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La guerra che il neo-presidente statunitense Donald Trump dice di volere condurre contro i “trucchi” della Cina, che sarebbe la responsabile della perdita di lavoro negli Stati Uniti, in realtà è in corso da tempo. È stato l’uscente governo Obama, infatti, a denunciare la Cina presso il WTO per le modalità con le quali eroga i suoi sussidi all’agricoltura. Secondo gli USA, Pechino avrebbe ecceduto di 100 miliardi di dollari USA la soglia consentita dal WTO. La rabbia di Washington non è motivata solo dalla quantità di aiuti concessi agli agricoltori, ma anche e soprattutto dalle modalità con le quali lo Stato asiatico ha erogato le sovvenzioni.

Fino al 2014 la Cina pagava a prezzi gonfiati i prodotti agricoli locali, distribuendo risorse al suo settore primario tramite questo sovraprezzo. La conseguenza era, però, che i prezzi dei prodotti cinesi risultavano artificialmente alti anche sui mercati, rendendo più competitivi quelli importati. Ciò aveva aperto ai farmers statunitensi un mercato da 20 miliardi di dollari USA all’anno e in costante aumento. Ma poi Pechino è corsa ai ripari, erogando gli aiuti non più attraverso il gioco sui prezzi, ma direttamente al produttore: proprio sul modello di ciò che accade negli Stati Uniti. Ed è qui che si entra nel paradosso. I due Paesi si fanno la guerra accusandosi l’un l’altro di scarso liberismo, ma entrambi spendono miliardi per sostenere i propri agricoltori secondo le stesse modalità.

A livello mondiale la torta delle sovvenzioni agricole è gigantesca: ben 260 miliardi di dollari all’anno solo per i Paesi OCSE. Una torta che però mangiano in pochi, perché il grosso di questo fiume di denaro va a finire nelle mani delle grandi aziende agricole. Nel 2015, l’80% delle aziende agricole statunitensi ha ricevuto in media 5000 dollari, 10.000 aziende hanno incassato tra 100.000 e 1 milione di dollari, e solo 26 più di un milione. Questo perché il sistema dei pagamenti diretti, anziché supportare i piccoli coltivatori, contribuisce all’arricchimento esclusivo delle grandi realtà. Infatti a ricevere i maggiori benefici finanziari sono gli agricoltori che possiedono o affittano più terreni. In Europa siamo di fronte allo stesso fenomeno: non a caso il principale percettore di sovvenzioni agricole comunitarie nel Regno Unito è… la Regina Elisabetta! Circa 15 milioni di euro all’anno.

Le sovvenzioni agricole sono fiorite dappertutto in seguito ai conflitti mondiali del ’900. L’idea, giusta all’epoca, era garantire la sicurezza alimentare dello Stato per non far rischiare la fame ai propri cittadini. Da questa nobile ambizione sono nati sistemi sempre più complessi che hanno istituzionalizzato il trasferimento di risorse immense verso le grandi aziende agricole: al punto che oggi, per l’Unione Europea, questa è la principale voce di spesa. In sostanza, mentre calava l’occupazione nel settore agricolo, aumentavano i sussidi.

Oggi è difficile spiegare ai cittadini che il 44% delle risorse comunitarie finisce in mano a un settore produttivo che occupa soltanto il 5% della popolazione attiva europea. Ma questa non è una bizzarria della sola Europa, anzi. Molti Stati adottano sistemi sovvenzionatori di pari portata, come gli USA, o addirittura ancora più massicci, come il Giappone, Paese in cui l’80% del valore agricolo è costituito da aiuti pubblici.

Ora gli Stati Uniti di Trump potrebbero trasformarsi da costruttori in distruttori del sistema multilaterale in materia di commercio. Soprattutto in relazione a quel WTO che avrebbe dovuto guidare la globalizzazione dei mercati e che invece langue, perché è stato depotenziato non appena ha cominciato a occuparsi delle contraddizioni dei Paesi occidentali.

Donald Trump ha due strade possibili, fermo restando che tenga fede alla promessa di uscita dagli accordi continentali e globali: costruire una rete di accordi bilaterali, anche con la Cina, oppure intraprendere solitarie battaglie isolazionistiche. Dalla sua scelta dipenderanno l’andamento del mercato mondiale e il futuro della globalizzazione. In ogni caso, a breve il mondo sarà diverso da come lo si immaginava fino a 10 anni fa.

Alfredo Somoza per Esteri, Radio Popolare

 

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In questi giorni il mondo è rimasto senza fiato. La domanda che da anni i cittadini statunitensi ponevano alla politica senza ottenere risposte si è trasformata in milioni di voti a favore di chi, senza peli sulla lingua, ha promesso di ribaltare il tavolo a favore degli impoveriti, degli emarginati dal benessere, dei dimenticati della globalizzazione. Come poco prima quei milioni di cittadini britannici che avevano votato a favore della Brexit, come gli europei che a milioni hanno firmato contro gli accordi di libero scambio commerciale o che vorrebbero il ritorno alle frontiere chiuse per impedire l’immigrazione. Insomma, è diventata all’improvviso dirompente la richiesta esplicita di rassicurazione da parte dei più deboli davanti alle difficoltà del mondo globalizzato, alle paure e ai rischi concreti che questa trasformazione ha comportato, all’innegabile fatto che i principali vincitori di questa fase sono stati i grandi gruppi transnazionali, la finanza offshore, i miliardari.

