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Nei suoi scarsi 12 anni di vita, Il G20 è ormai diventato il vertice mondiale che rappresenta i nuovi equilibri del potere economico mondiale.  Un gruppo di 19 nazioni più l’Unione Europea che ospitano due terzi dell’umanità e l’80% del PIL mondiale, nato per coordinare le politiche macroeconomiche e che ha mandato in soffitta il vecchio club euro-americano del G8. Tra l’altro, se il G8 dovesse tornare in vita, ci sarebbero delle sorprese, con l’esclusione di Italia e Canadasuperati da Cina e Brasile. In questo nuovo scenario, l’ONU si dimostra sempre di più un contenitori svuotato, o mai riempito, di ogni potere decisionale da utilizzare per le cause perdute e per dare diritto di tribuna ai piccoli paesi. Ma tanto vale, anche se il G20, come ancor di più prima il G8, provoca una forzatura delle regole democratiche che vorrebbero che ogni stato abbia voce nel concerto internazionale, i suoi membri rappresentano una platea vastissima e sono infatti i protagonisti dell’economia mondiale. Finita la pessima presidenza francese del gruppo, il ruolo di coordinamento passa al Messico, ed è la prima volta che una responsabilità di questo genere passa a un paese dell’ex Terzo Mondo. Il Messico però non è in grado di incidere sui grandi cambiamenti in corso. E’ un paese che ha deciso negli anni ’90 di consegnare la sua sovranità economica e politica agli Stati Uniti e che vive da 10 anni in uno stato di guerra civile strisciante aggredito dai potenti cartelli della droga. Chi comanderà quindi il G20 nei prossimi messi e quali interessi rappresenterà? Con grandissima probabilità vedremo un G20 sempre più influenzato dall’asse USA-Cina e con il Brasile in posizione preminente.  L’Europa è prevedibile che sarà sempre di più, almeno nell’immediato, ripiegata sui propri problemi  economici e finanziari diventati ormai un macigno che rischia di affondare l’euroe di conseguenza lo stesso disegno europeista. Il G20 sotto la guida messicana diventerà sempre più “liberista” in diverse materie, ma tutelando, almeno per ora, gli interessi commerciali e le barriere protezionistiche statunitensi. Fino a pochi anni fa le liberalizzazioni erano il cavallo di battaglia dell’Europa e degli USA, che volevano tutelare le loro politiche protezionistiche, ma spingevano il resto del mondo a spalancare i propri mercati. Ora il gioco si è rovesciato e sono Cina, India, Brasile a spingere perché le loro merci possano entrare liberamente sui ricchi mercati del nord. Dal punto di vista politico, i pesi interni saranno determinati dal ruolo che potrà giocare l’Europa nel suo insieme. Senza un’Europa unita, i paesi del vecchio continente rischiano di diventare ininfluenti, mentre per gli Stati Uniti si porrà molto presto il dilemma di allentare gli storici legami con la Vecchia Europa per stringere accordi con la Cina, il suo principale creditore. Il peso specifico economico e demografico della Cina, e prestissimo anche dell’India, sarà determinante negli equilibri futuri e, come afferma il Prof Chanda della Yale University, la globalizzazione che ci aspetta sarà molto diversa di quella che abbiamo finora conosciuto. A partire dal nome, non più globalizzazione ma bensì “asiatizzazione”. Alfredo Somoza per Esteri – Popolare Network

Sarà per la crisi, sarà che la crisi colpisce per la prima volta l’Europa, ma quanto sta succedendo a Cannes rimarrà nella storia delle relazioni internazionali. Per la prima volta è chiaro e lampante che il G8 è morto e che il G20 è diventato il nuovo governo del mondo, almeno nelle intenzioni dei partecipanti. Il vecchio G8 aveva un copione fisso: si discuteva delle tensioni monetarie tra i Grandi, si sancivano le politiche che l’FMI avrebbe applicato ai paesi del terzo mondo e poi, all’ora di cena, si faceva sfilare qualche presidente latinoamericano o africano tanto per dare un po’ di colore al cocktail. Un direttorio a tutti gli effetti, un club ristretto dei paesi che detenevano contemporaneamente il potere militare, quello economico e quello finanziario.

