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Tutto lascia presagire il fallimento, politico prima ancora che militare, dei “volenterosi” che da settimane stanno bombardando a distanza la Libia del colonnello Gheddafi. Al grido d’allarme dei britannici sull’esaurimento dei missili cosiddetti “intelligenti” in possesso della Nato, si aggiungono il ritiro annunciato dalla coalizione della Norvegia (dal primo agosto), il richiamo del Parlamento statunitense a Obama perché smetta di spendere soldi in bombardamenti, e le considerazioni del ministro degli Interni Maroni secondo il quale il conflitto, oltre a costare parecchio all’Italia, non permette di regolare il flusso di profughi in arrivo dall’Africa settentrionale.

Per uscire dall’impasse bellica nella quale, dall’Afghanistan in poi, si è impantanato l’Occidente, bisogna individuare strumenti condivisi e soluzioni al di sopra di ogni sospetto, cercando di coinvolgere attivamente quei Paesi che finora non hanno preso posizione sulla vicenda libica. Il riferimento è agli Stati BRICS (Brasile, Russia, Cina e Sudafrica) i quali, delegando ad altri ogni decisione in sede ONU, fino a questo momento si sono limitati a lasciare la patata bollente nelle mani dell’Occidente “storico”. Un test per capire se i grandi di ieri siano tali ancora oggi: hanno la capacità di gestire, politicamente ed economicamente, uno scontro militare che va a sommarsi ad altri conflitti aperti?

Il disimpegno USA, appena dissimulato da qualche raffica di missili sulla Libia, mette a nudo i conti senza l’oste fatti dalla Francia e dal Regno Unito, che hanno spinto con tutte le loro forze per imporre una soluzione militare alla guerra civile tra la Tripolitania e la Cirenaica libica. Appare evidente l’assoluta debolezza di una logica militare della risoluzione dei conflitti che non tenga conto degli interessi e delle aspirazioni delle potenze che stanno prepotentemente scalando i primi posti dell’economia mondiale. La Libia dimostra che il vecchio metodo non funziona più, ammesso e non concesso che abbia mai funzionato.

Nella storia dell’umanità non si conoscono potenze che si siano rette soltanto sulla forza militare e non anche su quella economica. Ma oggi gli Stati Uniti, prima potenza mondiale, sono esposti per un quarto del loro indebitamento con la Cina… che per ora continua a finanziarne le inutili guerre senza contropartite politiche. L’Europa dell’adesione automatica alle posizioni di Washington farebbe bene a riflettere sulle proprie priorità. Uno scenario mediorientale e nordafricano in fiamme è quello di cui ha meno bisogno dal punto di vista geopolitico, economico e anche migratorio.

In questa fase si possono individuare alcune analogie con le fasi conclusive degli imperi del passato, da quello romano a quello vittoriano. C’è però una grande differenza: per la prima volta nella storia, a declinare non è una singola realtà, bensì un gruppo di Stati. Proprio quelli che hanno creato e gestito la globalizzazione dal XV secolo in poi. Un declino “sistemico” che coincide con la crescita di un’altra parte del mondo, che in passato era marginale oppure sottomessa. Continuare con la logica dell’esclusione delle nuove potenze dal tavolo della politica internazionale non fa certo ben sperare circa la stabilità del mondo nei prossimi anni. Anzi, appare semplicemente suicida.

