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Quando gli chiedevano come poteva sintetizzare la sua vita rispondeva con il titolo della canzone di Violeta Parra “Gracias a la Vida”. José Alberto Mujica Cardano, il Pepe, come nella canzone di Violeta Parra voleva ringraziare la vita che le aveva dato tanto. Da giovane ribelle che negli anni ’60 aveva scelto la lotta armata per cambiare il mondo con i Tupamaros, al prigioniero politico, torturato e usato come ostaggio dei militari per ben 12 anni. Da Mujica tornato libero che collabora alla svolta che porterà le sinistre per la prima volta al potere fino al senatore, a Ministro dell’Agricoltura e infine a Presidente dell’Uruguay. Un politico che non ha mai barattato i suoi principi, che è stato sempre un contadino prestato alla politica, un uomo che dell’austerità ha fatto un principio inderogabile. Perché il Pepe è stato uno degli ultimi esponenti di una cultura antica, quella del gaucho della Pampa. Gente di poche parole, di principi ferrei, di acuta intelligenza pragmatica, abituati alle avversità e alla solitudine. Come quella forzata inflitta dai militari a Mujica per 12 anni, tenendolo in isolamento fino a quasi farlo impazzire. Ed è stato in quelle drammatiche circostanze, per le quali non cercò mai vendetta, che Mujica imparò a vivere dell’essenziale, ma sul serio, e soprattutto a dare valore al tempo. Per Mujica il consumismo era una trappola soprattutto perché i soldi che usiamo per consumare cose superflue sono stati pagati con il nostro tempo. Tempo sottratto agli affetti, all’osservazione, alla discussione, alla socialità. Merci in cambio di tempo di vita, la nuova schiavitù dalla quale bisogna liberarsi. E come? Tornando a vivere con l’essenziale e sostenendo uno stato che sappia garantire educazione e salute per tutti. Welfare e socialità, una caratteristica dell’Uruguay di altri tempi, paese di tradizioni laiche e socialdemocratiche e forgiato dall’immigrazione italiana fin dai tempi di Garibaldi. La sua presidenza ha lasciato all’Uruguay un sistema di sanità pubblica territoriale che ha retto lo shock della pandemia anni dopo, la liberalizzazione della marihuana che ha sottratto risorse alle mafie, la depenalizzazione dell’aborto, il matrimonio tra persone dello stesso sesso, ma soprattutto il livello più basso nella storia del paese di disoccupazione, povertà e disuguaglianza.  Sul piano personale, fece molto scalpore che si fosse assegnato come presidente uno stipendio di soli 900 dollari, da lui ritenuto più che sufficiente per vivere decentemente. Così come il suo rifiuto dell’auto di stato, perché voleva continuare a guidare il suo vecchio maggiolino.

Questa è stata l’eredità politica e personale di José Pepe Mujica, forse l’unico politico in decenni che è rimasto dal primo all’ultimo giorno della sua carriera fedele ai principi in cui credeva, aggiornandoli ma mai per tornaconto personale. Lui diceva che il politico viene costantemente osservato dai cittadini, per questo deve restare uno di loro perché se invece trae profitto personale, si arricchisce, cede alle tentazioni fa anzitutto un danno alla repubblica, all’idea stessa di democrazia. Pepe Mujica era un uomo di altri tempi, ma la sua vita e il suo pensiero sono stati incredibilmente moderni e attuali.  Oggi la politica latinoamericana lo rimpiange, ma perora, ancora non c’è nessuno che abbia imparato dal suo esempio.

Il primo Papa agostiniano proviene da un settore della Chiesa spesso considerato minore e lontano dalle gerarchie, le missioni. Praticamente tutta la sua carriera ecclesiastica l’ha svolta in Perù, nella periferia di un paese periferico, proprio in quei luoghi di frontiera tanto amati e seguiti da Papa Francesco. Con il suo predecessore Leone XIV condivide l’attaccamento alla Dottrina Sociale della Chiesa, progressista nella visione della società e conservatrice nelle questioni dottrinali. Cardinale di fresca nomina, Prevost si è continuato ad occupare di America Latina e di evangelizzazione per il Vaticano. La sua idea di chiesa è molto simile a quella di Francesco, trova la sua forza nel lavoro con gli ultimi coniugando fede e diritti terreni. Ma è anche il primo Papa statunitense, un paese attraversato da divisioni tra i cattolici e dove le forme più estreme della conservazione trovano una sponda nel Vice Presidente J.D. Vance.

