Il grandioso successo della prima emissione internazionale di bond argentini dopo il default del 2001, 15 miliardi di dollari USA offerti da Buenos Aires contro 70 miliardi richiesti dal mercato, potrebbe sembrare il lieto fine di una storia infinita a colpi di sentenze, contro-sentenze, polemiche, avvocati miliardari, crisi economiche e politiche. Ma la realtà è diversa: la resa dell’Argentina agli hedge fund che detenevano titoli di debito emessi negli anni ’90 e che si erano appellati alla Corte Federale di New York riscrive le regole del diritto internazionale in materia di fallimenti pubblici. Fondi cosiddetti avvoltoio che, negli anni successivi al default, rastrellarono titoli argentini in giro per il mondo: li pagarono dal 10 al 30% del loro valore nominale, salvo poi intentare e vincere una causa contro il Paese sudamericano, ottenendo la restituzione del 100% del valore nominale più gli interessi e le spese legali.

Un caso senza precedenti nella storia della ristrutturazione di un debito pubblico. Non c’è quasi Stato – e l’Italia è una delle rarissime eccezioni – che nella sua storia non abbia dovuto applicare una svalutazione sovrana dei propri debiti. Ma, dopo la sentenza del tribunale di New York, in linea di principio questo non sarà più possibile. E cioè se un Paese dovesse fallire non potrebbe ristrutturare il debito e quindi rimettere in sesto la propria economia. Uno strumento al quale hanno fatto ricorso nella storia Paesi del calibro di Brasile, Germania, Regno Unito, Francia e Stati Uniti.

Un caso, quello argentino, sul quale il G20 ha formalmente aperto un dibattito interno per arrivare a una legislazione che impedisca altre sentenze simili. Per esempio stabilendo al momento dell’emissione di debito che, in caso di insolvenza, per tutti sarà vincolante ciò che deciderà la maggioranza dei creditori. Cosa non considerata nel caso del default argentino, che fu negoziato con oltre il 90% dei creditori, ma non con i fondi che avevano rastrellato i titoli a prezzi scontati.

Stiamo parlando, com’è chiaro, di un pasticcio nel quale si è cacciata la giustizia statunitense, e di conseguenza gli Stati Uniti come piazza finanziaria. Le ripercussioni vanno molto oltre il ruolo dell’Argentina, o ciò che essa può rappresentare per l’economia mondiale. I vincitori sono stati gli hedge fund, che possono continuare a scorrazzare sulle vaste praterie della speculazione scommettendo ora sulla scarsità di cibo, ora sul fallimento di un Paese. Una finanza spregiudicata che esce rinforzata dal punto di vista legale. Per l’Argentina, dopo 15 anni dal default, il rientro sul mercato internazionale dei capitali è dettato dal bisogno di reperire 15 miliardi di dollari proprio per ripagare i fondi. Non cioè per rilanciare il paese, ma per sommare ancora debito, come prima del default.

Dopo 15 anni di lotta legale, per Buenos Aires non c’era altra scelta che pagare e chiudere la vertenza che escludeva il Paese dal circuito internazionale finanziario e bloccava gli investimenti esteri, oltre a produrre episodi al limite dell’azione di guerra, come i tentativi di pignoramento di navi militari o dell’aereo presidenziale. La ribellione, esaurita la via legale, avrebbe reso l’Argentina più isolata di quanto non lo sia già dal 2001 in poi. Per il resto della comunità mondiale si tratta invece di un serio ammonimento. Anche se molti Paesi eviteranno d’ora in poi di emettere titoli di Stato sulla piazza di New York, il precedente di questa vicenda potrebbe fare scuola altrove: e quindi, per gli Stati, quell’ultima ancora di salvezza, cioè poter imporre i termini di negoziazione dei loro debiti in caso di fallimento, usata dal Medioevo fino al XX secolo, probabilmente non esiste più. Il diritto internazionale è stato cambiato da una sentenza che ha demolito un altro pezzettino della residua prevalenza del pubblico sul privato, in quanto rappresentante di interessi collettivi e non particolari.
Pochi però ne hanno presso atto.

 

Alfredo Somoza per Esteri, Radio Popolare

 

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La fase declinante delle sinistre sudamericane è ricca di spunti utili per trarre lezioni e ragionare sul futuro della politica nelle periferie dell’Occidente. Un dato è ormai certo, dal Venezuela all’Argentina passando per il Brasile: i politici che avevano saputo gestire la fase di espansione dell’economia mondiale, generando impiego e instaurando modalità interessanti di redistribuzione del reddito, non hanno trovato gli strumenti adatti per gestire la crisi. La narrazione dello Stato al centro dell’economia si è infranta quando i governi hanno cominciato a doversi districare tra inflazione, recessione e aumento della disoccupazione. Ed è qui che sono venute alla luce le mancanze degli anni precedenti, il grandissimo deficit di riforme su temi che erano stati ignorati, o addirittura cavalcati in modi non sempre limpidi.

Presidenti che si erano contraddistinti sul piano dei diritti civili, ma che non avevano affrontato una riforma in senso progressivo del fisco né tagliato di netto la commistione tra politica e affari. Governanti che avevano garantito una maggiore sicurezza sociale a milioni di persone, ma che non avevano mai affrontato seriamente il groviglio drammatico del narcotraffico, che genera corruzione e insicurezza collettiva. Leader che avevano ribadito il valore della proprietà pubblica rispetto ai bagordi degli anni delle privatizzazioni “a prescindere”, ma che poi si sono foraggiati con le prebende garantite dal controllo delle aziende. Insomma, una stagione di riforme a metà. Riforme che, sotto l’impatto della recessione globale, oggi rischiano di essere vanificate, e in parte lo sono già. I voti di protesta in Argentina, in Bolivia e in Venezuela, il tentativo di rovesciamento dai contorni inquietanti della presidente brasiliana Rousseff, il rischio tangibile del ritorno di un Fujimori al governo del Perù spiegano complessivamente la crisi di un modello.

