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In Olanda, dalle urne è uscito vincitore il PVV di Geert Wilders, un partito presentato dai media internazionali come islamofobo. Wilders ha promesso di “restituire l’Olanda agli olandesi”, come se il Paese fosse stato invaso da una potenza straniera. La centralità attribuita a questo tema, che si inserisce nella logica della cosiddetta sostituzione etnica, racconta però molte altre cose. Le società europee si sono forgiate nei secoli attorno all’idea-forza dello Stato-nazione, nel quale esistono una cultura ufficiale, una religione e un gruppo etnico egemone, vero o falso che sia. Non esiste Paese con un passato coloniale che non consideri queste tre caratteristiche come essenziali e indiscutibili. Dalla Francia repubblicana che già nell’Ottocento “appianò” le diversità interne, alla Germania che fece tragicamente la sua pulizia etnica nel XX secolo. In Spagna, Paese che già ha sperimentato il nazionalismo franchista, ma che rimane un contenitore di diverse culture e nazionalità, oggi forti movimenti di estrema destra vorrebbero eliminare le autonomie e le lingue locali in nome dell’ispanità.

La paura del cosiddetto “pericolo islamico” è un fenomeno più recente, ed è collegata ai flussi migratori (che, per la verità, spesso sono iniziati per volontà degli stessi Paesi ricettori, nel secondo dopoguerra). Secondo gli imprenditori della paura che condizionano l’opinione pubblica, in Europa si starebbe formando una sorta di califfato, ostile alla storia e alla cultura dei Paesi ospitanti, che ambisce a conquistare il potere. In questa teoria si tralasciano molti elementi di realtà, a partire dal fatto che la religione musulmana è al tempo stesso minoritaria e fortemente resiliente: non ha bisogno di alimentarsi con flussi migratori né di diventare egemone per continuare a tramandarsi anche in contesti diversi da quelli d’origine. Soltanto nelle Americhe tra gli immigrati di religione islamica si è verificato un distanziamento culturale rispetto alle origini. In Europa, entrambi i principali modelli di gestione della società moderna post-coloniale, quello multiculturale britannico e quello assimilazionista francese, hanno fallito. Le cause non riguardano la religione. Per comprenderlo basta tornare sull’esempio americano: là esistono ampie possibilità di affermazione sociale per gli immigrati, mentre in Europa non solo i migranti ma anche le “seconde generazioni” sono spesso condannate ai ghetti urbani, ai lavori subalterni, a un’educazione di serie B, alle discriminazioni quotidiane, al fastidio per l’esibizione dei sentimenti e dei simboli religiosi. La “guerra del velo” che la Francia ha intrapreso a più tornate ha finito per produrre effetti contrari rispetto alle intenzioni. Pensata per eliminare le discriminazioni, è diventata invece fonte di discriminazione per chi, ovviamente in modo libero, sceglie un certo tipo di abbigliamento. È il frutto di quella stessa idea di superiorità dei propri valori che accompagnò, e giustificò, il colonialismo. La cultura europea era ritenuta superiore quando si colonizzavano l’Africa, l’Asia o l’Oceania, e oggi nelle nostre metropoli si predica una sola e indiscutibile concezione dei diritti e delle libertà.

I politici come Wilders sono molto abili nel sottolineare l’apparenza per non dovere affrontare la sostanza. Una sostanza che non è fatta di dispute teologiche, ma di cose concrete, come la possibilità di studiare in scuole di buon livello, di avere un lavoro decente, di non essere costretti a inviare, come in Francia, un curriculum vitae “cieco”, cioè senza nome, cognome e foto, per evitare discriminazioni nella ricerca di occupazione. Che poi la rabbia di chi è discriminato e relegato ai margini della società determini un ritorno alla religione, magari nelle sue forme più radicali, è solo una conseguenza, e non la questione centrale. Davanti al calo demografico generalizzato e all’invecchiamento della popolazione, da una parte l’Europa sa perfettamente che, senza ricorrere all’immigrazione, tra 10 o 20 anni non avrà futuro; dall’altra, gli europei stanno esercitando il diritto al voto come una clava. Ma, al di là delle polemiche, è solo una questione di tempo: non è facile, per chi è stato per secoli al centro del mondo, accettare l’idea che per poter mantenere lo status quo occorra chiedere aiuto proprio a quelle popolazioni a lungo denigrate.

