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I ragni al lavoro

Pubblicato: 17 gennaio 2015 in America Latina, Europa, Mondo
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Quando nel 1995 nacque l’Organizzazione Mondiale del Commercio, il WTO, la strada pareva segnata: la deregolamentazione dell’economia, all’epoca già in corso, sarebbe proseguita, ci sarebbe stata la fine dei protezionismi di mercato e i capitali avrebbero potuto spostarsi in sicurezza per il mondo. Il tutto sotto la guida appunto del WTO, che avrebbe stabilito le nuove “non-regole”, dettato i tempi, punito i renitenti e i disobbedienti. Addirittura, la fiducia in questo destino ineluttabile – cioè il sogno della cultura economica liberale – aveva partorito per il nuovo organismo uno statuto nel quale le decisioni si sarebbero prese all’unanimità. Infatti, chi mai avrebbe potuto essere in disaccordo?

Pochi anni dopo, nel 2003, i nodi vennero al pettine durante la quinta Conferenza Ministeriale del WTO a Cancún, in Messico: una conferenza che puntava a raggiungere un accordo sul delicato tema dell’agricoltura. Qui un’alleanza di 22 Paesi dell’ex Terzo Mondo, capitanati da India, Cina e Brasile, riuscì a bloccare i negoziati chiedendo l’abolizione dei sussidi all’agricoltura europea e statunitense come precondizione per l’apertura dei mercati agricoli locali. Da quel momento per il WTO è iniziato un lento declino. Parallelamente sono nati il G20, il gruppo di 20 Stati che ha di fatto preso il posto del G8, e il gruppo dei BRICS: Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica, il club delle potenze emergenti.

Il fallimento del tentativo di arrivare a un trattato globale attraverso il WTO non ha però raffreddato gli spiriti dei Paesi promotori della globalizzazione: in particolare gli Stati Uniti. In particolar modo sono stati gli USA, davanti alla paralisi europea, a prendere l’iniziativa per aggirare l’ostacolo. La strategia per arrivare allo stesso risultato attraverso altre strade è stata individuata nella stipulazione di accordi bilaterali: alcuni già esistenti, come il NAFTA (fra Stati Uniti, Canada e Messico), sono stati allargati; altri tentativi sono falliti, come nel caso dell’ALCA, l’area di libero commercio delle Americhe che avrebbe dovuto creare un unico mercato per merci e servizi dall’Alaska alla Terra del Fuoco, che si arenò nel 2005 per volontà di tre presidenti sudamericani: Chávez, Lula e Kirchner.

Ma i negoziati sono continuati con la firma di decine di accordi di libero scambio tra gli Stati Uniti e singoli Paesi asiatici, latinoamericani e africani. Insomma, Washington sta applicando la strategia del ragno, lavora per tessere una trama di accordi commerciali che, sommati tra loro, equivarranno a quegli accordi che non si è riusciti a firmare a livello di WTO. Al momento gli USA sono impegnati in due negoziati decisivi: il TTIP, cioè l’accordo di partenariato transatlantico con l’Unione Europea; e il TPP, un’alleanza con i Paesi emergenti del Pacifico che esclude però la Cina. Questi accordi rappresentano la priorità assoluta della diplomazia economica a stelle e strisce, in quanto dovrebbero consolidare i rapporti commerciali e finanziari con due aree tradizionalmente alleate e, soprattutto, con due ricchissimi mercati.

Ma a Pechino c’è un altro ragno al lavoro per tessere una rete simile: già oggi gli accordi tra la Cina e i Paesi africani e latinoamericani non si contano. Il grande obiettivo del gigante asiatico, che per ora ha un accesso limitato all’Europa, è assicurarsi un ottimo rapporto di forze con gli altri Paesi del suo continente. La zona di libero commercio CAFTA (cioè Cina-ASEAN Free Trade Agreement) è dunque prioritaria per la Cina, per la quale costitiuisce l’unico modo di neutralizzare la crescente influenza degli Stati Uniti nel suo cortile di casa: attualmente coinvolge 11 Stati per un bacino economico di oltre 400 miliardi di dollari (cresciuto di quattro volte rispetto a 10 anni fa, quando il CAFTA è nato).

L’economia a ragnatela, in mancanza di un accordo-quadro globale che forse non conveniva a nessuno, è la continuazione con altri mezzi della guerra tra le potenze di oggi e quelle del futuro. Sullo scenario mondiale del XXI secolo, infatti, i missili contano tanto quanto le facilitazioni per l’export delle proprie merci. Mentre a Pechino e a Washington i ragni continuano a tessere, a Bruxelles si rischia invece di rimanere intrappolati in una di queste ragnatele senza neanche avere capito come e perché ciò sia accaduto.