Il G20 è quindi un primo e importante superamento di questa logica post coloniale. In esso sono rappresentate tutte le potenze emergenti e alcune che in futuro lo saranno. Sono rappresentati i vari continenti e non c’è da pagare il prezzo dell’adesione al pensiero unico in materia economica per avere il biglietto d’ingresso. Il G20 è soprattutto un gruppo di paesi che rappresenta ben oltre metà dell’umanità e quindi infinitamente più democratico del G8, un forum plurale nel quale non esiste l’unanimismo neoliberale.

A Cannes si sta consumando da una parte una sorta di riparazione storica e dall’altra, per la prima volta in un vertice di questo tipo, risuonano idee progressiste non lontane dalle parole d’ordine dei movimenti. Riparazione storica perché, ora che tocca all’Europa, tornano in campo ipotesi di riforma delle politiche del FMI, di solito recessive e punitive, e dei pesi politici all’interno dell’organismo multilaterale. E’ anche un momento di protagonismo per i latinoamericani, forti dell’esperienza di passati default e crisi economiche. Dilma Roussef, presidente del Brasile, ha affermato che se si pensa di uscire dalla crisi licenziando lavoratori e massacrando la spesa sociale non si è capito nulla. L’argentina Cristina Kirchner, che per prima cosa ha voluto incontrare i sindacati europei, fa oggi appello a “un capitalismo serio” per cambiare questo “anarcocapitalismo finanziario dove nessuno controlla nulla”, mentre il presidente messicano sostiene l’idea di introdurre la tobin tax, ma solo se insieme alla chiusura dei paradisi fiscali che per la maggior parte battono bandiera britannica.

Basta guardare in video il volto di Sarkozy ieri sera mentre aspettava infastidito il premier cinese in ritardo, forse voluto, per capire che il club non è quello di prima. Chi era ricco ora chiede aiuto e chi era povero non solo lo offre, ma ha anche delle ricette da proporre e dei consigli da dare. Una volta si sarebbe detto “il mondo alla rovescia”, ma invece dovremo abituarci in Europa al fatto che questo è già ormai il mondo in cui viviamo.

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

 

 

Ora che l’iniziativa bellica neo-coloniale di Francia e Gran Bretagna sta raggiungendo il suo scopo immediato, e cioè eliminare il clan tripolitano di Gheddaffi per mandare al potere i cirenaici di Bengassi oltre a  1) assicurarsi che la Libia non si intrometta più negli affari delle ex-colonie francesi e dell’Africa in generale, 2) approfittare della debolezza del governo Berlusconi per scippare un po più di petrolio e dare qualche appalto alle proprie multinazionali.

In queste ore gira in rete il dibattito su cosa avrebbero potuto fare i movimenti pacifisti davanti all’ennesimo conflitto giustificato da “motivi umanitari”.  Non riesco più a immaginare il mondo “pacifista” come
un’entità consolidata in grado di fermare da sola una guerra, soprattutto quando è così chiaro, come nel caso libico, il perché la si fa. Come nel caso della crisi economica, anche nella politica estera “manca la politica”.    E manca il coraggio. La tendenza a sdraiarsi sulle “bizzarrie” dei regimi pur di perpetuare succosi affari lascia il tempo che trova.  La Cina in queste ore sta discutendo una legge che permetterà allo Stato fare “scomparire” i dissidenti per un periodo di tempo senza dovere informare nessuno. Una specie di Guantanamo gigantesco. Abbiamo sentito proteste dai difensori “della libertà”? Il mondo “civile”, fortemente indebitato con la Cina, sta zitto  e si augura che Pechino compri bond. Al resto casomai, in futuro, ci penseremo con una guerra umanitaria.