I temi della sua agenda saranno senza dubbio quelli portanti del papato di Bergoglio: lotta alle disuguaglianze, dialogo interreligioso e pace. Per chi aveva dubbi sulla traccia che avrebbe lasciato Francesco, l’elezione di questo nuovo Papa conferma che su questi temi la Chiesa non poteva, e si spera non voleva, tornare indietro.

Che cosa resta della grande ondata di sensibilità sui temi ambientali che ha investito buona parte del pianeta solo pochi anni fa? La prima risposta, d’istinto, sarebbe: poco o nulla. Articolando meglio, si potrebbe dire che, ancora una volta, l’agenda della politica mondiale ha relegato il cambiamento climatico tra le questioni non prioritarie.

La realtà, però, è più sfaccettata. Perché, se è vero che l’Accordo di Parigi non è stato finora seriamente applicato, è vero anche che in tanti Paesi la transizione energetica è già una realtà. E non solo nell’Europa comunitaria. L’elenco degli Stati che hanno compiuto sforzi significativi è lungo e abbraccia tutti i continenti: dal Regno Unito al Marocco, dal Cile alla Costa Rica, fino alle Filippine. Ma la grande rivoluzione sta avvenendo in Cina, Paese che attualmente è responsabile di circa un terzo delle emissioni mondiali di CO2 per via dell’uso consolidato del carbone come fonte energetica fondamentale. Negli ultimi anni, in Cina si è concentrato quasi il 40% di tutti gli investimenti mondiali sulle energie pulite e il gigante asiatico è diventato leader globale nella produzione di mezzi elettrici e colonnine di ricarica e di pannelli solari e fotovoltaici. Soprattutto, è monopolista nel trattamento delle terre rare, del cobalto e del litio utilizzati dall’industria green.

Oggi la crescita economica cinese è basata in buona parte proprio sulla produzione di tecnologie e prodotti sostenibili. Se manterrà questo ritmo, entro il 2035 la Cina dovrebbe ridurre le sue emissioni di anidride carbonica del 30% e aumentare la sua quota di produzione di energie da fonti rinnovabili fino al 40%, con un calo delle emissioni industriali del 25%. I numeri raccontano uno sforzo titanico da parte di Pechino, non solo per migliorare le condizioni di vita dei propri cittadini ma anche per porsi alla guida di una rivoluzione mondiale in nome dell’ambiente e, al tempo stesso, del business. Proprio questa è la differenza rispetto agli altri Paesi che si stanno sforzando per rispettare gli Accordi di Parigi: per la Cina non si tratta soltanto di fare la cosa giusta, come per gli altri, ma di consolidare un ruolo di potenza economica proiettata verso il futuro.

L’antagonista per eccellenza, gli Stati Uniti di Donald Trump, sono invece proiettati verso il recupero di un passato che potremmo definire quasi remoto, fatto di petrolio e carbone, di dazi e frontiere chiuse. È un paradosso dei nostri tempi: quella che era considerata una delle realtà più tradizionaliste e conservatrici al mondo, la società cinese, si pone alla testa del cambiamento, mentre la società statunitense, che da sempre consideriamo la culla dell’innovazione, si chiude su se stessa e taglia i ponti con il resto del mondo.

Al netto delle differenze nel sistema politico che regge i due Paesi – e la democrazia non è un dettaglio – la classe dirigente cinese sta dimostrando di avere una visione di sé e del mondo che prefigura un nuovo ordine, percepito come ineluttabile, mentre quella statunitense non riesce a prendere atto del declino dell’ordine precedente, che le consentiva di prevalere senza ostacoli a livello globale. Il resto del mondo può solo osservare: qualcuno prova a inserirsi nella disputa, ma la partita è esclusivamente a due.