Ormai quando si parla di colpi di Stato non si pensa più all’America Latina, ma all’Africa. Non che in passato l’Africa sia stata immune dai golpe, ma raramente i media si degnavano di prestare attenzione, perché i colpi di Stato avvenivano per ordine di qualche ex metropoli coloniale o tra regimi militari. Le statistiche ci dicono che da sempre esiste un “primato africano” in materia, con ben 214 colpi di Stato tentati tra il 1950 e il 2022, di cui 106 riusciti e 108 falliti, contro i 146 totali dell’America Latina. Sull’altra sponda dell’Atlantico, la maggior parte delle irruzioni al potere da parte dei militari era dovuta alle modalità di svolgimento della Guerra Fredda nel continente americano, che prevedeva l’eliminazione di qualsiasi esperienza politica anche moderatamente riformista. In Africa, anche se non sono mancati episodi ascrivibili alla Guerra Fredda, la maggior parte dei colpi di Stato nasceva da rivolte intestine all’esercito e, soprattutto, erano strumenti per insediare al potere politici favorevoli a Parigi o a Londra. Ma gli otto colpi di Stato che si sono verificati negli ultimi tre anni fanno capire che il golpismo africano sta cambiando natura. Anzitutto, la regione dove si sono concentrate le principali fratture della legalità democratica è il Sahel, la sponda sud del Sahara. Quel pezzo centrale della France-Afrique, cioè della comunità di ex colonie francesi legate ancora a doppio filo a Parigi, non solo per la moneta storicamente ancorata al franco, e ora all’euro, ma anche per la cooperazione internazionale, il commercio con l’estero, gli investimenti e la cultura. I militari hanno presso il potere in Mali, Burkina Faso e Niger sottolineando la loro distanza da Parigi. Ma storici alleati di Parigi sono stati spazzati via anche nell’Africa centrale francofona, in Gabon e Guinea.

Molto si è scritto sul ruolo giocato dai mercenari del Gruppo Wagner, che in qualche caso hanno davvero fornito assistenza militare ai golpisti. I motivi profondi di questa ondata golpista vanno però cercati nella fine di un modello: quello degli Stati indipendenti sulla carta, ma di fatto a sovranità limitata e ancora dipendenti dalle potenze ex coloniali. Un modello che non ha portato benefici economici alla popolazione e che ha soffocato la democrazia sostenendo dinastie di predoni, come il clan Bongo, al potere in Gabon per decenni. Quel modello ben si sposava con il dettato ideologico della Guerra Fredda, perché quei regimi erano lontani da Mosca, ma è entrato in crisi con lo sbarco in Africa della Cina e dei suoi comprimari russi e turchi. La presenza cinese ha spezzato lo storico monopolio economico e politico francese e, nella nuova situazione, per la prima volta i Paesi africani hanno avuto la possibilità di scegliere come posizionarsi.

Se a tutto ciò si aggiungono la debolezza dell’Europa e la presenza massiccia della Russia, attraverso le compagnie di mercenari, si comincia a comprendere il quadro generale. Nelle rivolte che hanno portato ai colpi di Stato civico-militari di questi mesi ci sono forti elementi anti-francesi, parole d’ordine storiche della lotta anticoloniale, richieste di democrazia e partecipazione. Sono soprattutto i giovani che stanno dicendo basta allo storico allineamento con un’Europa preoccupata soltanto di tamponare l’espansione dello jihadismo e di frenare le migrazioni: un programma valido solo per una delle parti in causa, l’Europa, che non è abituata alla contestazione delle sue politiche da parte degli africani. L’Africa chiede di più, molto di più. Sicurezza alimentare e ambientale, opportunità di impresa e di lavoro, libertà di parola e democrazia, istruzione e sanità. Che questi temi possano essere soddisfatti dai momentanei vincitori sino-russi è molto dubbio. Che la voglia di democrazia e partecipazione rischi di essere velocemente soffocata appare molto probabile. Ma va registrato che, almeno per una volta, Paesi modellati dal colonialismo europeo dicono basta, mandando un messaggio chiaro a tutti. L’Africa non è solo emergenza, non è solo un problema, è anche e soprattutto un’opportunità e una risorsa per chi la vuol cogliere. Una risorsa che però non deve essere più predata, ma coltivata e condivisa.

La maxi-stangata nei confronti di Meta, il colosso di Mark Zuckerberg, arrivata dopo che la Commissione irlandese per la protezione dei dati personali ha accertato una sistematica violazione del regolamento europeo sulla privacy, è la più grande multa mai comminata a un soggetto del mondo high-tech in Europa: ben 1,2 miliardi di euro. L’attività giudicata illegale, che Meta dovrebbe cessare entro sei mesi, è il trasferimento dei dati degli utenti europei dei social della compagnia sui server ubicati negli Stati Uniti. Potrebbe sembrare una questione marginale, invece riguarda il core business di social come Facebook e Instagram che vivono, commercialmente parlando, proprio dell’accumulo, del trasferimento e della vendita a scopo pubblicitario dei dati che ogni giorno gli utenti “donano” loro, più o meno consapevolmente. Una massa di dati che tocca ogni aspetto della vita privata delle persone, dai gusti culinari alle idee politiche. Informazioni che mai prima d’ora erano state raccolte in modo così dettagliato e in tale quantità, per giunta senza spendere un dollaro, e traendone poi grandi guadagni.

