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Nel 2017 Bill Gates, fondatore di Microsoft, lanciò l’idea provocatoria di tassare il lavoro che, in futuro, sarebbe stato svolto dai robot a discapito degli esseri umani occupati nell’industria. Ma il suo allarme fu considerato prematuro e cadde nel vuoto. Invece la sostituzione di manodopera umana con i robot, e più in generale con l’intelligenza artificiale, sta facendo passi da gigante. Si tratta di una riproposizione di ciò che accadde con le delocalizzazioni dell’industria negli anni ’90, quando attraverso il nomadismo delle aziende alla ricerca di Paesi con bassi stipendi si cercava – con successo – di abbattere i costi di produzione. Quei maggiori margini di guadagno, ormai è storia nota, in massima parte non andarono a vantaggio dei consumatori ma si tradussero in capitali accumulati in Paesi esentasse. Ora, con l’introduzione massiccia dell’intelligenza artificiale nei processi industriali, non ci sarà più bisogno nemmeno di migrare: per le aziende, i costi caleranno senza bisogno di uscire dai propri confini.

Secondo diverse indagini, nei soli Stati Uniti nei prossimi anni l’automazione farà perdere dagli 8 ai 15 milioni di posti di lavoro. E in prospettiva, secondo gli esperti, la sostituzione dell’attività umana potrebbe andare a intaccare il 45% circa dei lavori attualmente svolti. Questo processo di erosione dell’occupazione si somma ai costi e alle trasformazioni del sistema produttivo imposti dalla transizione ecologica che i Paesi occidentali, nel tentativo di porre rimedio al cambiamento climatico, hanno giustamente intrapreso. L’industria automobilistica europea, che dal 2035 non dovrebbe produrre più motori termici, potrebbe perdere mezzo milioni di posti di lavoro, solo in parte assorbiti dalla nuova occupazione creata dallo sfruttamento dell’energia rinnovabile. Per non parlare del ciclo industriale del petrolio, che è interessato sia dall’automazione (nella fase di trivellazione), sia dalle ricadute della transizione ecologia (nei settori della raffinazione e distribuzione dei derivati, in declino per via dei cambiamenti nella motorizzazione).

Si pone quindi un problema gigantesco per l’occupazione, paragonabile a quello determinato dalla rivoluzione industriale. Nell’800 i posti di lavoro, eliminati soprattutto nell’agricoltura, erano automaticamente ricreati nell’industria e nei servizi: semplificando, il cocchiere poteva diventare autista, il mezzadro operaio. Anche questa volta l’agricoltura è stata il primo settore nel quale sono comparsi i cambiamenti, con l’introduzione massiccia di macchinari che hanno ridotto al lumicino l’occupazione nel settore cerealicolo e dell’allevamento, risparmiando solo – almeno per ora – il ciclo della frutta e degli ortaggi. La differenza è che oggi il combinato disposto di irruzione dell’intelligenza artificiale nei cicli produttivi e decarbonizzazione del settore energetico sembra destinato a creare un duplice problema: dove troveranno impiego le persone che perdono i posti di lavoro? E come si potrà reggere un sistema pensionistico e di welfare in cui i “sostituti” dei lavoratori non verseranno contributi?

Questo è uno degli aspetti bui delle rivoluzioni green e smart. Tutto il dibattito si concentra sugli aspetti ambientali e sulle questioni produttive, raramente tocca l’aspetto occupazionale, quasi mai allarga il campo fino a comprendere le ricadute sulla società nel suo complesso.

L’ottimismo della volontà, largamente profuso dalla pubblicistica aziendale, non basta. Le promesse dei populisti della Silicon Valley sul futuro radioso dell’umanità, che sarebbe garantito a patto di usare i loro prodotti, non sono sostenute dai dati di fatto. Quella proposta di Bill Gates, di introdurre un prelievo fiscale extra per le imprese che costruiscono i robot e per quelle che li utilizzano al posto dei lavoratori, è rimasta un fatto isolato, nascosto nel silenzio generale. Si continuerà a ignorarla finché l’agenda della globalizzazione ci costringerà a recuperare e ad aprire questo capitolo: ma probabilmente ciò accadrà quando i problemi saranno già grandi e bisognerà ricorrere a criteri emergenziali. 

Vent’anni di Brics

Pubblicato: 13 dicembre 2021 in Mondo
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Nel 2001 Jim O’Neill, il socio di Goldman Sachs responsabile del settore di ricerche sull’economia globale, usò per la prima volta l’acronimo Bric per indicare Brasile, Russia, India e Cina. Secondo O’Neill, queste erano le economie destinate a crescere più velocemente nel primo decennio del XXI secolo. La sua analisi partiva dalla semplice constatazione che nel 2000 il PIL a parità di potere d’acquisto dei Paesi Bric equivaleva a un quarto del PIL mondiale, e che il trend era in veloce crescita. Nel 2009 gli stessi Paesi formalizzarono la loro associazione. In realtà avevano già cooperato in precedenza: ad esempio durante il Vertice di Cancun del WTO del 2003, dove erano riusciti a bloccare il Doha Round che aveva al centro l’agricoltura e il protezionismo. Ancora prima, nel 1999, avevano esercitato una forte pressione sulle potenze occidentali ottenendo l’istituzione del G20, oggi ben più importante del G7. Nel 2011 nel club dei Bric fu incluso anche il Sudafrica – più che per motivi di peso economico, perché mancava uno Stato in rappresentanza dell’Africa – e l’acronimo del gruppo divenne Brics.