Esaurita la spinta propulsiva delle sinistre, il resto del quadro politico rimane però quello conosciuto e fallito nei decenni precedenti. Ciò anche perché quelle sinistre erano state in grado di affermare una solida egemonia culturale, consolidando principi relativi ai diritti, ai beni comuni, alla lotta alla povertà: temi che negli anni ’80 e ’90 erano tabù. Le destre che ora stanno arrivando al potere, anch’esse con mille sfumature, per racimolare voti si trovano a ripetere alcuni degli slogan coniati dai governi precedenti. Come il neopresidente argentino che ha promesso “povertà zero” in campagna elettorale, o l’opposizione venezuelana che dichiara di non volere toccare il modello di welfare chavista.

Gli interessi dei cittadini, che a torto considerano ormai consolidate le conquiste sociali e civili degli ultimi anni, si sono spostati di netto sulle questioni della legalità e della trasparenza. Temi cari, almeno a parole, a quasi tutte le sinistre mondiali, ma che in Sudamerica fanno fatica a tramutarsi in fatti. Non è difficile prevedere che i futuri leader di quel blocco sociale che ancora aspetta di uscire dalla povertà dovranno certamente promettere di occuparsi delle diseguaglianze, ma nello stesso tempo garantendo che saranno capaci di prendere in mano una situazione negativa, potenziata dall’eredità di decenni di pessima politica.

Avrà successo chi mostrerà le capacità – e la fedina penale pulita – necessarie per promettere una stagione di riforme e la radicale eliminazione di ogni connivenza tra la politica e i poteri forti dell’economia legale e illegale.

Ma perché questo avvenga, è urgente anche un ricambio dei ceti dirigenti, così com’era avvenuto all’inizio della stagione precedente. In questo senso, l’atteggiamento alla “muoia Sansone con tutti i filistei” di alcuni leader in disgrazia non promette nulla di buono. Ma una certezza almeno c’è: il Sudamerica oggi è un continente nel quale la democrazia ha la forza di incoronare e anche di defenestrare il re. E questa è già una grande novità.

 

Alfredo Somoza per Esteri, Radio Popolare

 

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23-05-08 Brasil- Cumbre en Brasilia.

Adam Smith, il filosofo scozzese vissuto nel XVIII secolo e ritenuto padre della scienza economica, nei suoi scritti prese in considerazione l’eventualità che i mercanti e gli industriali potessero decidere di trasferire le loro attività fuori dall’Inghilterra. Scrisse che ne avrebbero sì tratto profitto, ma a danno del Paese.

Quello che Smith non poteva prevedere è che, a distanza di due secoli, i grandissimi protagonisti dell’economia mondiale sarebbero riusciti, legalmente, a produrre in un determinato luogo senza praticamente pagare le tasse da nessuna parte. E cioè che l’incarnazione odierna del mercantilismo del ’700, l’economia globalizzata praticamente senza alcuna autorità regolamentatrice, riuscisse a venir meno a uno dei principi fondanti del capitalismo: tassare i profitti in modo che lo Stato possa redistribuirne una parte alla società nel suo complesso.

Addirittura, nei fondamentali della democrazia inglese il fatto di pagare le tasse diventa il titolo principale per esigere la possibilità di votare. Tasse e cittadinanza, tasse e responsabilità sociale, tasse e giustizia sono binomi fondanti. Oggi si parla invece di “erosione della base imponibile”, il trucco legale che permette alle grandi multinazionali di trasferire all’estero i profitti onde evitare la tassazione nei Paesi dove gli stessi profitti sono stati generati. Anche se non sono vietati, simili giochi di prestigio sono da considerarsi a tutti gli effetti evasione fiscale. Perciò da qualche anno vari Stati, dagli USA al Regno Unito e oggi anche l’Italia, hanno cambiato atteggiamento e si sono messi a fare i conti in tasca ai vari Google, Amazon, Microsoft. E questi giganti stanno cominciando a pagare conti salati per le tasse che non hanno versato, approfittando del “gioco delle tre tavolette” tra Paesi di produzione del reddito e Paesi dove si liquidino le tasse. Non sono cifre da poco, se alla sola Google Italia, che ha prodotto un reddito di 1,2 miliardi di euro tra il 2009 e il 2013, vengono contestati ben 190 milioni di euro di tasse evase.

Destinazione finale di questi flussi di profitti sono ovviamente i soliti paradisi fiscali nei quali, come ai tempi della filibusta, si sono accumulati miliardi di profitti esentasse che attendono solo di potere essere reimpiegati. Secondo un report di Citizen for Tax Justice, le principali 500 aziende statunitensi avrebbero parcheggiato in paradisi fiscali 2.100 miliardi di dollari che, se dovessero rientrare negli USA, lascerebbero allo Stato 600 miliardi di dollari.

