Archivio per la categoria ‘America Latina’

Il cambiamento climatico incide sempre più sulla vita quotidiana delle persone in tutto il mondo. L’ultimo caso di cronaca viene dal Paese dove il riscaldamento anomalo del Pacifico fu battezzato con il nome di Niño: il Perù. Come in tutti i Paesi del Pacifico americano, in Perù si fa largo uso dell’agrume che chiamiamo lime. È un ingrediente essenziale del piatto nazionale, il ceviche, a base di pesce o molluschi crudi marinati, appunto, nel succo di questo frutto. Ma gli effetti dell’ultimo Niño costero, e cioè le anomale precipitazioni che si sono registrate sulle coste del Pacifico, hanno portato alla scarsa fioritura degli alberi di agrumi, favorendo una moltiplicazione delle altre piaghe che possono colpire queste colture e determinando un crollo della produzione di lime. Come sempre accade in casi simili, si è innescato anche un fenomeno speculativo con il risultato del raggiungimento di un prezzo record per l’agrume. Attualmente lo si sta vendendo a 25 soles al chilo, poco più di 6 euro, ma ha toccato punte di 80 soles (20 euro), cifra ragguardevole in Sudamerica. Questa fiammata dei prezzi è andata a intaccare la cultura gastronomica peruviana, rendendo costoso un cibo popolare come il ceviche: molti consumatori hanno aderito a un boicottaggio del lime che pare abbia provocato un lieve calo dei prezzi.

Sul tema, che rimane caldissimo in Perù, è intervenuto pubblicamente il ministro dell’Economia Alex Contreras, che ha distribuito consigli ai cittadini. Per la precisione, consigli su cosa mangiare: aggiornando la celebre frase sulle brioche attribuita a Maria Antonietta, in realtà un clamoroso falso storico, Contreras ha suggerito di mangiare pollo ai peruviani che non possono più permettersi il ceviche. La vicenda ha del grottesco, se non fosse che ancora una volta vediamo emergere la nostra fragilità, e soprattutto quella delle nostre consuetudini, davanti al gigantesco problema del cambiamento climatico, aggravato da un modello di consumo che rende ancora più fragile la Terra. In Sudamerica, in Africa, nell’Asia meridionale si sta sempre più disboscando per produrre avocado, lime, mango, ananas, olio di palma, fiori, soia, foglie di coca. La deforestazione incide fortemente sull’anidride carbonica liberata in atmosfera, poiché di solito avviene incendiando i boschi per creare piantagioni, a loro volta destinate a essere pericolosamente esposte ai capricci di un clima impazzito. Siccità alternata a piogge alluvionali, aumento di eventi meteorologici estremi e nuove malattie pongono giganteschi punti interrogativi sulla sostenibilità di questo modello, utile soltanto agli interessi dei fornitori del grande circuito dei consumi globali: quelli che determinano i prezzi delle materie prime e che impongono le mode attraverso le serie TV, il cinema e la miriade di cuochi (o pseudo tali) che infesta la comunicazione social.

I peruviani passeranno forse al pollo, allevato in modo intensivo e creando gravi danni all’ambiente. Il pollo inevitabilmente subirà un aumento del prezzo e il circolo vizioso ripartirà. La grande industria dell’agrobusiness riesce sempre a compensare le perdite causate dai cambiamenti climatici, mentre la politica si limita ai consigli su cosa mangiare ed esclude a priori di regolamentare il settore, dal punto di vista sia produttivo che ambientale. A noi non resta che aspettare e sperare che il nostro cibo preferito non sparisca o non diventi troppo caro. Se succederà, dovremo provare a cambiare abitudini. Ma le brioche ormai sono finite.