Gli accordi economici che legano l’Italia con la Libia sono stati perfezionati lungo 10 anni e ricevettero una spinta decisiva durante la gestione degli esteri di D’Alema. Berlusconi ha semplicemente
firmato. Nessuna forza della sinistra si è mai opposta a questi accordi e oggi è nauseante leggere le inchieste di Repubblica sulle torture agli oppositori libici e altre nefandezze del regime di
Ghedaffi che, apparentemente, sono iniziate qualche mese fa, e comunque dopo la visita trionfale a Roma con tanto di predicazione islamica, amazzoni e tende beduine.
La politica estera dovrebbe riscoprire una sua dimensione etica e questo penso sia la grande sfida per le forze progressiste. Qual’è è il giusto punto che può tenere insieme gli interessi nazionali e l’idealità di un mondo più giusto, equo e democratico? Nell’esercizio e nello sviluppo di una politica estera seria e lungimirante risiede la principale prevenzione delle guerre.  Non abbiamo riflettuto seriamente ancora  sul susseguirsi di conflitti, e la loro
natura,  che hanno costellato il post Guerra Fredda, continuando ad affermare che basti la protesta di piazza per “fermare” un conflitto.
“Questo” conflitto libico andava fermato molto prima, perché prevedibile (a intervalli regolari la Cirenaica si ribellava a Ghedaffi e la cosa finiva con bagni di sangue) e l’Italia avrebbe potuto introdurre nel negoziato economico, utilizzando il suo peso politico nel paese nord africano, clausole sull’apertura politica, sulla democrazia a la libertà di espressione e perché no, di riforma dello Stato prevedendo un’aggregazione di tipo federale tra
Tripolitania e Cirenaica. L’Italia s guardò bene  dal farlo. E su questo, allora, nessuno disse nulla.

Alfredo Somoza

Da quando l’uomo ha iniziato la sua avventura intelligente sulla terra, una delle costanti del suo agire è stata la ricerca di spazio vitale per sopravvivere e prosperare. Non è esistito periodo storico a noi noto che non sia stato attraversato da grandi o piccoli spostamenti umani in fuga da condizioni, climatiche o politiche, avverse. Dalla conquista degli spazi vuoti dell’Africa, dell’Asia e poi via via fino alle Americhe, all’Oceania e ai Poli i movimenti di riassestamento e rimescolamento della popolazione mondiale non hanno conosciuto intervalli. Anche la tratta negriera dall’Africa verso le Americhe, che studi prudenti stimano in 15 milioni di persone, ha avuto a posteriori effetti simili a quelli dei flussi migratori sul futuro dei Paesi di destinazione, gravando anche i discendenti dei migranti dell’eredità negativa della schiavitù.

In tempi moderni, sono state le tecnologie militari e dei trasporti a segnare la più grande operazione di occupazione di terre della quale si abbia memoria: l’Europa, tra il 1815 e il 1914 espulse 60 milioni di cittadini poveri verso il Nord e il Sud America, l’Africa australe e l’Oceania, mentre altri 10 milioni di persone si spostavano dall’Europa mediterranea verso quella settentrionale. Intere regioni si svuotavano in Spagna, Italia, Portogallo, Irlanda, Gran Bretagna per dare vita a “neo europe” agli antipodi o per alimentare la rivoluzione industriale nei Paesi centrali. In quel periodo anche India e Cina contribuivano ai flussi mondiali fornendo manodopera a basso costo all’Impero Britannico o agli Stati Uniti. Flussi giganteschi di braccia che hanno ridisegnato intere regioni, alimentato l’economia globalizzata dell’Ottocento, ridando fiato ai Paesi d’origine grazie all’abbassamento della tensione demografica e al contributo delle rimesse allo sviluppo.

Le migrazioni hanno anche rivitalizzato la cultura mondiale rendendola universale. Nuove visioni, nuovi suoni e gusti che da espressione di piccole realtà territoriali divennero globali. La gastronomia italiana, senza l’emigrazione, sarebbe oggi tanto importante internazionalmente quanto quella svedese o polacca. La musica brasiliana, senza l’apporto africano, sarebbe ancora una variante di quella portoghese. Questo fenomeno inarrestabile è stato accompagnato da violenze, soprusi, drammi individuali e collettivi. I migranti, anche negli Stati che richiedevano la loro presenza, non hanno mai avuto vita facile. Gli italiani ne sanno qualcosa. Sono state però spesso le popolazioni dei Paesi “ospitanti” a vedere calpestati i propri diritti e a dover arretrare fino quasi a scomparire. I nativi dell’intero continente americano, i neri sudafricani e dello Zimbabwe, gli aborigeni australiani e i maori neozelandesi pagarono un prezzo altissimo per l’arrivo dei coloni europei: la perdita della propria terra e libertà.