Gli artifizi per sottrarre i profitti al fisco non si configurano soltanto come una sostanziale evasione fiscale ma anche come una violazione del principio di concorrenza. Infatti, la pratica innocentemente chiamata “di ottimizzazione fiscale” è a portata soltanto delle grandi multinazionali. L’imprenditore “nazionale”, cioè quello che produce, commercializza e paga le tasse in un singolo Stato, si trova così ad affrontare concorrenti che producono e vendono nel suo stesso Paese, ma che non pagano le tasse localmente: anzi, riescono ad abbattere il costo fiscale fino praticamente ad azzerarlo. Per un produttore locale europeo, questo vuol dire avere un gap rispetto al suo concorrente pari a circa il 30-35% sul guadagno atteso. Chiara concorrenza sleale, anche se ancora su questo fronte nessuno ha avanzato ipotesi di intervento.

La globalizzazione e il web hanno moltiplicato le opportunità di produrre e di vendere a un mercato sempre più grande. Se però i grandissimi gruppi che garantiscono l’ossatura di questa nuova configurazione mondiale si concentrano ulteriormente, eliminando qualsiasi forma di concorrenza grazie anche alla possibilità di sottrarsi al fisco, si rischia che i frutti positivi di questa rivoluzione vengano vanificati. Soprattutto, alla fine rischiamo tutti di trovarci con una società più povera e più ingiusta, perché i nuovi dominus dell’economia mondiale non assolvono più a uno dei compiti-cardine del capitalismo: restituire alla comunità una parte di quanto hanno saputo e potuto guadagnare.

 

Alfredo Somoza per Esteri, Radio Popolare

 

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La formula del franchising, in italiano “concessione” o “affiliazione commerciale”, nasce verso il 1930 nel mondo della ristorazione ed esplode negli anni ’50 con le catene di fast food statunitensi. Il gioco consiste nel far affermare un marchio commerciale sul mercato, per poi cedere “chiavi in mano” l’utilizzo dello stesso a imprenditori con capitali da investire. In realtà non si tratta soltanto dell’adozione del marchio, ma anche delle materie prime, degli standard di preparazione dei prodotti, dell’arredamento dei locali e delle divise dei dipendenti. Il franchisee paga una quota di affiliazione alla catena godendo in cambio di un ritorno di immagine basato sugli investimenti della casa madre in pubblicità, marketing, capacità produttiva.

Una delle imprese leader e pioniere di questo settore è McDonald’s, nata quasi cent’anni fa in California. Oggi è l’azienda di ristorazione fast food più grande al mondo, con un fatturato annuo di oltre 25 miliardi di dollari USA e oltre 400.000 addetti. Ma i ristoranti effettivamente posseduti e gestiti da McDonald’s sono solo una piccola percentuale rispetto a quelli gestiti da concessionari: negli Stati Uniti, appena il 10% dei 13.000 punti vendita. Ciò che era poco noto è che, negli anni, la catena ha acquistato o costruito molti dei locali in cui si è successivamente insediato un franchisee, il quale dunque non è solo un venditore di panini e patatine fritte griffati con il celebre marchio, ma anche un affittuario di McDonald’s. Un piccolo impero del mattone che pare renda più dell’attività gastronomica.

Non ci sarebbe nulla da eccepire se non fosse emerso che, in Europa, McDonald’s proporrebbe ai concessionari affitti in alcuni casi 10 volte più alti del prezzo di mercato. La voce degli affitti dei locali pesa all’incirca per il 65-70% sugli utili incassati dalla catena nel Vecchio Continente. Ciò svelerebbe il “mistero” della differenziazione di prezzo tra gli hamburger serviti nei locali gestiti direttamente da McDonald’s e quelli proposti nei locali in franchising, quasi sempre più cari. Questa situazione è stata denunciata da un pool di associazioni di tutela di consumatori italiane con il supporto dei sindacati, che hanno presentato un esposto contro la catena statunitense presso l’Antitrust europeo. Tali pratiche violerebbero infatti il principio della libera concorrenza e si configurerebbero come abuso di posizione dominante. I danneggiati da questa politica, secondo le associazioni dei consumatori, sarebbero sia i franchisee sia i consumatori finali.

Se queste pratiche fossero provate, si prefigurerebbe una sicura sanzione milionaria che potrebbe sommarsi ai risultati di un’altra inchiesta in corso da parte delle autorità comunitarie, in questo caso per elusione fiscale. Infatti anche McDonald’s, come Google, Microsoft o Amazon, utilizzerebbe l’ormai noto meccanismo di “ottimizzazione fiscale”, dichiarando gli utili in un Paese a fiscalità privilegiata (in questo caso il Lussemburgo) per evitare il pagamento delle tasse negli Stati dove si è svolta l’attività commerciale.

Il caso degli affitti maggiorati di McDonald’s è un altro tassello che permette di ricostruire lo stato dell’arte della globalizzazione economica. Dalle promesse iniziali di stimolo del mercato e della concorrenza, abbattendo i costi dei prodotti a beneficio dei consumatori, i giganti multinazionali hanno accumulato ingenti capitali provenienti anche da tasse non versate, applicato logiche da cartello imponendo prodotti e prezzi, spazzato via qualsiasi tipo di concorrenza nazionale e addirittura, se sarà confermato, inventato nuove modalità per aggirare le normative esistenti, come quelle antitrust, con clausole capestro che alla fine si traducono in maggiori costi per i consumatori.