L’apertura dei mercati dopo la fine della Guerra Fredda ha avuto la positiva conseguenza di mettere in moto economie arcaiche e chiuse, come quella cinese o indiana, offrendo loro l’opportunità di strappare dalla miseria milioni e milioni di persone. A conti fatti, la povertà nel mondo non è aumentata ma diminuita. Il punto è che le medie sono, appunto, soltanto medie: e a un calo della povertà consistente nell’Estremo Oriente corrisponde un calo del benessere in Occidente, legato soprattutto alla migrazione del lavoro. Ed è questo il problema: mentre nel resto del mondo si sviluppavano nuovi apparati industriali che offrivano impiego più qualificato e meglio retribuito rispetto a quello agricolo, in Europa e in Nordamerica si abbassavano la qualità e la quantità del lavoro. Dalla crisi del 2008 a oggi la crescita economica si è arrestata, non si sono create nuove opportunità di lavoro, gli investimenti internazionali sono al palo, e chi ha perso il lavoro in Occidente non lo ha più ritrovato.

A questo quadro già di per sé preoccupante si aggiungono l’invecchiamento inarrestabile delle nostre società e le crisi politiche e ambientali che hanno generato flussi migratori da sud verso nord. La percezione che si aveva dell’immigrazione in Europa o negli USA, come fonte di forza lavoro necessaria per trainare le locomotive produttive, ora è totalmente mutata: gli immigrati sono visti come nuova concorrenza per accedere al welfare, all’abitazione, al lavoro superstite. Sono questi gli ingredienti della grande paura che taglia trasversalmente le società moderne. Paura di non farcela, di tornare a essere poveri come i nonni, di finire sommersi da flussi di migranti disperati.

La grande paura è figlia anche, e soprattutto, della mancanza di governo della globalizzazione e dell’eterna conflittualità tra gli Stati. Per molti, il mondo che doveva essere più sicuro dopo la fine della minaccia nucleare è diventato in realtà più pericoloso. Non solo per i cittadini di quei Paesi che in questi anni si sono dissolti in seguito a conflitti terribili, ma per chiunque dipenda da un impiego, da una pensione, da una piccola attività commerciale o artigianale.

Da qui l’urgenza di rimettere mano all’architettura internazionale, aggiornando strumenti oggi fuori uso, come le Nazioni Unite, per regolare e prevenire le guerre e le violazioni dei diritti. Ma anche di discutere la missione e gli obiettivi di organismi come il WTO, che servono a poco se si limitano a regolare gli scambi economici dimenticandosi l’impatto che questi ultimi hanno sui popoli.

Governare la globalizzazione – o meglio, governare la complessità – è la prima e principale sfida per una politica diventata progressivamente meno credibile, sempre più sospettata di fare gli interessi di pochi, in cui vanno scomparendo le differenze tra i vari schieramenti. È un film già visto, ogni volta che la politica ha rinunciato alla sua capacità di governo e di cambiamento, lasciando il posto agli arruffapopoli, si sono sempre verificate tragedie. Siamo ancora in tempo per impedire la prossima?

 

Alfredo Somoza per Esteri, Radio Popolare

 

Leave supporters hold banners and flags as they stand on Westminster Bridge during an EU referendum campaign stunt in which a flotilla of boats supporting "Leave" sailed up the River Thames outside the Houses of Parliament in London, Wednesday, June 15, 2016. A flotilla of boats protesting EU fishing polices has sailed up the River Thames to the Houses of Parliament as part of a campaign backing Britain's exit from the European Union. The flotilla was greeted by boats carrying "remain" supporters. (AP Photo/Matt Dunham)

 Il WTO (World Trade Organization) ha appena pubblicato uno studio che conferma, dati alla mano, una realtà ormai percepibile a occhio nudo: il rallentamento degli scambi commerciali mondiali, motore della globalizzazione dei mercati. Per il 2016, infatti, il WTO rivede le previsioni sulla crescita degli scambi commerciali globali abbassandole dal 2,7% al 1,7%. Un dato inferiore all’attesa crescita economica mondiale, che era stata stimata al 2,2%. Un dato così basso non si registrava da 15 anni, ad eccezione di quel “maledetto” 2009 in cui si registrarono per la prima volta le conseguenze della crisi iniziata l’anno prima con lo scoppio della bolla dei mutui subprime negli USA.  In alcuni casi la portata del calo è impressionante. Per esempio l’America meridionale, colpita per ultima dalla crisi, nel 2016 importerà l’8,3% in meno di merci e servizi rispetto all’anno prima. Una lettura superficiale di questi dati porterebbe ad attribuire tutte le colpe alla crisi, che dopo quasi 10 anni non accenna a chiudere il suo ciclo… confermando di non essere affatto ciclica, come tante altre crisi prima, ma di avere caratteristiche di tipo strutturale.  Il direttore del WTO, Roberto Azevêdo, però la pensa diversamente. E spiega che si tratta di un rallentamento che «deve dare la sveglia contro il diffondersi di idee anti-globalizzazione». La sua è quindi una lettura politica. Il calo degli scambi internazionali sarebbe il risultato del combinato disposto tra la crisi economica e il ritorno alle chiusure protezionistiche anche in Paesi come gli Stati Uniti, paladini mondiali dell’apertura dei mercati. Quando parla di idee non global, Azevêdo non si riferisce di sicuro ai reduci dei forum sociali di Porto Alegre, come lui stesso, ma all’azione di governi che in tutto il mondo, senza fare troppo rumore, negli ultimi cinque anni hanno introdotto centinaia di dazi e di barriere non tariffarie.  Ciò che sta andando in crisi, allora, è il concetto stesso di globalizzazione così come lo intende il WTO, cioè di un mondo totalmente aperto e senza ostacoli agli scambi di merce e servizi (ma non di persone, ovviamente). Anche se molto è stato fatto in direzione della globalizzazione, questa utopia sta definitivamente cedendo sotto i colpi dei neo-protezionisti. Quelli insospettabili, come Barack Obama, e quelli palesi, come Putin o la Cina.  In questo clima vanno lette le difficoltà che hanno portato alla paralisi non solo del TTIP, il Partenariato transatlantico per il commercio e gli investimenti tra Stati Uniti ed Europa, ma anche di altri accordi già sottoscritti e non ancora ratificati, come il CETA tra UE e Canada e il TPP tra Stati Uniti e Paesi del Pacifico. È figlia di questo clima anche la voglia di autonomia da Bruxelles manifestata da molti Stati europei: dalla clamorosa Brexit inglese al malessere serpeggiante nei Paesi dell’Est. Un sentimento che trova il suo apice nel programma economico di Donald Trump: fine di tutti gli accordi commerciali, imposizione di barriere tariffarie ai prodotti di importazione, strangolamento economico della Cina.  Insomma, le merci vengono percepite come straniere perché danneggiano la produzione nazionale, proprio come le persone migranti rovinerebbero l’armonia delle società del benessere. Davanti a fenomeni che non si riesce a decifrare, ancora una volta l’insicurezza sociale diffusa trova sfogo e “spiegazione” nell’autarchia, nella xenofobia, nell’isolazionismo. Il sogno della globalizzazione che risolve tutto degli anni 2000 sta andando velocemente in soffitta, ma ciò che sta arrivando al suo posto assomiglia a un incubo. Forse non sbagliavano i reduci di Porto Alegre quando, per tempo, invitavano a lavorare per un altro mondo, per un’altra globalizzazione possibile.