Jorge Mario Bergoglio è stato il Papa dei primati, il primo a essere nato nelle Americhe, il primo gesuita e il primo a scegliere il nome di Francesco, il santo più lontano dalla Chiesa diventata Stato. La sua carriera ecclesiastica era cominciata relativamente tardi, ma a 37 anni è stato il più giovane Superiore Provinciale dei Gesuiti del Rio de la Plata. Durante la Dittatura argentina non brillò per le critiche al regime, ma riuscì a salvare diversi perseguitati politici da morte sicura. Sarà lui da Vescovo di Buenos Aires a firmare il mea culpa della Chiesa per le connivenze con il regime di Videla. La sua visione politica, spesso mal interpretata, è stata quella dell’impegno sociale, ma senza cedere in materia di dottrina cattolica. Nella sua Enciclica Laudato Sii del 2015, per la prima volta la Chiesa affrontò il tema dell’ambiente, della terra, dei diritti dei migranti. Argomenti ulteriormente declinati nell’Enciclica Fratelli tutti del 2020. La Chiesa che lascia Bergoglio ha vissuto un grande rinnovamento nelle gerarchie, con la cooptazione di decine di sacerdoti impegnati nel sociale e nella lotta per la legalità. Nulla sarà uguale dopo Francesco, soprattutto nella scelta dei poveri, nella tutela del Creato e nella fede nel dialogo tra le persone e tra gli stati perché regni la pace. Bergoglio è stato un ponte tra le fedi e tra le diverse visioni politiche del mondo, sempre pronto ad offrire una sponda per la mediazione, ma senza dimenticare mai la limitatezza della condizione umana. “Chi sono io per giudicare” resta una sua frase celebre, ed è stata questa ammissione di fallibilità, lasciando spazio al dubbio, dove è risieduta la sua grandezza come Pontefice

Il lento declino della globalizzazione iniziata negli anni ’90 del secolo scorso è diventato caduta libera. Il Paese che aveva teorizzato e costruito la deregolamentazione dei mercati, dei capitali e del lavoro oggi è impegnato a picconare quello stesso mondo che, negli ultimi 30 anni, era diventato quasi senza frontiere per le merci, ma non per le persone. Nel 1987 il presidente repubblicano Ronald Reagan, in uno storico discorso alla radio, demonizzava i dazi e le chiusure di mercato, in modo coerente con la sua ideologia liberale e liberista. Nel 2025, il presidente repubblicano Donald Trump demonizza i mercati aperti perché, secondo lui, sono la causa di un grande furto compiuto ai danni dei cittadini statunitensi, e invoca i dazi. Confonde i dazi con il surplus commerciale, il presidente più isolazionista e protezionista della storia recente nordamericana, e immagina un mondo nel quale prevalga solo l’interesse nazionale, a qualsiasi costo. La sua è una posizione molto simile a quella dei cosiddetti “patrioti” europei, che però non hanno né il peso né gli strumenti politici per applicare le stesse politiche.

In tre decenni si è passati dall’unipolarismo (USA) al bipolarismo (USA e Cina) e al multipolarismo (G7 e Paesi Brics), e ora stiamo cadendo nel tribalismo, tutti contro tutti. Sarebbe una conclusione davvero curiosa per la transizione che si è aperta nel 1991 con la fine dell’URSS: anche perché dimostrerebbe che oggi non è più possibile un ordine basato sulla potenza di uno o due Paesi, e nemmeno un equilibrio multipolare. Siamo di fronte a un insieme di potenze litigiose che pensano solo ai fatti loro, nel quale per dirimere le questioni critiche si moltiplicano le guerre, alcune già iniziate e altre in agguato.

Già si alzano voci da più parti che invitano ad abbandonare il green deal europeo, a uscire dall’Accordo di Parigi e dalle agenzie dell’ONU, a disconoscere la Corte penale internazionale. Non è ciò che pensavano gli ideologi del globalismo degli anni ’90, che immaginavano un mondo aperto nel quale il mercato, eterodiretto dalle loro aziende multinazionali, avrebbe creato un ordine alternativo a quello della politica. Ora abbiamo invece una prepotente rivincita dello Stato, che impone dazi senza preoccuparsi delle ricadute sui cittadini, che umilia i mercati, che disegna scenari mondiali conflittuali, ma soprattutto che prima di agire non ascolta i poteri economici tradizionali. Paradossalmente, non è una rivoluzione socialista ma il suo contrario. Nel mondo post-politico delle nuove destre al potere c’è stata una saldatura tra una parte della politica e pezzi importanti della new economy, che non soltanto mettono a disposizione enormi capitali, ma controllano i social media e possono fare tantissimo per sostenere i leader, anche quando questi raccontano colossali fake news.