A distanza di vent’anni, le previsioni di O’Neill non si sono rivelate pienamente esatte. È vero che oggi i Brics sono, nell’insieme, più potenti di prima, ma questo si deve essenzialmente alla Cina, che ha battuto ogni record di crescita economica e geopolitica. L’India ha “tenuto”, camminando con il suo ritmo lento e progredendo sotto tanti aspetti, soprattutto sociali. Invece Russia e Brasile contano meno di vent’anni fa. Entrambi gli Stati hanno pagato il conto delle crisi altrui, essendo esportatori netti di materie prime alimentari o energetiche, ma ha avuto un peso anche la politica: il Brasile di Bolsonaro si è autoisolato, la Russia di Putin ha concentrato le risorse nel mantenimento di un apparato militare sproporzionato rispetto alla struttura economica del Paese.  Inoltre Brasile e Russia sono fortemente dipendenti dagli acquisti del loro “socio” cinese. Questa situazione ha fatto mutare la natura dei Brics, nel senso che non si tratta più di un club tra pari (o quasi), com’era all’inizio, bensì di un gruppo di Stati che gravita attorno a un solo socio, la Cina. Finora i Brics sono stati utili per creare una massa critica che agevolasse l’emergere della Cina: il punto da chiarire per il futuro di questa aggregazione è se oggi essa abbia ancora senso per Pechino.

Gli Stati Uniti hanno scelto chiaramente come antagonista la Cina, da sola. E il mondo sta entrando velocemente in una fase di bipolarismo, sia pure dalle caratteristiche diverse rispetto a quello della Guerra Fredda, nel senso che i due contendenti, in un’economia globalizzata, sono fortemente dipendenti l’uno dell’altro. Invece India, Russia e Brasile rimangono potenze regionali, nel caso russo con qualche pretesa su scala più vasta.

Si ripete quindi, anche nel sodalizio dei Brics, la dinamica che si è verificata nel G7, dove ci sono gli USA che dirigono e sei gregari che seguono. Ma le superpotenze, quando si misurano tra loro, in pratica lo fanno da sole: lo si è visto sia alla Cop26, con il documento di intesa sul clima firmato tra USA e Cina senza che nessuno ne fosse al corrente, sia poche settimane prima, quando Washington ha lanciato l’alleanza ANKUS per militarizzare il Mar della Cina prendendo alla sprovvista la Francia e tutta l’Unione Europea. Da sempre le grandi potenze sono fatte così: danno vita a intese con gli alleati quando sono in posizione di svantaggio, per procedere da sole non appena si sentono forti. E questa è una fase in cui entrambe le superpotenze si sentono forti. Perciò è facile prevedere che stanno arrivando tempi difficili per i vari club internazionali.

(Osaka – Japão, 28/06/2019) Presidente da República, Jair Bolsonaro, durante foto de família dos Líderes dos BRICS. Foto: Alan Santos / PR

Una delle ricadute della pandemia che più hanno spaventato la politica è stata la messa a nudo di un rischio finora negato: il rischio, cioè, che la suddivisione internazionale della produzione fosse diventata un vulnus per la sovranità dei Paesi. Con sorpresa, la politica ha verificato che quando non si controlla più il ciclo industriale – perché delocalizzando si è dato il via all’industrializzazione di altre regioni del pianeta – la posizione di forza che in passato era esclusiva dei Paesi occidentali passa in altre mani. In un primo momento il problema era l’approvvigionamento di mascherine, guanti chirurgici e dei vari supporti per garantire il distanziamento, rigorosamente made in China; ora è la carestia dei semiconduttori che servono per fabbricare quasi qualsiasi cosa. L’Europa ha scoperto che è solo cliente di un mercato che vede Taiwan, Corea del Sud e Cina in posizione quasi monopolistica e sta discutendo un cambio di rotta che sarebbe stato imprevedibile ancora nel 2019.

L’annuncio della commissaria europea per la Concorrenza Margrethe Vestager è stato chiaro: la Commissione non soltanto continuerà a finanziare i progetti di ricerca e sviluppo sui semiconduttori ma prevede di sovvenzionarne anche la produzione. Insomma un ritorno alla vecchie pratiche del protezionismo, che ha aperto un vivace dibattito tra gli stati membri. I Paesi Bassi ad esempio, alfieri del libero mercato, scalpitano perché una corsa ai sussidi andrebbe a vantaggio degli Stati più grandi. Ipotesi realistica visti i piani di Intel, il gigante statunitense del settore che prevede di investire 30 miliardi di dollari per la produzione di microchip in Europa dividendoli tra la Germania (alla quale andrebbe la produzione), la Francia (per la ricerca) e l’Italia (per il confezionamento). La Germania si è spinta oltre, lanciando l’idea di creare un Fondo Sovrano Strategico dedicato ai semiconduttori che all’Europa costano oggi 44 miliardi all’anno, cifra che entro il 2030 toccherà gli 80 miliardi di spesa. Non è una questione solo di soldi, anche se tanti, ma anche e soprattutto di sovranità. Non è pensabile sostenere un’industria europea, da quella delle lavatrici fino a quella dei satelliti, senza produrre nemmeno un semiconduttore. Soprattutto è un grande rischio dipendere per il rifornimento da un Paese non riconosciuto e dal futuro incerto come Taiwan.