 Alfredo Somoza

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Nella notte del 13 febbraio 1933 il Reichstag tedesco andò in fumo. Il “colpevole” fu trovato seminudo e nascosto dietro il palazzo, era un militante comunista. Hitler prese la palla al balzo per fare approvare al vecchio presidente von Hindenburg il Decreto dell’incendio del Reichstag che aboliva la maggior parte dei diritti civili contenuti nella Costituzione di Weimar. Fu l’inizio del totalitarismo in Germania.

Nella notte del 15 luglio 2016, in Turchia è andato in scena un tentativo maldestro di colpo di Stato rientrato dopo poche ore e dai contorni ancora tutti da chiarire. Soprattutto per quanto riguarda la consapevolezza dei soldati che vi parteciparono (soprattutto quelli di leva),  il ruolo degli Stati Uniti e della Russia, il ruolo dei servizi d’intelligence turchi. Dubbi e misteri di una lunga notte funestata dal sangue di oltre 300 persone.

Al netto delle dinamiche e delle responsabilità del golpe mancato, ciò che ricorda da vicino l’incendio del Reichstag è stato il dopo. Stato di emergenza, liste già pronte di migliaia di persone da incarcerare o da radiare (militari, giudici ordinari, giudici costituzionali, giornalisti). Torture, linciaggi e vendette ai danni dei soldati arresi. Un progetto di Costituzione presidenzialista di stampo autoritario già scritta. Stato di emergenza permanente con divieto di espatrio per i dipendenti pubblici. Possibile reintroduzione della pena di morte. Distruzione progettata dei simboli della laicità turca di Istanbul (Centro culturale Ataturk, Piazza Taksim) per costruire nuove moschee e caserme militari per i fedelissimi.

La Turchia in bilico tra l’Europa e Asia sta definitivamente rompendo gli ormeggi con l’Europa per posizionarsi saldamente in una nuova collocazione, a cavallo tra i Balcani, la Russia e il Medio Oriente. Progetta una politica da potenza regionale autonoma, ma sotto l’ombrello della NATO, in quella parte del mondo che gli Stati Uniti non riescono più a influenzare e che l’Europa ha praticamente data per persa.

Non è indifferente in questo disegno la configurazione politica che assumerà il nuovo sultanato. Presidenzialismo forte, libertà di stampa e di opposizione controllata o repressa, Parlamento addomesticato. Un modello che Erdogan non ha fatto fatica a individuare, è bastato voltarsi verso Mosca per trovarlo. Sarà un regime più “democratico” di quello di Al Sisi, caposaldo dei regimi “anti islamisti”, ma meno rassicurante di quello putiniano. Anche perché nel caso turco gioca un ruolo non indifferente la vicenda religiosa che collega Ankara con le monarchie sunnite e con i gruppi dell’estremismo salafiti sul campo nei diversi scenari di guerra.

E’ l’Europa? Dopo il sollievo per il golpe mancato si è passati velocemente alle perplessità. La minaccia più pesante nei confronti di chi sta violando ogni diritti umano nella gestione del dopo-golpe e mettendo a tacere ogni forma di opposizione è stata “così non entrerà in Europa”.   Ma qualcuno pensa seriamente che oggi l’ingresso all’UE, che per la Turchia come si sa è solo un miraggio, possa garantire qualcosa di più dei vantaggi di istaurare un regime? L’Europa in crisi profonda, che non sa ancora come risolvere i problemi posti dalla Brexit, dalle tensioni ad est e dalla crisi economica è ancora convinta di essere attrattiva per qualcuno?

L’unico legame della Turchia con le democrazie occidentali rimane la NATO, che come sappiamo non si strappa le vesti sulla democrazia nei paesi membri. I turchi (ma anche i portoghesi e i greci) sono stati nella NATO in democrazia e sotto le giunte militari, indistintamente. Dobbiamo temere per i diritti umani e civili in Turchia e, con molta probabilità, si intensificherà la guerra strisciante contro ogni ipotesi di autonomia dei kurdi. Un Erdogan più forte è anche una pessima notizia per gli equilibri mediorientali. Nella spartizione siriana in corso, tra aree di influenza russo-alauiti, sciite e kurde anche la Turchia rivendicherà la sua fetta che con ogni probabilità coinciderà con quella kurda.

