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Il grande gioco del Pacifico

Pubblicato: 27 settembre 2021 in Mondo
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La pandemia ha accelerato un processo già in corso da anni: la materializzazione di una nuova era nello scontro geopolitico ed economico globale. Che sarà molto diversa sia dalla Guerra Fredda, nella quale prevaleva la dimensione geopolitica, sia dalla fase della cosiddetta “guerra al terrore”, che fuori dal Medio Oriente diventava un concetto virtuale. La nascita dell’alleanza Aukus, in funzione anti-cinese, tra USA, Regno Unito e Australia ha definitivamente sancito lo spostamento delle priorità delle potenze mondiali nel Pacifico, e non solo sul piano militare: anzi, la contesa più complessa è quella che riguarda il partenariato economico.

Era stato Barack Obama a lavorare per costruire un’alleanza economica che isolasse la Cina: all’epoca si parlava di partenariato trans-Pacifico, la sigla era TPP. Il progetto venne fatto saltare in aria da Donald Trump con una delle sue prime mosse, nel 2018. Ma gli 11 Paesi americani, asiatici e dell’Oceania che avevano sottoscritto quell’accordo andarono avanti senza gli USA, dando vita all’alleanza economica CPTPP, nota anche come TPP-11.

Nel frattempo, lo scorso novembre è stato firmato il RCEP (Regional Comprehensive Economic Partnership), un accordo di partenariato economico tra 15 Paesi di Asia e Oceania comprendente la Cina. Lo stesso giorno in cui Joe Biden ha annunciato la nascita dell’alleanza militare con Londra e Canberra, Pechino ha inoltrato formale richiesta di adesione anche al TPP-11, fronte lasciato sguarnito da Washington, con buone possibilità di entrarvi.

L’ondata di accordi commerciali che mirano a potenziare i legami tra i Paesi delle due sponde del Pacifico fu architettata dagli Stati Uniti in chiave di contenimento della Cina: un processo che si accompagnava con il disimpegno dal Medio Oriente, l’abbandono dell’Africa e dell’America Latina e con una presa di distanza dall’Europa. Quella linea di politica estera, continuata solo in parte da Trump, è stata ripresa da Biden, che in un discorso dello scorso gennaio ha delineato le sue priorità per l’Asia e la Cina. Il paradosso è che, dopo la presidenza Trump, gli USA si ritrovano esclusi dagli accordi commerciali mentre la Cina è riuscita a entrarci. A questo punto, la nascita dell’Aukus può essere letta da un’altra angolatura: considerando irrimediabili i danni provocati dalla decisione di Trump di abbandonare l’accordo commerciale con i Paesi del Pacifico, e vista l’abile mossa della Cina che è riuscita a trarne vantaggio, per gli Stati Uniti l’unica opzione rimasta sul tavolo era quella militare. Cioè dimostrare da vicino alla Cina che, sul piano militare, la differenza con gli USA rimane incolmabile. Da qui discende l’alleanza obbligata con Canberra, e di conseguenza con Londra, per ottenere facilitazioni logistiche nei dintorni della Cina.

Si può già intravedere come questa politica, oltre a provocare effetti collaterali gravi come il deterioramento dei rapporti con l’Europa comunitaria, sia destinata a fallire. Sarà fallimentare perché la Cina continuerà, come ha sempre fatto, a combattere la sua guerra per la supremazia sul piano economico e non su quello militare. I sommergibili nucleari che arriveranno all’Australia, che difficilmente avrà le risorse e la capacità per gestirli, potranno servire forse per tutelare Taiwan e poco più. La sfida tra Cina e Stati Uniti continuerà a passare dalla dipendenza del mercato americano dall’industria cinese, dall’accaparramento da parte di Pechino delle materie prime strategiche, dalla penetrazione anche politica della Cina nei continenti abbandonati dagli USA e dal ruolo cinese di grande creditore dei titoli di Stato emessi da Washington. Tutto questo non potrà essere arginato con i sommergibili nucleari, casomai con la politica e la diplomazia. In poche parole, meno armi e più politica. Qualcosa che agli Stati Uniti riesce difficile, dopo decenni nei quali si è puntato tutto sui cannoni.