Fin qui una storia che tutti conosciamo e che spesso dimentichiamo. Le migrazioni oggi, da almeno 40 anni, continuano, come sempre, ma hanno invertito strada e natura. Da Nord-Sud a Sud-Nord e non per occupare spazi a discapito dei locali, bensì per farsi carico del funzionamento di società invecchiate, a natalità quasi zero e bisognose di manodopera. Non si può più parlare di “invasioni”, ma di lento ricambio demografico di società ricche che hanno perso, o stanno perdendo, la loro spinta vitale.

Da qui le tensioni e i conflitti: non ci sono diritti nuovi da conquistare o terre da rendere produttive, ma diritti da condividere e spazi da spartire. Gli studi di antropologia sulla psicologia dei gruppi etnici ci spiegano che un popolo in arretramento demografico vive sempre con ostilità un altro popolo in espansione. Anche su questo tema troviamo abbondante letteratura d’epoca sul vissuto di statunitensi, inglesi o argentini nei confronti dell’immigrazione italiana, non soltanto considerata fonte di delinquenza e corruzione, ma temuta perchè la prolificità degli immigrati metteva in discussione gli equilibri sociali. Più figli significa più potere e più opportunità di arrivare a condurre l’economia e la res publica. Le paure che serpeggiano nella vecchia Europa e negli strati conservatori degli Stati Uniti passano fondamentalmente da questa equazione, che troviamo esasperata in uno Stato di Israele assediato, prima ancora che dall’ostilità dei Paesi vicini, dalla crescita della popolazione araba entro i propri confini.

I tentativi di arginare la paura dell’immigrato si ripetono nella storia quasi sempre nello stesso modo: cercando di limitare i diritti dei “nuovi arrivati” e considerando questi ultimi un fattore temporaneo che non inciderà sull’identità locale. Le conseguenze di queste politiche le conosciamo: non c’è stato Paese al mondo che abbia potuto tenere ai margini i migranti per più di una generazione. Le lotte per la conquista del diritto al voto, per condizioni di lavoro decenti, per la scuola e l’assistenza medica hanno segnato il Novecento in Europa e in America, e in molte realtà sono stati proprio gli italiani i più agguerriti e coraggiosi portabandiera. Sono pochissimi gli Stati che hanno scommesso sull’integrazione da subito, come il Canada o l’Australia, e non se ne sono mai pentiti.

Oggi in Occidente è in corso una battaglia perdente in partenza, perché già combattuta e persa altrove. Le poche voci lungimiranti vengono sommerse da fischi e urla quando dicono quello che la ragione sa, ma l’opportunismo elettorale nega. Soltanto negli Stati Uniti un gruppo di miliardari ha avuto recentemente il coraggio di denunciare la politica restrittiva sui clandestini, che nasconde lo sfruttamento economico, come una politica cieca e contraria allo spirito con il quale venne fondato quel grande Paese. Problemi veri, come quelli della convivenza con l’Islam, della lotta tra poveri nelle periferie, del futuro dei figli degli immigrati, si scansano con fastidio per far luogo a lunghe e sterile polemiche su permessi per costruire moschee o aprire chioschi di kebab.

L’Europa deve attingere a piene mani dalla propria esperienza migratoria per trovare quelle risposte che oggi, nel XXI secolo, una società moderna, democratica e con un tasso di benessere relativamente alto e ben distribuito, è obbligata ad avere. Se si coniugano bisogni dell’economia e diritti delle persone si può cominciare a dipanare una matassa molto intricata. Se si pensa di continuare a immaginare l’immigrato come una risorsa “usa e getta”, tollerando sacche di illegalità delle quali beneficiano imprenditori senza scrupoli, e consegnando il pacchetto dei diritti in mano agli estremisti e agli xenofobi, la lotta è persa. Ci vuole coraggio anche per fare cose che oggi possono essere impopolari, come per esempio estendere il diritto di voto o attuare nuove politiche per la casa non discriminatorie. Se vinceranno l’immobilismo e la demagogia, le banlieus in fiamme di Parigi saranno ricordate come l’inizio di una nuova stagione di conflitto sociale in Europa dalle conseguenza oggi imprevedibili.