L’albero del banano, originario del Sudest asiatico tropicale, è stato una delle piante che più hanno viaggiato a bordo delle navi delle potenze coloniali e dei trafficanti di schiavi, conquistando un ruolo importante in Africa e, soprattutto, in America Centrale e nelle regioni settentrionali del Sudamerica. La banana era preziosa perché considerata un ottimo alimento per gli schiavi, anche nella sua versione “da cottura”, il platano. Ma la vera fortuna di questo frutto iniziò nei primi anni del ’900, quando i medici statunitensi cominciarono a consigliare alle mamme di far mangiare banane ai figli, in virtù dell’abbondanza di potassio e di altri nutrienti di qualità. La crescita della domanda internazionale trasformò il banano in un albero da piantagione, a discapito di vaste porzioni di foreste tropicali abbattute per coltivare il frutto dorato. Questa espansione, che in breve avrebbe fatto diventare la banana il frutto più diffuso al mondo, fu gestita per decenni in regime di quasi monopolio dalla statunitense United Fruit Company, oggi nota come Chiquita. L’azienda divenne una forza economica, politica e perfino militare in Paesi come Guatemala, Costa Rica, Honduras, Panama. Dettava legge, otteneva privilegi, nominava i governanti e, quando alle elezioni vinceva qualcuno che potesse intaccare i suoi interessi, lo rovesciava: ad esempio, accadde in Guatemala con il socialista Jacobo Árbenz Guzmán, spodestato nel 1954 da un colpo di Stato e sostituito da una dittatura. I Paesi vittime della “piovra verde”, come era conosciuta la United Fruit, divennero così i “Paesi delle banane”.

L’odierno business globale delle banane è miliardario: si contano circa 20 milioni di tonnellate all’anno di prodotto destinato all’export da diverse imprese, oltre a 90 milioni di tonnellate consumate nei mercati interni dei Paesi tropicali e subtropicali.. Ma c’è un punto molto debole, ed è la stessa genetica delle piante, che non hanno semi e si riproducono in modo asessuato. E cioè grazie alla mano dell’uomo, che taglia un pezzo di radice e lo pianta. Perciò tutte le piante di banane sono geneticamente uguali e ed esposte al rischio di essere colpite in massa da patogeni come il fungo Fusarium oxysporum, che fece sparire la varietà Gros Michel da tutto il mondo attorno a metà degli anni ’60. Era la cosiddetta “malattia di Panama”. Da allora il mercato mondiale è stato dominato dalla specie Cavendish, resistente a quel fungo. Ma la specie Cavendish oggi si rivela altrettanto debole di fronte a un’altra varietà del Fusarium oxysporum, individuata in Australia a fine anni ’90: dal 2010 il “nuovo” fungo si è diffuso in Vietnam, Taiwan e Mozambico causando un’epidemia nota come “Tropical Race4”. Attualmente in Mozambico, uno dei grandi produttori africani di banane (circa 800mila tonnellate all’anno), risulta presente ovunque. Si preannuncia dunque una nuova crisi per il settore.

Questa seconda grande crisi destinata a colpire il frutto più venduto nel mondo racconta diverse cose sulla globalizzazione, di ieri e di oggi. La coltivazione a dismisura, a discapito delle foreste, di una pianta fragile, modificata e ibridata nel tempo dall’uomo; una pianta divenuta fondamentale per le esportazioni di interi Paesi e fonte di lavoro per milioni di persone, ma di vero guadagno solo per poche imprese multinazionali.

È il paradosso del primo vero frutto globale, insieme all’ananas, tra l’altro commercializzato dalle stesse compagnie. Perché la globalizzazione omologa il gusto e i consumi: e quando ciò avviene con successo, come con le banane, allora non importa quale prezzo si debba pagare per offrirle sul mercato. Ma poi c’è da fare i conti con la natura, e con i funghi: a meno che non si finisca, come già si sta ipotizzando, a produrre solo banane OGM. Mettendo la scienza al servizio non dell’alimentazione umana, ma di un modello produttivo che nuoce all’equilibrio ambientale e, alla fine, anche alla sicurezza alimentare del genere umano.  

The banana tree, native to tropical Southeast Asia, was one of the plants that traveled the most aboard colonial powers’ ships and slave traders, gaining an important role in Africa and, especially, in Central America and the northern regions of South America. The banana was valuable because it was considered an excellent food for slaves, even in its “cooking” version, the plantain. But the true fortune of this fruit began in the early 1900s when American doctors started recommending that mothers feed bananas to their children due to their abundance of potassium and other quality nutrients. The growth of international demand transformed the banana into a plantation tree, at the expense of vast portions of tropical forests being cleared to cultivate the golden fruit. This expansion, which would soon make the banana the most widely consumed fruit in the world, was managed for decades under the almost monopolistic control of the US-based United Fruit Company, now known as Chiquita. The company became an economic, political, and even military force in countries such as Guatemala, Costa Rica, Honduras, and Panama. It dictated laws, obtained privileges, appointed rulers, and when someone who could threaten its interests won an election, it would overthrow them. For example, this happened in Guatemala with the socialist Jacobo Árbenz Guzmán, who was overthrown in 1954 by a coup d’état and replaced by a dictatorship. The countries victimized by the “green octopus,” as the United Fruit was known, thus became known as the “banana republics.”