L’accusa di dumping, cioè la pratica di uno Stato che sovvenziona un produttore così da permettergli di esportare sottocosto e sbaragliare la concorrenza su altri mercati, è oggi rivolta quasi solo nei confronti della Cina. Ma simili meccanismi di concorrenza sleale si possono trovare anche nelle viscere di quelle imprese che, dopo aver promesso un mondo migliore e più aperto al business, lo stanno invece trasformando in un “cortile di casa” gestito da un numero sempre più ristretto di padroni del vapore.

 

di Alfredo Somoza per Esteri, Radio Popolare

 

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Il grande tema che ormai da tempo la Commissione Europea sta dibattendo verte su una domanda apparentemente retorica: la Cina è o non è un’economia di mercato? Nei prossimi mesi la Commissione dovrà formulare una proposta in tal merito al Consiglio e al Parlamento Europeo. Dalla risposta che non solo l’Europa, ma anche gli Stati Uniti e tutti gli altri membri del WTO sono chiamati a dare a questa domanda dipenderà molto del futuro dell’occupazione e dell’economia globale.

Nel 2001, quando la Cina fu ammessa nell’Organizzazione Mondiale del Commercio, si stabilì un termine di 15 anni entro il quale accettare a pieno titolo il Paese nel club delle economie di mercato. In pratica, questa riserva ha permesso di mantenere alte alcune barriere protettive nei confronti dell’export cinese a tutela della produzione industriale del resto del mondo. Non mancavano certo i motivi per dubitare delle caratteristiche del mercato cinese. Un mercato con una rigorosa programmazione centralizzata, controllato da uno Stato marcatamente interventista in termini di costo del lavoro, investimenti, costo dell’energia, difesa del mercato interno.

I sospetti, più che confermati, del frequente ricorso cinese alla pratica illegale del dumping, cioè della vendita sottocosto di determinati prodotti grazie a forti sovvenzioni per scardinare i mercati concorrenti, hanno permesso di intervenire a difesa – per esempio – del residuo settore industriale siderurgico e tessile degli Stati occidentali.

In questi 15 anni la Cina ha saputo aspettare pazientemente, accumulando una gigantesca capacità produttiva, definita tecnicamente overcapacity. E ora freme per riversare la sua produzione sul resto del mondo. I numeri calcolati da recenti studi hanno mandato nel panico l’Unione Europea, e in particolare l’Italia. Secondo l’Economic Policy Institute, infatti, la fine delle barriere protettive nei confronti della Cina porterebbe a una perdita annua tra 1 e 2 punti percentuali del PIL europeo, a circa 2 milioni di disoccupati e a un deficit con il commercio tra Europa e Cina di 185 miliardi di dollari USA all’anno. Una batosta che si concentrerebbe soprattutto su Germania e Italia, Paesi dai quali scomparirebbe ciò che resta dei comparti siderurgico e tessile.

Le diplomazie europee sono al lavoro per trovare la quadra rispetto a un problema incombente che vede divisi, anche su questo, gli Stati scandinavi (favorevoli all’apertura) da quelli mediterranei: Italia e Francia sono contrarissimi. La Germania farà da ago della bilancia.

Il punto, dunque, sarebbe stabilire fino a che punto la Cina non rispetti ancora gli standard delle economie di mercato per quanto riguarda libera concorrenza e ruolo dello Stato. Ma non si può fare a meno di notare che i Paesi europei, liberisti a parole, nella pratica continuano a sfruttare fino all’osso ciò che resta del vecchio protezionismo.

Un’altra riflessione riguarda invece il nodo irrisolto dei rapporti tra l’UE e la Cina. I problemi dell’apparato produttivo europeo determinati dall’emergere della potenza asiatica hanno radici ormai antiche, ma restano sempre attuali. La diplomazia commerciale europea ha ignorato l’argomento rimandandolo a tempi mai precisati, preferendo nel frattempo impegnarsi nel negoziato con gli Stati Uniti per la creazione del TTIP, il Partenariato trans-atlantico per il commercio e gli investimenti. Un’operazione discutibile e dagli impatti economici molto, molto più modesti rispetto alla posta in gioco con la Cina.

Non vi è dubbio, quindi, che per l’Europa sarebbe un’assoluta priorità negoziare con Pechino per ripianare le differenze, giocando anche su un rapporto di forze più favorevole rispetto a quello che si può mettere sul piatto nelle trattative con gli Stati Uniti. Ma così non sarà: Bruxelles è tentata di partorire l’ennesimo rimando. Circola voce, infatti, che la posizione della Commissione potrebbe essere quella di raccomandare al Parlamento e al Consiglio di accettare il rilascio del Market Economy Status (status di economia di mercato) a Pechino, ma stabilendo un ulteriore congruo periodo transitorio per l’eliminazione delle difese commerciali. Una soluzione poco originale e perdente: si continua a non considerare la proverbiale capacità cinese di sapere aspettare.

 

Alfredo Somoza per #Esteri, Radio Popolare

 

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Lo Zimbabwe è da molti anni un caso da manuale. Fino al 1980, questo Paese dell’Africa meridionale si chiamava Rhodesia in onore di sir Cecil Rhodes: un imprenditore e politico britannico che si era costruito un impero personale nel Continente Nero, depredandone le risorse. Dopo l’indipendenza e la fine del predominio bianco, lo Zimbabwe ha conosciuto solo momenti di caos economico inframezzati da ondate di repressione del dissenso.