La voglia di riprendersi le produzioni strategiche non è sentita solo in Europa. Negli Stati Uniti è stato appena finanziato con 52 miliardi di dollari un capitolo specifico dell’Innovation and Competition Act dedicato ai semiconduttori, per rinforzare il settore allentando la dipendenza dai produttori asiatici.

Il mondo post-pandemico continua a stupire gli analisti perché si sta tornando a percorrere strade che nella narrazione della globalizzazione si davano per scomparse. Protezionismo, incentivi per il ritorno delle imprese, sovvenzioni, dazi. Tutti strumenti tipici della politica degli Stati. Ed è questo il protagonista della fase che si sta aprendo: lo Stato che non soltanto protegge i cittadini con i vaccini e con le limitazioni, non solo sostiene imprese e lavoratori indebitandosi, ma ora sta anche ridisegnando il mercato. Da qui derivano anche le difficoltà nel raggiungimento degli obiettivi di Parigi sul clima. Nessuno vuole regalare vantaggi ai concorrenti, anche se le conseguenze ambientali ricadranno su tutti.

Il mondo post-pandemia, ammesso che si possa considerare il Covid come un problema risolto, assomiglierà solo in parte a quello di prima. Nessuno si sarebbe mai immaginato che, in così pochi mesi, la delega in bianco che la politica consegnò all’economia 30 anni fa sarebbe stata ritirata. E questo può essere un bene, ma insieme è anche un grande rischio. 

Le migrazioni umane risalgono alla notte dei tempi, a quando l’Homo sapiens si spinse fuori dalla natia Africa fino a conquistare ogni angolo della Terra. Una migrazione avvenuta a piedi, che man mano creava insediamenti e sottraeva spazi al mondo animale. Negli imperi del passato esistevano migrazioni, volontarie o forzate, che erano il risultato di conquiste territoriali e consolidavano un modello agricolo, economico e culturale. Migrazioni dovute anche a motivi climatici, per esempio in concomitanza dei periodi glaciali, determinarono la fine di Stati che sembravano eterni, come l’Impero romano. Imponenti movimenti di popoli si svilupparono attraverso i mari, come la grandiosa espansione dei popoli polinesiani nel Pacifico o, dal XV secolo in poi, quella degli europei lungo le rotte del colonialismo nascente. Ci sono stati migranti per motivi religiosi, come i puritani in America settentrionale e gli olandesi in Sudafrica; per conquistare nuove ricchezze e terre agricole strappandole ai popoli originari, come in America meridionale; o per superare ancestrali ingiustizie, con radici risalenti al Medioevo, come nella grande ondata che dalla metà dell’Ottocento svuotò intere regioni povere di Irlanda, Spagna, Portogallo e Italia.

Nel corso del Novecento i movimenti migratori cambiano direzione: dalla direttrice Nord-Sud si spostano su quella Sud-Nord. Da continenti che avevano ricevuto migranti europei (Africa, America centro-meridionale, parte dell’Asia) cominciano a partire migranti verso i Paesi del Nord, diventati più ricchi ma entrati in recessione demografica. L’invecchiamento della popolazione ha liberato milioni di posti di lavoro: l’economia di questi Stati richiede manodopera giovane e disposta a lavorare nell’industria e nell’agricoltura, poi anche nei servizi alla persona. Questa rimane una delle grandi contraddizioni dei flussi contemporanei di migrazione: sono vitali per l’andamento dell’economia dei Paesi più avanzati, ma questo loro ruolo non viene riconosciuto. Anzi, si dà vita a contraddizioni giuridiche, discriminazioni, talvolta strumentalizzazioni politiche.

Nella lunga storia delle migrazioni, il fatto di assoluta novità emerso in tempi recentissimi è l’uso dei migranti come arma di ricatto o come strumento per destabilizzare altri Paesi. È stata la Turchia a inaugurare questa fase, “monetizzando” l’accoglienza dei profughi siriani sul suo territorio per ottenere fondi europei e garantirsi immunità riguardo la svolta autoritaria in corso nel Paese. Anche il Messico vive una situazione paragonabile. Da terra di emigranti è diventato Paese di passaggio per i profughi centroamericani che vogliono entrare negli Stati Uniti: e ciò gli ha fornito un nuovo strumento per ottenere vantaggi da Washington. Ora è il turno della Bielorussia, che scaglia contro le frontiere polacche la forza d’urto di migliaia di migranti, allo scopo di calmierare le sanzioni contro il regime di Minsk imposto dall’Unione Europea. Sta seguendo la linea vincente della Turchia. Nel suo piccolo, anche la Libia in mano alle bande armate tiene sotto ricatto l’Italia, e incassa lauti aiuti. E il Marocco negozia con la Spagna per la sicurezza delle roccaforti spagnole di Ceuta e Melilla, prese d’assalto da giovani che vorrebbero entrare in Europa.