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

Negli anni Ottanta era la bestia nera dei movimenti che in tutto il mondo si battevano per una soluzione al problema del debito estero dei Paesi in via di sviluppo e veniva dipinto come un direttorio, nato all’indomani degli accordi di Bretton Woods del 1944, a tutela del ruolo del dollaro USA quale moneta di riferimento per gli scambi mondiali: stiamo ovviamente parlando del Fondo Monetario Internazionale, che da statuto doveva occuparsi di garantire la stabilità monetaria mondiale e favorire gli scambi commerciali. In realtà esso era diventato il guardiano degli interessi degli Stati più industrializzati, imponendo ricette recessive ai Paesi indebitati e classificando i governi in buoni e cattivi, sempre a senso unico. Questo perché il suo meccanismo di governo, che non prevede la formula “una testa-un voto”, assegna la maggioranza a un gruppo di Stati europei, al Giappone e agli USA, in base al capitale versato. Da organismo di regolamentazione delle valute a club dei creditori e superministero dell’economia mondiale il passaggio è stato breve. I Paesi indebitati, a esclusione di quelli che detenevano la maggioranza dei voti del FMI come gli Stati Uniti stessi, si sono visti imporre le famigerate “ricette” del FMI, cioè piani di aggiustamento strutturale perfettamente allineati con i dettami della dottrina neoliberalista in economia, che hanno portato al ridimensionamento della spesa sociale e previdenziale e alle privatizzazioni dei beni pubblici. Ne sono state vittime in questi decenni realtà come Indonesia, Ecuador, Messico, Egitto, Thailandia e decine di altri Paesi che hanno dovuto cedere la propria autonomia in materia economica ai tecnocrati designati dal FMI. C’è una data simbolica a partire dalla quale le cose hanno iniziato a cambiare, seppur lentamente: dicembre 2001, quando l’Argentina dichiarò il default malgrado le attenzioni decennali che le erano state riservate da parte del Fondo Monetario. In quei mesi si cominciò a parlare di “uscita dal FMI” come unica possibilità per cambiare le cose. Negli anni successivi si è fatta avanti anche un’altra linea, sostenuta dal Mercosur: provare a estinguere i debiti verso il FMI e puntare a contare di più all’interno della sua assemblea, aumentando il capitale versato. Questa politica ha portato all’annuncio in seno al G20 di un’imminente riforma dell’istituzione monetaria. Una riforma che sottrarrà due posti all’Europa per assegnarli ai Paesi del BRICS (Brasile, Russia, Cina, India e Sud Africa) e al riequilibrio dei meccanismi di voto in base a una ricapitalizzazione (la quale porterà, per esempio, India e Cina ad accrescere del 6% le proprie quote). Questo cedimento dei “Grandi” non è dovuto a un tardivo rigurgito democratico, ma alla consapevolezza che o si allarga il tavolo delle decisioni oppure non esistono possibilità di trovare una soluzione ai problemi globali. Un equilibrio nuovo, che ora tutti cominciano a voler raggiungere e che potrebbe far voltare definitivamente pagina rispetto all’eredità del colonialismo e delle navi cannoniere. L’elezione del nuovo Direttore Generale ci darà un’indicazione di quanto vogliano resistere ancora le vecchie potenze prima di prendere atto dei mutati equilibri mondiali

Alfredo Somoza

Sono piccole cose

Pubblicato: 4 giugno 2011 in Mondo
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“Son cosas chiquitas. No acaban con la pobreza, no nos sacan del subdesarrollo, no socializan los medios de producción y de cambio, no expropian las cuevas de Alì Babà. Pero quizás desencadenen la alegría de hacer, y la traduzcan en actos. Y al fin y al cabo, actuar sobre la realidad y cambiarla, aunque sea un poquito, es la única manera de probar que la realidad es transformable”.

“Sono piccole cose. Non eliminano la povertà, non ci fanno uscire dal sottosviluppo, non socializzano i mezzi di produzione, non espropriano la grotta di Alì Babà. Ma forse scatenano la gioia del fare, e la traducano in atti. In fin dei conti, agire sulla realtà e cambiarla, anche se di poco, è l’unico modo di provare che la realtà è modificabile.”

Eduardo Galeano (scrittore uruguayano, maestro di utopie)

esteri_28_04_2011 Puntata del 28 aprile 2011 di Esteri (Popolare Network).

A la guerre!

Pubblicato: 26 aprile 2011 in Mondo
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Finalmente si è deciso, l’Italia entra in guerra contro la Libia sparando “missili di precisione”. Tra le regole della geopolitica, quelle più precise riguardano proprio la guerra: “non entrare mai in un conflitto senza avere valutato il vantaggio che puoi trarne, le conseguenze della tua azione, come si inserisce nel tuo disegno geopolitico”. Secondariamente, ma non per questo meno importante, “verifica la legalità, per quanto possibile, della tua azione”. In questo caso, oltre la dubbia legalità quando si parla non più di tutelare i civili, ma di distruggere la capacità bellica di uno Stato, questa azione è palesemente in contrasto con la Costituzione italiana perché in nessun modo il conflitto mette in pericolo i confini nazionali. Tutte questi elementi sono stati sicuramente valutati. Non ho dubbi, e voi?

