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Il conflitto russo-ucraino è entrato nel suo quinto anno: è ormai la più lunga tra le guerre convenzionali combattute in Europa dopo la Seconda guerra mondiale. Il bilancio è disastroso per entrambi, aggrediti e aggressori. L’Ucraina è ridotta in macerie dal punto di vista infrastrutturale e ha perso una generazione sul campo di battaglia; la Russia è in grande affanno economico e, soprattutto, umiliata dalla propria incapacità di vincere un conflitto con un Paese limitrofo, senza nemmeno riuscire a ottenere l’obiettivo minimo, cioè controllare l’intera regione del Donbas. Ma ci sono anche vari attori secondari che non ne escono bene, in primis l’Unione Europea, che non soltanto non ha mai proposto un serio piano per la pace, ma rischia, a conflitto terminato, di dover pagare il conto della ricostruzione ucraina. Gli Stati Uniti si sono dimostrati inaffidabili come alleati, passando da Biden, che fece muro contro l’invasione, a Trump che invece ammicca al Cremlino. Allargando lo sguardo, la Russia di Putin conferma di essere ciò che già si sapeva: un Paese dal grande passato militare che, tuttavia, non sarebbe oggi in grado di fronteggiare la NATO senza ricorrere al nucleare.

Insomma, non ci sono vincitori in questa guerra che segnerà per decenni i rapporti tra i Paesi dell’ex Unione Sovietica e la Russia, e tra la Russia e l’Europa occidentale. L’inizio del conflitto, alimentato dai nazionalismi di entrambe le parti, innescato dalla questione della tutela della minoranza russofona in Ucraina, segnò la sconfitta della politica bilaterale e multilaterale. I garanti del Protocollo di Minsk siglato nel 2014 abbandonarono al proprio destino le due parti fino allo scoppio di una vera guerra. Che si sarebbe potuta evitare se da un lato in Russia ci fosse stata una normale dialettica politica democratica, anziché un regime liberticida e nazionalista; e dall’altro se l’Ucraina fosse stata ridotta a più miti consigli e ad arginare i soprusi inflitti da propri nazionalisti alla minoranza russofona. Nessuno vedeva, nessuna parlava, nessuno interveniva, finché sono state le armi a prevalere.

Una guerra che avrebbe dovuto essere “lampo” e che invece si è inceppata già dall’inizio, diventando di trincea, per poi evolvere in una guerra a distanza combattuta con missili e droni, e con un costo altissimo di vite umane per entrambi i Paesi. Sono centinaia di migliaia i feriti e i caduti sul fronte, milioni gli sfollati e i rifugiati ucraini. Si temeva che questa guerra avrebbe innescato dinamiche pesantissime sui mercati cerealicolo ed energetico, ma il rischio è stato ridimensionato, grazie soprattutto alle diplomazie dei Paesi che ne hanno tratto vantaggi, come Cina e India, e dei Paesi più esposti sul piano energetico, come quelli europei.

Fare previsioni, si è visto, è pressoché impossibile. Il conflitto potrebbe continuare all’infinito, tanto distanti sono le posizioni, così come potrebbe concludersi presto per reciproco sfinimento. Chiaro è che i territori che la Russia voleva “redimere” sono ridotti a lande desolate e che il Paese che era sul punto di entrare nell’Unione Europea ora sopravvive di stenti. Alla fine questa è la guerra vera, nella quale nessuno vince, tutti soffrono e restano solo macerie. Per chi non se la ricordava, il conflitto russo-ucraino è un portentoso “memo” e dovrebbe essere un monito per evitare future guerre. Ma non sarà così, perché ci sarà sempre chi penserà di essere abbastanza forte da vincere senza pagare un prezzo, salvo poi trovarsi da solo, impoverito e in lutto. 

Com’era prevedibile, il conflitto ucraino si è sdoppiato. Da un lato, pur servendo anche per testare nuove armi, ha assunto i caratteri di un conflitto novecentesco, talvolta addirittura di trincea, nel quale l’elemento umano è importante tanto quanto quello tecnologico. Dall’altro, è a tutti gli effetti un conflitto dei tempi della globalizzazione, nel quale vengono usate come armi le materie prime, l’energia, i legami economici e le alleanze geopolitiche, con contorno di fake news che sono la continuazione della guerra in corso.

Il punto è riuscire a interpretare l’interazione tra queste due modalità, così da capire il reale andamento del conflitto. Al momento, per l’Europa si sono rivelati più pesanti l’aumento del costo dell’energia e le difficoltà di approvvigionamento di fertilizzanti agricoli che la fuga degli ucraini: si pensava si sarebbero rovesciati sull’Unione Europea a decine di milioni, invece i profughi ucraini, numerosi soprattutto nella prima fase del conflitto, sono stati assorbiti senza grossi problemi e non si prospettano altri arrivi massicci. L’arma in assoluto più efficace nelle mani della Russia di Putin è stata finora il metano. Grazie ai gasdotti Mosca ha potuto finanziare il proprio sforzo bellico senza collassare, grazie ai prezzi cresciuti esponenzialmente e ai pagamenti puntuali da parte della stessa Europa che sta rifornendo gli ucraini di armi moderne. Nei primi sei mesi del conflitto i paesi UE hanno versato alla Russia 85 miliardi di euro a saldo della fattura energetica, il 70% della spesa bellica russa secondo fonti autorevoli.