Questo mix esplosivo di autoritarismo e disperazione mette in seria difficoltà i Paesi presi di mira. Perché non si può sparare contro i civili, e l’opinione pubblica sopporta sì la presenza di lager e che si lasci la gente al freddo d’inverno, ma solo lontano dai propri confini. E poiché oggi i confini sono soltanto una convenzione, alla fine si negozia. È una triste realtà che non si riesce a superare e alla base della quale ci sono da un lato il fallimento dei Paesi dai quali la gente vuole solo scappare e dall’altro l’ipocrisia dei Paesi che credono sia possibile un mondo con isole di benessere accerchiate da un mare di disperazione. Un mondo che diventa sempre più simile ai quartieri chiusi latinoamericani per soli ricchi, dove si vive fingendo che tutto funzioni e di essere sicuri, ma solo perché al confine ci sono il filo spinato e le guardie armate a difendere la tranquillità.

epa09583235 A handout photo made available by Belta news agency shows asylum-seekers, refugees and migrants gathering at the Bruzgi-Kuznica Bialostocka border crossing, Belarus, 15 November 2021. Asylum-seekers, refugees and migrants, who arrived at the Belarus-Poland border checkpoint of Bruzgi-Kuznica Bialostocka, reportedly broke through part of the barriers set up by Poland. Migrants from the Middle East began to leave the spontaneous camp set up near the border. It was noted that a large convoy of migrants, accompanied by Belarusian security officials, went out towards the frontier checkpoint Bruzgi. Since 08 November, several thousand migrants have been trying to enter the EU and have set up camp in a forest belt adjacent to the border. EPA/OKSANA MANCHUK/BELTA HANDOUT HANDOUT EDITORIAL USE ONLY/NO SALES HANDOUT EDITORIAL USE ONLY/NO SALES

Dopo l’aumento dei prezzi dei combustibili fossili, dei minerali e della logistica, dopo la carestia di microchip, ecco che si profila l’ultimo tassello di una crisi che ha sicuramente a che fare con la pandemia, ma che è figlia, forse in parti uguali, anche del cambiamento climatico: il grano ha raggiunto sul mercato di Parigi il prezzo massimo storico, su quello di Chicago il massimo dal 2012. Il grano tenero, che un anno fa costava 213 dollari USA alla tonnellata, attualmente ne vale 283; il grano duro, che si usa per la pasta, ha toccato i 550 euro sulle borse europee. In Italia l’aumento del costo grano duro in un mese è stato dell’80%, del 135% se parametrato ai valori medi degli ultimi cinque anni. Nel caso del grano duro, l’impennata è stata provocata non soltanto dall’aumento dei prezzi di combustibili, fertilizzanti, trasporti e logistica, come nel caso del grano tenero, ma anche dalla disastrosa estate del primo produttore mondiale, il Canada, dove le temperature elevate (con punte di 40 °C) hanno compromesso seriamente il raccolto autunnale. Secondo le stime di Ottawa, quest’anno l’export canadese calerà del 45%, mentre si registrano cali consistenti nelle produzioni italiana e statunitense, mai così basse dal 1961: gli USA hanno prodotto appena un milione di tonnellate a fronte dei quasi due milioni dello scorso anno. A questo panorama si aggiungono le politiche neo-protezionistiche applicate dalla Russia, primo produttore mondiale di grano tenero, che dopo un raccolto scarso per via del clima sta applicando maggiori tasse all’export.

Ci sono quindi, mescolati tra loro, tutti quei fattori che già in passato sovrapponendosi l’un l’altro hanno provocato sommovimenti geopolitici: cambiamento climatico e calo produttivo, aumento del costo dei combustibili e della logistica, politiche protezionistiche. Come al solito il tappo dovrebbe saltare in Nordafrica, macroregione che è importatrice netta di grano duro per la produzione di cous-cous, e dove ciclicamente si verificano rivolte del pane: secondo una lettura diffusa per quanto opinabile, sarebbero state il detonatore anche delle cosiddette primavere arabe. L’Egitto, primo importatore mondiale di grano, sta già rivedendo le sue politiche di sovvenzione del prezzo del pane in preparazione dell’inevitabile aumento. Per molti Paesi più poveri il rischio è che l’aumento dei prezzi delle farine di grano provochi vere e proprie carestie. Ed è questo uno degli aspetti meno considerati anche da parte degli ambientalisti che in questi giorni si sono dati appuntamento a Glasgow: la sicurezza alimentare è sempre di più in bilico.