The current global banana business is a billion-dollar industry. Approximately 20 million tons of bananas are exported each year by various companies, in addition to 90 million tons consumed in the domestic markets of tropical and subtropical countries. However, there is a major weakness, and it lies in the genetic makeup of the plants themselves. Bananas do not have seeds and reproduce asexually, meaning they are propagated by humans cutting a piece of the root and planting it. As a result, all banana plants are genetically identical and vulnerable to mass outbreaks of pathogens such as the fungus Fusarium oxysporum, which caused the Gros Michel variety to disappear worldwide in the mid-1960s. This was known as the “Panama disease.” Since then, the global market has been dominated by the Cavendish species, which is resistant to that fungus. However, the Cavendish variety is now proving equally susceptible to another strain of Fusarium oxysporum, identified in Australia in the late 1990s. Since 2010, this “new” fungus has spread to Vietnam, Taiwan, and Mozambique, causing an epidemic known as “Tropical Race4.” Currently, it is present throughout Mozambique, one of Africa’s major banana producers (around 800,000 tons per year). Thus, a new crisis is looming for the industry.

This second major crisis destined to hit the world’s best-selling fruit reveals several things about globalization, both past and present. The excessive cultivation, at the expense of forests, of a fragile plant that has been modified and hybridized by humans over time—a plant that has become vital for the exports of entire countries and a source of employment for millions of people, but with real profits going to only a few multinational companies.

It is the paradox of the first true global fruit, along with pineapple, incidentally marketed by the same companies. Because globalization standardizes taste and consumption, and when that happens successfully, as with bananas, the price to offer them on the market becomes irrelevant. But then, we have to reckon with nature and fungi—unless we end up, as is already being suggested, producing only genetically modified bananas. This would place science in the service not of human nutrition but of a production model that harms environmental balance and ultimately jeopardizes human food security.

Viene già presentato come l’oro bianco del XXI secolo ed è l’unico minerale che negli ultimi anni ha moltiplicato più volte il suo valore: oggi è arrivato a costare il 450% in più rispetto al 2020. Stiamo parlando del litio, che dunque fa gola a molti. Senza, non potrebbe esistere la transizione energetica tanto auspicata per porre un freno all’aumento globale delle temperature. Non ci sarebbero automobili elettriche e nemmeno gli smartphone così come li conosciamo. Come succede con i giacimenti di petrolio, concentrati per la maggior parte nel vicino Oriente e in Siberia, anche il grosso dei depositi naturali di litio si trova in zone limitate del pianeta: la principale è il cosiddetto triangolo del litio, a cavallo tra Cile, Bolivia e Argentina. I tre Paesi sudamericani hanno scoperto una ricchezza inaspettata nei deserti di alta montagna dove si trovano le saline, ambienti che si sono rivelati ricchi di questo minerale: insieme, i tre Stati possiedono circa il 59% delle riserve terrestri conosciute. Tra i produttori, attualmente il Cile contende il primo posto mondiale all’Australia, al terzo posto si piazza la Cina e al quarto, molto distaccata, l’Argentina. La Bolivia, che secondo alcune classifiche sarebbe il primo Paese al mondo per riserve, non produce praticamente nulla, e la stessa Argentina estrae litio molto al di sotto le sue potenzialità.

In Sudamerica, dunque, il Cile è l’unico Paese che sfrutta appieno questo minerale, ma lo fa soltanto attraverso due società private, la statunitense Albemarle e la SQM proprietà del miliardario cileno Julio Ponce Lerou, genero del generale Augusto Pinochet. Queste imprese nel 2022 hanno versato allo Stato cileno 5,8 miliardi di dollari tra diritti e tasse, pari all’1,7% del PIL del Paese: è il doppio di quanto ha lasciato nelle casse pubbliche il rame, metallo di cui il Cile è il primo produttore mondiale. Insomma, il litio è davvero l’oro bianco.

In questo contesto si inquadra una recente proposta avanzata dal presidente cileno Gabriel Boric che è stata genericamente etichettata come “nazionalizzazione del litio”. In realtà, la proposta si ispira sì alla nazionalizzazione del rame decisa da Salvador Allende nel 1971, ma non prevede di espropriare chi ha già ottenuto delle concessioni. Piuttosto, Boric mira a far nascere un’impresa mista, di carattere pubblico-privato, per avviare lo sfruttamento di nuovi giacimenti di litio, ma a due condizioni. La prima è dichiarare riserva di biodiversità il 30% del deserto di Atacama, da dove proviene quasi tutto il litio cileno; la seconda è cambiare il metodo di estrazione. Infatti, il metodo attualmente usato in Sudamerica, detto “salamoia”, comporta un grande spreco di acqua, che viene lasciata evaporare in zone dove le riserve idriche sono un bene raro. Secondo i piani del governo, l’acqua utilizzata dovrebbe essere invece re-iniettata nella falda.