 

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

 

A spider weaves its web on a tree during the early morning in Odisha

Quando, il primo gennaio 1995, a Ginevra nasceva ufficialmente l’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC), il mondo era nel mezzo del decennio d’oro dell’espansione delle frontiere economiche globali. Finita la Guerra Fredda, smantellato il blocco sovietico, gli Stati Uniti guidati da Bill Clinton avevano trovato una nuova centralità. L’industria pesante e le lavorazioni ad alta densità di manodopera si spostavano dai Paesi di vecchia industrializzazione a quelli “emergenti”, e soprattutto in Cina.

La narrazione ufficiale dell’epoca raccontava che l’abbattimento di ogni barriera e ostacolo al commercio mondiale avrebbe garantito sviluppo e benessere per tutti. Le fabbriche che chiudevano in Occidente riaprivano in Oriente, ma con livelli di sfruttamento dei lavoratori simili a quelli della Rivoluzione Industriale dell’800. Eppure le critiche erano poche, si era certi che sarebbe andata bene comunque.

L’OMC, in inglese WTO, aveva il compito di “dirigere il transito”, e cioè di operare per abolire o ridurre le barriere tariffarie al commercio internazionale, non solo per i beni commerciali ma anche per i servizi e le proprietà intellettuali. In sostanza, il WTO doveva “mettere il turbo” agli scambi mondiali, lavorando per piegare le resistenze degli Stati nazionali all’apertura dei mercati, e fungendo da tribunale nelle dispute sul protezionismo, sul dumping, sui trattati internazionali. Nel pensiero unico dell’epoca, la fede nel dogma della globalizzazione liberale dell’economia era così forte che addirittura si scelse il sistema del consenso: un metodo che, pur non prevedendo l’esplicita unanimità delle decisioni, richiede che nessun Paese membro avanzi obiezioni ufficiali. Insomma, si era convinti che alla fine si sarebbe trovato, appunto, un consenso.

Come in tutti gli organismi internazionali, la direzione del WTO è stata monopolizzata dagli Stati Uniti e dai Paesi dell’Europa occidentale. Nei primi anni, però, il WTO si è occupato  “misteriosamente” solo delle barriere doganali e dei sussidi all’economia dei Paesi emergenti e poveri, senza aggredire per nulla i più grandi sovvenzionatori e protettori dei rispettivi mercati interni, che sono gli Stati Uniti, il Giappone e l’Unione Europea.

Il momento di frattura si è verificato a Cancùn, Messico, nel settembre 2003, quando si è tenuto il vertice che doveva dare il via al “Doha Round”, il meganegoziato su agricoltura e servizi. Nella calura dello Yucatán, per la prima volta si è materializzato un blocco di Paesi abbastanza forte da opporsi alle vecchie potenze, e capace di creare consenso tra gli Stati più poveri: Cina, India e Brasile sono diventati la testa di una fronda di Paesi africani, asiatici e latinoamericani che, per la prima volta, hanno alzato la voce in un evento di questo calibro. Rispedendo al mittente la “proposta” di aprire le loro economie a merci e servizi stranieri senza reciprocità.

È cominciato così a Cancùn il declino del WTO, aggravato poi dalla crisi mondiale che ha molto ridimensionato diversi principi ritenuti assoluti e indiscutibili solo pochi anni prima. Dagli USA che salvano il sistema bancario e la Chrysler, incentivando il ritorno in patria delle imprese che avevano delocalizzato in Asia, all’Europa che discute di misure di stimolo all’economia e rimanda la fine dei sussidi ai diversi settori produttivi.

Oggi il WTO, da regista della globalizzazione, è diventato quasi solo un tribunale per le dispute commerciali. Un ruolo assai modesto e un senso politico sfuocato. I Paesi membri sono molto impegnati a costruire nuove alleanze economiche. Le zone di libero commercio in discussione nell’area del Pacifico e tra gli USA e l’Europa, sommate a quelle già esistenti a livello regionale e a quelle tra i Paesi BRICS, ci consegnano un mondo sempre più interconnesso: ma non globalmente, bensì regionalmente. La Cina è l’altra potenza in grado di aggregare “soci” per garantirsi mercati mondiali. Il sogno degli anni ’90, di un mondo unipolare guidato dagli USA, dai loro partner e dai loro grandi gruppi economici è affondato. E il WTO è ormai solo un naufrago.

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

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