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La formula del franchising, in italiano “concessione” o “affiliazione commerciale”, nasce verso il 1930 nel mondo della ristorazione ed esplode negli anni ’50 con le catene di fast food statunitensi. Il gioco consiste nel far affermare un marchio commerciale sul mercato, per poi cedere “chiavi in mano” l’utilizzo dello stesso a imprenditori con capitali da investire. In realtà non si tratta soltanto dell’adozione del marchio, ma anche delle materie prime, degli standard di preparazione dei prodotti, dell’arredamento dei locali e delle divise dei dipendenti. Il franchisee paga una quota di affiliazione alla catena godendo in cambio di un ritorno di immagine basato sugli investimenti della casa madre in pubblicità, marketing, capacità produttiva.

Una delle imprese leader e pioniere di questo settore è McDonald’s, nata quasi cent’anni fa in California. Oggi è l’azienda di ristorazione fast food più grande al mondo, con un fatturato annuo di oltre 25 miliardi di dollari USA e oltre 400.000 addetti. Ma i ristoranti effettivamente posseduti e gestiti da McDonald’s sono solo una piccola percentuale rispetto a quelli gestiti da concessionari: negli Stati Uniti, appena il 10% dei 13.000 punti vendita. Ciò che era poco noto è che, negli anni, la catena ha acquistato o costruito molti dei locali in cui si è successivamente insediato un franchisee, il quale dunque non è solo un venditore di panini e patatine fritte griffati con il celebre marchio, ma anche un affittuario di McDonald’s. Un piccolo impero del mattone che pare renda più dell’attività gastronomica.

Non ci sarebbe nulla da eccepire se non fosse emerso che, in Europa, McDonald’s proporrebbe ai concessionari affitti in alcuni casi 10 volte più alti del prezzo di mercato. La voce degli affitti dei locali pesa all’incirca per il 65-70% sugli utili incassati dalla catena nel Vecchio Continente. Ciò svelerebbe il “mistero” della differenziazione di prezzo tra gli hamburger serviti nei locali gestiti direttamente da McDonald’s e quelli proposti nei locali in franchising, quasi sempre più cari. Questa situazione è stata denunciata da un pool di associazioni di tutela di consumatori italiane con il supporto dei sindacati, che hanno presentato un esposto contro la catena statunitense presso l’Antitrust europeo. Tali pratiche violerebbero infatti il principio della libera concorrenza e si configurerebbero come abuso di posizione dominante. I danneggiati da questa politica, secondo le associazioni dei consumatori, sarebbero sia i franchisee sia i consumatori finali.

Se queste pratiche fossero provate, si prefigurerebbe una sicura sanzione milionaria che potrebbe sommarsi ai risultati di un’altra inchiesta in corso da parte delle autorità comunitarie, in questo caso per elusione fiscale. Infatti anche McDonald’s, come Google, Microsoft o Amazon, utilizzerebbe l’ormai noto meccanismo di “ottimizzazione fiscale”, dichiarando gli utili in un Paese a fiscalità privilegiata (in questo caso il Lussemburgo) per evitare il pagamento delle tasse negli Stati dove si è svolta l’attività commerciale.

Il caso degli affitti maggiorati di McDonald’s è un altro tassello che permette di ricostruire lo stato dell’arte della globalizzazione economica. Dalle promesse iniziali di stimolo del mercato e della concorrenza, abbattendo i costi dei prodotti a beneficio dei consumatori, i giganti multinazionali hanno accumulato ingenti capitali provenienti anche da tasse non versate, applicato logiche da cartello imponendo prodotti e prezzi, spazzato via qualsiasi tipo di concorrenza nazionale e addirittura, se sarà confermato, inventato nuove modalità per aggirare le normative esistenti, come quelle antitrust, con clausole capestro che alla fine si traducono in maggiori costi per i consumatori.

L’accusa di dumping, cioè la pratica di uno Stato che sovvenziona un produttore così da permettergli di esportare sottocosto e sbaragliare la concorrenza su altri mercati, è oggi rivolta quasi solo nei confronti della Cina. Ma simili meccanismi di concorrenza sleale si possono trovare anche nelle viscere di quelle imprese che, dopo aver promesso un mondo migliore e più aperto al business, lo stanno invece trasformando in un “cortile di casa” gestito da un numero sempre più ristretto di padroni del vapore.

