ormai non si ferma soltanto alla scelta del cibo, ma che comincia a permeare l’intera esistenza delle famiglie. Per questo SEL a Vimercate sosterrà la tradizionale politica pubblica della casa a favore dei soggetti deboli, ma vuole anche incentivare e sostenere i cittadini che fanno scelte come quella di costruire in co-housing per una diffusione di principi ambientali e sociali che, se si moltiplicano, possono venire incontro ai nuovi bisogni della società non soltanto di tipo economico, ma anche di socializzazione e inclusione.