Guerre, immigrati a armi

Pubblicato: 29 marzo 2011 in Mondo
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Pare che il principale pericolo per la sicurezza italiana rispetto alla crisi politica in Libia siano le ondate di profughi, sommariamente definiti “immigrati illegali” in violazione di ogni elementare regola del diritto internazionale. In subordine vengono amplificate le veline dei servizi segreti sulle infiltrazioni di gruppi fondamentalisti, un evergreen dalla guerra in Iraq in avanti. Sappiamo poi degli interessi legati al petrolio e alla posizione delle aziende italiane in terra libica.

Di armi si parla poco, anche se non è un tema secondario. Nel 2004 furono i delegati italiani a convincere Bruxelles a cancellare le sanzioni alla Libia, un risultato che il Ministro degli Interni dell’epoca, Beppe Pisanu definiva come “un successo italiano che giova a tutta l’Europa”. L’argomento principale della diplomazia italiana era stato il tema del controllo dei flussi migratori, che incontrò il favore degli alleati europei: togliendo l’embargo – questo il senso della posizione italiana – ci sarebbe stato un amico che avrebbe pattugliato le coste meridionali del Mediterraneo. Un alleato al quale fornire le “attrezzature necessarie”, armi incluse. L’equazione “sicurezza-immigrati-forniture di armi”, utilizzata anche per la Tunisia, diventava lo strumento di politica europea per il Mediterraneo, con i Paesi nordafricani relegati al ruolo di cuscinetto per fermare l’immigrazione da Sud, ma anche quello di terra promessa per gli affari dei mercanti d’armi.

Made in Italy sono, infatti, buona parte dell’aviazione libica, fiore all’occhiello delle milizie del Colonnello Gheddafi, e buona parte delle navi che pattugliano le coste. Le aziende del gruppo Finmeccanica, Agusta Westland e Alenia, tra il 2005 e il 2009 hanno venduto alla Libia dieci elicotteri, due aeromobili e alcuni sistemi missilistici. Il legame si è ulteriormente rinsaldato con la partecipazione dei fondi libici nell’azionariato di Finmeccanica. Dall’Italia verso la Libia non sono partiti solo aerei e navi leggere: un gruppo di ONG ha denunciato che nel 2009 attraverso Malta c’è stata una triangolazione di armi leggere a uso militare a marchio Beretta, per una cifra di oltre 79 milioni di euro, con destinazione finale Tripoli.

Il resto è storia di questi giorni, ma per correttezza di informazione bisogna ricordare che operazioni simili sono state compiute da altre potenze in altri scenari: dalla Francia nei Paesi del Sahel, dalla Cina in Sudan, dal Regno Unito in Nigeria, dagli Stati Uniti in Colombia, Arabia Saudita e Pakistan. Gli alibi cambiano, ma la sostanza rimane la stessa. Una volta si armavano i regimi del Sud del Mondo in chiave geopolitica rispetto agli equilibri della Guerra Fredda, oggi lo si fa in nome della lotta al narcotraffico, all’integralismo islamico o all’immigrazione clandestina.

La cronaca ci riporta regolarmente poi la notizia scontata che quelle armi vengono usate contro gli stessi popoli che le hanno pagate, confermando, se ce ne fosse ancora bisogno, l’immensa distanza tra le belle parole di democrazia e libertà che vengono spese dai leader mondiali e la cruda e cinica realtà della politica degli interessi nazionali.

