Cosa resta della grande ondata di mobilitazioni che, qualche anno fa, si è creata attorno alla sfida dei cambiamenti climatici? Poco o nulla, almeno in superficie. La demolizione del multilateralismo da parte non soltanto della seconda amministrazione Trump, ma ancora prima a opera della galassia di partiti e partitini delle nuove destre, negazioniste in materia climatica, non poteva che iniziare da qui. Anche perché è proprio sui temi ambientali che si sono toccate le punte più alte di collaborazione tra gli Stati di tutto il mondo, fin dai tempi del Trattato Antartico, entrato in vigore nel 1961 per tutelare il continente di ghiaccio e destinarlo solo alla ricerca scientifica. Poi ci sono stati il Protocollo di Montreal firmato nel 1987 per vietare i gas CFC che stavano bucando lo strato di ozono stratosferico, l’Agenda 21 delle Nazioni Unite partorita al “Summit della Terra” di Rio del 1992, il Protocollo di Kyoto pubblicato nel 1997 per ridurre le emissioni dei Paesi industrializzati. Fino alla COP (Conferenze delle Parti) di Parigi del 2015, che ha indicato il tetto massimo tollerabile dell’aumento della temperatura globale e definito i tempi per “raffreddare” il pianeta.
Si tratta di successi impensabili in altri ambiti, ad esempio quello della tutela dei diritti umani, del rispetto del diritto internazionale o della prevenzione dei conflitti. Ed è proprio questo successo che ha reso il multilateralismo climatico bersaglio di qualsiasi forza politica persegua l’isolazionismo, l’autarchia, il neoimperialismo. Perché il percorso compiuto a livello mondiale sulla questione climatica dimostra che è possibile trovare un punto di mediazione tra Stati ricchi e Stati poveri, industrializzati e rurali: un cattivo esempio, in questi tempi in cui la politica internazionale si fa usando la forza militare ed economica per imporre un ordine che ha come unico obiettivo il tornaconto individuale di chi lo promuove.
Nelle aggressioni, non solo verbali, della presidenza Trump ci sono tutti questi elementi: indebolimento del sistema delle Nazioni Unite, eliminazione delle politiche ambientali implementate dalla presidenza Obama, violazione della sovranità di altri Stati per il controllo del petrolio e perfino la minaccia di occupazioni e annessioni per motivi di sicurezza nazionale non meglio specificati. È la riproposizione della “politica del grosso bastone” di Theodore Roosevelt ai primi del Novecento: “Parla gentilmente e portati un grosso bastone; andrai lontano”, diceva il 26° presidente degli Stati Uniti; concetto che il 47° presidente, quello in carica, ha aggiornato eliminando la gentilezza. A chi può piacere una politica del genere? A chi non è interessato a seguire regole condivise per fare i propri interessi. Di solito ai regimi. Anche se c’è regime e regime: ad esempio, quello bizzarro della Corea del Nord è riuscito a costruire le sue armi nucleari diventando intoccabile e impermeabile perfino alla potenza cinese, che invece rimane il più grande sponsor di un mondo regolamentato, perché senza regole è difficile condurre i propri affari con serenità.
Mentre si smonta quanto di buono è stato fatto finora, la questione ambientale diventa man mano più drammatica: incendi estivi, cicloni violentissimi, tempeste invernali, siccità e alluvioni; e, di conseguenza, migrazioni di specie animali, nuove malattie ed epidemie, profughi climatici. Il paradosso è che la questione climatica non ha più spazio sulle prime pagine, mentre gli eventi meteorologici estremi popolano ogni giorno la sezione della cronaca. Non è più politica, ma solo conta dei danni, come se ciò che sta accadendo fosse ineluttabile, come se fosse sempre stato così. Ma basta fermarsi a riflettere un minuto per ricordare che siamo di fronte alla più grande sfida per le generazioni che abitano il pianeta e che lo abiteranno, anche se le sirene che ci ammaliano ci dicono che tutto va bene, che è tutto normale.