di Alfredo Luis Somoza

 

Quando, nella notte fra il 9 e il 10 novembre del 1989, cadde il muro di Berlino, finì simbolicamente l’ordine internazionale che aveva preso il nome di bipolarismo. Si apriva una nuova era nella quale la dimensione geografica delle relazioni tra Stati passava dall’asse Est-Ovest a quello Nord-Sud, per un breve periodo in modo unipolare, cioè sotto la guida esclusiva degli Stati Uniti, per approdare poi all’attuale multipolarismo, nel quale una serie di potenze fino a ieri regionali, come il Brasile, la Cina e l’India, hanno acquistato un ruolo di attori globali di primo piano.

Gli Stati Uniti rimangono al centro del grande gioco, ma in una posizione intermedia rispetto al passato, che viene definita di “egemonia selettiva”. Gli USA, senza più una potenza altrettanto forte dal punto di vista militare quale fu l’URSS, scelgono liberamente dove e quando intervenire in base a una “selezione” dei loro interessi nazionali o commerciali. L’odierna mappa geopolitica del mondo è sempre meno omogenea, sempre più a macchia di leopardo: si alternano aree di pace e aree di conflitti, potenze regionali e Stati rimasti tali soltanto sulla carta, alleanze nuove e fortissime tra Paesi asiatici, Cina in primis, e Paesi africani e latinoamericani.

Un solo dato resta fermo: nel mondo si contano oggi 26 conflitti armati, tutti con antiche radici, che comportano un costo economico e di vite umane altissimo. Più guerre di quelle che affliggevano il pianeta durante il precedente ordine bipolare. C’è chi parla di una situazione di guerra civile internazionale, conteggiando non soltanto gli scontri militari veri e propri, ma anche le crescenti tensioni tra popolazioni autoctone e immigrati, le potenziali guerre dell’acqua e le conseguenze del cambiamento climatico.

Questo mondo multipolare è anche frutto della globalizzazione, fenomeno secolare, ma che negli anni Novanta del Novecento ha ripreso velocità e consistenza. La globalizzazione tende a frammentare il mondo, per ricompattarlo sotto il segno dell’economia transnazionale. Ora stiamo invece registrando l’arroccamento di antichi aggregati di Stati: è il caso dell’Unione Europea, ma anche del moltiplicarsi di nuove associazioni regionali (Mercosur, Unione Africana, Asean). Il dato di novità più vistoso rimane però il superamento dell’esercizio della governance mondiale da parte del club delle vecchie potenze. Il G8 è ormai un ricordo. Oggi la politica globale si decide nel G20 e nel BRICS, il club delle nuove potenze (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica) che annovera tra i suoi membri il più grande creditore degli Stati Uniti, il Paese che da solo avrebbe la possibilità di mandare in default il gigante americano: la Cina.

La transizione che si è aperta nel 1989, da un vecchio a un nuovo ordine, non si è ancora conclusa. Ma alcune linee guida sono evidenti: l’esplosione di conflitti latenti in mancanza di governance, il riequilibrio tra vecchie e nuove potenze, la tentazione del ritorno al protezionismo, il ripensamento di norme per governare la globalizzazione e l’agonia delle istituzioni finanziarie (FMI e Banca Mondiale) quali regolatori mondiali dell’economia. È difficile ipotizzare come sarà il mondo tra 10 anni, ma la grande notizia è che il pianeta è di nuovo in movimento, dopo che l’equilibrio del terrore nucleare lo aveva paralizzato per 50 anni.