 

di Alfredo Somoza per Esteri, Radio Popolare

 

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Il grande tema che ormai da tempo la Commissione Europea sta dibattendo verte su una domanda apparentemente retorica: la Cina è o non è un’economia di mercato? Nei prossimi mesi la Commissione dovrà formulare una proposta in tal merito al Consiglio e al Parlamento Europeo. Dalla risposta che non solo l’Europa, ma anche gli Stati Uniti e tutti gli altri membri del WTO sono chiamati a dare a questa domanda dipenderà molto del futuro dell’occupazione e dell’economia globale.

Nel 2001, quando la Cina fu ammessa nell’Organizzazione Mondiale del Commercio, si stabilì un termine di 15 anni entro il quale accettare a pieno titolo il Paese nel club delle economie di mercato. In pratica, questa riserva ha permesso di mantenere alte alcune barriere protettive nei confronti dell’export cinese a tutela della produzione industriale del resto del mondo. Non mancavano certo i motivi per dubitare delle caratteristiche del mercato cinese. Un mercato con una rigorosa programmazione centralizzata, controllato da uno Stato marcatamente interventista in termini di costo del lavoro, investimenti, costo dell’energia, difesa del mercato interno.

I sospetti, più che confermati, del frequente ricorso cinese alla pratica illegale del dumping, cioè della vendita sottocosto di determinati prodotti grazie a forti sovvenzioni per scardinare i mercati concorrenti, hanno permesso di intervenire a difesa – per esempio – del residuo settore industriale siderurgico e tessile degli Stati occidentali.

In questi 15 anni la Cina ha saputo aspettare pazientemente, accumulando una gigantesca capacità produttiva, definita tecnicamente overcapacity. E ora freme per riversare la sua produzione sul resto del mondo. I numeri calcolati da recenti studi hanno mandato nel panico l’Unione Europea, e in particolare l’Italia. Secondo l’Economic Policy Institute, infatti, la fine delle barriere protettive nei confronti della Cina porterebbe a una perdita annua tra 1 e 2 punti percentuali del PIL europeo, a circa 2 milioni di disoccupati e a un deficit con il commercio tra Europa e Cina di 185 miliardi di dollari USA all’anno. Una batosta che si concentrerebbe soprattutto su Germania e Italia, Paesi dai quali scomparirebbe ciò che resta dei comparti siderurgico e tessile.

Le diplomazie europee sono al lavoro per trovare la quadra rispetto a un problema incombente che vede divisi, anche su questo, gli Stati scandinavi (favorevoli all’apertura) da quelli mediterranei: Italia e Francia sono contrarissimi. La Germania farà da ago della bilancia.

Il punto, dunque, sarebbe stabilire fino a che punto la Cina non rispetti ancora gli standard delle economie di mercato per quanto riguarda libera concorrenza e ruolo dello Stato. Ma non si può fare a meno di notare che i Paesi europei, liberisti a parole, nella pratica continuano a sfruttare fino all’osso ciò che resta del vecchio protezionismo.

Un’altra riflessione riguarda invece il nodo irrisolto dei rapporti tra l’UE e la Cina. I problemi dell’apparato produttivo europeo determinati dall’emergere della potenza asiatica hanno radici ormai antiche, ma restano sempre attuali. La diplomazia commerciale europea ha ignorato l’argomento rimandandolo a tempi mai precisati, preferendo nel frattempo impegnarsi nel negoziato con gli Stati Uniti per la creazione del TTIP, il Partenariato trans-atlantico per il commercio e gli investimenti. Un’operazione discutibile e dagli impatti economici molto, molto più modesti rispetto alla posta in gioco con la Cina.

Non vi è dubbio, quindi, che per l’Europa sarebbe un’assoluta priorità negoziare con Pechino per ripianare le differenze, giocando anche su un rapporto di forze più favorevole rispetto a quello che si può mettere sul piatto nelle trattative con gli Stati Uniti. Ma così non sarà: Bruxelles è tentata di partorire l’ennesimo rimando. Circola voce, infatti, che la posizione della Commissione potrebbe essere quella di raccomandare al Parlamento e al Consiglio di accettare il rilascio del Market Economy Status (status di economia di mercato) a Pechino, ma stabilendo un ulteriore congruo periodo transitorio per l’eliminazione delle difese commerciali. Una soluzione poco originale e perdente: si continua a non considerare la proverbiale capacità cinese di sapere aspettare.

