Archivio per la categoria ‘America Latina’

Vanity Fair , ottobre 2011

Pubblicato: 22 ottobre 2011 in America Latina

Argentina 19 ott 2011 (1)

In Argentina domenica prossima si terranno le elezioni presidenziali, le terze dopo il default del 2001. Il risultato appare scontato: la presidente in carica Cristina Fernandez Kirchner domina i sondaggi con uno schiacciante 52%, seguita da lontano dal primo dei tre candidati espressi da un’opposizione che non ha saputo costruire un’alternativa credibile e unitaria.

Con questo risultato si confermerà il regno indisturbato della coppia Kirchner-Fernandez, che si insediò alla Casa Rosada sulle rovine di un Paese ridotto ai minimi termini dal fallimento economico, un’Argentina in preda a un incendio sociale determinato dal precipitare nella povertà di oltre il 50% della popolazione. Nei primi tempi la politica perseguita dal defunto presidente Nestor Kirchner fu molto coraggiosa, con il ritorno della politica alla guida dell’economia, l’avvio di piani di welfare che si fecero carico dei settori più impoveriti della società e la riapertura di questioni dall’alto valore simbolico, come quelle dei diritti umani e dei processi ai militari che negli anni ’70 si erano resi responsabili di efferati crimini, e che erano stati successivamente amnistiati.

La chiave del successo economico delle presidenze Kirchner-Fernandez va cercata però nella determinazione nel non volere, se non parzialmente, farsi carico del debito generatosi nei decenni precedenti con modalità aberranti, tra scandali di corruzione e complicità di avvoltoi finanziari di ogni genere e nazionalità, che per anni ebbero nell’Argentina una base sicura. La seconda leva del successo economico argentino del dopo-default fu la ripartenza dell’industria (precedentemente smantellata dalle politiche neoliberiste), unita al consolidamento dei legami economici con il Brasile e all’apertura a nuovi mercati dell’America Latina, dell’Africa e soprattutto della Cina. Quest’ultima oggi è il secondo “cliente” dell’export argentino.

In questo decennio la crescita del Paese sudamericano è stata vertiginosa, con una media del 7% annuo tra il 2003 e il 2010. L’Argentina ha di nuovo consistenti riserve monetarie, è caratterizzata da un indice di rischio-Paese accettabile ed è tornata ad accogliere capitali internazionali… che però questa volta vengono investiti in settori produttivi. Come i 500 milioni di dollari USA appena annunciati dalla Pirelli, che aprirà uno stabilimento specializzato in pneumatici di fascia alta. I punti dolenti riguardano l’inflazione, che lentamente sta rialzando la testa, e la difficoltà, superati i primi anni di crescita, di riuscire riportare indietro l’orologio sociale ai tempi in cui l’Argentina era un Paese con un vastissimo ceto medio. La povertà non è più estrema, ma colpisce ancora il 30% della popolazione; inoltre i guasti provocati dallo smantellamento dell’educazione e della salute pubblica, avvenuto negli anni ’90, si sentono ancora forti.

Eppure gli argentini scommetteranno sulla continuità, perché, dopo avere toccato sul serio il fondo del barile, in questi anni si sono abituati a stipendi e pensioni non più congelati, a investimenti sull’educazione e la cultura, a indossare di nuovo la tuta da operaio dopo avere spinto a lungo il carretto da cartonero.

Possono sembrare cose ovvie, anche se in questo mondo in crisi nulla si può più dare per scontato: gli argentini, sopravvissuti al maggiore dissesto economico degli ultimi decenni, vogliono continuare a credere che c’è vita dopo il default. C’è vita purché questo evento traumatico serva a porre il punto finale all’orrore economico, e a patto che si riparta decisi a non dimenticare la lezione.

Alfredo Somoza per Popolare Network 

Nell’ultimo decennio l’America Latina ha conquistato protagonismo sulla scena internazionale dopo secoli di marginalità. Questo è accaduto per diverse circostanze, tra le quali spiccano la fine della Guerra Fredda, che in America Latina è stata combattuta sotto diverse forme ma sempre a discapito della democrazia,  il momento favorevole per le materie prime di cui il subcontinente è ricco e il protagonismo di una potenza prima regionale e ora mondiale, il Brasile.

