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La politica internazionale si è prepotentemente riproposta al centro dell’interesse dei cittadini di tutto il mondo. Non capitava dai tempi della Guerra Fredda che una delle principali paure delle persone riguardasse la propria incolumità in caso di guerra. Nella lunga parentesi della globalizzazione, iniziata nell’ultimo decennio del XX secolo, i timori più diffusi, almeno in Occidente, riguardavano invece il lavoro e l’economia. Un’importante novità, che colpisce tutti con la stessa intensità, è il tono che la politica, non solo statunitense, sta usando per costruire la propria narrazione. Oggi vengono apertamente pronunciate cose che di solito venivano taciute, ed è come se riuscissimo ad assistere al “dietro le quinte” finora gelosamente custodito. Donald Trump, ad esempio, spiega di volere l’arresto di Maduro per reati di narcotraffico, ma dopo due minuti racconta dei giacimenti di petrolio e delle altre ricchezze del Venezuela che pensa di conquistare. Putin dice di agire solo per proteggere la minoranza russofona nel Donbass, ma poi fa votare al suo Parlamento l’annessione di quella regione al territorio della Russia. Stiamo vivendo, insomma, un periodo nel quale non occorre più interpretare concetti ermetici né decodificare messaggi cifrati. Basta seguire le conferenze stampa di Trump per conoscere il pensiero reale che motiva ogni azione della politica estera di Washington.

Ciò che ne emerge è una realtà devastante: la via neo-imperiale imboccata dalle potenze contemporanee, Stati Uniti, Russia e Cina, presenta strette analogie con i peggiori momenti della stagione coloniale e imperiale ottocentesca. C’è chi agisce in base alla propria forza militare, come Russia e Stati Uniti, chi in base al suo peso industriale e commerciale, come la Cina in Africa. Entrambe le dimensioni erano possedute dal Regno Unito al tempo della regina Vittoria, che costruì il più grande impero mai esistito. Ma siamo nel XXI secolo: oggi le notizie corrono velocemente e i cittadini hanno gli elementi per riconoscere gli inganni. I venezuelani hanno giustamente festeggiato la caduta di Maduro, ma il modo in cui si uscirà dal suo regime è ancora nebuloso, e non saranno certo felici se si realizzerà ciò che Trump ha preannunciato sul futuro politico economico del loro Paese, eterodiretto da Washington.

Sono tutti scenari estranei al diritto internazionale, che si rivela una sorta di illusione condivisa solo da alcuni Paesi, in genere quelli senza aspirazioni imperiali, mentre ci illudevamo potesse essere una realtà universalmente riconosciuta. Tutti gli interventi militari degli ultimi anni sono stati compiuti fuori dal suo perimetro – dall’Iraq all’Afghanistan, dalla Libia a Gaza, da Panama all’Ucraina – da parte di Paesi, su tutti Israele, Russia e Stati Uniti, che non solo non riconoscono il diritto internazionale ma negano anche l’autorità della Corte penale internazionale, nel senso che fanno prevalere il proprio ordinamento (e i propri interessi) su qualsiasi regola condivisa con gli altri Stati.

Oggi ci stupiamo, dunque, di qualcosa che non dovrebbe affatto sorprenderci. L’intervento militare in Venezuela è illegale per noi, ma non per gli Stati Uniti. E vincono loro, perché possono permetterselo militarmente. Agli altri non resta che continuare, per quanto possibile, a costruire un nuovo ordine multilaterale di regole condivise: stavolta senza sperare nell’aiuto di chi invece, nel caos, prospera. 

I fatti del Venezuela sono stati analizzati in ogni dettaglio praticamente da tutta la stampa internazionale. Per buona parte dei commentatori si tratta di una situazione spiegabile con le pesanti ingerenze delle potenze globali, in un Paese eterodiretto come se la Guerra Fredda non fosse mai finita. Per altri si tratta dell’ennesimo ritorno al passato in un continente che ha il copyright del termine golpe. Altri ancora sostengono che si tratta dell’ennesima puntata della guerra per il possesso del petrolio. In Venezuela c’è un po’ di tutto questo, ma c’è anche molto di più.

Anzitutto il Venezuela non è un Paese povero. O meglio, non lo era mai stato fino a poco tempo fa. In secondo luogo, è stato l’unico Paese sudamericano a sfuggire alle dittature militari degli anni ’70. E ancora, è stato il primo grande Paese occidentale nel quale si è verificato il crollo della politica tradizionale, quella basata sui pilastri democristiano e socialdemocratico, sepolta dai moti di piazza del caracazo del 1989 che costarono la vita a un numero imprecisato di civili, forse 4000, e aprirono la strada alla vittoria di un militare nazionalista e dichiaratamente di sinistra: Hugo Chávez, che divenne popolare per aver respinto l’ordine di sparare sulla folla. Il Venezuela bolivariano di Chávez, al potere dal 1999, fu un giocatore regionale di tutto rispetto sullo scenario degli anni 2000. Ebbe un ruolo importante nell’Opec, nel Mercosur e nell’affondamento dell’Alca, l’area di libero commercio delle Americhe voluta da George Bush. Tutti capisaldi storici di una stagione di profonde riforme economiche e sociali che cambiarono volto al Paese.

Quelle riforme furono conquistate in democrazia, perché in Venezuela non c’era mai stata una rivoluzione nel senso classico del termine. Aver dimenticato questo dato fondamentale, soprattutto dopo la scomparsa di Chávez, ha portato alla progressiva forzatura delle regole democratiche al fine di perpetuare un’esperienza che era nata dalle urne. Il contrario della storia sandinista in Nicaragua, Paese in cui la rivoluzione fu fatta con le armi e dove il governo rivoluzionario se ne andò in buon ordine dopo aver perso regolari elezioni.

L’opposizione venezuelana non ha mai contribuito a creare un clima di normalità nei rapporti con il governo, come si dovrebbe fare in democrazia. Anzi, pur essendo certificato il sostegno democratico a Chávez e al primo Maduro, la maggioranza dell’opposizione ha sempre considerato il governo una dittatura e i governanti degli usurpatori. Una “dittatura”, però, in cui l’opposizione poteva fare liberamente politica, e vincere anche le elezioni legislative del 2015. Una “dittatura comunista” che aveva come primo cliente gli Stati Uniti e non ha mai toccato le proprietà dei ricchi.

Ma anche questo ora è storia. Negli ultimi due anni la situazione è cambiata di nuovo, con arresti di oppositori, proclami golpisti, violenza dilagante e soprattutto un popolo sfiancato dalla miseria prodotta da scelte sbagliate. Quella venezuelana è insomma la crisi di un Paese che, dopo aver superato la transizione dalla prima alla seconda repubblica, è rimasto di nuovo intrappolato nell’incapacità della sua classe politica. Con l’aggravante della calata in massa di potenze globali e regionali che si contendono le sue spoglie. Nel 2015, dopo la vittoria delle opposizioni alle legislative, sarebbe stato doveroso aprire un dialogo tra le parti per trovare una modalità di coabitazione, ma i reciproci radicalismi, alimentati dai “soci” stranieri, hanno fatto fallire tutti i tentativi. Oggi, pur con tutta la comunità internazionale che a parole si dice preoccupata, il Venezuela è paradossalmente solo. È solo in mezzo a un collasso economico e sociale drammatico, e nemmeno il petrolio basterà a risollevarlo per molto tempo. Mentre gli sciacalli si accaniscono sulle sue spoglie, un popolo soffre, fugge o si arrangia come può, senza fare più caso alle partigianerie ideologiche, che difficilmente moltiplicano il pane.