 

Alfredo Somoza per #Esteri, Radio Popolare

 

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Lo Zimbabwe è da molti anni un caso da manuale. Fino al 1980, questo Paese dell’Africa meridionale si chiamava Rhodesia in onore di sir Cecil Rhodes: un imprenditore e politico britannico che si era costruito un impero personale nel Continente Nero, depredandone le risorse. Dopo l’indipendenza e la fine del predominio bianco, lo Zimbabwe ha conosciuto solo momenti di caos economico inframezzati da ondate di repressione del dissenso.

Il padre-padrone del Paese, il novantunenne Robert Mugabe, già tra i promotori dell’indipendenza, ha rivestito senza soluzione di continuità il ruolo di primo ministro e poi di presidente dal 1980 a oggi. Di ideologia marxista, Mugabe è presto diventato un esponente di quella particolare razza di “dinosauri politici” africani preoccupati solo di perpetuare il proprio potere a qualsiasi costo. Considerato “persona non grata” da buona parte dei Paesi occidentali, ha portato lo Zimbabwe a essere sottoposto a sanzioni internazionali: eppure è riuscito a restare aggrappato al potere grazie al sostegno discreto del Regno Unito e a quello palese della Cina.

Lo Zimbabwe è ricco di risorse agricole e minerarie, eppure la sua economia è dissestata, soprattutto perché le migliori terre, espropriate ai coloni inglesi, sono state poi concesse dal governo in modo clientelare. Dopo la dichiarazione di fallimento negli ’90, negli anni 2000 il Paese è stato colpito da una crisi di iperinflazione senza precedenti. Nel luglio 2008 l’inflazione ha toccato la fantasmagorica quota di 231 milioni per cento: lo Zimbabwe si è visto costretto a cessare di battere moneta e ha adottato come valuta il dollaro statunitense e il rand sudafricano. L’economia allo sbando, la situazione politica bloccata, la popolazione sofferente che in massa emigrava verso il Sudafrica erano le poche notizie che filtravano all’esterno.

In un simile scenario si è rafforzato il ruolo della Cina, che negli anni della crisi è diventata il primo partner commerciale del Paese. Il gigante asiatico, nuovo grande socio degli Stati africani, è infatti il principale acquirente delle derrate alimentari prodotte in Zimbabwe e vi esporta tutti i manufatti di cui si ha bisogno localmente, incluse le armi per l’esercito di Mugabe e gli aerei per la compagnia di bandiera. Le autorità di Pechino, che hanno incluso lo Zimbabwe tra le “destinazioni autorizzate” per i loro turisti, hanno recentemente cancellato 40 milioni di crediti in scadenza nel 2015.

Questa politica della Cina, che tende a consolidare i rapporti non solo commerciali ma anche finanziari e politici con i suoi fornitori di materie prime, sarà ulteriormente rinforzata da 60 miliardi di dollari di investimenti per lo sviluppo delle infrastrutture africane annunciati dal presidente Xi Jinping.

Sulle ragioni del successo della Cina in Africa si è molto scritto e detto, ma il dato principale rimane che, per Pechino, Paesi disastrati come lo Zimbabwe possono diventare partner strategici, a prescindere dalle sanzioni internazionali, dalle violazioni dei diritti umani, dalla mancanza di democrazia.

E ora lo Zimbabwe ripagherà la Cina con una decisione dal forte valore simbolico: dal 2016, il Paese africano adotterà la moneta cinese come valuta nazionale. Lo yuan o renminbi, pochi mesi dopo aver superato il test d’ingresso nel paniere del FMI, diventa per la prima volta moneta di riferimento di un Paese terzo. Come la sterlina britannica, il franco francese o il dollaro statunitense. Anche Pechino, che però non ha mai avuto le colonie, debutta nel ristretto club delle valute forti. C’è da scommettere che ciò che sta avvenendo nel laboratorio dello Zimbabwe non rimarrà un caso isolato. Il mondo è cambiato, anche se ancora facciamo fatica a percepirlo.

 

Alfredo Somoza per Esteri (Radio Popolare)

 

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È stato il biologo statunitense Eugene Stoermer, negli anni ’80, a ideare il concetto di Antropocene per indicare l’odierna era geologica nella quale – fatto inedito nella storia del pianeta – le trasformazioni del territorio e del clima sono determinate principalmente dall’uomo. Una tesi che ormai appare una certezza, ma che all’epoca della sua formulazione precorreva i tempi. Dagli anni ’90 in poi i dibattiti sul cambiamento climatico sono stati lunghi e complessi, finché si è arrivati alla constatazione, oggi rifiutata da pochissimi scienziati, del ruolo determinante svolto dalle attività umane nel riscaldamento della Terra.