La balcanizzazione del Medio Oriente è un orizzonte sempre più attuale, e dalle macerie dei confini disegnati dagli accordi post-coloniali emergerà anche una potenza geografica, demografica, a cavallo tra Europa e Asia che avremo potuto includere per tempo nella costruzione europea “sganciandola” da tentazioni islamiste e autoritarie, ma che la miopia della politica nostrana ha regalato a quel mondo sempre più ostile e caotico che chiude da Ovest e da Sud il Vecchio Continente.

 

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La geografia del turismo, cioè la mappa delle destinazioni in cui si reca il miliardo e 200 milioni circa di turisti che scelgono di trascorrere il tempo libero fuori dai propri confini nazionali, è cresciuta e si è arricchita negli ultimi 30 anni. Prima degli anni ’80, l’Europa attirava quasi il 75% dei flussi, mentre nel 2015 ne richiama “solo” il 51%. Questo perché la rivoluzione del traffico aereo, la fine della Guerra Fredda, la globalizzazione, l’aumento della speranza di vita e del reddito in Occidente hanno triplicato i flussi turistici, ai quali cominciano a dare un importante contributo anche i paesi emergenti come Cina, Russia e Brasile.

Negli ultimissimi anni, però, questa crescita si è arrestata e anzi, la mappa delle destinazioni si sta restringendo. Interi Paesi sono diventati off-limits per via di conflitti, come la Siria, l’Afghanistan o la Libia. Altri vengono evitati a causa della violenza nelle città, come il Venezuela o la Nigeria. Altri, infine, perché ritenuti poco sicuri dopo episodi terroristici che hanno colpito i turisti. La Tunisia è stata più volte colpita e ora anche l’Egitto, dove sul Sinai è stato fatto esplodere un charter russo con il tragico bilancio di 224 persone morte. Ma non solo. Anche i villaggi sul Mar Rosso sono stati attaccati più volte da gruppi terroristici che sanno bene dove puntare: per l’Egitto, il turismo e i diritti di passaggio dal Canale di Suez sono la prima voce del bilancio dello Stato.

Il paese sul Nilo, che è una delle più antiche destinazioni di turismo culturale del Mediterraneo, a partire dagli anni ’80 aveva aperto anche al turismo da spiaggia sulle coste del Mar Rosso. Raggiungendo numeri di tutto rispetto, come erano i 14 milioni di visitatori registrati nel 2010. Poi è cominciato il declino, dovuto all’instabilità politica e al terrorismo. Oggi i turisti internazionali si possono stimare in non più di 7 milioni all’anno, la metà rispetto a 6 anni fa. Tra i grandi Paesi di provenienza per il turismo egiziano c’è l’Italia, con circa un milione di presenze annue ai tempi d’oro. Ora si aggiunge un’ulteriore  variabile negativa per il Cairo: il caso di Giulio Regeni, il ricercatore italiano ucciso dopo sevizie inenarrabili, ha innescato in Italia un movimento d’opinione che chiede di utilizzare la leva turistica per ottenere risposte veritiere dal governo egiziano.

È dai tempi della dittatura in Birmania e della carcerazione del Nobel per la pace Aung San Suu Kyi che non si ipotizzava di utilizzare il turismo come arma di ritorsione contro una dittatura. Il turismo non è soltanto una voce importante dell’economia globale, ma è anche un veicolo per la conoscenza e lo scambio pacifico tra i popoli. Il turismo si è dotato in questi anni di strumenti etici per condannare, ad esempio, lo sfruttamento sessuale o lo scempio ambientale. La domanda che si è posta l’Associazione Italiana Turismo Responsabile, il network italiano degli operatori del turismo sostenibile, al momento di annunciare la sospensione della programmazione di viaggi verso l’Egitto, è stata: è lecito portare turisti italiani a conoscere un Paese nel quale un nostro connazionale è stato torturato e ucciso senza che ci siano date spiegazioni? È corretto sostenere indirettamente, con i soldi dei viaggiatori, un regime responsabile della sparizione di centinaia di oppositori dei quali non si sono più avute notizie?

La risposta, per AITR, è stata no. E ciò ha aperto un dibattito con il settore turistico convenzionale, che in Egitto ha investimenti miliardari. Ma a prescindere dalle polemiche sull’opportunità di chiedere ai turisti di evitare di andare in Egitto, i consumatori stanno scegliendo da soli, mettendo sul piatto della bilancia aspetti che riguardano sia la sicurezza personale sia l’irritazione per le manovre di depistaggio attuate dal regime egiziano. Il turismo torna così alla ribalta come qualcosa di più di una semplice attività economica, per diventare anche strumento di pressione e di politica internazionale. Gli stessi turisti che sempre più spesso sono nel mirino dei terroristi possono a loro volta, da consumatori responsabili, mettere nel mirino i regimi con una semplice azione. Decidere di cambiare destinazione, verso Paesi più aperti, più tolleranti, più democratici.

 

Alfredo Somoza per Esteri (Radio Popolare)

 

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Il mondo delle imprese multinazionali è in fermento. Soprattutto nel settore agricolo, una delle grandi voci dell’economia attuale e soprattutto del futuro. Il colosso tedesco della farmaceutica e non solo, Bayer, ha lanciato un’offerta pubblica di acquisto su Monsanto, leader mondiale delle sementi transgeniche e della chimica per l’agricoltura.