In democrazia non si era mai verificata una commistione così gigantesca tra economia e politica: chi dice che è proprio la democrazia a essere in pericolo, non sbaglia. Non perché ci sia il rischio del ritorno dei nazisti al potere, ma per il concreto pericolo di un neo-autoritarismo tecno-conservatore che da un lato propone modelli sociali reazionari e patriarcali, dall’altro controlla l’opinione pubblica con i mezzi più sofisticati mai esistiti. Una grande sfida, insomma, nella quale i dazi appaiono quasi marginali rispetto al disegno complessivo: quello che mira al controllo diretto del potere, senza gli “intoppi” dei Parlamenti e delle magistrature, creando giganteschi conflitti di interesse alla luce del sole, rendendo la democrazia utile solo a legittimare la conquista del potere, poi si vedrà. Questa politica ha molto di antico e, al tempo stesso, molto di innovativo. Non può essere capita né combattuta con gli strumenti tradizionali dell’indignazione e delle piazze. È una sfida a tutto campo e lo scenario in cui si combatte inizia nel proprio smartphone per estendersi a tutto il mondo.

Le mode alimentari da sempre hanno influenzato l’economia mondiale, provocando ricadute, non sempre positive, sui territori. L’aumento esponenziale del consumo di pesce – fresco e decongelato – dovuto soprattutto alla veloce espansione globale del sushi sta intaccando l’intero sistema oceanico. Da piatto tradizionale giapponese, a partire dagli anni ’80 del Novecento il sushi è diventato moda planetaria e oggi viene servito a tutte le latitudini, anche in zone dove non era mai esistita una tradizione gastronomica ittica. Secondo la FAO, più di un terzo degli stock ittici globali è sfruttato oltre i limiti della sostenibilità. Tra le specie più richieste dall’industria del sushi figurano il tonno rosso, il salmone e il polpo: la domanda ha portato a un drammatico declino delle popolazioni in natura. Il tonno rosso, in particolare, è ormai a rischio estinzione a causa della pesca indiscriminata, con ripercussioni su tutto l’ecosistema marino.

L’acquacoltura, spesso presentata come alternativa sostenibile, non è esente da problemi: gli allevamenti di salmone, ad esempio, inquinano le acque circostanti e favoriscono la diffusione di malattie tra le specie selvatiche. Inoltre, molte delle specie allevate vengono nutrite con farina di pesce, aggravando ulteriormente il prelievo di risorse marine.

In Ecuador il fenomeno è particolarmente evidente, dato che proprio per fare spazio all’acquacoltura gamberiera è stato eliminato il 70% delle foreste di mangrovie. Inoltre si alterano le coste, con l’acqua salata che invade territori dove si praticano altre forme di allevamento o si coltivano specie vegetali. Sono stati soppressi anche campi agricoli, sostituiti da vaste distese d’acqua marina pullulanti di gamberi. Ma i cicli di allevamento durano solo circa sette anni: poi resta un deserto, con il terreno salinizzato dove non si coltiva più nulla. In Indonesia, il 52% della deforestazione delle mangrovie è dovuto al boom dell’acquacoltura, specialmente dei gamberetti tropicali a basso costo, venduti principalmente nei mercati europei e statunitensi. Secondo recenti studi, la produzione di 100 grammi di gamberetti sarebbe responsabile del rilascio in atmosfera di ben 1000 tonnellate di CO2, più della carne di manzo.

Oltre a impattare sugli stock delle specie pescate direttamente, il consumo eccessivo di pesce contribuisce anche al fenomeno del bycatch, ovvero la cattura accidentale di specie non destinate al commercio, come tartarughe, delfini e squali. Questi animali spesso vengono gettati nuovamente in mare, ma nella maggior parte dei casi non sopravvivono. Vari metodi di pesca, poi, contribuiscono alla distruzione degli habitat marini. Le reti a strascico devastano i fondali oceanici, eliminando interi ecosistemi di coralli e alghe, fondamentali per la sopravvivenza di numerose specie. E le conseguenze si ripercuotono non solo sulla fauna marina, ma anche sulle comunità costiere che dipendono dalla pesca per il loro sostentamento.