La diatriba tra la Commissione e i colossi che gestiscono i social risale a qualche anno fa, quando per la prima volta, dopo le rivelazioni di Edward Snowden, si cominciò a parlare del trasferimento dei dati negli USA e del conseguente utilizzo che ne fa anche l’intelligence di Washington. Intanto gli Stati Uniti hanno dichiarato guerra al colosso cinese Huawei perché sospettato di compiere un’operazione analoga: raccogliere i dati degli americani che usano i suoi device e renderli accessibili alle autorità cinesi.

Proprio questa è stata la rivoluzione che i social hanno portato nel mondo dello spionaggio: più che indagare per procurarsi dati specifici, relativi alle persone o alle società che si intende controllare, oggi basta sapersi muovere in una massa enorme di dati, cercando quelli che questi soggetti riversano volontariamente in rete.

C’è poi anche il tema della pubblicità, sempre più mirata perché tarata in base ai nostri gusti e preferenze, e che già si annuncia come un altro terreno di sbarco dell’intelligenza artificiale. Senza dimenticare la questione dei meccanismi che queste società hanno oliato per pagare poche tasse – se non nessuna – a fronte di immensi profitti. È quasi paradossale che l’Irlanda, Paese chiave nella strategia di “evasione legale” elaborata a livello europeo dai giganti dell’high-tech, oggi sia lo Stato chiamato a comminare la maxi-stangata a Meta: ma è anche inevitabile, trovandosi in Irlanda la sede europea dell’azienda.

Questa vicenda andrà avanti nei tribunali finché durerà il negoziato tra Washington e Bruxelles sul trattamento dei dati, regolamentato diversamente sui due lati dell’Atlantico. Visto l’errore compiuto scommettendo sul successo commerciale del metaverso, che invece ancora annaspa, Meta ora si concentrerà sulla riduzione dei costi e sugli introiti della pubblicità sui social network. Quest’ultima è già aumentata esponenzialmente su Facebook, al punto da far allontanare molti utenti perché bombardati di pubblicità mirata.

Per il settore si tratta di una crisi di crescita, nel senso che social come Facebook hanno ormai quasi esaurito il bacino potenziale di utenti, e c’è sempre un nuovo competitor, come accaduto con TikTok, che erode la posizione acquisita negli anni. In ogni caso, non sono tempi facili per chi aveva promesso una rivoluzione nella storia della comunicazione tra gli esseri umani e, alla fine, ci vende un “new media” infestato di pubblicità. Forse, più che nuovo, questo mondo è già vecchio, si è logorato con la stessa velocità con cui i social fanno invecchiare le notizie. E forse siamo pronti per qualcosa di nuovo, che però ancora non conosciamo.

The massive blow to Meta, the Mark Zuckerberg giant, came after the Irish Data Protection Commission found systematic violations of the European privacy regulation, resulting in the largest fine ever imposed on a high-tech entity in Europe: a whopping 1.2 billion euros. The illegal activity, which Meta is expected to cease within six months, involves the transfer of European users’ data from the company’s social platforms to servers located in the United States. It may seem like a marginal issue, but it affects the core business of social platforms like Facebook and Instagram, which thrive commercially by accumulating, transferring, and selling user data for advertising purposes—data that users “donate” to them, more or less knowingly. This mass of data encompasses every aspect of people’s private lives, from culinary tastes to political ideas. Such detailed and extensive information has never been collected before, let alone at such a scale, without spending a dollar and yielding significant profits.

The dispute between the Commission and the social media giants dates back a few years, when, for the first time, after Edward Snowden’s revelations, discussions began about data transfers to the US and the subsequent use by Washington’s intelligence agencies. Meanwhile, the United States has declared war on the Chinese giant Huawei, suspecting it of carrying out a similar operation: collecting data from Americans using their devices and making it accessible to Chinese authorities. This has been the revolution that social media brought to the world of espionage: rather than investigating to obtain specific data on individuals or societies they intend to monitor, today it is enough to navigate through a massive amount of data, searching for what these individuals willingly share online.

There is also the issue of increasingly targeted advertising, tailored to our tastes and preferences, which is already being heralded as another area for artificial intelligence to land. Not to mention the mechanisms these companies have devised to pay minimal taxes, if any at all, despite their immense profits. It is almost paradoxical that Ireland, a key player in the “legal evasion” strategy devised at the European level by high-tech giants, is now the country tasked with imposing this massive blow on Meta. However, it is also inevitable, considering that Ireland hosts the company’s European headquarters.