Da una parte il grande agrobusiness è uno dei settori che più incidono negativamente sul cambiamento climatico: l’intera filiera della produzione e trasformazione del cibo pesa per il 25% sulle emissioni di gas serra. Dall’altra, non esiste agricoltura domestica o periurbana che possa produrre, allo stato attuale, la quantità di grano necessaria per sfamare i Paesi che non ne producono. Il punto è che a livello mondiale i grandi esportatori sono solo sei o sette, e si tratta di Paesi sempre più esposti al cambiamento climatico. Sta qui la grande contraddizione della moderna agricoltura: impatta negativamente sul problema del cambiamento climatico ma positivamente su quello della fame nel mondo. Il nodo ancora non è sciolto perché, volendo mantenere i volumi attuali di produzione, la riconversione del settore risulta difficile se non impossibile. Nel frattempo, prepariamoci all’aumento della pasta e della pizza, ma anche alle rivolte che inevitabilmente scoppieranno laddove con il grano si sopravvive, e non se ne può fare a meno.

Da un lato il Fondo Monetario Internazionale avverte che il Covid-19 potrebbe diventare un problema endemico per l’Africa subsahariana, compromettendone lo sviluppo. Dall’altro il cartello di associazioni sanitarie e umanitarie People’s Vaccine Alliance denuncia che, rispetto agli 1,8 miliardi di dosi promesse al fondo Covax, nato per distribuire vaccini ai Paesi più poveri, al momento ne sono arrivate 261 milioni, solo il 12%. Le aziende produttrici, che stanno macinando miliardi su miliardi, hanno consegnato solo 120 milioni di dosi sui 900 milioni promessi. Johnson & Johnson e Moderna nemmeno una. È l’ennesima dimostrazione della distanza tra le promesse, buone da spendere durante i grandi vertici mondiali, e la realtà. Proprio com’è già successo più volte con i fondi per la cooperazione allo sviluppo e con quelli destinati a mitigare gli effetti del cambiamento climatico sostenendo i Paesi con grandi superfici forestali. Facendo una media approssimativa, di solito va bene se si arriva al 10% di quanto promesso.

Ma, mentre le ricadute delle mancate promesse su ambiente o sviluppo si manifestano a distanza di tempo, per il Covid-19 i risultati di questa miopia si vedranno a breve. Nell’Africa subsahariana gli immunizzati con una sola dose sono il 4,5% della popolazione e solo il 2,6% ha ricevuto un ciclo completo. Secondo il FMI questo ritardo gigantesco sta pesando notevolmente sulla crescita economica, che per il 2021 è prevista al 5,9% a livello globale ma solo al 3,8% – nella migliore delle ipotesi – per l’Africa subsahariana. Si calcola che il gap accumulato dall’Africa in materia di vaccinazioni si estenderà fino al 2023, e di conseguenza il continente dovrà fare i conti con ulteriori restrizioni alle attività sociali ed economiche. Inoltre, molte organizzazioni non governative denunciano che l’Africa resta così esposta alla circolazione di nuove varianti più aggressive del virus che potrebbe quindi diventare endemico, con una conseguente perdita di PIL anche a lungo termine che costringerà a ulteriori ricorsi al debito, già ora un macigno per molti Stati, situazione che colpisce soprattutto i più deboli per via dell’aumento del costo degli alimenti.

L’OMS auspica che entro la fine del 2021 sia vaccinato almeno il 40% della popolazione dei Paesi in via di sviluppo. In realtà, l’unica misura che poteva favorire questo traguardo, cioè la sospensione dei brevetti come previsto dal WTO in situazioni di emergenza per moltiplicare i soggetti in grado di fabbricare i vaccini, è stata per ora accantonata. Dallo scorso luglio, quando a Ginevra è stata l’Unione Europea a bloccare la moratoria proposta da India e Sudafrica, la mediazione si è fatta sempre più difficile: mentre nella maggior parte del mondo mancano i vaccini, in Occidente si è dato il via alla somministrazione della terza dose.

Poche volte come in questo caso il mondo ha dato l’idea di essere un condominio in guerra contro se stesso. Dopo un primo momento all’insegna del “si salvi chi può”, se vogliamo comprensibile, ora ci sarebbe la serenità per decidere di eradicare il Covid-19 a livello globale. Eppure continuano a prevalere da un lato gli egoismi, dall’altro la tutela a spada tratta degli interessi della grande industria farmaceutica. Il tema non è nuovo, ma in questo frangente lascia intendere come gli attuali legami e rapporti di forza tra l’economia e la politica siano così forti che praticamente nulla può metterli in discussione. Nemmeno una pandemia.

Quando arrivano i vertici internazionali scatta il solito copione: è il momento di formulare solenni promesse da marinaio, alle quali ormai non crede più nessuno. Per pochi minuti, sotto i riflettori, i leader delle grandi potenze recitano evocando principi alti, parlano di etica e di solidarietà, si danno un tono da grandi statisti. Per poi dimenticare tutto dopo pochi giorni, fino al prossimo vertice.