Il supermercato globale, ad esempio, offre gamberoni in abbondanza: spesso sono stati pescati da grandi navi con la tecnica dello strascico e immediatamente congelati a bordo. Accade in particolare al largo delle coste della Patagonia, dove centinaia di navi cinesi, di Taiwan e della Corea del Sud pescano fino a ridosso delle acque di competenza argentina, impoverendo un oceano che sarebbe ricco di nutrienti per i grandi cetacei marini, come la balena franca australe. Ovviamente questo mercato sta in piedi grazie ai consumatori, che però difficilmente scelgono le poche opzioni sostenibili di pescato certificato. Come per altri prodotti della dieta globale, il pesce consumato in quantità non sostenibili contribuisce a peggiorare la salute del pianeta: ma la tentazione di pagare pochissimo per un prodotto una volta molto caro fa sfumare ogni senso di colpa, fino alla prossima moda.

Ci sono volute poche settimane perché le grandi aziende statunitensi si adeguassero al nuovo corso della Casa Bianca. Dopo avere per anni definito e attuato politiche di inclusione su questioni di genere, rispetto delle minoranze, tutela dei consumatori, è bastato che Donald Trump parlasse dell’esistenza di soli due sessi, che J.D. Vance proclamasse il diritto alla libertà assoluta e senza filtri sui social, che Elon Musk sparasse a zero contro le misure che hanno permesso alle minoranze e alle donne di assumere incarichi importanti, perché iniziasse lo smantellamento di quelle politiche aziendali che, secondo la retorica di qualche anno fa, avrebbero reso il mondo un “posto migliore”. Le stesse politiche che, a destra, venivano denunciate come espressione della cultura woke o della cosiddetta teoria gender. È lungo l’elenco delle corporation che stanno abiurando le politiche DEI (diversità, equità e inclusione) promosse negli ultimi anni: da Disney a McDonald’s, da General Motors a un colosso della finanza come BlackRock. In verità, non sempre questo affrettato revisionismo è riuscito a imporsi. Apple ad esempio è stata fermata preventivamente dal voto contrario dei suoi azionisti, che a stragrande maggioranza sostengono i programmi aziendali di diversità e inclusione. Cosa che invece non è successa con Meta: la creatura di Zuckerberg non solo ha cancellato i programmi DEI, ma ha anche allentato i controlli sulle fake news sui social network. Walmart, il colosso della grande distribuzione, ha già sospeso il monitoraggio sulle sue politiche LGBTQ+ e deciso di non vendere più prodotti caratterizzati sulla diversità sessuale, togliendo anche il sostegno al Center for Racial Equity, che si batte contro le discriminazioni su base etnica.

Si tratta di un vero e proprio riflusso che ha investito l’etica aziendale dopo l’insediamento di Donald Trump, a dimostrazione di come quei valori ora cancellati non rientrassero affatto nel DNA del nuovo management multinazionale. Non erano, insomma, convinzioni autentiche ma mosse opportunistiche, o forse solo banali adeguamenti alla moda, al clima politico. Questa giravolta, tra l’altro, ha rilanciato il dibattito sulla mission delle aziende: limitarsi a fare profitti oppure diventare influencer “politici”, per sostenere la politica o magari sostituirsi a essa?

In realtà, quella che sta evaporando era una grande illusione, costruita ad hoc per trasformare virtualmente il consumatore in “elettore”: si è venduta l’idea che acquistare un prodotto volesse dire anche esprimere un “voto” circa le politiche delle aziende su temi sociali e diritti. Quell’illusione ha contribuito a creare in mezzo mondo una nuova sensibilità sulle questioni dell’inclusione e della tutela dei diritti. Eppure, è probabile che la giravolta delle aziende non avrà ripercussioni sui loro affari: le vendite e i profitti continueranno a dipendere dalla qualità, dal marketing e anche dagli aiuti di Stato, soprattutto nel settore high-tech. È tornata a prevalere l’anima classica del grande capitalismo, che solo per pochi anni ha finto di aprirsi a minoranze e diversità, per tornare velocemente a essere bianco e maschio, come da tradizione.