La tempesta perfetta


Sorpresa, stupore, inadeguatezza. Queste le reazioni dei politici e delle opinioni pubbliche dei Paesi del Sud del mondo davanti alle rivolte di piazza nel Nord Africa. Non bastano gli esperti per far capire ciò che sta succedendo, dopo che per almeno 20 anni si è martellato su quello che doveva essere l’unico e grande rischio per gli Stati di quell’area geografica, cioè il fondamentalismo religioso islamico. Nessuno era preparato a un’esplosione di voglia di democrazia e di rifiuto della politica corrotta dei regimi, con slogan che ricordano altre piazze e altri continenti, dall’America Latina alla Thailandia. La sorpresa non riesce a nascondere però la paura che nei prossimi mesi si possa verificare la tanto temuta “tempesta perfetta”, con la coincidenza dell’aumento del prezzo petrolio e degli alimenti. Quanto accade in Nord Africa si potrebbe ripetere in tanti altri Paesi dove regimi liberticidi, corruzione ed emergenze economiche e sociali non sono da meno.

Una constatazione evidente di queste ore è che, forse per la prima volta, non c’è una regia della crisi. È difficile immaginare che una o più potenze stiano manipolando la situazione e men che meno che qualcuna di esse riesca a esercitare un potere tale da essere in grado di riportare l’ordine. Il mondo multipolare ha messo a nudo le proprie difficoltà nel realizzare una governance globale. È chiara anche l’ennesima sconfitta dell’Europa, che non ha saputo (o voluto) prevedere il terremoto alle sue frontiere e che pateticamente si pone in queste ore soltanto problemi legati ai flussi migratori. Un’Europa di egoismi e di piccolo cabotaggio che non ha mai voluto interessarsi né di democrazia né di sviluppo sulla sponda Sud del Mediterraneo.
Dietro l’Europa fallimentare e gli Stati Uniti sempre più lontani, però, non c’è nulla.
Le potenze emergenti seguono la crisi nordafricana con un misto di finta preoccupazione e di soddisfazione per quello che forse è già accaduto: la resa delle potenze storiche nella gestione dello scacchiere internazionale e il bisogno sempre più urgente di raggiungere una nuova distribuzione dei pesi politici per tentare di ripristinare un equilibrio globale.

Anche i popoli del Sud stanno imparando una lezione e i nuovi mezzi di comunicazione, mettendo a nudo le nefandezze dei dittatori in disgrazia, ne hanno impedito, per ora, la fuga, perché l’opinione pubblica mondiale non lo permetterebbe. Questa alleanza virtuale, ovviamente tutta da dimostrare, tra le società civili di tutto il mondo apre nuovi scenari per le lotte democratiche. È anche ora di ripensare i luoghi comuni sui nuovi strumenti di comunicazione di massa, considerati da molti metafora del consumismo o inutile spreco. Nei Paesi dove non esiste la libertà di stampa né quella di manifestare, cellulari, pc e Internet diventano le moderne – e pacifiche – armi delle rivoluzioni democratiche del XXI secolo.
 

E’ legittimo ormai chiederci se ci troviamo di fronte all’inizio di un nuovo imperialismo agricolo. Questa domanda non retorica del New York Times si riferisce ai dati che confermano la progressiva e veloce colonizzazione di terreni agricoli in diversi Paesi dell’America Latina, dell’Asia e soprattutto dell’Africa. Ormai siamo alle soglie di una vera e propria “corsa alla terra”, considerata un bene prezioso per poter fare fronte ai previsti cali di produttività dovuti al cambiamento climatici. I Paesi ricchi ma privi di risorse naturali, in Medio Oriente, Asia e altre zone del mondo, cercano di avviare la produzione di generi alimentari dove i campi sono abbondanti e a buon mercato. Gran parte della terra coltivabile del pianeta, però, è già sfruttata. Uno studio della Banca Mondiale e della FAO ha rivelato che una delle più grandi riserve di suolo sottoutilizzato è costituita dai 600 milioni di ettari della savana guineana, una distesa di terra che attraversa 25 Paesi africani e si sviluppa dal Senegal all’Etiopia fino al Congo e all’Angola. E qui che avvengono le operazioni di affitto-terre che stanno cambiando volto all’agricoltura africana. Transazioni che quasi sempre avvengono in silenzio  e sulle quali è  difficile  ottenere informazioni. È il caso dell’iniziativa lanciata da IKEA per riconvertire l’illuminazione dei  magazini  italiani a criteri ecologici attraverso l’utilizzo di biocombustibili. L’accordo con la NII (Nuove Iniziative Industriali della famiglia Orlandi, con sede a Galliate, in provincia di Novara) prevede la fornitura di olio di jatropha coltivato in Africa per alimentare l’impianto elettrico e il riscaldamento dei locali. La NII ha ottenuto concessioni di terra piuttosto importanti nel Continente Nero: 50.000 ettari in Kenya, altrettanti in Etiopia, 40.000 in Senegal e ben 700.000 in Guinea Conakry. L’azienda novarese, in un articolo apparso su Il Sole 24 Ore, afferma che si tratta di terreni finora incolti e che, nel solo Kenya, l’attività creerà impiego per 8.000 persone. Nessuna informazione è reperibile invece sulle condizioni patteggiate per l’utilizzo delle terre, né sui controlli relativi alle modalità di utilizzo delle stesse, né su quale sia la situazione della sicurezza alimentare nella realtà locale, visto che si produrranno materie prime non alimentari che per l’80% finiranno nel continente europeo.