Bayer, nata a Barmen nel 1863, è diventata famosa per il brevetto dell’aspirina, seguito da quello dell’eroina, commercializzata per curare patologie respiratorie e la dipendenza dalla morfina. Dai farmaci agli insetticidi, negli ultimi anni l’azienda è approdata nel settore dei consumi agricoli. Soprattutto con l’acquisto di Aventis CropScience, specializzata nell’ingegneria genetica, e ora con la fusione con Monsanto.

Nata nel 1901 a Saint Louis come fornitrice della Coca Cola, dagli anni ’20 Monsanto si occupa di chimica. Negli anni ’60 fu una delle aziende che rifornivano l’esercito degli Stati Uniti di “agente arancio”, il potente defoliante contenente diossina che veniva irrorato dagli aerei sulle foreste vietnamite per stanare i vietcong. Lo stesso utilizzato in Sudamerica per distruggere le piantagioni di coca. Un prodotto altamente cancerogeno, oggi al centro di cause giudiziarie e risarcimenti milionari. Negli ultimi trent’anni Monsanto si è specializzata nella produzione di sementi transgeniche, soprattutto soia, detenendo quasi un monopolio nelle principali zone di coltivazione dell’intero continente americano. Sementi OGM che vengono vendute in abbinamento con un diserbante inventato dalla stessa Monsanto, il glifosato, al centro di una disputa scientifica circa la sua pericolosità per la salute umana.

Il modello agricolo determinato dalle colture OGM, che comporta il passaggio della proprietà intellettuale sulla coltivazione dall’agricoltore alla multinazionale, la concentrazione terriera in poche mani, l’abbattimento di ogni tipo di biodiversità agricola e la perdita di impiego rurale, sta ora determinando anche un piccolo terremoto nel mondo delle imprese. Le già poche multinazionali che fanno il bello e il cattivo tempo nell’agricoltura globale si stanno ulteriormente accorpando. Di recente Dow Chemical Company e DuPont hanno annunciato una fusione da decine di miliardi di dollari, così come China National Chemical Corporation e la svizzera Syngenta. Ora con la fusione da 62 miliardi di dollari tra Bayer e Monsanto, che dovrà essere validata dall’antitrust statunitense, il cerchio si chiude. E sul mercato planetario delle sementi e della chimica per l’agricoltura i soggetti che contano non saranno più di quattro.

C’è chi legge la mossa di Bayer come propedeutica alla firma dell’accordo TTIP tra Stati Uniti e Unione Europea. Accordo che potrebbe aprire la porta agli OGM made in USA in Europa e determinare, di conseguenza, la fine del divieto alle coltivazioni transgeniche nel vecchio continente. Con questo acquisto, il più grande mai fatto da un’azienda tedesca, Bayer passerà ad avere oltre il 40% del suo fatturato proveniente dall’agricoltura. Un’evidente testimonianza dell’interesse per il settore dell’alimentazione, sempre più strategico. Un settore cui spetterà il compito di sfamare 9 miliardi di esseri umani: responsabilità che il mercato globale sta consegnando a quattro gruppi multinazionali i cui obiettivi, strategie e priorità non coincidono con la sicurezza alimentare ma, legittimamente, sono programmati solo per produrre utili.

La FAO da anni denuncia come altamente pericolosa la combinazione tra cambiamento climatico, perdita di biodiversità, speculazione finanziaria sul cibo e sottrazione delle terre agricole. Fattori che insieme pongono una seria ipoteca sulla possibilità di coprire il fabbisogno di cibo per tutti in un futuro prossimo. Sono temi che però non scaldano i governanti, i quali ascoltano sempre di meno gli agricoltori e sempre di più le lobby dei colossi del settore.

Sempre meno varietà coltivate, sempre meno imprese a gestire e a guadagnare, sempre più chimica sulla terra, sempre meno politica a programmare. Sono le premesse per una tempesta perfetta non troppo lontana nel tempo. E c’è chi si sta già preparando per guadagnarci.

 

Alfredo Somoza per Esteri, Radio Popolare

 

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Il muro del proibizionismo sulle droghe, costruito mattone dopo mattone dal 1961 in poi, comincia a dare segni di cedimento. La progressiva messa al bando della produzione, della vendita e del consumo di sostanze classificate come stupefacenti quali morfina e cocaina, che un tempo si vendevano in farmacia con la garanzia della purezza e a prezzi relativamente modici, ha trasformato queste sostanze in cartine tornasole, evidenziando le conseguenze della negazione dei problemi rispetto al tentativo di contenerli e governarli.

Il proibizionismo è diventato un affare favoloso per le più svariate reti criminali in ogni angolo del mondo, e ha condannato alla clandestinità, all’insicurezza, alla sofferenza i consumatori. Ma in molti Paesi è diventato anche un’arma di controllo politico e ha determinato la violazione di diritti umani e tradizioni ancestrali. A metà aprile si è riunita a New York la Sessione speciale sulle droghe dell’ONU (Ungass) per discutere circa le modalità di contrasto al fenomeno. Una riunione che era in agenda per il 2019, ma che è stata anticipata d’urgenza su richiesta di Messico, Guatemala e Colombia, Paesi stravolti da tutti i punti di vista dai cartelli criminali che guadagnano denaro e potere sul proibizionismo, e si avvantaggiano sulle politiche sbagliate in materia di “guerra alla droga” portate avanti negli ultimi trent’anni, soprattutto dagli Stati Uniti. Una “guerra” che spesso è stata combattuta indiscriminatamente contro i contadini, usando aerei per irrorare con erbicidi non selettivi – come il glifosato – i campi coltivati a coca o a papavero insieme a quelli coltivati a mais o patate.