Lo Stato cileno non è ovviamente l’unico interessato ad allargare il mercato del litio: nel triangolo sudamericano sono molto attive imprese cinesi, statunitensi e anche russe. In Argentina, il gruppo Tsingshan ha appena investito 800 milioni di dollari nella provincia di Salta; nella stessa area, la Tibet Summit Resources ha annunciato l’acquisto di due giacimenti per un valore di 2 miliardi di dollari. In Bolivia sono sempre i cinesi, ma anche i russi, a proporre partnership al governo di La Paz, che qualche anno fa ha nazionalizzato il litio ma ancora non riesce a estrarre quasi nulla. Per ora, quello avanzato dal Cile è comunque il progetto più interessante. E l’America Latina nel suo complesso, pur tra mille contraddizioni, sta riuscendo proporsi come partner e, soprattutto, a creare una cornice giuridica che tuteli gli interessi nazionali, operazione che finora non è riuscita all’Africa.

Per i Paesi del triangolo del litio le opportunità che si aprono sono sicuramente enormi, sebbene ancora difficili da quantificare. Zone impervie delle Ande, che non sono mai interessate a nessuno, all’improvviso si trovano al centro della guerra commerciale per il possesso delle materie prime chiave della globalizzazione: che, per quanto sia percepita come virtuale, si basa ancora sulla terra e sulle miniere.

Lithium, also known as “white gold,” is the only mineral that has multiplied its value several times in recent years, currently costing 450% more than in 2020. Without lithium, the much-anticipated energy transition to put a brake on global temperature rise would not be possible, and neither would electric cars nor smartphones as we know them. Like oil deposits, which are mainly concentrated in the Middle East and Siberia, most of the natural lithium deposits are found in limited areas of the planet. The main one is the so-called “lithium triangle,” spanning Chile, Bolivia, and Argentina, where unexpected wealth has been discovered in high-mountain deserts, rich in lithium.

Together, the three South American countries own around 59% of the world’s known lithium reserves. Currently, Chile competes with Australia as the world’s leading producer, followed by China in third place, and Argentina in a distant fourth place. Bolivia, which would be the world’s leading country in reserves according to some rankings, produces practically nothing, and Argentina extracts lithium well below its potential.

In South America, Chile is the only country that fully exploits this mineral, but it does so only through two private companies: the US-based Albemarle and the SQM owned by Chilean billionaire Julio Ponce Lerou, son-in-law of General Augusto Pinochet. In 2022, these companies paid the Chilean state $5.8 billion in rights and taxes, equivalent to 1.7% of the country’s GDP, twice what copper, a metal of which Chile is the world’s largest producer, leaves in public coffers.

Against this backdrop, Chilean President Gabriel Boric recently proposed the “nationalization of lithium.” While inspired by Salvador Allende’s nationalization of copper in 1971, the proposal does not involve expropriating those who have already obtained concessions. Rather, Boric aims to create a mixed public-private enterprise to start exploiting new lithium deposits but with two conditions. The first is to declare a 30% reserve of biodiversity in the Atacama Desert, from where almost all of Chile’s lithium comes; the second is to change the extraction method. Currently used in South America, the “brine” method involves a great waste of water, which is left to evaporate in areas where water reserves are scarce. According to the government’s plans, the water used should instead be reinjected into the groundwater.

The Chilean state is not the only one interested in expanding the lithium market. Chinese, US, and Russian companies are highly active in the South American triangle. In Argentina, the Tsingshan Group has just invested $800 million in the province of Salta, and in the same area, Tibet Summit Resources has announced the purchase of two deposits for $2 billion. In Bolivia, the Chinese and Russians are proposing partnerships to the La Paz government, which nationalized lithium a few years ago but still cannot extract much. For now, Chile’s project is For now, the project advanced by Chile is still the most interesting. And Latin America as a whole, despite many contradictions, is managing to position itself as a partner and, above all, to create a legal framework that protects national interests – an operation that Africa has not yet been able to achieve. For the countries of the lithium triangle, the opportunities that are opening up are certainly enormous, although still difficult to quantify. Impenetrable areas of the Andes, which have never interested anyone, suddenly find themselves at the center of the commercial war for the possession of key raw materials for globalization, which, however virtual it may be perceived, is still based on land and mines