Da quando nel 2007 la popolazione delle città, a livello mondiale, ha sorpassato quella delle campagne, molte cose sono cambiate nel rapporto tra i grandi e i piccoli centri, anche sotto il profilo politico. Con evidenza sempre maggiore, le città grandi e medie votano in modo diverso rispetto a quelle meno popolose e alle campagne. Ovviamente, là dove esiste la democrazia. Mentre nelle città il voto tende a premiare candidati che vanno dal fronte moderato a quello progressista, nelle campagne e nei piccoli centri si è affermata la tendenza al voto conservatore, quando non di destra radicale. Si sono così create due geografie politiche che spesso convivono a breve distanza, in tutti i continenti: il baricentro politico è progressista in città come New York, Berlino, Londra, Istanbul, Buenos Aires, Mumbai, Barcellona e Milano, con sindaci che hanno in comune la sensibilità ambientale, il rispetto dei diritti, la priorità data all’inclusione sociale; dall’altra parte, nelle campagne o nei centri urbani sotto i 100.000 abitanti la politica che vince è spesso quella che si basa sui temi “sicuritari” e che ripropone valori culturali tradizionali, concentrando l’attenzione su immigrazione e sicurezza e guardando il mondo esterno con diffidenza. Mai come ora questa divisione è stata così netta, e i motivi sono diversi.

Si tratta di un fenomeno sicuramente ispirato dall’evento che negli ultimi decenni ha cambiato il volto del pianeta: la globalizzazione. La società che è motore e insieme risultato di trent’anni di cambiamenti radicali nel mondo del lavoro, della cultura, della produzione è quella urbana. Nelle città sono avvenuti i cambiamenti epocali che hanno ridisegnato il mondo, nel bene o nel male. Le campagne, invece, sono state semplici comparse, considerate soltanto in quanto produttrici di materie prime essenziali, ma prive di voce in capitolo. Non a caso, è nei piccoli centri e nelle campagne che ora serpeggia quella paura che porta a un voto conservatore, così diverso rispetto a quello urbano. Paura di un mondo incomprensibile, nel quale potrebbe non esserci più posto per chi vive nelle campagne. Paura dell’“aggressione” al proprio modello di vita che l’arrivo di altra gente, con altri costumi, potrebbe comportare. Se la città vive di innovazione e cambiamento, le campagne le rifiutano; se nelle città tutto si mescola e le opportunità si fanno più trasversali, nelle zone rurali conta ancora l’appartenenza a un’etnia o a una classe sociale.

Oggi, quando si vota a livello nazionale, tra città e campagne finisce quasi in parità. È difficile dire come evolverà la situazione: dipenderà dall’aumento della popolazione urbana o, viceversa, dal prevalere dei trasferimenti dell’attuale popolazione urbana verso i piccoli centri. Il dato politico rimane che le città guardano al futuro mentre le aree periferiche al passato, e la contrapposizione tra i due modelli rischia di diventare pericolosa. In città spesso ci si dimentica che il mondo funziona grazie alle materie prime alimentari, ai minerali, ai combustibili, al legname e anche all’ossigeno che si genera fuori dalle città; nelle campagne ci si dimentica che la propria sopravvivenza è legata ai consumi delle città.

Prima che la frattura diventi definitiva, sarebbe tempo di sottoscrivere un nuovo patto tra città e campagne che abbia al centro il tema ambientale, e non solo. Il mondo, anche se si fatica a percepirlo, è sì governato da chi è maggioranza demografica, ma questa maggioranza vive sul 3% della superficie terrestre. L’egemonia culturale ed economica è nelle sue mani, ma un patto con il resto del pianeta, e con chi ci vive, non è solo logico ma anche urgente.

Dopo i risultati elettorali in Norvegia e in Germania, c’è chi si è affrettato a dichiarare che dalla crisi si sta uscendo a sinistra. Ma una veloce analisi della situazione smentisce questa lettura, perché il Paese scandinavo e la locomotiva dell’Europa la crisi non l’hanno conosciuta. O meglio, l’hanno solo sfiorata, in modo neanche lontanamente paragonabile ad altri Stati europei. Si era detto lo stesso nel dicembre scorso, dopo la vittoria di Joe Biden negli Stati Uniti, ma anche i motivi alla base del cambiamento di inquilino alla Casa Bianca erano altri rispetto a un riposizionamento a sinistra: in primis l’inaffidabilità di Trump e i timori per la democrazia, con la relativa mobilitazione dell’elettorato democratico e, tra gli altri, il protagonismo delle minoranze e la scelta di un candidato “centrista”. Lo stesso si può dire del balzo del Partito Comunista alle legislative in Russia, passato dal 13 al 21% perché l’oppositore storico Aleksej Navalnyj, in sé non particolarmente progressista, aveva dato ordine ai suoi elettori di votare i candidati con maggiori possibilità di battere il partito di Putin, valutando collegio per collegio. In America Latina, in pandemia le elezioni hanno premiato presidenti di destra in Ecuador e Salvador e di sinistra in Perù e Bolivia.

Riassumendo, l’idea che la crisi economica causata dalla pandemia abbia spinto l’elettorato verso sinistra non trova conferma nei processi elettorali laddove le elezioni si possono considerare “pulite”. Invece, il dato confermato statisticamente è che durante la pandemia in 81 Paesi la situazione delle libertà individuali, della libertà di stampa e del rispetto dei diritti umani è peggiorata, mentre solo in uno, la Nuova Zelanda, è migliorata. Il presidente cinese Xi Jinping ha recentemente usato una parabola illuminante per chiarire la posizione del suo Paese sui temi più caldi: “Se le scarpe si adattano è noto solo a chi le indossa. Su quale sistema possa funzionare in Cina, solo i cinesi hanno il diritto di parlare”. In sostanza, ciò che succede in Cina sono affari della Cina: è questa la risposta sia alle proteste per la situazione della minoranza musulmana uigura sia alle pressioni contro l’avanzata di Pechino a Hong Kong.