Il padre-padrone del Paese, il novantunenne Robert Mugabe, già tra i promotori dell’indipendenza, ha rivestito senza soluzione di continuità il ruolo di primo ministro e poi di presidente dal 1980 a oggi. Di ideologia marxista, Mugabe è presto diventato un esponente di quella particolare razza di “dinosauri politici” africani preoccupati solo di perpetuare il proprio potere a qualsiasi costo. Considerato “persona non grata” da buona parte dei Paesi occidentali, ha portato lo Zimbabwe a essere sottoposto a sanzioni internazionali: eppure è riuscito a restare aggrappato al potere grazie al sostegno discreto del Regno Unito e a quello palese della Cina.

Lo Zimbabwe è ricco di risorse agricole e minerarie, eppure la sua economia è dissestata, soprattutto perché le migliori terre, espropriate ai coloni inglesi, sono state poi concesse dal governo in modo clientelare. Dopo la dichiarazione di fallimento negli ’90, negli anni 2000 il Paese è stato colpito da una crisi di iperinflazione senza precedenti. Nel luglio 2008 l’inflazione ha toccato la fantasmagorica quota di 231 milioni per cento: lo Zimbabwe si è visto costretto a cessare di battere moneta e ha adottato come valuta il dollaro statunitense e il rand sudafricano. L’economia allo sbando, la situazione politica bloccata, la popolazione sofferente che in massa emigrava verso il Sudafrica erano le poche notizie che filtravano all’esterno.

In un simile scenario si è rafforzato il ruolo della Cina, che negli anni della crisi è diventata il primo partner commerciale del Paese. Il gigante asiatico, nuovo grande socio degli Stati africani, è infatti il principale acquirente delle derrate alimentari prodotte in Zimbabwe e vi esporta tutti i manufatti di cui si ha bisogno localmente, incluse le armi per l’esercito di Mugabe e gli aerei per la compagnia di bandiera. Le autorità di Pechino, che hanno incluso lo Zimbabwe tra le “destinazioni autorizzate” per i loro turisti, hanno recentemente cancellato 40 milioni di crediti in scadenza nel 2015.

Questa politica della Cina, che tende a consolidare i rapporti non solo commerciali ma anche finanziari e politici con i suoi fornitori di materie prime, sarà ulteriormente rinforzata da 60 miliardi di dollari di investimenti per lo sviluppo delle infrastrutture africane annunciati dal presidente Xi Jinping.

Sulle ragioni del successo della Cina in Africa si è molto scritto e detto, ma il dato principale rimane che, per Pechino, Paesi disastrati come lo Zimbabwe possono diventare partner strategici, a prescindere dalle sanzioni internazionali, dalle violazioni dei diritti umani, dalla mancanza di democrazia.

E ora lo Zimbabwe ripagherà la Cina con una decisione dal forte valore simbolico: dal 2016, il Paese africano adotterà la moneta cinese come valuta nazionale. Lo yuan o renminbi, pochi mesi dopo aver superato il test d’ingresso nel paniere del FMI, diventa per la prima volta moneta di riferimento di un Paese terzo. Come la sterlina britannica, il franco francese o il dollaro statunitense. Anche Pechino, che però non ha mai avuto le colonie, debutta nel ristretto club delle valute forti. C’è da scommettere che ciò che sta avvenendo nel laboratorio dello Zimbabwe non rimarrà un caso isolato. Il mondo è cambiato, anche se ancora facciamo fatica a percepirlo.

 

Alfredo Somoza per Esteri (Radio Popolare)

 

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«Comunicato numero 1: Si informa la popolazione che da oggi, 24 marzo 1976, il Paese è sotto il controllo operativo della Giunta di Comandanti Generali delle Forze Armate».  40 anni fa gli argentini si svegliarono con questo comunicato ripetuto a reti unificate dal primo mattino. Era la fine del breve ritorno alla democrazia del 1973 e l’inizio della notte più buia del Paese. Da qualche giorno si registravano movimenti anomali nelle caserme, e sui principali quotidiani uscivano inserzioni anonime che incoraggiavano i militari a prendere in mano i destini della Repubblica. Il governo di Isabel Martínez de Perón, la vedova del generale morto nel 1974, si dibatteva nel caos. L’alba del 24, come da copione golpista, furono occupate radio e televisioni, i carri armati presero possesso delle strade, la presidente venne arrestata insieme a ministri e dirigenti politici, mentre cominciavano a circolare carovane di macchine senza targa della polizia politica alla caccia di potenziali “sovversivi”: sindacalisti, operatori sociali, professori universitari, intellettuali, semplici cittadini impegnati in politica.

Correva l’anno 1976 e l’ondata di colpi militari che avevano posto fine alla democrazia in Brasile negli anni ’60, in Cile nel 1973, in Bolivia e in Paraguay arrivava anche in Argentina. Lo scenario globale era quello della Guerra Fredda e l’America Latina era il “cortile di casa” politico ed economico degli Stati Uniti. Non erano permessi governi, anche se eletti democraticamente, che non fossero allineati con Washington in chiave anticomunista. Anche se di comunista, sotto l’ombrello di Mosca, all’epoca c’era solo Cuba. Ma in Argentina non si trattò di un golpe come tanti altri. Qui si volle sperimentare una nuova tecnica di controllo politico e di terrore: la desaparición, cioè la scomparsa fisica nel nulla degli oppositori. Una tecnica che paralizzava parenti e amici degli scomparsi e generava terrore. Molti anni dopo, il generale Jorge Rafael Videla dichiarerà che «se avessimo fucilato in piazza i sovversivi ci sarebbe stata un’ondata di indignazione contro il Paese». Infatti, l’indignazione internazionale arriverà molti anni dopo.