Ya se presenta como el oro blanco del siglo XXI y es el único mineral que en los últimos años ha multiplicado varias veces su valor: hoy en día cuesta un 450% más que en 2020. Estamos hablando del litio, que es muy codiciado. Sin él, no sería posible la transición energética tan deseada para frenar el aumento global de las temperaturas. No habría automóviles eléctricos ni smartphones tal como los conocemos. Al igual que ocurre con los yacimientos de petróleo, concentrados principalmente en el Oriente Medio y Siberia, la mayor parte de los depósitos naturales de litio se encuentran en zonas limitadas del planeta: la principal es el llamado Triángulo de Litio, entre Chile, Bolivia y Argentina. Los tres países sudamericanos han descubierto una riqueza inesperada en los desiertos de alta montaña donde se encuentran las salinas, ambientes que se han revelado ricos en este mineral: juntos, los tres estados poseen alrededor del 59% de las reservas terrestres conocidas. Entre los productores, actualmente Chile compite por el primer lugar mundial con Australia, China se sitúa en el tercer lugar y Argentina en el cuarto, muy por detrás. Bolivia, que según algunas clasificaciones sería el primer país del mundo en reservas, prácticamente no produce nada, y Argentina extrae litio muy por debajo de sus posibilidades.

En Sudamérica, por lo tanto, Chile es el único país que aprovecha al máximo este mineral, pero lo hace solo a través de dos empresas privadas, la estadounidense Albemarle y la SQM propiedad del multimillonario chileno Julio Ponce Lerou, yerno del general Augusto Pinochet. Estas empresas en 2022 aportaron al Estado chileno 5.8 mil millones de dólares en derechos y tasas, equivalente al 1.7% del PIB del país: el doble de lo que dejó en las arcas públicas el cobre, metal del que Chile es el primer productor mundial. En resumen, el litio es realmente el oro blanco.

En este contexto se enmarca una reciente propuesta presentada por el presidente chileno Gabriel Boric que ha sido genéricamente etiquetada como “nacionalización del litio”. En realidad, la propuesta se inspira en la nacionalización del cobre decidida por Salvador Allende en 1971, pero no prevé expropiar a quienes ya han obtenido concesiones. Más bien, Boric apunta a crear una empresa mixta, de carácter público-privado, para iniciar la explotación de nuevos yacimientos de litio, pero con dos condiciones. La primera es declarar reserva de biodiversidad el 30% del desierto de Atacama, de donde proviene casi todo el litio chileno; la segunda es cambiar el método de extracción. De hecho, el método actualmente utilizado en Sudamérica, llamado “salmuera”, implica un gran desperdicio de agua, que se deja evaporar en zonas donde las reservas de agua son un bien escaso. Según los planes del gobierno, el agua utilizada debería ser reinyectada en la capa freática

El Estado chileno no es obviamente el único interesado en ampliar el mercado del litio: en el triángulo sudamericano hay empresas chinas, estadounidenses y también rusas muy activas. En Argentina, el grupo Tsingshan acaba de invertir 800 millones de dólares en la provincia de Salta; en la misma área, Tibet Summit Resources ha anunciado la compra de dos yacimientos por valor de 2 mil millones de dólares. En Bolivia son los chinos y los rusos los que proponen asociaciones al gobierno de La Paz, que hace unos años nacionalizó el litio pero aún no puede extraer casi nada. Por ahora, el proyecto más interesante es el presentado por Chile. Y América Latina en su conjunto, a pesar de mil contradicciones, está logrando presentarse como un socio y, sobre todo, crear un marco legal que proteja los intereses nacionales, una operación que hasta ahora no ha tenido éxito en África.

Para los países del triángulo del litio, las oportunidades que se presentan son sin duda enormes, aunque aún difíciles de cuantificar. Áreas remotas de los Andes, que nunca han interesado a nadie, de repente se encuentran en el centro de la guerra comercial por el control de las materias primas clave de la globalización: que, aunque se percibe como virtual, todavía se basa en la tierra y las minas.