Dalla crisi, si legga pandemia, non è detto quindi che si esca a sinistra, e nemmeno a destra. Di sicuro se ne sta uscendo con un mondo cambiato, che da un lato non riesce a mettersi d’accordo sul grande tema dell’ambiente, dall’altro è diventato terreno fertile per il consolidamento e la proliferazione di democrazie illiberali o di veri e propri regimi autoritari. La sospensione di alcuni diritti fondamentali durante la pandemia è diventata permanente in molti Paesi, mentre in Occidente i cosiddetti “no green pass” manifestano contro immaginarie dittature sanitarie che permettono però loro di esprimere il dissenso liberamente e pubblicamente. Nessuno invece si mobilita per quanto denunciato dal segretario generale dell’ONU António Guterres, l’oscenità cioè di un mondo ricco, con Paesi dove l’80 % della popolazione vaccinabile è stata immunizzata e sta arrivando la terza dose, mentre il 90% degli africani ancora aspetta la prima. La denuncia è caduta nel vuoto perché al momento è scomparso il senso di appartenenza a un unico destino: l’idea, cioè, che siamo tutti sulla stessa barca ormai si sente risuonare solo dalle parti del Vaticano. Nel mondo del “si salvi chi può” i poteri forti dell’economia fanno grandi affari e gli aspiranti dittatori trovano una strada in discesa. E non è complottismo, ma la triste constatazione che dalla pandemia stiamo uscendo molto peggio di come siamo entrati.

Il grande gioco del Pacifico

Pubblicato: 27 settembre 2021 in Mondo
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La pandemia ha accelerato un processo già in corso da anni: la materializzazione di una nuova era nello scontro geopolitico ed economico globale. Che sarà molto diversa sia dalla Guerra Fredda, nella quale prevaleva la dimensione geopolitica, sia dalla fase della cosiddetta “guerra al terrore”, che fuori dal Medio Oriente diventava un concetto virtuale. La nascita dell’alleanza Aukus, in funzione anti-cinese, tra USA, Regno Unito e Australia ha definitivamente sancito lo spostamento delle priorità delle potenze mondiali nel Pacifico, e non solo sul piano militare: anzi, la contesa più complessa è quella che riguarda il partenariato economico.

Era stato Barack Obama a lavorare per costruire un’alleanza economica che isolasse la Cina: all’epoca si parlava di partenariato trans-Pacifico, la sigla era TPP. Il progetto venne fatto saltare in aria da Donald Trump con una delle sue prime mosse, nel 2018. Ma gli 11 Paesi americani, asiatici e dell’Oceania che avevano sottoscritto quell’accordo andarono avanti senza gli USA, dando vita all’alleanza economica CPTPP, nota anche come TPP-11.

Nel frattempo, lo scorso novembre è stato firmato il RCEP (Regional Comprehensive Economic Partnership), un accordo di partenariato economico tra 15 Paesi di Asia e Oceania comprendente la Cina. Lo stesso giorno in cui Joe Biden ha annunciato la nascita dell’alleanza militare con Londra e Canberra, Pechino ha inoltrato formale richiesta di adesione anche al TPP-11, fronte lasciato sguarnito da Washington, con buone possibilità di entrarvi.

L’ondata di accordi commerciali che mirano a potenziare i legami tra i Paesi delle due sponde del Pacifico fu architettata dagli Stati Uniti in chiave di contenimento della Cina: un processo che si accompagnava con il disimpegno dal Medio Oriente, l’abbandono dell’Africa e dell’America Latina e con una presa di distanza dall’Europa. Quella linea di politica estera, continuata solo in parte da Trump, è stata ripresa da Biden, che in un discorso dello scorso gennaio ha delineato le sue priorità per l’Asia e la Cina. Il paradosso è che, dopo la presidenza Trump, gli USA si ritrovano esclusi dagli accordi commerciali mentre la Cina è riuscita a entrarci. A questo punto, la nascita dell’Aukus può essere letta da un’altra angolatura: considerando irrimediabili i danni provocati dalla decisione di Trump di abbandonare l’accordo commerciale con i Paesi del Pacifico, e vista l’abile mossa della Cina che è riuscita a trarne vantaggio, per gli Stati Uniti l’unica opzione rimasta sul tavolo era quella militare. Cioè dimostrare da vicino alla Cina che, sul piano militare, la differenza con gli USA rimane incolmabile. Da qui discende l’alleanza obbligata con Canberra, e di conseguenza con Londra, per ottenere facilitazioni logistiche nei dintorni della Cina.