This matter will continue in the courts as long as the negotiation between Washington and Brussels on data treatment, which is regulated differently on both sides of the Atlantic, persists. Given the mistake made by betting on the commercial success of the metaverse, which is still struggling, Meta will now focus on cost reduction and advertising revenue on social networks. Advertising revenue has already exponentially increased on Facebook to the point of driving many users away due to targeted advertising bombardment.

For the industry, this is a growth crisis in the sense that social media platforms like Facebook have nearly exhausted their potential user base, and there is always a new competitor, as seen with TikTok, eroding their established position over the years. In any case, these are not easy times for those who promised a revolution in the history of human communication and, in the end, offer us a “new media” infested with advertisements. Perhaps, more than new, this world is already old, worn out as quickly as social media ages news. And perhaps we are ready for something new, which we still do not know.

L’Irlanda sta pianificando la creazione di un fondo sovrano nel quale far confluire le tasse pagate dalle multinazionali high-tech statunitensi che sono domiciliate nell’isola. Società che fanno utili nei Paesi comunitari ma non versano localmente le tasse sui loro profitti, preferendo invece pagarle nelle loro sedi di comodo irlandesi. Questo per via del regime fiscale di favore, pari al 12,5%, applicato in Irlanda contro una media europea ben più alta, dal 28% della Svezia al 37% dell’Italia.

Dublino si trova così al centro di una enorme fuga di capitali che sarebbero dovuti ad altri Stati comunitari. Profitti realizzati in Europa ma che, grazie a trucchi legali, le grandi multinazionali riescono a trasferire fino ai paradisi fiscali, rimbalzando tra l’Irlanda e i Paesi Bassi per poi finire nei Caraibi, e sfuggendo alla tassazione nei Paesi dove quegli stessi profitti sono stati generati.

I numeri sono stati forniti dallo stesso governo irlandese, che nel 2022 è stato l’unico in Europa a chiudere il proprio bilancio con un attivo rilevante, un surplus di 8 miliardi di euro equivalente all’1,6% del PIL. A questo risultato hanno contribuito in modo notevole le tasse versate dalle corporation non solo high-tech, ma anche farmaceutiche. Nel complesso si tratta di circa 22 miliardi di euro, pagati da società che solo in minima parte hanno svolto le loro attività in Irlanda. Soldi facili per Dublino, che per avere questo ritorno economico non ha dovuto sostenere spese.

Secondo le autorità irlandesi, il fondo sovrano che ora si vorrebbe creare, simile a quello norvegese del petrolio, entro il 2035 arriverà ad accumulare più di 140 miliardi di euro. Una manna per l’Irlanda, che avrebbe un fondo liquido per risolvere eventuali problemi di bilancio, fare investimenti, sovvenzionare il welfare. Una manna a discapito del resto dell’Europa, però. Perché, se quella cifra corrisponde a una tassazione del 12,5%, significa che la somma che le multinazionali avrebbero dovuto versare al fisco dei Paesi in cui operano sarebbe stata due o tre volte superiore. Contro questa erosione della base fiscale generalizzata, qualche Paese ha già fatto ricorso, contestando cifre milionarie che avrebbero dovuto essere versate localmente.

Oltre all’aspetto fiscale, la possibilità di far migrare il pagamento delle tasse dove più conviene comporta un’ulteriore stortura, e cioè il consolidamento di posizioni che diventano quasi monopolistiche, violando la libera concorrenza. La capacità di investimento, sviluppo di prodotto e promozione che hanno i gruppi che pagano un terzo (se va bene) di tasse rispetto ai concorrenti è sproporzionata, ed è alla base dell’espansione di un settore industriale che non sottostà alle regole nazionali, bensì a quelle di una globalizzazione deregolamentata.

Tutto legale, ma tutto sbagliato. E per i governi nazionali è difficile opporsi, anche perché, nel mondo attuale, queste aziende controllano i flussi dell’informazione: diventerebbero nemiche potenzialmente molto pericolose, in tempi in cui con un tweet si può distruggere un politico o un partito. La buona notizia per l’Irlanda diventa una cattiva notizia per il resto dell’Europa anche perché le proiezioni fatte da Dublino preannunciano la continuità nel tempo di questa versione fiscale del gioco delle tre tavolette. Neanche l’obbligo di alzare la tassazione fino a un minimo del 15%, come deciso dall’OCSE a partire dal 2024, pare poter incrinare questi privilegi.