Ma non solo per il clima imbizzarrito si caratterizza l’Antropocene. Nell’ultimo mezzo secolo gli esseri umani che popolano il pianeta sono aumentati vertiginosamente, insieme ai loro consumi e all’impatto sull’acqua, sui suoli, sulle foreste. L’anidride carbonica e il metano liberati dall’uomo hanno portato le concentrazioni di questi gas nell’atmosfera a livelli mai registrati negli ultimi 400.000 anni.

Il team di scienziati di prestigiosi istituti internazionali che sta studiando questo fenomeno sotto la direzione del chimico statunitense Will Steffen parla di “Great Acceleration”, una grande accelerazione delle attività umane che costituisce la base dell’Antropocene. In pratica, per la prima volta nella storia della Terra, nell’ultimo secolo l’insieme delle azioni prodotte dall’uomo è diventato più incisivo di tutte le altre modalità di trasformazione per così dire “spontanee”: oggi la mano dell’uomo incide di più sulla natura di quanto non sia in grado di fare la natura stessa.

In realtà, questa lettura dei fatti non dovrebbe stupirci. Nelle grandi religioni monoteiste il potere assegnato all’uomo di “assoggettare” la natura per prosperare ha sempre dato una dignità filosofica e teologica ai passi che hanno portato l’umanità dall’essere una specie animale tra le altre a conquistare una centralità senza contendenti, fino ad avere la possibilità di determinare la stessa distruzione della vita sulla Terra. Un potere incommensurabile che oggi, nel suo complesso, pesa più della natura sui cicli vitali.

L’uomo ha anche la capacità unica di trascendere dalla sua esperienza diretta e di immaginare massimi sistemi. Ma questa condizione tende a sfumare proprio quando dovrebbe tradursi in soluzioni pratiche dei problemi: cede il passo ad altre caratteristiche della psicologia umana che ne neutralizzano gli aspetti positivi, e così l’incoscienza continua a essere una condizione fondante dell’Antropocene. Un’incoscienza che a lungo è stata determinata dall’ignoranza dei processi in atto e delle loro cause, ma che oggi non risulta più giustificabile se non andando a indagare i meccanismi più antichi della nostra specie rispetto al progresso, alla moltiplicazione, all’assoggettamento del resto della natura.

La fisica e la chimica ci descrivono un mondo che sta cambiando velocemente secondo modalità via via più anomale, che spesso si percepiscono anche a occhio nudo. L’antropologia, invece, non ha ancora cominciato a indagare come e perché l’uomo non abbia perfezionato strumenti culturali adatti ad affrontare questi cambiamenti in corso, mettendo progressivamente a tacere uno dei principi basilari della vita sulla Terra: l’istinto di sopravvivenza.

 

Alfredo Somoza per #Esteri, Radio Popolare

 

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Lo statunitense Paul Elliott Singer, 71 anni, possiede una fortuna personale valutata in 2,1 miliardi di dollari USA grazie alla proprietà del fondo Elliott Management Corporation, gestore di 27 miliardi di dollari. Attraverso la Elliott, Singer opera sul mercato del debito sovrano in sofferenza, acquistando quando i titoli di debito sono svalutati per poi denunciare lo Stato emittente per l’intero valore nominale più gli interessi. Grazie a questa pratica legale, il suo fondo è stato battezzato “avvoltoio”, nel senso che si ciba di cadaveri, cioè di debiti di Paesi falliti.

Ovviamente questo grande finanziatore del Partito Repubblicano statunitense, sensibile ai diritti dei gay per motivi familiari, non si preoccupa di aggiungere sofferenza a sofferenza togliendo risorse utili alla ricostruzione economica e sociale. Non sono questi i problemi che si pone Paul Singer, che ha un carniere ricco di prede. Negli anni ’90 acquisì debiti dello Stato peruviano per 8 milioni di euro riuscendo, tramite una causa, a farsene rimborsare 43. Operazione ripetuta con uno dei Paesi più disperati al mondo, il Congo, che ha dovuto versare a Singer 67 milioni di dollari per fondi che erano stati pagati solo 15 milioni.