Molto si è scritto in questi anni sul tema, soprattutto sul rinnovamento quasi completo della classe dirigente dei paesi latinoamericani, spesso riducendo a luoghi comuni cambiamenti di profondo valore simbolico, come ad esempio il fatto che un sindacalista, un indio, un ex-dirigente guerrigliero, un impresario, diverse donne siano arrivati alle massime cariche politiche senza incontrare resistenze se non quelle della normale dialettica democratica. Questa democratizzazione della vita politica in latinoamerica, dopo decenni di governi autoritari o aristocratici, è stato l’inizio di grandi cambiamenti sul piano economico e sociale, introdotti a partire dalla premessa del totale fallimento delle dottrine neoliberali applicate nella quasi totalità dei paesi dell’area tra gli anni ’80 e ’90. Alla fine di quel decennio, le storiche differenze tra ricchi e poveri, la più alta al mondo, era ancora cresciuta e le privatizzazioni dei servizi essenziali e delle risorse pubbliche, che avrebbero dovuto fare da volano all’economia, si sono risolte, nella maggior parte dei casi, in colossali frodi ai danni degli Stati e dei cittadini.  Politiche fallite perché applicate senza criterio su società disarticolate da decenni di dittature e su mercati deboli, ma soprattutto perché imposte da politici corrotti che si arricchivano con le svendite e non esercitavano i poteri di controllo tipici di uno stato democratico. Con Chavez, Morales, Bachelet,  Kirchner, Vazquez, Correa, Lula i paesi latinoamericani hanno vissuto un cambio di rotta, spesso contraddittorio, ma sicuramente di  discontinuità rispetto al passato recente. Tranne poche eccezioni, nessuno è tornato indietro sulla struttura macro-economica ereditata, ma si è registrato il ritorno del protagonismo dello stato nell’economia con un ruolo fondamentale di indirizzo, controllo e ridistribuzione del reddito. Basta un solo dato per capire se le politiche di sostegno ai settori più poveri, applicate in quasi tutto il continente negli ultimi dieci anni, siano state efficaci: nel 1999 i poveri e i poverissimi erano il 38,2% della popolazione latinoamericana, nel 2008 si erano ridotti al 29,2% (dati CEPAL). Quasi un terzo di riduzione della povertà in un decennio non si era mai verificata nella storia latinoamericana. Dati in buona parte  influenzati dal “risveglio del gigante”, il Brasile, che ha ridotto i propri poveri dal 28% della popolazione nel 2001 agli attuali 16,5%. Le politiche sociali attive, mirate a colpire la estrema povertà, sono state possibili senza peggiorare l’indebitamento dei paesi della regione, che è anzi diminuito, perché finanziate da una crescita del PIL latinoamericano del 29% negli ultimi 9 anni. Altro tassello per capire questo successo delle politiche di governi che genericamente si definiscono “progressisti”  (declinando questo concetto molto pragmaticamente come “impegnati sul sociale”) sono state le scelte di politica internazionale. E qui entra in gioco l’amministrazione Lula in Brasile, baluardo che ha permesso il naufragio della politica per l’America Latina dell’amministrazione Bush (l’ALCA, area di libero scambio delle americhe) , che avrebbe rilegato i paesi latinoamericani a semplici “mercati” per le merci USA, e la costruzione di un percorso in tre tappe, prima il rinforzamento del Mercosur (Argentina, Brasile, Uruguay e Paraguay), poi la nascita di Unasur, l’alleanza di tutti i paesi sudamericani e infine l’alleanza strategica con le altre potenze del Sud del mondo: Cina, India, Sudafrica, Paesi arabi. Dalla volontà politica, spesso in solitario, dei brasiliani, è nata una nuova architettura internazionale nella quale il G20 (del quale fanno parte oltre al Brasile, Argentina e Messico) ha quasi fatto dimenticare il vecchio G8 e ha portato una ventata di novità e partecipazione su una scena internazionale paralizzata dai veti incrociati tra le vecchie potenze.

L’America Latina del 2011 ha ancora da scontare enormi problemi tra i quali si annoverano il potere militare e finanziario del narcotraffico, le sacche di estrema povertà, la violenza urbana, la disparità di genere ed etnica. Problemi antichi, da non facile risoluzione se non sulla scia di quanto fatto negli ultimi anni: inclusione sociale e democratica, sostegno ai più deboli, investimento sull’educazione, valorizzazione delle risorse naturali e del lavoro, modernizzazione dello stato, autonomia politica internazionale e costruzione di alleanze economiche sull’asse Sud-Sud.

A Santo Domingo de Heredia, un centinaio di chilometri da San Josè, la capitale della Costa Rica, il 26 ottobre 1989, all’interno di uno scantinato, un piccolo gruppo di persone stappava bottiglie per festeggiare la legalizzazione di un’associazione assolutamente rivoluzionaria e senza precedenti: l’Inbio. L’Instituto Nacional de la Biodiversidad nasceva, con l’appoggio dello Stato, con l’obiettivo di censire e valorizzare, anche economicamente, la biodiversità di questo Paese del Centro America, scrigno di ricchezze naturali.

L’Inbio si poneva obiettivi simili a quelli di tante multinazionali che da decenni scandagliano le foreste tropicali alla ricerca di principi attivi da sfruttare per i cosmetici, i farmaci, gli integratori alimentari. La differenza, non trascurabile, è che l’Inbio si prendeva carico di censire il patrimonio naturale del Paese per poi negoziare, a nome dello Stato, gli eventuali profitti che si potevano ricavare dalle scoperte fatte. Questo perché l’istituto brevetta ciò che scopre a nome della Costa Rica.

Negli anni l’Inbio è diventato un esempio mondiale sulle potenzialità della gestione pubblico-privata della biodiversità, in un contesto mondiale nel quale continua a mancare la tutela, soprattutto nei Paesi più poveri, del proprio patrimonio naturale.

Con il termine di “biopirateria” si definisce il furto di patrimonio genetico naturale ai danni di comunità che, paradossalmente, possono trovarsi successivamente a dover pagare royalties alle multinazionali che hanno brevettato le loro risorse. Per questo motivo la firma del Protocollo di Nagoya, avvenuta settimana scorsa in Giappone, è un evento di grandissima portata. L’accordo prescrive infatti la difesa della vita e dei suoi ecosistemi includendo per la prima volta le risorse genetiche. Quando le multinazionali sfrutteranno geni di piante e animali per sviluppare nuovi prodotti, dovranno pertanto condividere i profitti con le comunità locali.

Il Protocollo prescrive anche che il 17% delle terre emerse e il 10% degli oceani diventino riserve di biodiversità, a fronte degli attuali 13% e 1%. Si lasciano a futuri negoziati la quantificazione e la regolamentazione di questi compensi economici. La mediazione non sarà sicuramente facile da raggiungere, ma il principio che è passato (ed è ora legge per la comunità internazionale) è che lo sfruttamento economico della biodiversità non può avvenire senza un accordo tra imprese e comunità locali, trasferendo di fatto la sovranità sul patrimonio genetico ai legittimi proprietari e custodi, che ne erano stati espropriati fin dai tempi del colonialismo.

Una piccola notizia, ma forse la più importante degli ultimi tempi.