Il meccanismo di scatole cinesi creato dalle società multinazionali per trasferire i profitti verso l’Irlanda e poi verso i Caraibi è lo stesso utilizzato da sempre dalla criminalità organizzata per depositare denaro nei forzieri delle Cayman, delle Bahamas e di altre isolette. La differenza con le multinazionali high-tech è che i riciclatori di soldi sporchi, o derivati dall’evasione fiscale, non ci hanno mai raccontato che avrebbero reso il mondo migliore.


Ireland is planning to establish a sovereign fund where taxes paid by US-based high-tech multinational companies domiciled on the island will be pooled. These companies earn profits in European countries but avoid paying local taxes on their profits by choosing to pay them in their Irish tax haven offices, thanks to Ireland’s favorable tax regime of 12.5%, compared to a higher European average, ranging from 28% in Sweden to 37% in Italy.

Dublin is at the center of a huge capital flight that should have gone to other EU states. The profits made in Europe are transferred to tax havens by large multinationals using legal tricks, bouncing between Ireland and the Netherlands before ending up in the Caribbean, and escaping taxation in the countries where those profits were generated.

The Irish government provided the numbers, and in 2022, it was the only European government to close its books with a significant surplus of €8 billion, equivalent to 1.6% of GDP. This was significantly contributed to by taxes paid not only by high-tech corporations but also by pharmaceutical companies, amounting to approximately €22 billion, paid by companies that only conducted a small portion of their activities in Ireland. It was easy money for Dublin, which did not have to incur any expenses to receive this economic return.

According to Irish authorities, the sovereign fund that they now want to establish, similar to Norway’s oil fund, will accumulate more than €140 billion by 2035. This would be a blessing for Ireland, which would have a liquid fund to solve any budgetary problems, make investments, and subsidize welfare. However, this would be at the expense of the rest of Europe. If that amount corresponds to a tax rate of 12.5%, it means that the amount that multinationals should have paid to the tax authorities of the countries where they operate would have been two or three times higher. Some countries have already challenged this generalized erosion of the tax base, disputing the millions that should have been paid locally.

In addition to the tax aspect, the ability to migrate tax payments to where it is most convenient creates an additional distortion, namely the consolidation of positions that become almost monopolistic, violating free competition. The investment, product development, and promotion capabilities of groups that pay a third (at best) of taxes compared to competitors are disproportionate and form the basis for the expansion of an industrial sector that does not comply with national rules, but rather those of deregulated globalization.

It’s all legal, but it’s all wrong. And for national governments, it is difficult to oppose, also because, in today’s world, these companies control the flows of information: they could become potentially dangerous enemies, at a time when a tweet can destroy a politician or a party. The good news for Ireland becomes bad news for the rest of Europe because the projections made by Dublin herald the continuity over time of this fiscal version of the shell game. Not even the obligation to raise taxation to a minimum of 15%, as decided by the OECD starting in 2024, seems to be able to crack these privileges.

The Chinese box mechanism created by multinational companies to transfer profits to Ireland and then to the Caribbean is the same one used by organized crime for depositing money in the coffers of the Cayman, Bahamas, and other islands. The difference with high-tech multinationals is that money launderers, or those who derive their funds from tax evasion, have never told us that they would make the world a better place.

L’entusiasmo del Parlamento Europeo che, in nome della lotta al cambiamento climatico, sta decidendo lo stop alla vendita di auto a combustibili fossili a partire dal 2035 non fa i conti con la realtà dell’estrazione e della lavorazione delle materie prime necessarie per costruire le batterie, parte essenziale dell’elettrico. Materie prime che si trovano in pochi luoghi al mondo, con punte del 50% per le riserve globali di cobalto concentrate in un unico Paese, la Repubblica Democratica del Congo. Va poco diversamente per il litio: oltre metà di quello disponibile sulla Terra si trova nella regione sudamericana a cavallo tra Cile, Argentina e Bolivia. Altri tre Stati – Turchia, Brasile e Cina – si spartiscono il 70% delle riserve di grafite, mentre quattro Paesi – Sudafrica, Ucraina, Australia e lo stesso Brasile – possiedono tre quarti del manganese presente sul pianeta.

Visti i pochi fornitori, tra l’altro non sempre esenti dal rischio di conflitti, il primo punto debole di questo mercato emergente è la sicurezza dei rifornimenti. Poi si pone il tema della sostenibilità economica locale dello sfruttamento delle risorse: per questi minerali, quasi tutto il valore aggiunto della lavorazione va a beneficio di Paesi diversi da quelli di estrazione. Clamoroso è il caso della Repubblica Democratica del Congo, il cui cobalto  viene lavorato e raffinato al 100% all’estero, ma lo stesso accade per gran parte del litio sudamericano.