La vera politica ha sempre avuto due caratteristiche che oggi sono sfumate: l’arte di mediare tra i diversi interessi e la capacità di fare riforme che permettano ai cittadini di vivere meglio. Nell’attuale panorama post-politico, queste due virtù sono state rovesciate. Prima si lascia che la vita quotidiana delle persone si degradi, senza proporre riforme e rimedi, poi la risposta all’esasperazione dei cittadini è quella più facile: anziché costruire, far saltare in aria tutto.

Non vi sono dubbi sul fatto che l’aumento della criminalità, dovuto alla crescita del potere economico e militare dei cartelli della droga, colpisca soprattutto i ceti più deboli. Il continente americano è, da questo punto di vista, un laboratorio. Nei decenni in cui il potere dei cartelli cresceva, gli Stati Uniti non hanno fatto nulla di significativo per risolvere il problema del consumo a casa loro, né i Paesi latinoamericani si sono davvero impegnati per ostacolare il potere dei signori della droga. Il meccanismo è sempre lo stesso, la droga viaggia verso nord, armi e soldi ripuliti viaggiano verso sud. Infatti, il 74% delle armi sequestrate ai narcos messicani proviene dagli Stati Uniti: in buona parte si tratta di dotazioni dell’esercito USA, come ha denunciato la presidente messicana Claudia Sheinbaum. Eppure, non ci sono mai state indagini per capire come sia possibile questo traffico di morte.

La risposta del governo Trump è stata dichiarare i cartelli messicani gruppi terroristici e deportare in Salvador centinaia di presunti affiliati alla struttura criminale venezuelana Tren de Aragua. Sempre il nemico esterno, mai un problema della società e della politica statunitensi.

Anche in materia economica, la linea del tagliatore di teste Elon Musk è abbattere il tronco della spesa federale, senza individuare i rami superflui che hanno accresciuto l’indebitamento dello Stato. Si tagliano servizi, si eliminano posti di lavoro senza una riflessione, in modo approssimativo e sommario. Così non si raggiungerà nessun obiettivo concreto. I moderni moralizzatori si vantano di affrontare di petto i problemi, ma lo fanno senza valutare le conseguenze delle loro azioni e senza mai considerare la complessità di uno Stato moderno. Si taglia la Sanità, si taglia l’impiego pubblico, si tagliano i servizi. E chi non ha la capacità economica di pagarsi privatamente ciò che gli è stato tolto deve ingegnarsi per sopravvivere. Nella lotta al narcotraffico tutta l’attenzione è sulla fase repressiva, mai si fa un ragionamento sulla miseria del mondo contadino dove si coltivano le materie prime da cui si ricavano gli stupefacenti, o sulla marginalità delle periferie urbane dove si reclutano i soldati della droga e sul disagio sociale che porta anche all’aumento del consumo di sostanze.

Il problema è che l’illusione di risolvere i problemi per le vie brevi, senza preoccuparsi di intaccarne le cause, riscuote consensi elettorali anche se, alla prova dei fatti, si rivela un moltiplicatore delle criticità che vorrebbe sanare. Proprio questo pensiero di breve gittata non permette di affrontare i grandi problemi. Come per il cambiamento climatico: davanti all’incapacità di cambiare rotta rispetto all’uso dei combustibili fossili, si cercano ricette semplici per mitigarne gli effetti. E il problema resta sempre lì, anzi, aumenta.

Ma anche limitarsi a dire che in questo mondo mancano gli statisti lungimiranti è semplicistico: la classe politica è spesso lo specchio dei tempi. Quando un cittadino si convince che basti mettere like a un post brillante per cambiare le cose, diventa plausibile che la politica pensi di porre fine alla delinquenza solo con la repressione, o di limitare il cambiamento climatico piantando cactus là dove prima crescevano gli aceri. La verità è che non esistono ricette magiche per cambiare rotta, e il tempo che stringe dovrebbe farci aprire una riflessione seria, al di sopra le ideologie. Anche perché, finora, tutte le ideologie si sono dimostrate incapaci di interpretare correttamente il mondo. 