Han pasado 10 años desde aquel saludo de “buenas noches” dicho desde el balcón que da a la Plaza de San Pedro. El nuevo obispo de Roma era argentino pero también italiano, jesuita pero con profundas raíces franciscanas como San Ignacio. Sobre todo, un pontífice “político” después de la renuncia del teólogo Ratzinger. Bergoglio ha llevado su sensibilidad sobre los temas del trabajo, la tierra, el respeto a las minorías y, por primera vez en la historia de la Iglesia, ha dedicado una encíclica al medio ambiente. El IOR ya no es un banco offshore, algunas manzanas podridas del círculo empresarial del Vaticano han sido eliminadas, pero sin duda Francisco será recordado por la reforma de la Curia Romana que abre a los laicos, reorganiza las competencias y relanza la evangelización. Un Vaticano que ha apostado por la paz, como en la mediación entre Cuba y Estados Unidos, en el logro de la paz en Colombia y en el intento, lamentablemente nunca despegado, de detener el conflicto ruso-ucraniano. Francisco ha hablado con el lenguaje de los movimientos sociales, ha promovido a sacerdotes callejeros al rol de obispos, ha rediseñado el mapa del colegio cardenalicio abriendo a Asia y África. Ha sido el más importante testimonio de la lucha contra el consumismo. Sus zapatos desgastados se han convertido en una forma de protesta contra la sociedad de usar y tirar. Jorge Mario Bergoglio ha hecho política, ha humanizado la institución vaticana, ha ordenado la casa que los cuervos dejaron en desorden, ha dado testimonio de fe y ha hecho dialogar a las creencias. Después de Francisco, nadie podrá volver atrás en la renovada vocación de estar con los últimos, de querer la paz, de denunciar las injusticias, tal como está escrito en el Evangelio.

Pope Francis drinks any mate during Wednesday General Audience in Saint Peter’s Square. Vatican City, 17 December 2014. ANSA/CLAUDIO PERI

Sta cambiando velocemente l’atteggiamento dell’Unione Europea rispetto alla ratifica dell’accordo commerciale con il Mercosur, il mercato comune tra Argentina, Brasile, Uruguay e Paraguay. Dovrebbero essere aboliti i dazi per il 93% delle merci esportate dal Mercosur in Europa e per il 91% delle merci europee nel Mercosur.

L’accordo era stato concluso nel 2019, dopo 20 anni di negoziati, durante il vertice del G20 di Osaka, ma i toni trionfali dei negoziatori non erano riusciti a nascondere le difficoltà che si sarebbero trovate per la ratifica di quel documento, che infatti non è mai avvenuta. Se la Spagna spingeva, la Francia frenava platealmente, a partire dal suo presidente Emmanuel Macron, che ancora alla vigilia dell’ultimo voto in Brasile si era detto contrario all’accordo, senza sottovalutare le campagne della società civile tutte puntate sui rischi ambientali connessi all’aumento degli scambi tra Sudamerica ed Europa. Ma da quando il nuovo presidente del Brasile è Lula le cose stanno cambiando velocemente, anche per motivi geopolitici. La linea di Lula è chiudere subito la partita dell’accordo con l’Unione Europea per negoziare successivamente un trattato con la Cina. Questa “deferenza” nei confronti dell’Europa da parte del leader della sinistra brasiliana sta riuscendo a far cadere velocemente i pregiudizi verso l’accordo. Lula, inoltre, è in grado di offrire garanzie sul piano ambientale nell’ambito della grande iniziativa di protezione dell’Amazzonia e dei suoi popoli, annunciata in campagna elettorale e confermata dopo la vittoria.

Da parte europea, la pandemia e la guerra in Ucraina hanno introdotto variabili che all’epoca dei negoziati non esistevano. Il concetto di sovranità alimentare, l’accesso ai rifornimenti strategici di materie prime, l’idea di costruire mercati allargati di consumatori ben si sposano con l’accordo con un’area del pianeta culturalmente omogenea, ma anche ricca di quelle commodities alimentarie e minerali che risultano strategiche nel mondo d’oggi. Concetto ribadito dal cancelliere tedesco Scholz, reduce da un viaggio in Brasile, Argentina e Cile, dove ha firmato importanti accordi in base ai quali la Germania parteciperà all’estrazione di litio e alla costruzione di impianti per la produzione di idrogeno “verde”.