Ugualmente gigantesco è il problema delle ricadute ambientali e sociali delle attività estrattive. Il 25% del cobalto fornito dal Congo proviene da miniere “artigianali”, nelle quali, secondo Amnesty International, lavorano persone in stato di semi-schiavitù; mentre per l’estrazione del litio cileno, boliviano e argentino si usa la tecnica detta “della salamoia”, che consuma grandi quantitativi di acqua in ecosistemi desertici, ambienti tra i più secchi al mondo, andando quindi ad esaurire le acque sotterranee, inquinando le poche falde superstiti e obbligando i pastori che tradizionalmente vivono in quella regione ad abbandonare le proprie terre.

Se proiettiamo nel futuro questi problemi già presenti, moltiplicandoli alla luce dei 250 milioni di auto che oggi circolano in Europa e che, tra 20 anni o poco più, dovrebbero essere sostituiti da veicoli elettrici, otteniamo una situazione ingestibile. Ma dobbiamo aggiungere ancora un’altra criticità, rispetto al cambiamento climatico: e cioè considerare da quale fonte si ricava l’elettricità che dovrà alimentare un numero enorme di mezzi. In Cina e India, Paesi dove la rivoluzione delle macchine elettriche è iniziata, rimane fondamentale il carbone. In misura limitata il carbone continua a essere usato perfino in Europa, ma nel nostro continente, soprattutto in Italia e Spagna, per generare energia elettrica si usano enormi quantità di gas naturale. Per far fronte all’aumento della domanda di elettricità, la rete di distribuzione dovrà essere rinnovata e la produzione rapidamente potenziata, ma ciò avverrà senza che sulle rinnovabili siano stati elaborati piani di sviluppo concreti, che richiedono investimenti parametrati alle necessità.

Sono questi i nodi irrisolti della tanto annunciata “rivoluzione verde europea”. Più ideologica che realistica e, anzi, spesso campata per aria rispetto alle reali disponibilità di materie prime. Soprattutto, volutamente ignara del fatto che questa rivoluzione ambientalista e smart è destinata ad alimentarsi con i soliti meccanismi di sfruttamento della terra e delle persone. Materie prime a basso costo, violazione dei diritti sociali e umani, distruzione ambientale, fuga di agricoltori e pastori, valore aggiunto spostato sulla trasformazione. Non c’è nulla di moderno in tutto ciò. È una storia che ogni volta viene narrata diversamente, ma che in fondo rimane sempre la stessa.

Sta cambiando velocemente l’atteggiamento dell’Unione Europea rispetto alla ratifica dell’accordo commerciale con il Mercosur, il mercato comune tra Argentina, Brasile, Uruguay e Paraguay. Dovrebbero essere aboliti i dazi per il 93% delle merci esportate dal Mercosur in Europa e per il 91% delle merci europee nel Mercosur.

L’accordo era stato concluso nel 2019, dopo 20 anni di negoziati, durante il vertice del G20 di Osaka, ma i toni trionfali dei negoziatori non erano riusciti a nascondere le difficoltà che si sarebbero trovate per la ratifica di quel documento, che infatti non è mai avvenuta. Se la Spagna spingeva, la Francia frenava platealmente, a partire dal suo presidente Emmanuel Macron, che ancora alla vigilia dell’ultimo voto in Brasile si era detto contrario all’accordo, senza sottovalutare le campagne della società civile tutte puntate sui rischi ambientali connessi all’aumento degli scambi tra Sudamerica ed Europa. Ma da quando il nuovo presidente del Brasile è Lula le cose stanno cambiando velocemente, anche per motivi geopolitici. La linea di Lula è chiudere subito la partita dell’accordo con l’Unione Europea per negoziare successivamente un trattato con la Cina. Questa “deferenza” nei confronti dell’Europa da parte del leader della sinistra brasiliana sta riuscendo a far cadere velocemente i pregiudizi verso l’accordo. Lula, inoltre, è in grado di offrire garanzie sul piano ambientale nell’ambito della grande iniziativa di protezione dell’Amazzonia e dei suoi popoli, annunciata in campagna elettorale e confermata dopo la vittoria.

Da parte europea, la pandemia e la guerra in Ucraina hanno introdotto variabili che all’epoca dei negoziati non esistevano. Il concetto di sovranità alimentare, l’accesso ai rifornimenti strategici di materie prime, l’idea di costruire mercati allargati di consumatori ben si sposano con l’accordo con un’area del pianeta culturalmente omogenea, ma anche ricca di quelle commodities alimentarie e minerali che risultano strategiche nel mondo d’oggi. Concetto ribadito dal cancelliere tedesco Scholz, reduce da un viaggio in Brasile, Argentina e Cile, dove ha firmato importanti accordi in base ai quali la Germania parteciperà all’estrazione di litio e alla costruzione di impianti per la produzione di idrogeno “verde”.