La guerra alla droga è diventata anche arma di dominazione politica. Infatti ha imposto l’apertura di basi militari e della DEA (Drug Enforcement Administration, l’ente antidroga statunitense) in luoghi strategici di diversi Paesi americani e asiatici, senza che si sia mai verificato un vero miglioramento della situazione. Una strana guerra che si combatteva per esempio in Colombia negli anni ’80 contro il cartello di Medellin guidato da Pablo Escobar, che però, allo stesso tempo, investiva tranquillamente i suoi soldi a Miami. Guerra che, sempre negli anni ’80, si combatteva in Nicaragua contro la rivoluzione sandinista rifornendo i movimenti di opposizione con armi acquistate con il ricavato del narcotraffico di cocaina verso gli Stati Uniti, in realtà “gestito” dalla CIA. Che aveva a libro paga anche Manuel Noriega, il dittatore di Panama, l’“Isola di Tortuga” dei narcos.

La storia del proibizionismo non ha scritto brutte pagine solo in America Latina. Anche in Oriente l’eroina è stata utilizzata come moneta di pagamento ai tempi della guerra del Vietnam, è fonte di finanziamento dei talebani afghani e in Myanmar è stata un pilastro economico della giunta dei generali.

Droga, mafie, dittature, paradisi fiscali, soprusi, violenze, morti e sofferenze. Queste le parole chiave per spiegare quali siano state le conseguenze delle politiche proibizioniste nell’ultimo mezzo secolo. Ma il muro del proibizionismo sta finalmente cedendo, a partire dalle sostanze considerate “leggere”, come la cannabis. Prima i Paesi Bassi, poi l’Uruguay e alcuni stati degli USA stanno sottraendo profitti ai cartelli della droga permettendo che i consumatori di cannabis possano coltivarsela in proprio o acquistarla in farmacia e nei negozi specializzati. Marijuana che ora genera lavoro, reddito, tasse. Ma ovviamente questo non basta.

La vera posta in gioco sono le cosiddette droghe “pesanti”, soprattutto quelle derivate dalle piante del papavero e della coca. Su questo fronte, i Paesi latinoamericani stanno trovando il coraggio di mettere in discussione le politiche precedenti e di discutere seriamente di liberalizzazione controllata del mercato. Il loro portavoce è ovviamente l’ex leader del sindacato dei cocaleros boliviani, quell’Evo Morales che non perde opportunità per esaltare le proprietà naturali e farmacologiche della foglia di coca, coltivata e consumata sulle Ande da migliaia di anni. Per questi Stati una legalizzazione controllata potrebbe avere un doppio effetto: da un lato il passaggio alla legalità di una parte importante dei loro agricoltori, dall’altro lo sviluppo dell’industria della trasformazione, ricca di potenzialità economiche. La foglia di coca per esempio è un prodotto di prim’ordine per la confezione di dentifrici, tisane, pomate e così via.

Oggi la principale richiesta dei Paesi produttori di droghe illegali è poter disarmare i cartelli criminali depotenziando i loro circuiti economici. Il disarmo, ormai è assodato, non avverrà per via violenta: ma potrebbe verificarsi solo togliendo alle organizzazioni criminali l’esclusiva sul business. Ma perché questo possa succedere, anzitutto bisogna gettare a mare decenni di ipocrisie su sostanze che hanno fatto la ricchezza di pochi e determinato le disgrazie di molti.

 

Alfredo Somoza per Esteri (Radio Popolare)

 

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Quando, nel pomeriggio del 14 febbraio 1945, a bordo dell’incrociatore Quincy della US Navy in navigazione sul Grande Lago Amaro del Canale di Suez, Ibn Saud, sovrano e fondatore dell’Arabia Saudita, e Franklin Delano Roosevelt, il grande presidente statunitense che sarebbe deceduto dopo un paio di mesi, stipularono un accordo tra i loro Paesi, stavano in realtà decidendo la storia futura del Medio Oriente. In Europa si chiudeva la Seconda Guerra Mondiale e gli Stati Uniti plasmavano la loro nuova strategia per affrontare la Guerra Fredda. Una strategia di contenimento dell’espansione sovietica verso sud affidata a Turchia e Iran, e con l’Arabia Saudita che, in cambio di protezione militare, avrebbe rifornito gli Stati Uniti del prezioso greggio con il quale muovere economia ed esercito.

L’accordo prevedeva anche, nelle parti non verbalizzate, la “tolleranza” statunitense nei confronti delle dichiarazioni “eccessive” del regime wahabita nei confronti di Israele. E, più in generale, un’azione di schermo a livello delle Nazioni Unite per evitare che fossero messe in discussione le pratiche barbariche in vigore nel regno circa i diritti umani e di genere.

Il patto ha retto anche grazie a operazioni coperte, come il rifornimento di petrolio agli Stati Uniti garantito dai sauditi tramite la controllata Saudi Aramco, durante l’embargo petrolifero dichiarato da Riyad contro tutti i Paesi sostenitori di Israele ai tempi della guerra del Kippur negli anni ’70. L’Arabia Saudita da una parte infiammava le piazze contro Israele, dall’altra finanziava sottobanco gli amici dello Stato ebraico. Questo connubio apparentemente innaturale prevedeva anche l’investimento nell’economia statunitense di buona parte degli introiti del petrolio: una sorta di giroconto che, qualche decennio più tardi, si è ripetuto tra Stati Uniti e Cina con il gigantesco avanzo commerciale della Cina.

L’alleanza strategica tra i custodi dei luoghi sacri dell’Islam e la grande potenza globale bisognosa di petrolio ha segnato la storia recente del Medio Oriente, fino alla fase più impegnativa per i sauditi: e cioè quando hanno dovuto autorizzare la presenza di basi fisse (e quindi di soldati “infedeli”) sul proprio sacro suolo, dopo che Saddam Hussein era diventato un problema anche per loro.