Con l’Argentina, quest’avvocato laureato a Harvard ha fatto il colpo grosso. Nel 2008 il suo fondo NML Capital rastrellò sul mercato secondario titoli argentini “spazzatura”, svenduti da creditori che non volevano aderire al concambio offerto da Buenos Aires, per un controvalore di 48,7 milioni di dollari. Poi denunciò il Paese davanti al Tribunale Federale di New York di cui è titolare un suo amico personale, l’anziano giudice Thomas Griesa (nominato da Richard Nixon), insieme ad altri due gestori di fondi. Dopo anni di dibattimenti, rinvii, tentativi di mediazione, nel 2013 si è arrivati a una sentenza che ha condannato l’Argentina a pagare ai fondi l’intero capitale nominale più gli interessi dei titoli. Pronunciamento confermato dalla Suprema Corte statunitense nel 2014. Così i circa 50 milioni di dollari investiti da Singer sono diventati 832 (+ 1608%): un affare tondo per il fondo avvoltoio e una sentenza che ha creato giurisprudenza.

Dal punto di vista tecnico, la sentenza ha dato luogo a un precedente pericolosissimo perché rende impossibile ristrutturare un debito in default. Oggi l’Argentina, forse a brevissimo Porto Rico e poi la Grecia, l’Italia…

Mauricio Macri, il nuovo presidente argentino, ha deciso di chiudere questa vertenza che continua a penalizzare il Paese sia sul piano degli interessi da pagare sulle emissioni di bond, sia sul reperimento internazionale di capitali. Per Buenos Aires il conto finale si aggirerà attorno a 4,5 miliardi di dollari.

Dal punto di vista politico, questa vicenda premia i fondi speculativi: gli stessi che sono considerati una delle principali cause della crisi economica nella quale il mondo è precipitato dopo il 2008. Ecco perché, se oggi c’è una riforma urgente da fare, è la chiusura del mercato secondario del debito sovrano ai fondi avvoltoi. Ma, come sappiamo, le riforme diventano sempre più difficili quando la politica dipende dalla grande massa di risorse e mezzi spostata dagli speculatori.

Paul Singer può essere contento: il suo motto «mettere la massima pressione sulla preda» ha funzionato. Ha piegato uno Stato e anche il 93% dei creditori dell’Argentina, quelli che avevano accettato le condizioni del debitore per riavere indietro buona parte dei loro risparmi. Ora sta planando su un nuovo e promettente caso: in Perú ci sono titoli emessi dallo Stato 40 anni fa per risarcire i proprietari di latifondi espropriati e mai pagati. Oggi valgono, sulla carta, 5 miliardi di dollari. Una carogna fresca per l’appetito degli avvoltoi di Wall Street.

 

Alfredo Somoza per #Esteri, Radio Popolare

 

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Il glifosato è l’erbicida che più ha rivoluzionato il corso dell’agricoltura moderna. Brevettato nel 1970 dal gigante statunitense delle sementi Monsanto, dal 1991 è libero da diritti, ma il primo produttore mondiale è sempre la Monsanto, con il suo marchio Roundup. Seguono una novantina di altre aziende, per una produzione annua globale che si aggira attorno alle 750.000 tonnellate.

La fortuna e l’importanza di questo erbicida sono legate all’applicazione della genetica di laboratorio al mondo dell’agricoltura. Soia, mais, colza, cotone OGM, infatti, furono “progettati” per resistere, tra tutti gli erbicidi, proprio al glifosato, che avrebbe dovuto eliminare tutte le erbe infestanti dai terreni agricoli.

Nel 1996, quando si cominciò a coltivare le specie OGM del tipo “Roundup ready”, negli Stati Uniti non era stata censita alcuna pianta infestante in grado di resistere all’effetto distruttivo di questo erbicida. A distanza di 20 anni, però, sono ben 14 le specie che hanno sviluppato resistenze al suo uso. Per questo motivo, dopo un calo iniziale nell’uso dei erbicidi registrato a metà anni ’90, quando si scese da 1,35 chili a ettaro a 1,10, oggi si usano 2 chili a ettaro per la coltivazione – ad esempio – della soia OGM: un dosaggio superiore a quello degli anni ’80.

