Posts contrassegnato dai tag ‘Russia’

L’opinione degli analisti macroeconomici pare essere cambiata negli ultimi mesi: oggi la parola d’ordine è «i BRICS sono finiti». Più che un’analisi sembra una professione di fede. Ci si auspica che le politiche espansive adottate per uscire dalla crisi, che finora ha colpito solo le vecchie potenze occidentali, portino segnali di vita a economie che si trascinavano tra la recessione e la deflazione. «Se torna la crescita in Occidente, crolla la crescita nel resto del mondo» sembra sia l’assioma.

Un’uscita dalla crisi che ha avuto un costo altissimo con l’aumento esponenziale dei debiti pubblici e, in alcuni casi, il ritorno dell’inflazione. I Paesi occidentali hanno sforato allegramente ogni criterio di bilancio virtuoso con deficit che raggiungono circa il 6% rispetto al PIL, per Paesi come la Francia e gli USA, e debiti che in rapporto al PIL sono saliti al 76% come quello tedesco, o al 236% come quello giapponese. Nel frattempo i Paesi BRICS si sono capitalizzati (la Cina è diventata ormai lo Stato più solido al mondo dal punto di vista delle riserve valutarie) e si sono ulteriormente industrializzati a ritmi da record: durante i 7 anni della crisi delle economie occidentali hanno continuato a crescere e a strappare dalla miseria centinaia di milioni di cittadini diventati ceti medi, per quanto più poveri rispetto ai nostri canoni.

Ma questi risultati non bastano, e non basta nemmeno che le previsioni attribuiscano ancora a questi Paesi ritmi di crescita di tutto rispetto: secondo la vulgata mediatica i BRICS sono nati per stupire, dunque se non stupiscono significa che si stanno avviando verso il fallimento. In realtà i BRICS, in questa fase, hanno una base economica più solida rispetto ai Paesi di vecchia industrializzazione altamente indebitati, che non potrebbero fare fronte a una nuova crisi.

Ciò non toglie che anche i BRICS abbiano diversi problemi. Uno, non di poco conto, è costituito dalle tensioni politiche create proprio dalla crescita degli ultimi anni. A più lavoro e a più istruzione sono seguite maggiori richieste di diritti civili e politici: nulla di nuovo, era già successo in Europa e negli Stati Uniti un secolo fa. La differenza è che la democrazia è riuscita a dare risposte adeguate a una società che chiedeva più parità, mentre diversi Stati BRICS sono governati da democrazie deboli o addirittura da regimi autoritari.

Altro problema è la dipendenza dai centri finanziari dei Paesi di vecchia industrializzazione, e anche da quei mercati europei e nordamericani dove trova sbocco buona parte della produzione. Si tratta di una debolezza strutturale dovuta a secoli di rapporti di forza a senso unico, che hanno gravemente penalizzato i BRICS e che 20 anni di crescita economica non sono bastati a rovesciare, almeno per ora. Un ulteriore problema riguarda il bisogno impellente di crescita: si tratta di Paesi dove decine di milioni di giovani ogni anno premono sul mercato del lavoro, persone alle quali solo la moltiplicazione delle opportunità può dare risposta.

I BRICS risentono di tutti i dolori della crescita veloce, ma hanno dalla loro la pazienza e la determinazione di chi troppo a lungo ha aspettato la sua opportunità per arrendersi senza lottare. In prospettiva l’annunciata migrazione verso gli USA o l’Europa di quei capitali che, in questi anni, si erano fermati sui mercati emergenti è un problema, ma potrebbe anche accelerare i processi di “sganciamento” progressivo dei BRICS dalla dipendenza dei mercati finanziari occidentali, attraverso l’intensificazione dei rapporti economici tra gli stessi Paesi emergenti, magari denominati in valuta locale.

Insomma, gli analisti dei grandi media occidentali sono convinti che la spinta propulsiva dei BRICS si stia esaurendo e che si tornerà all’ordine precedente. Ma questo difficilmente accadrà perché il mondo nel frattempo è radicalmente cambiato. Basta viaggiare lungo le strade dell’Africa, dell’America Latina o dell’Asia per constatare come, in così poco tempo, siano state profonde le trasformazioni dovute all’impennata dei BRICS. Al vecchio ordine economico, nel quale un manipolo di nazioni dettava legge e tutte le altre ubbidivano, non si torna più. E proprio questo è l’aspetto meno pubblicizzato e meno deleterio dell’ultima ondata di globalizzazione.

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

 

bric-flags

Le modalità con le quali si è verificato il distacco della Crimea dall’Ucraina delegittimano un processo che avrebbe potuto avvenire all’interno del diritto internazionale.

L’instabilità in Ucraina, dovuta alle conseguenze di un movimento di piazza dai contorni poco definiti, entro i quali si annidano forze che si richiamano alle peggiori destre del passato europeo; la presenza maggioritaria in Crimea di popolazione di origine russa, e la tutela delle basi navali russe considerate strategiche da Mosca: tutto ciò non basta a giustificare il modus operandi di Putin.

In primo luogo, un Paese che ospita basi straniere, come anche l’Italia, legittimamente pretende ed esige che le truppe straniere in esse ospitate non incidano nelle vicende interne della nazione. Nel caso della Crimea, i soldati russi sono usciti armati dalle caserme diventando di fatto truppe di occupazione. La motivazione formale è stata la difesa dei cittadini russi residenti nella provincia. Molto simile, per esempio all’alibi utilizzato dagli Stati Uniti nel 1836 per invadere e annettere il Texas messicano. A questo controllo armato del territorio, giuridicamente paragonabile a un’invasione, è seguita la farsa del referendum per l’indipendenza della Crimea: che, da strumento legittimo per esercitare il diritto all’autodeterminazione dei popoli, è diventato plebiscito manipolato e controllato dall’invasore per legittimare l’occupazione.

Il referendum si è chiuso con il risultato scontato del 96% di favorevoli, una maggioranza ben superiore alla percentuale di russofoni della provincia. È avvenuto senza controllo da parte del Paese che – fino a prova contraria – esercita la sovranità sulla Crimea, cioè l’Ucraina, e senza la minima ombra di osservatori internazionali. È stato soltanto una “copertina” democratica utile a coprire il blitz di Vladimir Putin che, per la prima volta dal 1938 dell’Anschluss di Hitler nei confronti dell’Austria, modifica le frontiere dell’Europa senza colpo ferire e senza provocare alcuna reazione se non prese di posizione puramente retoriche.

Ci sarà un “prima” e un “dopo” le vicende della Crimea, e l’onda lunga di quanto è accaduto ci accompagnerà per molto tempo. Oggi in Europa qualcuno ha scoperto che gli Stati Uniti in ritirata e l’UE politicamente disarmata non possono arginare la politica di forza della Russia: l’unica vera potenza politica europea emergente.

Alfredo Luis Somoza

Crimea-referendum-CHappatte_090314