Alfredo Somoza

per http://www.dialoghi.info

Tutto lascia presagire il fallimento, politico prima ancora che militare, dei “volenterosi” che da settimane stanno bombardando a distanza la Libia del colonnello Gheddafi. Al grido d’allarme dei britannici sull’esaurimento dei missili cosiddetti “intelligenti” in possesso della Nato, si aggiungono il ritiro annunciato dalla coalizione della Norvegia (dal primo agosto), il richiamo del Parlamento statunitense a Obama perché smetta di spendere soldi in bombardamenti, e le considerazioni del ministro degli Interni Maroni secondo il quale il conflitto, oltre a costare parecchio all’Italia, non permette di regolare il flusso di profughi in arrivo dall’Africa settentrionale.

Per uscire dall’impasse bellica nella quale, dall’Afghanistan in poi, si è impantanato l’Occidente, bisogna individuare strumenti condivisi e soluzioni al di sopra di ogni sospetto, cercando di coinvolgere attivamente quei Paesi che finora non hanno preso posizione sulla vicenda libica. Il riferimento è agli Stati BRICS (Brasile, Russia, Cina e Sudafrica) i quali, delegando ad altri ogni decisione in sede ONU, fino a questo momento si sono limitati a lasciare la patata bollente nelle mani dell’Occidente “storico”. Un test per capire se i grandi di ieri siano tali ancora oggi: hanno la capacità di gestire, politicamente ed economicamente, uno scontro militare che va a sommarsi ad altri conflitti aperti?

Il disimpegno USA, appena dissimulato da qualche raffica di missili sulla Libia, mette a nudo i conti senza l’oste fatti dalla Francia e dal Regno Unito, che hanno spinto con tutte le loro forze per imporre una soluzione militare alla guerra civile tra la Tripolitania e la Cirenaica libica. Appare evidente l’assoluta debolezza di una logica militare della risoluzione dei conflitti che non tenga conto degli interessi e delle aspirazioni delle potenze che stanno prepotentemente scalando i primi posti dell’economia mondiale. La Libia dimostra che il vecchio metodo non funziona più, ammesso e non concesso che abbia mai funzionato.

Nella storia dell’umanità non si conoscono potenze che si siano rette soltanto sulla forza militare e non anche su quella economica. Ma oggi gli Stati Uniti, prima potenza mondiale, sono esposti per un quarto del loro indebitamento con la Cina… che per ora continua a finanziarne le inutili guerre senza contropartite politiche. L’Europa dell’adesione automatica alle posizioni di Washington farebbe bene a riflettere sulle proprie priorità. Uno scenario mediorientale e nordafricano in fiamme è quello di cui ha meno bisogno dal punto di vista geopolitico, economico e anche migratorio.

In questa fase si possono individuare alcune analogie con le fasi conclusive degli imperi del passato, da quello romano a quello vittoriano. C’è però una grande differenza: per la prima volta nella storia, a declinare non è una singola realtà, bensì un gruppo di Stati. Proprio quelli che hanno creato e gestito la globalizzazione dal XV secolo in poi. Un declino “sistemico” che coincide con la crescita di un’altra parte del mondo, che in passato era marginale oppure sottomessa. Continuare con la logica dell’esclusione delle nuove potenze dal tavolo della politica internazionale non fa certo ben sperare circa la stabilità del mondo nei prossimi anni. Anzi, appare semplicemente suicida.