Tanto entusiasmo potrebbe però essere raffreddato dai soci “minori”, come l’Argentina, che ritiene ci siano discriminazioni nell’accordo sul suo biocarburante, ottenuto dalla soia, a vantaggio invece di quello prodotto in UE usando la colza. In realtà, i contrasti tra Europa e Sudamerica nell’ambito dell’agricoltura e della trasformazione alimentare sono molti e spesso annosi. Altro ostacolo che rende difficile il negoziato sono le denominazioni d’origine, che l’accordo tutelerebbe soltanto per 357 specialità a fronte di circa 1500 DOP e IGP riconosciute in Europa. Rispetto ad altri accordi, in questo caso il tema è particolarmente sentito perché sono decine e decine le specialità “europee” che si producono anche nei Paesi del Mercosur, a opera dei discendenti dei milioni di immigrati approdati in Sudamerica nell’ultimo secolo e mezzo. Formaggi, vini, salumi che ormai sono diversi da quelli prodotti in Italia, ad esempio, ma ne conservano il nome e l’aspetto. Sarà interessante capire se in questa fase storica, con un’Europa accerchiata e in difficoltà, l’offerta di Lula di stringere velocemente i rapporti commerciali, anche per stoppare l’avanzata cinese, sarà colta. In sostanza, la questione è se conta di più la politica globale dell’Unione o la tutela del Camembert.

Del Venezuela non si parla ormai da molto tempo. Il Paese sudamericano è uscito dai riflettori dei media internazionali all’inizio della pandemia, per scomparire definitivamente con l’inizio dell’invasione russa dell’Ucraina. Fondamentalmente ciò è accaduto perché gli Stati Uniti, fino a pochi anni fa impegnati in una campagna a tutto campo contro il governo di Nicolás Maduro, hanno concesso al Venezuela un’apertura che va letta integralmente nella logica della geopolitica del petrolio, scossa appunto dalla guerra Ucraina. È l’ennesima dimostrazione di come i diritti umani e politici si possano barattare senza rimorsi per garantirsi la continuità nei rifornimenti di materie prime strategiche. Sabato 26 novembre, a Città del Messico, l’opposizione e il governo venezuelano hanno raggiunto un accordo di minima per la ripresa del dialogo, agevolato dalla Norvegia in veste di mediatore e – soprattutto – dall’impegno statunitense sullo scongelamento dei capitali venezuelani all’estero, bloccati dalle diverse sanzioni accumulate negli anni dal Paese e dalla sua classe dirigente. I fondi dovrebbero essere investiti nella sanità e per l’alimentazione di un popolo ormai provatissimo: la crisi economica, infatti, risale addirittura a tempi precedenti alle sanzioni, quando fu innescata dall’incapacità dell’erede di Hugo Chávez di gestire l’economia nazionale.

Intanto, il Venezuela è entrato nella storia come lo Stato americano che ha perso la maggior quota di popolazione nel minor tempo. Sono circa 7 milioni, secondo i dati delle Nazioni Unite, i venezuelani che negli ultimi 8 anni sono emigrati in altri Paesi latinoamericani, soprattutto Colombia e Perù, o verso gli Stati Uniti e l’Europa: significa che quasi il 25% della popolazione totale è fuggita cercando opportunità all’estero, un fenomeno che non si era mai verificato in tempi di pace. Eppure il governo di Maduro è ancora al potere e gode di un discreto consenso, ovviamente al netto dei dubbi sulla libertà di espressione e sulla trasparenza degli ultimi processi elettorali, come più volte denunciato. Ma oggi il punto non è questo, bensì il fatto che il termometro dell’importanza dei diritti si è dimostrato fortemente legato a considerazioni di realpolitik. Nulla di nuovo, per carità: è la semplice constatazione della schizofrenia di un mondo che a parole difende i diritti calpestati, esigendo ad esempio che i calciatori delle nazionali occidentali compiano gesti politici ai Mondiali di calcio, ma che non si sogna di interrompere le relazioni finanziarie con il Qatar, né di sanzionare la Cina per la vicenda degli uiguri. E che ora chiude un occhio sul Venezuela dopo averlo messo al bando per anni, anche se il governo che ha dissanguato il Paese non intende cambiare nulla, nemmeno davanti all’esodo di un quarto della popolazione. Probabilmente erano sbagliate le sanzioni, così come ora è sbagliato, in nome del petrolio, fare finta che tutto sia normale a Caracas.