Si può già intravedere come questa politica, oltre a provocare effetti collaterali gravi come il deterioramento dei rapporti con l’Europa comunitaria, sia destinata a fallire. Sarà fallimentare perché la Cina continuerà, come ha sempre fatto, a combattere la sua guerra per la supremazia sul piano economico e non su quello militare. I sommergibili nucleari che arriveranno all’Australia, che difficilmente avrà le risorse e la capacità per gestirli, potranno servire forse per tutelare Taiwan e poco più. La sfida tra Cina e Stati Uniti continuerà a passare dalla dipendenza del mercato americano dall’industria cinese, dall’accaparramento da parte di Pechino delle materie prime strategiche, dalla penetrazione anche politica della Cina nei continenti abbandonati dagli USA e dal ruolo cinese di grande creditore dei titoli di Stato emessi da Washington. Tutto questo non potrà essere arginato con i sommergibili nucleari, casomai con la politica e la diplomazia. In poche parole, meno armi e più politica. Qualcosa che agli Stati Uniti riesce difficile, dopo decenni nei quali si è puntato tutto sui cannoni.   

Quando nel 2009 è stata iscritta sulla blockchain la prima transazione pochi avrebbero immaginato che addirittura uno stato avrebbe adottato il Bitcoin come valuta a corso legale. È successo agli inizi di settembre in Centro America, in El Salvador, il piccolo paese attualmente presieduto da Nayb Bukele, un giovane populista già sindaco di San Salvador con il centrosinistra. El Salvador, sei milioni e mezzo di abitanti e uno e mezzo di emigrati, soprattutto negli Stati Uniti, in realtà non aveva più una moneta nazionale. Il colon era stato infatti eliminato di fatto quando nel 2001 è diventato il dollaro la valuta a corso legale. Come avvenuto negli anni Novanta per Ecuador, Panama o Argentina, anche El Salvador ha utilizzato l’arma monetaria dell’aggancio alla valuta “forte” per eliminare l’inflazione.

L’operazione bitcoin è invece pionieristica e complessa. Le motivazioni date dal presidente Bukele per la legalizzazione del bitcoin sono facili da intuire. In un paese in cui il 20 per cento del Pil è costituito dalle rimesse degli emigrati, la criptomoneta elimina i costi di trasferimento di soldi incassati dai money transfer e che per il paese centroamericano sono calcolati in circa 450 milioni di dollari all’anno. Il governo poi pensa che la maggiore possibilità di inclusione offerta dalla criptomoneta in un paese povero possa favorire la gente che non ha accesso ai servizi bancari. Ogni cittadino potrà scaricare un’app (“Chivo”), dove il governo caricherà automaticamente l’equivalente in bitcoins di 30 dollari come dote iniziale. Lo stato ha infatti acquisito un primo pacchetto di 400 bitcoins, diventando il primo stato che ha riserve in criptomonete, e pensa di investire su questa base volatile 150 milioni di dollari nel programma a regime. Ogni commerciante o fornitore di servizi sarà obbligato a ricevere pagamenti in bitcoin, ma il dollaro non cesserà di circolare. La speranza di Bukele è che questa misura attiri imprenditori stranieri. Come incentivi all’investimento è stato azzerato il capital gainsui bitcoins e basterà possedere una minima quantità di criptovaluta per ottenere la residenza.

L’unico argomento nemmeno sfiorato dal governo, che però spinge a risparmiare in bitcoin una popolazione per il 50-60 per cento formata da persone povere è l’estrema volatilità della valuta virtuale; importata in un paese abituato da vent’anni alla stabilità “perpetua” del dollaro e che ora dovrà fare i conti con impennate e cadute da capogiro. L’emigrato salvadoregno che spedisce 100 dollari dagli Stati Uniti ai suoi parenti in Salvador per esempio, non saprà mai quanto potranno incassare effettivamente in Salvador anche se le operazioni venissero fatte a distanza di poche ore. Ma soprattutto i commercianti che devono vendere prodotti obbligatoriamente in bitcoin e rifornirsi delle stesse merci vendute magari in dollari, non saprà mai cosa riuscirà a ricomprare con la criptovaluta. El Salvador si avvia infatti a diventare il primo paese al mondo dove la valuta a corso legale può valere in rapporto a tutte le altre 5, 10 o 20… 200 a seconda del momento. Come se fosse un grande gioco d’azzardo, ma le fiches sono il lavoro della gente. Troppe ombre infatti e una mossa azzardata senza dubbio. Il Fondo Monetario Internazionale ha sconsigliato Bukele di fare questo passo e ora sta mettendo in forse un prestito di un miliardo di dollari già concordati. Non vogliono finanziare il programma bitcoin salvadoregno anche per l’elevato impatto ambientale dell’attività di “minare” la criptovaluta e per il rischio che il paese diventi permeabile al riciclaggio di denaro sporco. L’esempio salvadoregno entusiasma l’Ecuador, altro paese senza valuta nazionale, ma anche il Paraguay, un classico centro di riciclaggio. Il bitcoin, messo alle strette in Cina perché sfugge al controllo dello stato, potrebbe trovare terreno fertile in paesi falliti oppure desiderosi di attirare investimenti senza preoccuparsi da dove arrivino. Potrebbe diventare la valuta corsara a corso legale per le varie Isole della Tortuga sparse nel mondo. E anche per questo c’è spazio nel mondo della globalizzazione