Come ormai sappiamo tutti, l’Africa è un continente ricchissimo di risorse naturali, soprattutto minerarie, che fanno gola a tanti, e da tanto tempo, nel resto del mondo. Per alcuni Paesi africani, come la Repubblica Democratica del Congo, questa ricchezza è diventata una maledizione. Uno degli ostacoli che finora hanno impedito un reale cambiamento della situazione, rallentando lo sviluppo e gli investimenti, è la frammentazione valutaria dell’Africa, unita alla difficile convertibilità delle monete locali. Recentemente, la Banca Africana di Sviluppo (AfDB) ha introdotto il concetto di African Unit of Account (AUA), un’unità monetaria che dovrebbe fungere da “gold standard”, favorendo la stabilità economica e l’integrazione finanziaria tra gli Stati del continente. Soprattutto, questa “pseudo-valuta” permetterebbe lo sganciamento parziale dal dollaro al quale molti Paesi aspirano, come già sta avvenendo tra i membri dei BRICS.

Più precisamente, almeno per ora, l’AUA sarebbe solo un’unità di misura valutaria utilizzata dalla Banca Africana di Sviluppo per le sue operazioni interne, come la valutazione dei prestiti e degli investimenti. Non una valuta fisica realmente circolante, dunque, ma una misura che facilita le transazioni all’interno dell’area economica africana, riducendo il rischio legato alle fluttuazioni dei tassi di cambio delle monete nazionali. Il valore dell’AUA è calcolato sulla base di un paniere di valute internazionali, tra cui il dollaro statunitense, l’euro, la sterlina britannica e lo yen giapponese. Questo paniere riflette il commercio internazionale e la solidità delle principali economie globali, offrendo un valore di riferimento più stabile rispetto a molte valute africane, soggette a forte volatilità. Secondo gli esperti della Banca Africana di Sviluppo, l’AUA aumenterebbe la stabilità economica del continente, spesso sofferente per l’inflazione e la svalutazione monetaria. Faciliterebbe gli investimenti perché potrebbe ridurre i costi di conversione, oltre al rischio di cambio, e per le stesse ragioni sosterrebbe i progetti di sviluppo.

In prospettiva, facilitando il commercio tra i Paesi dell’area l’AUA porrebbe le basi per l’istituzione di una vera unità monetaria africana. Si delinea, dunque, un percorso simile a quello europeo, dove l’ECU, Unità di Conto Europeo, anticipò la nascita dell’euro. La futura valuta sarebbe sostenuta, nella sua stabilità, da un paniere di minerali fornito dai vari Paesi che l’adotteranno, in proporzione alle loro riserve di cobalto, manganese, platino, coltan, terre rare. Il ruolo a garanzia della moneta che in passato ebbe l’oro, oggi viene assunto dai minerali strategici di cui l’Africa è ricca.

L’idea di una moneta unica africana è un obiettivo a lungo termine dell’Unione Africana, la gigantesca associazione tra gli Stati del continente nata nel 2002 per rafforzare i legami interafricani, diminuendo la dipendenza dalle potenze estere. Intanto, alcuni blocchi economici regionali, come la Comunità dell’Africa Orientale (EAC) e la Comunità Economica degli Stati dell’Africa Occidentale (ECOWAS), stanno già lavorando su progetti di unione monetaria. A breve termine, però, le diversità tra le economie dei singoli Stati e le sfide legate alla governance monetaria rendono difficile la reale implementazione di una valuta unica. In questo quadro, l’AUA potrebbe rappresentare un fondamentale passo intermedio verso l’integrazione, fungendo da punto di riferimento per gli scambi e la stabilizzazione dei mercati valutari africani e preparando il campo alla decisione politica dell’Unione Africana.

Più in generale, l’azione dell’Unione Africana, fenomeno relativamente giovane, è la risposta africana alla politica del “divide et impera” che dal XIX secolo è stata attuata dalle potenze coloniali e post-coloniali per ottenere il massimo vantaggio nei confronti di Paesi economicamente deboli e in perenne disaccordo. La strada della creazione di alleanze tra Paesi equivalenti ha già avuto successo in Sudamerica con il Mercosur; ora è il turno dell’Africa, in un quadro molto più complesso e con presenze ingombranti come quella cinese. Si tratta però di una buona notizia della quale quasi non si parla, anche perché, fuori dall’Africa, questa prospettiva piace a pochi.