Tanto entusiasmo potrebbe però essere raffreddato dai soci “minori”, come l’Argentina, che ritiene ci siano discriminazioni nell’accordo sul suo biocarburante, ottenuto dalla soia, a vantaggio invece di quello prodotto in UE usando la colza. In realtà, i contrasti tra Europa e Sudamerica nell’ambito dell’agricoltura e della trasformazione alimentare sono molti e spesso annosi. Altro ostacolo che rende difficile il negoziato sono le denominazioni d’origine, che l’accordo tutelerebbe soltanto per 357 specialità a fronte di circa 1500 DOP e IGP riconosciute in Europa. Rispetto ad altri accordi, in questo caso il tema è particolarmente sentito perché sono decine e decine le specialità “europee” che si producono anche nei Paesi del Mercosur, a opera dei discendenti dei milioni di immigrati approdati in Sudamerica nell’ultimo secolo e mezzo. Formaggi, vini, salumi che ormai sono diversi da quelli prodotti in Italia, ad esempio, ma ne conservano il nome e l’aspetto. Sarà interessante capire se in questa fase storica, con un’Europa accerchiata e in difficoltà, l’offerta di Lula di stringere velocemente i rapporti commerciali, anche per stoppare l’avanzata cinese, sarà colta. In sostanza, la questione è se conta di più la politica globale dell’Unione o la tutela del Camembert.

Sono passati circa vent’anni da quando l’Unione Europa ha imposto una certificazione per il legname utilizzato per le costruzioni e l’industria del mobile. L’idea era contribuire ad arrestare, in Europa e nel mondo, i processi di deforestazione finalizzati ad alimentare l’industria del legname. Ma la deforestazione non è diminuita, anzi: non potendo più commerciare in Europa i legnami pregiati non certificati, i predatori di foreste ora li vendono alla Cina e all’India. E il problema non è certo solo questo. La situazione è peggiorata soprattutto perché oggi le foreste non si tagliano ma si bruciano: accade per fare posto alle coltivazioni di palme da olio, di soia e cacao, o per ricavare pascoli per allevare bestiame. Su scala globale, tutte queste attività agricole sono cresciute esponenzialmente per via del miglioramento delle condizioni di vita in Oriente, che ha portato a una maggiore domanda di cibo, e anche per il diffondersi di alcune “mode” del settore alimentare. Basti pensare al caso della soia, usata sempre più come foraggio per il bestiame e nella panificazione, e all’andamento del mercato dell’olio di palma, ormai impiegato in tutta la filiera della pasticceria: dal 2000 al 2020, la quantità commerciata nel mondo è quasi quadruplicata.

Ora la Commissione e il Parlamento dell’UE hanno raggiunto un accordo per imporre certificazioni di sostenibilità ambientale e sociale anche a una serie di prodotti “responsabili” di deforestazione come cacao, soia, caffè, gomma, olio di palma: tali prodotti non potranno più essere acquistati da operatori europei se coltivati in terreni che sono stati deforestati dopo il 31 dicembre 2021. In pratica, si condona tutto il degrado delle foreste tropicali che è stato prodotto fino a un anno fa: un degrado di cui l’Unione è responsabile quasi per il 20%. Indipendentemente da queste valutazioni, l’accordo ha un valore quasi solo politico e simbolico. Di sicuro farà felici le società di certificazione e avrà ripercussioni sui prezzi ai consumatori, mentre sul piano concreto applicare la legge sarà difficilissimo e le possibilità di aggirarla saranno alte. Questo perché, ad esempio, soia, caffè e olio di palma vengono raccolti in silos o cisterne usati da più produttori, che fanno perdere le tracce della provenienza, e anche perché, non esistendo registri degli incendi o delle deforestazioni, è impossibile accertare se un appezzamento agricolo sorge in un’area disboscata due anni fa o l’altro ieri.

L’Unione Europea, in realtà, da un lato vorrebbe che il mondo fosse a sua immagine e somiglianza, dall’altro ha bisogno che le materie prime una volta chiamate “coloniali” continuino ad arrivare a basso prezzo. Questo il motivo che spiega, ad esempio, la grande contraddizione dell’aver escluso dall’elenco il mais, che si coltiva anche in zone tropicali deforestate. Il tema che resta tabù è quello dei consumi: non tanto della loro qualità ma della quantità, argomento che è collegato sia allo spreco sia a una serie di disturbi dell’alimentazione. Per quanto riguarda questa certificazione, è certamente giusto voler capire come sono state prodotte le merci che consumiamo, ma è ridicolo pretendere che i prodotti coltivati in zone di foreste primarie non siano cresciuti grazie alla deforestazione, compiuta un anno o dieci anni prima. La vera rivoluzione sarebbe invece limitare le importazioni di queste materie prime, lavorando per una riduzione del consumo degli alimenti collegati alla distruzione delle foreste. Ad esempio, regolamentare o tassare le catene di fast food che spuntano come funghi proponendo carne bovina low-cost da animali foraggiati a soia sarebbe più utile che “certificare” la soia, cosa già in sé improbabile. Ma sappiamo che alla fine le aspirazioni ambientali si infrangono sul totem del consumo e della libertà di consumare come se non ci fosse un domani: prospettiva che, pian piano, sta diventando sempre più realistica. 