La corsa alle terre sta velocemente cambiando la faccia di intere regioni e l’elenco dei Paesi e dei gruppi che si affacciano su questo nuovo mercato aumenta. Oltre ai coreani, che controllano 1,6 milioni di ettari, si distinguono i giapponesi con 922.000 ettari, gli Emirati Arabi con 1,61 milioni di ettari, l’India con 1,64 milioni e la Cina con 3,4 milioni di ettari distribuiti tra Europa, Asia, America e soprattutto Africa. Soltanto in Repubblica Democratica del Congo i gruppi cinesi si sono appropriati di ben 2,8 milioni di ettari di terre produttive. Nella geografia delle terre agricole non bisogna sottovalutare i  gruppi privati, come la coreana Daewoo che controlla 13.000 kmq in Madagascar. Questo nuovo business globale potrebbe produrre un crack definitivo per l’agricoltura di molti Paesi a rischio, occupando terre che, anche se incolte, verranno sottratte per un secolo a qualsiasi ipotesi di sviluppo del mondo rurale e che saranno riconsegnate, se mai lo saranno, totalmente esaurite dal punto di vista produttivo e ambientale

In qualsiasi lingua si cerchino su Google le parole “protettorato” e “Haiti”, le pagine recensite si contano in decine di migliaia. Haiti non condivide con l’Africa soltanto il colore della pelle della popolazione, ma anche la povertà estrema e il fatto di essere vittima degli elementi e della corruzione politica. Haiti è uno di quei “non-Paesi” per i quali sempre più spesso si parla di trust law, cioè di amministrazione fiduciaria da parte della comunità internazionale; in parole semplici, rendere Haiti temporaneamente “non sovrana”, creando un protettorato.
Haiti è un Paese fallito? Molti pensano di sì, e che quindi il processo elettorale – caotico e contestato – svoltosi recentemente, non permetterà un ritorno alla normalità in uno Stato che, dopo il terremoto, assiste impotente al rientro dal suo esilio dorato in Francia del feroce ex-dittatore Baby Doc per candidarsi a salvare il Paese dal caos.

In realtà, da anni Haiti è un protettorato di fatto, con una gestione condivisa tra USA e Brasile, che forniscono i caschi blu della missione ONU. Un protettorato come il Kosovo e la Bosnia-Erzegovina nei Balcani, come la Liberia e la Sierra Leone in Africa, come Panama in Centroamerica e Timor in Asia. Non popoli senza Stato, come i kurdi o i palestinesi, ma Paesi senza Stato.