Ed è questo il vero elemento critico, ignorato dagli scienziati pro-OGM, sull’impatto degli organismi geneticamente modificati. Non tanto la loro eventuale pericolosità per la salute umana, ancora da dimostrarsi, ma il modello agricolo che questo genere di agricoltura determina: fine della biodiversità, uso intensivo dei suoli e conseguente erosione, aumento dell’impiego di pesticidi ed erbicidi, monopolio della produzione di sementi in mano a tre soli soggetti multinazionali.

Le ultime ricerche scientifiche aggiungono ulteriori motivi d’inquietudine. Pochi mesi fa, l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha adottato uno studio a cura del Centro Internazionale di Ricerca sul Cancro, classificando il glifosato tra i prodotti “probabilmente cancerogeni”: soltanto un passo prima della sua identificazione come elemento “cancerogeno” e della conseguente richiesta di messa al bando. La reazione della Monsanto è stata particolarmente violenta: il rapporto è stato definito “scienza spazzatura” e si è chiesto all’OMS di “rettificare” la classifica di pericolosità.

In realtà, del fatto che il glifosato fosse cancerogeno – anzi, “probabilmente cancerogeno” – se n’erano già accorti in Colombia: qui, nell’ambito del cosiddetto “Plan Colombia” teso a distruggere le piantagioni di coca, per anni i campi sospetti erano stati irrorati da aerei carichi di tonnellate di glifosato, con gravi conseguenze economiche e umane. Anche in Argentina, patria della sperimentazione transgenica, nei primi anni 2000 vennero avanzate denunce documentate circa le ricadute sulla salute umana dell’uso massiccio di glifosato. Nel 2011, l’Istituto Geologico degli Stati Uniti ha rilevato che tre quarti dei campioni di acqua piovana e dell’aria delle zone agricole contenevano glifosato.

Perché allora anche l’OMS va con i piedi di piombo? Forse perché, come ha scritto il quotidiano francese Le Monde, il glifosato è «il Leviatano dell’industria fitosanitaria», imprescindibile per la coltivazione dell’80% delle specie OGM oggi esistenti. Troppo importante per essere messo al bando, si potrebbe concludere. Forse anche per questo l’UE si ostina a non riconoscere il giudizio dell’OMS.

La disputa sul glifosato illustra perfettamente lo stato dell’arte sull’agricoltura e sul futuro dell’alimentazione umana. Le promesse di aumento produttivo e di sostenibilità si infrangono contro gli interessi dei sempre meno numerosi proprietari dei brevetti industriali e delle terre agricole. Le eventuali conseguenze del consumo di prodotti OGM sulla salute umana diventano secondarie rispetto agli impatti del modello agroindustriale odierno sulla Terra e sull’uomo: un modello che non prevede la rotazione, la lotta integrata, il riposo dei campi, la piccola e media proprietà.

Eppure il tema è considerato secondario, per addetti ai lavori, rispetto ai mirabolanti dibattiti tra scienziati e politici che popolano le colonne degli editoriali dei principali giornali.

 

Alfredo Somoza per Esteri (Radio Popolare)

 

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Pubblicato: 25 gennaio 2016 in Mondo
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Dal 1° ottobre 2016, la moneta cinese (lo yuan o renminbi) entrerà nel ristretto club delle valute di riferimento mondiale. Il Fondo Monetario Internazionale ha deciso di assegnare alla moneta di Pechino il 10,92% dei “diritti speciali di rilievo”, l’unità di conto delle riserve dell’istituzione multilaterale. Saranno quindi cinque le monete che comporranno il paniere delle valute forti: le altre sono il dollaro USA (42%), l’euro (31%), la sterlina britannica e lo yen (8% ciascuno). Un successo per la Cina, che in qualche modo compensa la delusione per il persistente veto statunitense che ha finora bloccato una maggiore partecipazione di Pechino al capitale dell’istituzione monetaria globale. Nell’assemblea del FMI i fondi conferiti generano quote equivalenti a voti: in questa istituzione fortemente voluta dagli USA, infatti, non vale il principio “una testa un voto” ma i voti sono ponderati in base alla partecipazione al capitale del Fondo stesso.

La valuta della Cina, Paese ancora formalmente comunista, entra dunque nel “salotto buono” delle monete: un evento che spiega meglio di cento trattati il successo del lungo percorso iniziato alla fine degli anni ’70, con le riforme di Deng Xiaoping. Riforme che hanno creato innanzitutto due realtà separate: la Cina profonda, delle campagne su base collettivista, e le moderne città della costa, aperte all’afflusso di capitali stranieri e all’arricchimento personale. Una contraddizione che non è mai esplosa, ma anzi ha alimentato il più grande spostamento di manodopera mai registrato all’interno di una singola nazione.