La tempesta perfetta che, dalla pandemia in poi, si è abbattuta sul mondo costerà all’economia globale circa 2.800 miliardi di dollari. Secondo le proiezioni OCSE rilasciate a fine settembre, a causa del conflitto in Ucraina, dell’inflazione, dell’impennata dei prezzi delle materie prime e della stretta delle banche centrali si perderà il 2% del PIL mondiale. A tutti questi problemi si va ad aggiungere la strozzatura della catena mondiale di rifornimenti di manufatti e semilavorati causata dall’insistenza della Cina nelle sue politiche “zero Covid”, come se ancora fossimo nella prima fase della pandemia. D’altra parte, la corsa galoppante degli Stati verso l’indebitamento ha raggiunto quota 300 trilioni di dollari, il 351% del PIL mondiale. Se una volta erano i Paesi emergenti quelli più esposti, ora l’epicentro della crisi debitoria è l’Europa, che sta pagando il caro energia come nessun’altra area al mondo. Sull’inflazione, tolti i “campioni” Argentina e Turchia, vicini al 100% annuo, troviamo in testa l’Eurozona con la media dell’8,8%.

Questi dati raccontano più cose insieme. Innanzitutto evidenziano le fratture che negli ultimi anni si sono create all’interno delle catene mondiali di valore: il mondo globalizzato, con la sua divisione internazionale del lavoro, è entrato in crisi; pandemia, conflitti e cambiamento climatico hanno provocato strozzature, carestie e scarsità di materie prime, aumenti spropositati dei combustibili fossili, dell’energia e dei derivati, come i fertilizzanti. La globalizzazione, si è detto più volte in questi mesi, non sarà mai più uguale a prima; ma poco si sa di come si ristabilizzeranno i rapporti tra Paesi che ormai sono parte integrante di un’economia-mondo, e che da soli non potranno certo conservare il proprio status. È questo il caso dell’Europa, potenza dalle mille dipendenze: dipendenza energetica, dipendenza alimentare, dipendenza industriale, dipendenza dal lavoro immigrato. Di fatto l’Europa, grande potenza culturale ed economica, deve buona parte del suo benessere a rapporti di dipendenza nei confronti del resto del mondo. Fu infatti il colonialismo a consentire il protagonismo militare e finanziario di un continente piuttosto povero di risorse. In seguito la globalizzazione, impostata dagli Stati Uniti, ha permesso all’Europa di continuare a governare il proprio mercato combinando la protezione dei propri settori strategici con delocalizzazioni e aperture liberiste laddove la convenienza era più tangibile.

Oggi quello schema è saltato e, per la prima volta da molto tempo, si tocca con mano il peso reale delle varie dipendenze. Di conseguenza emergono tutte le differenze tra l’Europa e le altre potenze mondiali. Sulle materie prime strategiche, ad esempio, l’Europa non ha mai reagito al progressivo passaggio dei minerali africani e sudamericani sotto controllo cinese: l’Africa, che per l’Europa è solo un problema legato all’immigrazione, è stata interpretata dalla Cina come un’occasione, la maggiore opportunità per arrivare a controllare i mercati mondiali. Gli Stati Uniti hanno perseguito ostinatamente politiche finalizzate a raggiungere l’indipendenza energetica; tra mille polemiche e scempi ambientali, ciò ha permesso a Washington, già da qualche anno, di non dovere più sottostare ai ricatti mediorientali. Nel frattempo, l’Unione Europea non è riuscita nemmeno a darsi una politica comune sull’acquisto del gas.

La morale di questa situazione è che oggi solo le potenze di grande calibro, e cioè Stati Uniti e Cina, riescono a gestire una politica globale e a mettersi al riparo dalle pesanti crisi in corso, mentre per i Paesi del Vecchio Continente, che singolarmente nel panorama globale sono dei nani, l’unica soluzione sarebbe quella di accelerare la costruzione di un soggetto politico europeo. Ma questo resta un tema tabù perché la politica locale crede ancora, o almeno finge di credere, che da soli si possa avere un futuro.