L’Arabia Saudita, forte della sua ricchezza, del suo ruolo strategico e della sua alleanza con Washington, è passata da Paese fragile agli albori degli anni ’40 a potenza regionale in grado di influenzare l’andamento politico ed economico della sua regione, e indirettamente del mondo intero, attraverso il controllo dell’OPEC, il cartello dei grandi produttori mondiali di greggio. Dopo l’11 settembre, però, le cose cambiano. Il gruppo terroristico al-Quaida che colpisce al cuore l’impero è nato e cresciuto in Arabia Saudita e alcuni suoi leader, Osama Bin Laden in primis, fanno parte dell’élite economica e politica di Riyad. Per la prima volta, negli Stati Uniti qualcuno comincia a chiedersi cosa si annidi tra le pieghe dei rapporti tra i due Paesi, ma le scoperte vengono segretate.

La relazione della Commissione d’inchiesta del Parlamento degli Stati Uniti sulla strage delle Torri Gemelle, attentato al quale parteciparono 15 cittadini sauditi su 19 terroristi, dedica ben 28 pagine all’Arabia Saudita. Pagine rimaste top secret: malgrado le pressioni, non sono mai state pubblicate. Ma ora è stata presentata una proposta di legge, sottoscritta da potenti senatori di New York e del Texas, che se fosse approvata autorizzerebbe i familiari delle vittime a chiedere un risarcimento milionario all’Arabia Saudita, sancendo la co-responsabilità del Paese nell’attentato. Risarcimenti  che avrebbero come conseguenza la smobilitazione e fuga degli investimenti sauditi negli USA, valutati in 750 miliardi di dollari, per evitare pignoramenti.

Si tratta di una situazione al limite, inimmaginabile fino a poco tempo fa, che solo Obama potrebbe stoppare ponendo il veto sul voto parlamentare. Ma i dissidi tra gli alleati storici non si esauriscono qui. L’Arabia Saudita ha mal digerito la politica statunitense nei confronti dell’Iran, con la firma dei trattati che hanno rimesso in gioco Teheran, storica nemica dei sauditi, e la gestione della crisi siriana, dove la diplomazia statunitense si è accodata a Putin e sta scaricando progressivamente il fronte anti-Assad per concentrarsi nella lotta contro il Daesh: una creatura politica e militare non estranea a Riyad.

Infine, l’Arabia Saudita è anche il Paese che, attraverso la sovrapproduzione di greggio, sta mettendo in ginocchio l’industria statunitense dell’estrazione di shale oil, che aveva garantito maggiore autonomia energetica agli USA.

Barack Obama è stato il peggior presidente che i sauditi si potessero aspettare, ma è indubbio che anche dopo di lui la politica a stelle e strisce verso il Medio Oriente non sarà più la stessa. Difficilmente l’Arabia Saudita potrà godere ancora a lungo dal muro di protezione che, in questi decenni, ha permesso il prosperare di uno dei regimi più odiosi del pianeta.

 

Alfredo Somoza per Esteri, Radio Popolare

 

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Il grandioso successo della prima emissione internazionale di bond argentini dopo il default del 2001, 15 miliardi di dollari USA offerti da Buenos Aires contro 70 miliardi richiesti dal mercato, potrebbe sembrare il lieto fine di una storia infinita a colpi di sentenze, contro-sentenze, polemiche, avvocati miliardari, crisi economiche e politiche. Ma la realtà è diversa: la resa dell’Argentina agli hedge fund che detenevano titoli di debito emessi negli anni ’90 e che si erano appellati alla Corte Federale di New York riscrive le regole del diritto internazionale in materia di fallimenti pubblici. Fondi cosiddetti avvoltoio che, negli anni successivi al default, rastrellarono titoli argentini in giro per il mondo: li pagarono dal 10 al 30% del loro valore nominale, salvo poi intentare e vincere una causa contro il Paese sudamericano, ottenendo la restituzione del 100% del valore nominale più gli interessi e le spese legali.

Un caso senza precedenti nella storia della ristrutturazione di un debito pubblico. Non c’è quasi Stato – e l’Italia è una delle rarissime eccezioni – che nella sua storia non abbia dovuto applicare una svalutazione sovrana dei propri debiti. Ma, dopo la sentenza del tribunale di New York, in linea di principio questo non sarà più possibile. E cioè se un Paese dovesse fallire non potrebbe ristrutturare il debito e quindi rimettere in sesto la propria economia. Uno strumento al quale hanno fatto ricorso nella storia Paesi del calibro di Brasile, Germania, Regno Unito, Francia e Stati Uniti.

Un caso, quello argentino, sul quale il G20 ha formalmente aperto un dibattito interno per arrivare a una legislazione che impedisca altre sentenze simili. Per esempio stabilendo al momento dell’emissione di debito che, in caso di insolvenza, per tutti sarà vincolante ciò che deciderà la maggioranza dei creditori. Cosa non considerata nel caso del default argentino, che fu negoziato con oltre il 90% dei creditori, ma non con i fondi che avevano rastrellato i titoli a prezzi scontati.

Stiamo parlando, com’è chiaro, di un pasticcio nel quale si è cacciata la giustizia statunitense, e di conseguenza gli Stati Uniti come piazza finanziaria. Le ripercussioni vanno molto oltre il ruolo dell’Argentina, o ciò che essa può rappresentare per l’economia mondiale. I vincitori sono stati gli hedge fund, che possono continuare a scorrazzare sulle vaste praterie della speculazione scommettendo ora sulla scarsità di cibo, ora sul fallimento di un Paese. Una finanza spregiudicata che esce rinforzata dal punto di vista legale. Per l’Argentina, dopo 15 anni dal default, il rientro sul mercato internazionale dei capitali è dettato dal bisogno di reperire 15 miliardi di dollari proprio per ripagare i fondi. Non cioè per rilanciare il paese, ma per sommare ancora debito, come prima del default.