Tra i militari che andarono al potere c’erano diverse identità e diverse posizioni, dagli integralisti cattolici “crociati dell’Occidente” fino ai “politici” affiliati alla Loggia P2 di Licio Gelli. L’Argentina dei militari è stata anche il laboratorio sudamericano per le strategie già sperimentate dai francesi durante la Guerra d’Algeria. Erano tempi di giochi sporchi e di geopolitiche a geometria variabile, e per questo l’URSS non condannò mai la giunta di Videla, che diventò anzi alleata vitale di Mosca dopo l’embargo internazionale per l’invasione dell’Afghanistan. I militari argentini, infatti, coprirono il fabbisogno di alimenti dell’URSS quando gli altri Paesi occidentali si rifiutarono di continuare a vendere ai sovietici.

Con fatica e in ritardo, il mondo che nel 1978 partecipò ai Mondiali di calcio del regime cominciò a capire che, a pochi metri dagli stadi, si era consumato un dramma che aveva inghiottito 30.000 persone e spinto altre decine di migliaia all’esilio. La vicenda dei desaparecidos venne alla luce in tutta la sua complessità solo a partire del 1982, e Sandro Pertini ebbe il merito di essere uno tra i primi leader politici a prenderne atto.

Ma la dittatura – che si sarebbe conclusa solo nel 1983 dopo il disastro della guerra contro il Regno Unito per il possesso delle isole Malvinas – non era solo repressione. Fu in quegli anni che sotto la guida di José Martínez de Hoz, il super-ministro dell’economia, si accelerò sull’indebitamento estero e si posero le basi per la svendita del patrimonio pubblico, in un’orgia di corruzione. Due fenomeni alla base del default del Paese avvenuto nel 2001. L’Argentina dei primi anni ’70 era una potenza regionale con un livello di vita superiore a quello degli Stati dell’Europa mediterranea, Italia inclusa. L’argentina post-dittatura scivolerà fino a diventare un paria della comunità internazionale.

Il ritorno alla democrazia significò una primavera dei diritti a lungo calpestati, ma la frattura sociale determinatasi negli anni ’70 pesa ancora oggi come un macigno. Una volta c’era un Paese orgoglioso, con il più alto livello di istruzione, di welfare, di coesione sociale del continente. Quel Paese fu spezzato dalla barbarie in divisa. Le ferite sono ancora aperte, la giustizia ha funzionato solo parzialmente, e la democrazia rimane fortemente condizionata da un passato che fa fatica a diventare storia. La morale di questa vicenda dolorosa, a 40 anni di distanza, è che non può esistere nessun progetto salvifico al di fuori della democrazia. E che il Nunca Màs con il quale si è concluso il lavoro della Commissione incaricata di redigere il rapporto sulle sparizioni forzate non può essere davvero definitivo se la democrazia non è in grado di dare a tutti da mangiare, da studiare, da curarsi, da lavorare.

 

Alfredo Somoza per Esteri, Radio Popolare.

 

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È stato il biologo statunitense Eugene Stoermer, negli anni ’80, a ideare il concetto di Antropocene per indicare l’odierna era geologica nella quale – fatto inedito nella storia del pianeta – le trasformazioni del territorio e del clima sono determinate principalmente dall’uomo. Una tesi che ormai appare una certezza, ma che all’epoca della sua formulazione precorreva i tempi. Dagli anni ’90 in poi i dibattiti sul cambiamento climatico sono stati lunghi e complessi, finché si è arrivati alla constatazione, oggi rifiutata da pochissimi scienziati, del ruolo determinante svolto dalle attività umane nel riscaldamento della Terra.

Ma non solo per il clima imbizzarrito si caratterizza l’Antropocene. Nell’ultimo mezzo secolo gli esseri umani che popolano il pianeta sono aumentati vertiginosamente, insieme ai loro consumi e all’impatto sull’acqua, sui suoli, sulle foreste. L’anidride carbonica e il metano liberati dall’uomo hanno portato le concentrazioni di questi gas nell’atmosfera a livelli mai registrati negli ultimi 400.000 anni.

Il team di scienziati di prestigiosi istituti internazionali che sta studiando questo fenomeno sotto la direzione del chimico statunitense Will Steffen parla di “Great Acceleration”, una grande accelerazione delle attività umane che costituisce la base dell’Antropocene. In pratica, per la prima volta nella storia della Terra, nell’ultimo secolo l’insieme delle azioni prodotte dall’uomo è diventato più incisivo di tutte le altre modalità di trasformazione per così dire “spontanee”: oggi la mano dell’uomo incide di più sulla natura di quanto non sia in grado di fare la natura stessa.

In realtà, questa lettura dei fatti non dovrebbe stupirci. Nelle grandi religioni monoteiste il potere assegnato all’uomo di “assoggettare” la natura per prosperare ha sempre dato una dignità filosofica e teologica ai passi che hanno portato l’umanità dall’essere una specie animale tra le altre a conquistare una centralità senza contendenti, fino ad avere la possibilità di determinare la stessa distruzione della vita sulla Terra. Un potere incommensurabile che oggi, nel suo complesso, pesa più della natura sui cicli vitali.

L’uomo ha anche la capacità unica di trascendere dalla sua esperienza diretta e di immaginare massimi sistemi. Ma questa condizione tende a sfumare proprio quando dovrebbe tradursi in soluzioni pratiche dei problemi: cede il passo ad altre caratteristiche della psicologia umana che ne neutralizzano gli aspetti positivi, e così l’incoscienza continua a essere una condizione fondante dell’Antropocene. Un’incoscienza che a lungo è stata determinata dall’ignoranza dei processi in atto e delle loro cause, ma che oggi non risulta più giustificabile se non andando a indagare i meccanismi più antichi della nostra specie rispetto al progresso, alla moltiplicazione, all’assoggettamento del resto della natura.