Sarebbe ora, come già chiesto da diversi intellettuali, che l’Occidente si togliesse definitivamente la maschera dell’ipocrisia e affrontasse la realtà in modo pragmatico. Le sanzioni e le condanne, se non sono seguite dai fatti, servono solo a ripulire la propria coscienza, ma chi viola i diritti questo lo sa benissimo. Il re è nudo: dopo secoli di colonialismo, e qualche decennio di finta protezione dei diritti, il mondo ormai si divide tra regimi e parolai. Se i regimi sono sempre esistiti, e continuano a fare il loro gioco, i parolai rappresentano la versione politically correct di un gioco d’interessi che è anch’esso antico come il mondo: che la mia mano destra non sappia cosa fa la sinistra. Nel frattempo, la democrazia arretra ovunque, e chi pensa che a difenderla basterà una campagna sui social o una dichiarazione roboante sui diritti calpestati o è ingenuo oppure complice.

Come da copione sovranista radicale, l’uscita dal palazzo presidenziale di Jair Bolsonaro è contrassegnata da disordini, caos e soprattutto dalla mancanza di rispetto verso i meccanismi della democrazia. Qualcosa di già visto dopo la sconfitta di Donald Trump e il tentativo di assalto al Campidoglio. Nella versione sudamericana non ci sono finti “indiani” ad assediare le sedi del potere ma abbiamo i camionisti a fermare il Paese: perché, quando uno dei campioni della nuova destra radicale perde, o c’è stato un imbroglio oppure è vittima di un complotto. È quello che gli stessi leader dicono già mesi prima delle elezioni, preparando l’eventuale sconfitta. Trump e Bolsonaro affermavano che le elezioni – nelle quali poi hanno effettivamente perso – sarebbero state inquinate dalla frode elettorale, anche se erano loro stessi ad avere il potere per impedire eventuali brogli, visto che entrambi erano al governo. Il punto è ovviamente un altro: nella cultura sovranista la sconfitta non è pensabile e la democrazia va bene soltanto quando si vince, mentre quando si perde diventa un optional. Ripropongono una versione aggiornata dei totalitarismi “vorrei ma non posso”: arrivano al potere grazie al voto popolare, quando le urne si rivelano sfavorevoli avvertono la forte tentazione di restare comunque al comando, ma alla fine quella tentazione non si concretizza perché fortunatamente i contrappesi della democrazia funzionano ancora e, soprattutto, perché i militari non seguono più questi fenomeni della politica, preferendo il basso profilo.

Trump e Bolsonaro in realtà non hanno inventato nulla, si sono limitati a rendere più profonda la spaccatura che si è andata creando nelle società occidentali negli ultimi anni. Spaccatura che si manifesta in molti modi diversi: tra città e campagna, tra ricchi e poveri, tra nativi e immigrati, tra perdenti e vincenti nel grande gioco della globalizzazione. Anziché lavorare per rimarginare queste ferite, hanno fatto il possibile per aumentare la divaricazione. Questo agire da incoscienti ha pagato in termini elettorali, almeno inizialmente, e ha trasformato l’agone politico un’arena da corrida, dove non contano le idee né i progetti bensì la capacità di insultare, di raccontare fake news, di demonizzare l’avversario. Il problema per loro è quando il nemico demonizzato riesce comunque a vincere, come successo sia negli USA sia in Brasile: a questo punto la narrazione va in tilt. Come spiegare che un popolo sia così ingrato da non continuare a votarli? Ecco che scatta la “certezza”, ovviamente mai provata, della truffa elettorale e del complotto. È l’unica spiegazione possibile, perfettamente credibile per i seguaci di politici che hanno detto che il Covid non esisteva, che i leader democratici statunitensi violentavano bambini negli scantinati di una pizzeria di Washington o che i comunisti brasiliani avrebbero eliminato la libertà di culto.

Il dramma di Bolsonaro e di Trump è stato il momento in cui la realtà ha presentato loro il conto. Perché la realtà non era quella costruita da loro, ossia quella parallela degli “alternative facts”, ma quella vera. Una realtà nella quale si può vincere e si può perdere, le istituzioni della democrazia si tutelano sia che si governi sia che si vada all’opposizione, e le persone si rispettano sempre. Sul piano collettivo, il dramma è che la cultura, o meglio i veleni, che politici come Bolsonaro e Trump hanno contribuito a diffondere toglie legittimazione all’agire di chi è chiamato a governare dopo di loro. Grazie alla democrazia, che pure ha dato loro l’opportunità di vincere, alla fine in un modo o nell’altro questi eredi di culture totalitarie torneranno a casa: per fortuna oggi non possono andare oltre l’insulto e il sospetto. La democrazia, almeno per ora, è più forte di loro. Ma le ferite che hanno provocato non guariranno presto.