Dopo 15 anni di lotta legale, per Buenos Aires non c’era altra scelta che pagare e chiudere la vertenza che escludeva il Paese dal circuito internazionale finanziario e bloccava gli investimenti esteri, oltre a produrre episodi al limite dell’azione di guerra, come i tentativi di pignoramento di navi militari o dell’aereo presidenziale. La ribellione, esaurita la via legale, avrebbe reso l’Argentina più isolata di quanto non lo sia già dal 2001 in poi. Per il resto della comunità mondiale si tratta invece di un serio ammonimento. Anche se molti Paesi eviteranno d’ora in poi di emettere titoli di Stato sulla piazza di New York, il precedente di questa vicenda potrebbe fare scuola altrove: e quindi, per gli Stati, quell’ultima ancora di salvezza, cioè poter imporre i termini di negoziazione dei loro debiti in caso di fallimento, usata dal Medioevo fino al XX secolo, probabilmente non esiste più. Il diritto internazionale è stato cambiato da una sentenza che ha demolito un altro pezzettino della residua prevalenza del pubblico sul privato, in quanto rappresentante di interessi collettivi e non particolari.
Pochi però ne hanno presso atto.

 

Alfredo Somoza per Esteri, Radio Popolare

 

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Adam Smith, il filosofo scozzese vissuto nel XVIII secolo e ritenuto padre della scienza economica, nei suoi scritti prese in considerazione l’eventualità che i mercanti e gli industriali potessero decidere di trasferire le loro attività fuori dall’Inghilterra. Scrisse che ne avrebbero sì tratto profitto, ma a danno del Paese.

Quello che Smith non poteva prevedere è che, a distanza di due secoli, i grandissimi protagonisti dell’economia mondiale sarebbero riusciti, legalmente, a produrre in un determinato luogo senza praticamente pagare le tasse da nessuna parte. E cioè che l’incarnazione odierna del mercantilismo del ’700, l’economia globalizzata praticamente senza alcuna autorità regolamentatrice, riuscisse a venir meno a uno dei principi fondanti del capitalismo: tassare i profitti in modo che lo Stato possa redistribuirne una parte alla società nel suo complesso.

Addirittura, nei fondamentali della democrazia inglese il fatto di pagare le tasse diventa il titolo principale per esigere la possibilità di votare. Tasse e cittadinanza, tasse e responsabilità sociale, tasse e giustizia sono binomi fondanti. Oggi si parla invece di “erosione della base imponibile”, il trucco legale che permette alle grandi multinazionali di trasferire all’estero i profitti onde evitare la tassazione nei Paesi dove gli stessi profitti sono stati generati. Anche se non sono vietati, simili giochi di prestigio sono da considerarsi a tutti gli effetti evasione fiscale. Perciò da qualche anno vari Stati, dagli USA al Regno Unito e oggi anche l’Italia, hanno cambiato atteggiamento e si sono messi a fare i conti in tasca ai vari Google, Amazon, Microsoft. E questi giganti stanno cominciando a pagare conti salati per le tasse che non hanno versato, approfittando del “gioco delle tre tavolette” tra Paesi di produzione del reddito e Paesi dove si liquidino le tasse. Non sono cifre da poco, se alla sola Google Italia, che ha prodotto un reddito di 1,2 miliardi di euro tra il 2009 e il 2013, vengono contestati ben 190 milioni di euro di tasse evase.

Destinazione finale di questi flussi di profitti sono ovviamente i soliti paradisi fiscali nei quali, come ai tempi della filibusta, si sono accumulati miliardi di profitti esentasse che attendono solo di potere essere reimpiegati. Secondo un report di Citizen for Tax Justice, le principali 500 aziende statunitensi avrebbero parcheggiato in paradisi fiscali 2.100 miliardi di dollari che, se dovessero rientrare negli USA, lascerebbero allo Stato 600 miliardi di dollari.

Gli artifizi per sottrarre i profitti al fisco non si configurano soltanto come una sostanziale evasione fiscale ma anche come una violazione del principio di concorrenza. Infatti, la pratica innocentemente chiamata “di ottimizzazione fiscale” è a portata soltanto delle grandi multinazionali. L’imprenditore “nazionale”, cioè quello che produce, commercializza e paga le tasse in un singolo Stato, si trova così ad affrontare concorrenti che producono e vendono nel suo stesso Paese, ma che non pagano le tasse localmente: anzi, riescono ad abbattere il costo fiscale fino praticamente ad azzerarlo. Per un produttore locale europeo, questo vuol dire avere un gap rispetto al suo concorrente pari a circa il 30-35% sul guadagno atteso. Chiara concorrenza sleale, anche se ancora su questo fronte nessuno ha avanzato ipotesi di intervento.

La globalizzazione e il web hanno moltiplicato le opportunità di produrre e di vendere a un mercato sempre più grande. Se però i grandissimi gruppi che garantiscono l’ossatura di questa nuova configurazione mondiale si concentrano ulteriormente, eliminando qualsiasi forma di concorrenza grazie anche alla possibilità di sottrarsi al fisco, si rischia che i frutti positivi di questa rivoluzione vengano vanificati. Soprattutto, alla fine rischiamo tutti di trovarci con una società più povera e più ingiusta, perché i nuovi dominus dell’economia mondiale non assolvono più a uno dei compiti-cardine del capitalismo: restituire alla comunità una parte di quanto hanno saputo e potuto guadagnare.

 

Alfredo Somoza per Esteri, Radio Popolare

 

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