Oggi la Cina è la seconda economia mondiale e vanta il principale apparato industriale del pianeta. Ma detiene anche il record dell’inquinamento e dell’impatto sul cambiamento climatico perché non produce beni solo per il proprio mercato ma è di fatto la fabbrica del mondo.

Le debolezze sono anch’esse visibili, e riguardano principalmente l’architettura finanziaria del Paese, come è emerso nello scorso luglio durante la tempesta che ha investito la Borsa di Shanghai. Il mercato finanziario di Pechino è grande ma squilibrato, il mercato dei capitali è ancora inadeguato e quello azionario dominato dalla speculazione.

Ma un dato è indiscutibile: il riconoscimento internazionale dello yuan anticipa il prossimo conferimento dell’ultimo attestato, che sancirà il definitivo ingresso della Cina tra i Grandi del mondo. E cioè il riconoscimento dello status di “economia di mercato”, cosa che non è una semplice formalità. Se rilasciato, abbatterebbe i dazi che le merci cinesi devono pagare quando entrano in Europa o negli USA, e Pechino sbaraglierebbe definitivamente i settori industriali superstiti in Occidente.

La logica dice che la Cina ha ormai superato tutte le prove per dimostrare che non è una forza antagonista alle vecchie potenze né al capitalismo. Ma la strada è ancora lunga per il gigantesco Paese-laboratorio che, negli ultimi 20 anni, non solo ha ridefinito il mercato mondiale ma ha portato anche a rimettere in discussione il rapporto tra benessere e democrazia: due concetti che, fino al successo cinese, parevano costituire un binomio obbligato.

Ecco la Cina che con le sue contraddizioni, con il suo partito unico, con la sua moneta fino a ieri valida solo all’interno dei confini nazionali non solo rivendica ma comincia a guadagnare poltrone di prestigio nei vecchi club dell’Occidente.

 

Alfredo Somoza per Esteri (Radio Popolare)

 

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Nelle trattative in corso tra UE e USA per il TTIP (Trattato Transatlantico sul Commercio e gli Investimenti) il nodo dei marchi di tutela dell’agroalimentare (DOP, IGP, STG) non è stato ancora affrontato. E questo perché, in linea di principio, non vi sono gli estremi per discuterlo. Nel senso che l’Europa ha sviluppato nei decenni un vasto programma di sostegno e di riconoscimento della tipicità, la territorialità e la trasparenza sull’agroalimentare, mentre negli Stati Uniti tali dimensioni sono ignorate dalla legge e rimangono oggetto di lotta, per affermarli, soltanto da parte delle associazioni di consumatori. Un vuoto legislativo, voluto, che ha fatto prosperare il cosiddetto “italian sounding”, cioè i prodotti che “suonano” italiani, ma che italiani non sono. Formaggi, prosciutti, vini, prodotti negli Stati Uniti per il mercato locale e che in Europa non possono entrare, anzi, sono contrastati dalla legislazione europea che perseguita e punisce gli importatori (non solo statunitensi) che violano le normi vigenti. Da una recente inchiesta promossa dal Consorzio di tutela del Parmigiano Reggiano tra i consumatori a stelle e strisce di formaggio “parmesan” (il finto parmigiano) si apprende che il 67% degli acquirenti è convinto che si tratti di “formaggio italiano”. Questo dato smentisce la tesi dei falsari di oltreoceano, che in modo ingannevole utilizzano un marchio europeo per commercializzare il loro prodotto, spiegando che il “parmesan” è ormai considerato dai consumatori un formaggio “americano”. Il punto che si pone ora nel negoziato TTIP è che il riconoscimento anche negli USA dei prodotti europei marchiati DOP o IGP potrebbe danneggiare i produttori di cloni e soprattutto impedirebbe loro di penetrare il ricco mercato europeo. Ed è qui che scatta la “mediazione possibile”, su modello del CETA (Accordo di libero scambio Canada-Europa), con la probabile elencazione di un numero di prodotti europei e americani che saranno tutelati sia nella versione originale sia nella versione fasulla. Una buona soluzione per il negoziatore italiano Paolo De Castro perché, davanti al fatto che già negli USA 9 prodotti su 10 sono finti italiani, “peggio di così non potrebbe andare”. Cioè in sostanza si sta per smantellare il sistema di garanzie e di tutele che in questi anni hanno premiato i produttori virtuosi che investendo sul prodotto hanno moltiplicato le eccellenze dell’agroalimentare. Una perdita secca per l’Italia che è il paese da record con 161 DOP, 106 IGP e 2 STG iscritti nel registro UE.

