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Quando nel 2009 è stata iscritta sulla blockchain la prima transazione pochi avrebbero immaginato che addirittura uno stato avrebbe adottato il Bitcoin come valuta a corso legale. È successo agli inizi di settembre in Centro America, in El Salvador, il piccolo paese attualmente presieduto da Nayb Bukele, un giovane populista già sindaco di San Salvador con il centrosinistra. El Salvador, sei milioni e mezzo di abitanti e uno e mezzo di emigrati, soprattutto negli Stati Uniti, in realtà non aveva più una moneta nazionale. Il colon era stato infatti eliminato di fatto quando nel 2001 è diventato il dollaro la valuta a corso legale. Come avvenuto negli anni Novanta per Ecuador, Panama o Argentina, anche El Salvador ha utilizzato l’arma monetaria dell’aggancio alla valuta “forte” per eliminare l’inflazione.

L’operazione bitcoin è invece pionieristica e complessa. Le motivazioni date dal presidente Bukele per la legalizzazione del bitcoin sono facili da intuire. In un paese in cui il 20 per cento del Pil è costituito dalle rimesse degli emigrati, la criptomoneta elimina i costi di trasferimento di soldi incassati dai money transfer e che per il paese centroamericano sono calcolati in circa 450 milioni di dollari all’anno. Il governo poi pensa che la maggiore possibilità di inclusione offerta dalla criptomoneta in un paese povero possa favorire la gente che non ha accesso ai servizi bancari. Ogni cittadino potrà scaricare un’app (“Chivo”), dove il governo caricherà automaticamente l’equivalente in bitcoins di 30 dollari come dote iniziale. Lo stato ha infatti acquisito un primo pacchetto di 400 bitcoins, diventando il primo stato che ha riserve in criptomonete, e pensa di investire su questa base volatile 150 milioni di dollari nel programma a regime. Ogni commerciante o fornitore di servizi sarà obbligato a ricevere pagamenti in bitcoin, ma il dollaro non cesserà di circolare. La speranza di Bukele è che questa misura attiri imprenditori stranieri. Come incentivi all’investimento è stato azzerato il capital gainsui bitcoins e basterà possedere una minima quantità di criptovaluta per ottenere la residenza.

L’unico argomento nemmeno sfiorato dal governo, che però spinge a risparmiare in bitcoin una popolazione per il 50-60 per cento formata da persone povere è l’estrema volatilità della valuta virtuale; importata in un paese abituato da vent’anni alla stabilità “perpetua” del dollaro e che ora dovrà fare i conti con impennate e cadute da capogiro. L’emigrato salvadoregno che spedisce 100 dollari dagli Stati Uniti ai suoi parenti in Salvador per esempio, non saprà mai quanto potranno incassare effettivamente in Salvador anche se le operazioni venissero fatte a distanza di poche ore. Ma soprattutto i commercianti che devono vendere prodotti obbligatoriamente in bitcoin e rifornirsi delle stesse merci vendute magari in dollari, non saprà mai cosa riuscirà a ricomprare con la criptovaluta. El Salvador si avvia infatti a diventare il primo paese al mondo dove la valuta a corso legale può valere in rapporto a tutte le altre 5, 10 o 20… 200 a seconda del momento. Come se fosse un grande gioco d’azzardo, ma le fiches sono il lavoro della gente. Troppe ombre infatti e una mossa azzardata senza dubbio. Il Fondo Monetario Internazionale ha sconsigliato Bukele di fare questo passo e ora sta mettendo in forse un prestito di un miliardo di dollari già concordati. Non vogliono finanziare il programma bitcoin salvadoregno anche per l’elevato impatto ambientale dell’attività di “minare” la criptovaluta e per il rischio che il paese diventi permeabile al riciclaggio di denaro sporco. L’esempio salvadoregno entusiasma l’Ecuador, altro paese senza valuta nazionale, ma anche il Paraguay, un classico centro di riciclaggio. Il bitcoin, messo alle strette in Cina perché sfugge al controllo dello stato, potrebbe trovare terreno fertile in paesi falliti oppure desiderosi di attirare investimenti senza preoccuparsi da dove arrivino. Potrebbe diventare la valuta corsara a corso legale per le varie Isole della Tortuga sparse nel mondo. E anche per questo c’è spazio nel mondo della globalizzazione