La fisica e la chimica ci descrivono un mondo che sta cambiando velocemente secondo modalità via via più anomale, che spesso si percepiscono anche a occhio nudo. L’antropologia, invece, non ha ancora cominciato a indagare come e perché l’uomo non abbia perfezionato strumenti culturali adatti ad affrontare questi cambiamenti in corso, mettendo progressivamente a tacere uno dei principi basilari della vita sulla Terra: l’istinto di sopravvivenza.

 

Alfredo Somoza per #Esteri, Radio Popolare

 

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Lo statunitense Paul Elliott Singer, 71 anni, possiede una fortuna personale valutata in 2,1 miliardi di dollari USA grazie alla proprietà del fondo Elliott Management Corporation, gestore di 27 miliardi di dollari. Attraverso la Elliott, Singer opera sul mercato del debito sovrano in sofferenza, acquistando quando i titoli di debito sono svalutati per poi denunciare lo Stato emittente per l’intero valore nominale più gli interessi. Grazie a questa pratica legale, il suo fondo è stato battezzato “avvoltoio”, nel senso che si ciba di cadaveri, cioè di debiti di Paesi falliti.

Ovviamente questo grande finanziatore del Partito Repubblicano statunitense, sensibile ai diritti dei gay per motivi familiari, non si preoccupa di aggiungere sofferenza a sofferenza togliendo risorse utili alla ricostruzione economica e sociale. Non sono questi i problemi che si pone Paul Singer, che ha un carniere ricco di prede. Negli anni ’90 acquisì debiti dello Stato peruviano per 8 milioni di euro riuscendo, tramite una causa, a farsene rimborsare 43. Operazione ripetuta con uno dei Paesi più disperati al mondo, il Congo, che ha dovuto versare a Singer 67 milioni di dollari per fondi che erano stati pagati solo 15 milioni.

Con l’Argentina, quest’avvocato laureato a Harvard ha fatto il colpo grosso. Nel 2008 il suo fondo NML Capital rastrellò sul mercato secondario titoli argentini “spazzatura”, svenduti da creditori che non volevano aderire al concambio offerto da Buenos Aires, per un controvalore di 48,7 milioni di dollari. Poi denunciò il Paese davanti al Tribunale Federale di New York di cui è titolare un suo amico personale, l’anziano giudice Thomas Griesa (nominato da Richard Nixon), insieme ad altri due gestori di fondi. Dopo anni di dibattimenti, rinvii, tentativi di mediazione, nel 2013 si è arrivati a una sentenza che ha condannato l’Argentina a pagare ai fondi l’intero capitale nominale più gli interessi dei titoli. Pronunciamento confermato dalla Suprema Corte statunitense nel 2014. Così i circa 50 milioni di dollari investiti da Singer sono diventati 832 (+ 1608%): un affare tondo per il fondo avvoltoio e una sentenza che ha creato giurisprudenza.

Dal punto di vista tecnico, la sentenza ha dato luogo a un precedente pericolosissimo perché rende impossibile ristrutturare un debito in default. Oggi l’Argentina, forse a brevissimo Porto Rico e poi la Grecia, l’Italia…

Mauricio Macri, il nuovo presidente argentino, ha deciso di chiudere questa vertenza che continua a penalizzare il Paese sia sul piano degli interessi da pagare sulle emissioni di bond, sia sul reperimento internazionale di capitali. Per Buenos Aires il conto finale si aggirerà attorno a 4,5 miliardi di dollari.

Dal punto di vista politico, questa vicenda premia i fondi speculativi: gli stessi che sono considerati una delle principali cause della crisi economica nella quale il mondo è precipitato dopo il 2008. Ecco perché, se oggi c’è una riforma urgente da fare, è la chiusura del mercato secondario del debito sovrano ai fondi avvoltoi. Ma, come sappiamo, le riforme diventano sempre più difficili quando la politica dipende dalla grande massa di risorse e mezzi spostata dagli speculatori.

Paul Singer può essere contento: il suo motto «mettere la massima pressione sulla preda» ha funzionato. Ha piegato uno Stato e anche il 93% dei creditori dell’Argentina, quelli che avevano accettato le condizioni del debitore per riavere indietro buona parte dei loro risparmi. Ora sta planando su un nuovo e promettente caso: in Perú ci sono titoli emessi dallo Stato 40 anni fa per risarcire i proprietari di latifondi espropriati e mai pagati. Oggi valgono, sulla carta, 5 miliardi di dollari. Una carogna fresca per l’appetito degli avvoltoi di Wall Street.