Com’era prevedibile, nel capitolo agroalimentare, non considerato “prioritario” nel mandato negoziale del TTIP, si andrà sul riconoscimento reciproco penalizzando fortemente l’Europa e in particolar modo l’Italia. Il Parmigiano Reggiano, già presente sul mercato statunitense, manterrà la sue nicchie di mercato per consumatori di fascia alta, mentre noi saremo invasi da “parmesan” a bassissimo costo che andrà ad erodere i mercati terzi europei (Germania, Francia, Gran Bretagna) finora sbarrati alle contraffazioni.

Questa è solo una delle conseguenze prevedibili del TTIP che a conti fatti, e dai numeri forniti dalla Commissione Europea, dovrebbe produrre un modesto aumento dello 0,5% del PIL comunitario entro il 2027. In quali settori e in quali paesi non è dato sapere.

 

Alfredo Somoza

 

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In casa Mariani l’allegria si è spenta come le luci del Natale appena passato. Quello che era stato il risultato positivo dell’esame di compatibilità genetica di un’azienda privata è stato smentito dal responso ufficiale della Banca Nazionale dei dati Genetici, nata a corollario di decenni di lotte delle Abuelas de Plaza de Mayo per garantire il diritto all’identità degli oltre 500 bambini sequestrati ai loro genitori dai militari negli anni ’70. La nipote ritrovata numero 120 doveva essere Anahì, la cui nonna era la storica militante dei diritti umani María Isabel “Chicha” Mariani, prima presidente di Abuelas e responsabile del ritrovamento di 66 nipoti sequestrati. La fotografia di Maria abbracciata a quella che credeva sua nipote diffusa ieri su Facebook valeva più di mille discorsi dopo 39 anni di ricerche, ed era riuscita a fare superare le divisioni politiche in un’Argentina ancora reduce delle elezioni presidenziali. Così invece non era, e Chicha Mariani continuerà ancora a lottare per ritrovare la nipote strappata alla sua famiglia quando aveva appena 3 mesi, mentre quella donna che si pensava fosse sua nipote continuerà a cercare ancora la sua vera identità. Una storia tragica lunga 4 decenni che non si riesce a chiudere, una ferita che ancora sanguina, una beffa del destino che nel suo capriccio ha permesso a due donne di credere, ma soltanto per il giorno di Natale, che erano quella famiglia che la furia criminale del totalitarismo aveva spezzato 40 anni prima.

 

Alfredo Somoza per Radio Popolare

 

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Potrebbe sembrare un racconto di Natale, ma invece è il frutto di decenni di lotta per la verità e la giustizia. Ieri è stata confermata a Buenos Aires  l’identità di Clara Anahì Mariani, figlia di Daniel e Diana, sequestrati e fatti scomparire dalla dittatura di Rafael Videla nel ormai lontano 1976. I genitori di Anahì lavoravano in una tipografia clandestina nella martoriata città di La Plata e la nonna, Maria Isabel “Chicha” Mariani, non si è mai arresa fondando e diventando la prima presidente delle Nonne di Plaza de Mayo, la cui attuale Presidente, Estela de Carlotto, ha ritrovato il suo nipote appena 2 anni fa.

Anahì è il nipote numero 120 che ha potuto ritrovare la sua identità grazie al lavoro instancabile delle nonne che riuscirono a far nascere il banco nazionale del DNA delle persone scomparse grazie al quale si può avere un raffronto scientifico certo quando si ha sospetti sulle proprie origini.

Il diritto all’identità è oggi un pilastro dei cosiddetti nuovi diritti dell’uomo che con fatica si vorrebbe affermare nel mondo, ma rimane un miraggio per milioni di persone vittime di regimi, cartelli criminali o conflitti. Oggi a Buenos Aires una famiglia che si ritrova dopo 4 decenni sta vivendo finalmente la sua storia di Natale che ci racconta una pagina nera della storia sudamericana insieme e un’altra bellissima e piena di speranza sulla giustizia che ogni tanto riesce a vincere.

Alfredo Somoza per Radio Popolare

 

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