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

Negli anni Ottanta era la bestia nera dei movimenti che in tutto il mondo si battevano per una soluzione al problema del debito estero dei Paesi in via di sviluppo e veniva dipinto come un direttorio, nato all’indomani degli accordi di Bretton Woods del 1944, a tutela del ruolo del dollaro USA quale moneta di riferimento per gli scambi mondiali: stiamo ovviamente parlando del Fondo Monetario Internazionale, che da statuto doveva occuparsi di garantire la stabilità monetaria mondiale e favorire gli scambi commerciali. In realtà esso era diventato il guardiano degli interessi degli Stati più industrializzati, imponendo ricette recessive ai Paesi indebitati e classificando i governi in buoni e cattivi, sempre a senso unico. Questo perché il suo meccanismo di governo, che non prevede la formula “una testa-un voto”, assegna la maggioranza a un gruppo di Stati europei, al Giappone e agli USA, in base al capitale versato. Da organismo di regolamentazione delle valute a club dei creditori e superministero dell’economia mondiale il passaggio è stato breve. I Paesi indebitati, a esclusione di quelli che detenevano la maggioranza dei voti del FMI come gli Stati Uniti stessi, si sono visti imporre le famigerate “ricette” del FMI, cioè piani di aggiustamento strutturale perfettamente allineati con i dettami della dottrina neoliberalista in economia, che hanno portato al ridimensionamento della spesa sociale e previdenziale e alle privatizzazioni dei beni pubblici. Ne sono state vittime in questi decenni realtà come Indonesia, Ecuador, Messico, Egitto, Thailandia e decine di altri Paesi che hanno dovuto cedere la propria autonomia in materia economica ai tecnocrati designati dal FMI. C’è una data simbolica a partire dalla quale le cose hanno iniziato a cambiare, seppur lentamente: dicembre 2001, quando l’Argentina dichiarò il default malgrado le attenzioni decennali che le erano state riservate da parte del Fondo Monetario. In quei mesi si cominciò a parlare di “uscita dal FMI” come unica possibilità per cambiare le cose. Negli anni successivi si è fatta avanti anche un’altra linea, sostenuta dal Mercosur: provare a estinguere i debiti verso il FMI e puntare a contare di più all’interno della sua assemblea, aumentando il capitale versato. Questa politica ha portato all’annuncio in seno al G20 di un’imminente riforma dell’istituzione monetaria. Una riforma che sottrarrà due posti all’Europa per assegnarli ai Paesi del BRICS (Brasile, Russia, Cina, India e Sud Africa) e al riequilibrio dei meccanismi di voto in base a una ricapitalizzazione (la quale porterà, per esempio, India e Cina ad accrescere del 6% le proprie quote). Questo cedimento dei “Grandi” non è dovuto a un tardivo rigurgito democratico, ma alla consapevolezza che o si allarga il tavolo delle decisioni oppure non esistono possibilità di trovare una soluzione ai problemi globali. Un equilibrio nuovo, che ora tutti cominciano a voler raggiungere e che potrebbe far voltare definitivamente pagina rispetto all’eredità del colonialismo e delle navi cannoniere. L’elezione del nuovo Direttore Generale ci darà un’indicazione di quanto vogliano resistere ancora le vecchie potenze prima di prendere atto dei mutati equilibri mondiali

Alfredo Somoza

Sono piccole cose

Pubblicato: 4 giugno 2011 in Mondo
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“Son cosas chiquitas. No acaban con la pobreza, no nos sacan del subdesarrollo, no socializan los medios de producción y de cambio, no expropian las cuevas de Alì Babà. Pero quizás desencadenen la alegría de hacer, y la traduzcan en actos. Y al fin y al cabo, actuar sobre la realidad y cambiarla, aunque sea un poquito, es la única manera de probar que la realidad es transformable”.

“Sono piccole cose. Non eliminano la povertà, non ci fanno uscire dal sottosviluppo, non socializzano i mezzi di produzione, non espropriano la grotta di Alì Babà. Ma forse scatenano la gioia del fare, e la traducano in atti. In fin dei conti, agire sulla realtà e cambiarla, anche se di poco, è l’unico modo di provare che la realtà è modificabile.”

Eduardo Galeano (scrittore uruguayano, maestro di utopie)

esteri_28_04_2011 Puntata del 28 aprile 2011 di Esteri (Popolare Network).

A la guerre!

Pubblicato: 26 aprile 2011 in Mondo
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Finalmente si è deciso, l’Italia entra in guerra contro la Libia sparando “missili di precisione”. Tra le regole della geopolitica, quelle più precise riguardano proprio la guerra: “non entrare mai in un conflitto senza avere valutato il vantaggio che puoi trarne, le conseguenze della tua azione, come si inserisce nel tuo disegno geopolitico”. Secondariamente, ma non per questo meno importante, “verifica la legalità, per quanto possibile, della tua azione”. In questo caso, oltre la dubbia legalità quando si parla non più di tutelare i civili, ma di distruggere la capacità bellica di uno Stato, questa azione è palesemente in contrasto con la Costituzione italiana perché in nessun modo il conflitto mette in pericolo i confini nazionali. Tutte questi elementi sono stati sicuramente valutati. Non ho dubbi, e voi?