La politica del “liberi tutti” dalle regole del WTO, e la minaccia statunitense di applicare dazi sulle merci dei Paesi con i quali gli USA hanno una bilancia commerciale in negativo, presentano anche opportunità per quegli Stati che accettano di allinearsi velocemente con il nuovo inquilino della Casa Bianca. Proprio in queste opportunità si annida un conflitto d’interessi di proporzioni gigantesche, forse il più grande mai visto, perché in diversi casi gli Stati che potrebbero ottenere vantaggi sono quelli dove il più illustre neo-funzionario dell’amministrazione Trump, Elon Musk, sta facendo o intende fare affari. Internet e auto elettriche sembrano essere la chiave di lettura di ciò che sta accadendo in Asia. Il Vietnam ha approvato una legge che apre il mercato interno ai gestori di internet che operano con satelliti a orbita bassa: si legge Starlink. L’India, dove il premier Modi non ha mai nascosto le sue simpatie per Donald Trump in chiave anticinese, ha accettato di abbassare i dazi sull’import di auto elettriche di costo superiore ai 40.000 dollari, portandoli dal 110 al 70%: si legge Tesla. Pare che in questo caso abbiano avuto effetto le minacce di colpire l’export verso gli Stati Uniti, che sarebbe costato all’India una perdita di 7 miliardi di dollari. La stessa propensione ad allinearsi ha dimostrato il presidente argentino Javier Milei, in questo caso con convinzione: sta aprendo il mercato argentino ai servizi di Starlink e sta discutendo con Musk sulle concessioni relative al litio, materia prima vitale per le batterie elettriche. Anche Taiwan non potrà contare soltanto sulla “solita” rendita geopolitica per avere l’appoggio degli USA nel contenimento della Cina. L’isola, primo produttore mondiale di microchip, si impegnerà per cifre miliardarie nell’acquisto di missili da crociera a stelle e strisce di ultimissima generazione: in questo caso sarà la potente industria bellica USA a trarne vantaggio.

Questa politica di Washington rappresenta il superamento della strategia dei dazi “duri e puri” attuata durante il primo mandato di Trump soprattutto contro la Cina, che si è dimostrata non solo poco efficace nel confronto con Pechino, ma anche controproducente nei rapporti commerciali con Paesi come Vietnam e Messico, che con le loro esportazioni hanno preso il posto della Cina. La novità è la saldatura tra gli interessi degli USA e quelli dell’uomo più ricco del pianeta: Starlink, in particolare, viene usata sia come arma di ricatto nella negoziazione sui dazi, sia come potente strumento di pressione sull’Ucraina, che per coordinare il proprio esercito dipende da questo sistema privato di satelliti. In questa diplomazia degli affari, gli Stati Uniti sfruttano la loro potenza politico-militare come poche volte nella storia un Paese si era permesso di fare.

L’ideologia MAGA, diffusa ogni giorno via social, si sta rivelando una coperta corta, che lascia intravedere ciò che vorrebbe nascondere: contano solo gli affari. Siamo di fronte a una realtà ambigua, di modernità reazionaria. Modernità perché si stanno spalancando le porte di settori avveniristici, strategici per il futuro dell’umanità, ai privati (o meglio, al privato); reazionaria perché questa politica si ammanta di princìpi retrivi, a dir poco discutibili, ma che comunque si possono sempre accantonare in nome del profitto. A fare la differenza non sarà il sostegno offerto da Musk e soci a forze di estrema destra relegate, almeno per ora, a fare opposizione, come AFD in Germania o Vox in Spagna; piuttosto, le conseguenze concrete verranno dalla dura politica di minacce in cambio di vantaggi commerciali, che potrà favorire l’economia degli Stati Uniti. Ma se il tanto proclamato ritorno all’età dell’oro promesso da Trump ai propri elettori si tradurrà nell’ulteriore arricchimento degli oligarchi dell’high tech, chi si era illuso si renderà presto conto che qualcosa non torna. Il populismo alla fine è sempre così: arriva al potere lisciando il pelo al popolo e promettendo benessere per tutti per poi fare gli interessi dei soliti, che sono pochi, in questo caso pochissimi.