La tentazione di un’ingerenza diretta, alla luce del sole, nella gestione di realtà che per un motivo o per l’altro “non ce la fanno da sole”, alimenta la voglia di neocolonialismo, come ha recentemente denunciato sulle pagine di “Le Monde” lo scrittore guineano Tierno Monénembo a proposito delle elezioni in Costa d’Avorio e in Guinea. Qui, come anche in Haiti, il compito di stabilire chi ha vinto e chi ha perso non spetta alle competenti autorità elettorali locali ma ai funzionari dell’ONU, dietro i quali si intravedono facilmente gli interessi delle potenze che hanno fornito i caschi blu e i finanziamenti per le missioni di pace. Per ora questi sono episodi isolati e circoscritti a Paesi che hanno sofferto atrocità dovute a guerre o disastri naturali, ma aumentano come tipologia: si tratta di territori più che di Paesi, con autorità chiaramente di facciata e senza riconoscimento, con l’ONU (o una potenza in suo nome) che garantisce ordine e legittimità. Le Nazioni Unite vengono così ridotte al ruolo di garante di accordi impossibili, di comunità irreconciliabili, di Stati senza senso e diventano l’ultimo responsabile di fallimenti annunciati. L’istituzione che doveva guidare la comunità internazionale fuori dal mondo bipolare, in un nuovo dialogo più paritario tra tutti, si riduce così a tappabuchi del fallimento di politiche vecchie e nuove e viene utilizzata come paravento dalle potenze di ieri e di oggi.

Cambiano i tempi, ma il tanto auspicato “concerto delle nazioni” rimane sempre un assolo di solisti, ognuno concentrato sulla propria musica.

Negli anni Ottanta era la bestia nera dei movimenti che in tutto il mondo si battevano per una soluzione al problema del debito estero dei Paesi in via di sviluppo e veniva dipinto come un direttorio, nato all’indomani degli accordi di Bretton Woods del 1944, a tutela del ruolo del dollaro USA quale moneta di riferimento per gli scambi mondiali: stiamo ovviamente parlando del Fondo Monetario Internazionale, che da statuto doveva occuparsi di garantire la stabilità monetaria mondiale e favorire gli scambi commerciali. In realtà esso era diventato il guardiano degli interessi degli Stati più industrializzati, imponendo ricette recessive ai Paesi indebitati e classificando i governi in buoni e cattivi, sempre a senso unico.

Questo perché il suo meccanismo di governo, che non prevede la formula “una testa-un voto”, assegna la maggioranza a un gruppo di Stati europei, al Giappone e agli USA, in base al capitale versato.

Da organismo di regolamentazione delle valute a club dei creditori e superministero dell’economia mondiale il passaggio è stato breve.

I Paesi indebitati, a esclusione di quelli che detenevano la maggioranza dei voti del FMI come gli Stati Uniti stessi, si sono visti imporre le famigerate “ricette” del FMI, cioè piani di aggiustamento strutturale perfettamente allineati con i dettami della dottrina neoliberalista in economia, che hanno portato al ridimensionamento della spesa sociale e previdenziale e alle privatizzazioni dei beni pubblici. Ne sono state vittime in questi decenni realtà come Indonesia, Ecuador, Messico, Egitto, Thailandia e decine di altri Paesi che hanno dovuto cedere la propria autonomia in materia economica ai tecnocrati designati dal FMI.

C’è una data simbolica a partire dalla quale le cose hanno iniziato a cambiare, seppur lentamente: dicembre 2001, quando l’Argentina dichiarò il default malgrado le attenzioni decennali che le erano state riservate da parte del Fondo Monetario. In quei mesi si cominciò a parlare di “uscita dal FMI” come unica possibilità per cambiare le cose. Negli anni successivi si è fatta avanti anche un’altra linea, sostenuta dal Mercosur: provare a estinguere i debiti verso il FMI e puntare a contare di più all’interno della sua assemblea, aumentando il capitale versato.

Questa politica ha portato qualche giorno fa all’annuncio in seno al G20 di un’imminente riforma dell’istituzione monetaria. Una riforma che sottrarrà due posti all’Europa per assegnarli ai Paesi del BRIC (Brasile, Russia, Cina e India) e al riequilibrio dei meccanismi di voto in base a una ricapitalizzazione (la quale porterà, per esempio, India e Cina ad accrescere del 6% le proprie quote).

Questo cedimento dei “Grandi” non è dovuto a un tardivo rigurgito democratico, ma alla consapevolezza che o si allarga il tavolo delle decisioni oppure non esistono possibilità di trovare una soluzione ai problemi globali.

Un equilibrio nuovo, che ora tutti cominciano a voler raggiungere e che potrebbe far voltare definitivamente pagina rispetto all’eredità del colonialismo e delle navi cannoniere.