 

Alfredo Somoza per #Esteri, Radio Popolare

 

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“Hanno pestato la coda alla jaracarà, invece che schiacciarle la testa” Questo il succo del messaggio consegnato alla stampa da un Lula da Silva appena uscito dal commissariato dell’aeroporto paulista di Congonhas, dove era stato portato contro la sua volontà dalla polizia per dichiarare nell’ambito della maxi inchiesta “Lavajato” (autolavaggio)  sul giro di denaro tra l’impresa pubblica Petrobras e la politica. La jaracarà è il più pericoloso serpente velenoso del Sud del Brasile e c’è un solo modo di neutralizzarlo, schiacciare la sua testa appunto. Ignacio da Silva detto Lula è stato il simbolo più efficace dei cambiamenti avvenuti in Sudamerica alla fine della Guerra Fredda. L’operaio metalmeccanico che diventa presidente della grande potenza regionale era anche il dirigente politico dal profilo più popolare, per origine e per cultura. Molto più di Chavez e di Kirchner, anni prima rispetto ad altri due leader usciti dal popolo,  Evo Morales e Pepe Mujica. Ma soprattutto Lula è stato il Presidente del boom del Brasile, diventato icona e simbolo di successo. Da un paio d’anni, il suo  Brasile fiero e vincente, che aveva ottenuto in un sol colpo la Coppa del Mondo di calcio e le Olimpiadi, è praticamente scomparso. La cronaca ci racconta un Paese piegato su se stesso, in crisi economica e soprattutto in crisi morale e politica. Il Brasile di oggi sembra l’incubo di quello che si era finalmente svegliato,  innescando un processo vertiginoso di crescita economica, di aumento del prestigio internazionale, di rimozione di antiche ingiustizie sociali.

Trenta milioni di persone, ed è un dato certificato, si sono emancipate dalla povertà durante il quasi decennio di Lula, periodo nel quale l’elettricità ha raggiunto le aree rurali, sono stati scoperti e sfruttati importantissimi giacimenti offshore di petrolio e la diplomazia brasiliana ha contribuito a fondare il gruppo dei Paesi BRIC. Tra il 2002 e il 2014 il salario minimo è aumentato del 77% e i brasiliani in condizione di povertà estrema sono scesi dal 9% della popolazione al 3%.

Questi traguardi sono stati raggiunti grazie a un ciclo favorevolissimo per le materie prime agricole e minerarie e alla capacità di diversificare le esportazioni verso est e verso il mondo arabo. Ma il Brasile “potenza”, che rivendicava un posto fisso nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU e impegnava i propri caschi blu in Africa e ad Haiti, aveva i piedi d’argilla. Malgrado il rumore mediatico, era rimasto un Paese dalle profonde disuguaglianze sociali, con una corruzione radicata nella classe politica e con una burocrazia asfissiante. Se nel 2014 il rapporto di reddito tra l’1% della popolazione più ricco e il 10% più povero era di 14.500 reais contro 155, ci sarà un motivo.

A giudizio di molti, le differenze sociali in Brasile nascono dalla concentrazione della ricchezza in un sistema economico dominato da grandi e grandissimi gruppi economici. Concentrazione che riguarda anche la proprietà terriera, oggi dominata dai baroni della soia OGM. Sul piano fiscale, le rendite delle aziende non sono tassate, le tasse sulla successione e sul patrimonio sono ridicole, mentre quella sul reddito è poco progressiva. Il grosso delle entrate fiscali deriva infatti dall’IVA, pagata indistintamente da ricchi e poveri. L’aspetto lodevole delle politiche di Lula è stato il massiccio sostegno offerto al reddito dei ceti più bassi senza intaccare le concentrazioni della ricchezza, ma abbandonando i ceti medi. E proprio questi ultimi sono quelli che per primi hanno voltato le spalle al Partito dei Lavoratori.

Il Brasile che diventava potenza mondiale continuava ad avere servizi da terzo mondo in campo sanitario, scolastico o dei trasporti: contro questa situazione si sono ribellate le metropoli a più alto reddito. Ma sono stati altri due fattori a innescare la crisi complessiva del Paese: la crisi economica che ha rallentato la Cina, suo principale cliente, e il ritorno in primo piano della corruzione che coinvolge politici di governo e di opposizione con scandali sempre più clamorosi. Oltre al tradizionale fenomeno della compravendita dei voti (figlio di un sistema istituzionale nel quale il presidente non ha praticamente mai una maggioranza propria in Parlamento ma deve “costruirla”), è venuto alla luce il passaggio di fondi neri tra i gestori delle grandi aziende pubbliche, come il colosso Petrobras, e il sottobosco della politica di ogni colore. Un collegamento tra gestione della cosa pubblica e interessi privati non più digeribile da parte dei cittadini.

Questi sono i mali antichi di un Paese «benedetto da Dio per la sua natura», come recita una popolare canzone, ma che paga ancora un elevato prezzo alla storia coloniale, durante la quale si formarono i ceti sociali, la struttura della proprietà e i poteri che continuano a dettare legge in uno Stato ricchissimo eppure maledettamente pieno di poveri. E in questo contesto va letta la vicenda politica e umana di Lula. Dai sondaggi circolati pochi giorni fa, se si dovesse candidare alla successione di Dilma Rousseff, vincerebbe contro qualsiasi altro rivale. Il Presidente più amato dei brasiliani oggi però sta vivendo giorni delicati per lui, per il suo mito e per il suo futuro. L’immagine del serpente velenoso al quale invece di schiacciare la testa hanno solo pestato la coda è significativa. Sappiamo tutti che quando purtroppo capita, la cosa più probabile è che il serpente calpestato si rivolti di scatto mordendo la gamba dell’aggressore.  Aldilà delle battute colorate, in Brasile è in atto una guerra tra poteri, ma il dato di fondo è vero: il sistema brasiliano è profondamente inquinato da connivenze illegali e la maggiore sconfitta del presidente-operaio  è stata quella di non essere riuscito, o di non avere voluto, voltare pagina con le urgenti riforme  di cui ha bisogno un paese eterno candidato a far parte del ristretto club delle potenze globali.

 

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