Ora da parte russa arriva la minaccia di una sospensione totale del rifornimento di gas. La svolta può indicare due cose: o che il conflitto sta andando molto male per Putin, ridotto a usare un’arma estrema (e a doppio taglio) per far sì che all’Ucraina venga meno il sostegno europeo; oppure l’esatto contrario, e cioè che la Russia, diversificando il suo parco clienti e guardando soprattutto a Cina e India, si sarebbe messa nelle condizioni di poter minacciare il blocco all’Europa senza pagarne le conseguenze.

Gli esperti propendono per la prima ipotesi, essendo innegabile che, dopo 7 mesi di conflitto, le armate di Mosca non sono riuscite a mettere in sicurezza nemmeno le due province del Donbas, obiettivo primario dell’invasione, e men che meno sono riuscite a piegare l’esercito o il popolo ucraino. Perché, alla fine, un conflitto viene deciso dalle armi. E le azioni sul campo, per quanto “novecentesche”, restano quelle dirimenti, anche se da noi si dibatte solo della sicurezza delle centrali nucleari e del mercato energetico, mentre dell’aspetto puramente militare della guerra non si parla quasi più.

Dissipate le polemiche, spenti i riflettori orientati dalle centrali della disinformazione, conterà vedere se, sul campo, la Russia sarà stata in grado di strappare o no un pezzo di territorio a uno Stato sulla carta molto più debole militarmente. Su questo verrà giudicato nel suo paese Vladimir Putin. Conterà solo se su quel pezzo di Ucraina sventolerà la bandiera gialloblu di Kiev oppure quella rossa blu e bianca di Mosca. Tutto il resto scomparirà. O quasi, perché a noi resterà l’ennesimo avvertimento sul fatto che la transizione energetica è urgente per motivi non solo ambientali ma anche strategici, e che la globalizzazione va rivista, tornando a tutelare i settori strategici e accorciando le filiere. Lezione che però avremmo già dovuto imparare dalla pandemia. Davanti al concentrato di eventi epocali che negli ultimi tre anni hanno colpito il mondo, una sola cosa non si può fare: tirare a campare.

Stati Uniti e Regno Unito hanno deciso di sospendere gli acquisti di greggio russo come sanzione ulteriore nei confronti del governo di Mosca. Sanno che in questo modo colpiscono al cuore l’economia post-sovietica che dipende – come quella di un qualsiasi Paese in via di sviluppo – pressoché solo dalle commodities. Quando si parla di energia da fonte fossile su scala globale, però, non si può fare a meno della Russia. Seconda o terza al mondo per produzione di petrolio, secondo l’annata, dopo gli Stati Uniti e in un continuo testa a testa con l’Arabia Saudita, la Russia è però al primo posto tra i Paesi esportatori. Se tutte le esportazioni russe di petrolio venissero interrotte, il totale dei prodotti raffinati subirebbe un taglio del 10%. Restringendo lo sguardo all’Europa, scopriamo che il 60% del greggio esportato da Mosca è venduto a noi. Quasi lo stesso copione per il gas: la Russia è il secondo produttore al mondo (dopo gli Stati Uniti), e il 70% del suo export è diretto in Europa occidentale. Tra le grandi economie, quelle più dipendenti sono Germania e Italia, mentre Francia e Regno Unito non corrono grandi rischi. Men che meno gli Stati Uniti, che stanno già correndo ai ripari promettendo al Venezuela di Nicolás Maduro di dimenticare il passato in nome di un new deal energetico. L’embargo contro le vendite di fonti energetiche fossili da parte della Russia creerebbe dunque un grande scompenso a livello globale, e in modo particolare per l’Europa. Nell’immediato, non si riuscirebbe a colmare il vuoto facendo rientrare in famiglia il Venezuela né ricorrendo al gas liquefatto qatarino, da rigassificare.

La questione è che l’Europa, in questi decenni, ha sì costruito solidi legami commerciali ed economici con la Russia, ma mai legami politici, e ora ne paga il prezzo. Il blocco dell’import di gas naturale in Europa avrebbe senza dubbio l’effetto di raffreddare le ipotesi di ripresa economica e alimenterebbe processi inflazionari a livelli che non si vedono da molto tempo. Finora le sanzioni applicate alle banche russe hanno risparmiato quella di Gazprom, perché se non si potesse pagare il gas il rubinetto russo si chiuderebbe: e per questo Germania e Italia, come visto i due Paesi più dipendenti da Mosca, premono perché l’UE non si pieghi alla linea degli Stati Uniti. La situazione è paradossale e racconta meglio di mille analisi che cos’è l’odierno mondo globale e quanto siano profondi i legami di interdipendenza economica creati negli ultimi decenni. Ma Paesi che convivono sullo stesso continente, e che hanno saldi rapporti commerciali, restano antagonisti geopolitici. Entrambi con le mani legate per paura di perdere il fornitore oppure il cliente. È la polpetta avvelenata che ci hanno regalato da un lato la globalizzazione, dall’altra le ritrosie e i ritardi nell’uscita dalle energie fossili. Il grido d’allarme lanciato da Greta Thunberg e dalla sua generazione perché i “grandi” si occupassero finalmente del cambiamento climatico e della transizione energetica ora viene amplificato dalla crisi ucraina, perché energie rinnovabili non vuol dire solo aria pulita, ma anche maggiore indipendenza energetica e geopolitica. Due dimensioni che mancano all’Europa e che ora gli europei vorrebbero conquistare alla spicciolata. Ma manca il tempo: sostituire totalmente il fornitore russo potrebbe significare, a essere ottimisti, due o tre anni di privazioni, inflazione, rincaro di tutti i beni di prima necessità. Ciò che è stato costruito nei passati 40 anni non può essere smontato in due mesi. Questo è il bello e il brutto della globalizzazione: siamo tutti sulla stessa barca, nel bene e nel male. Ed è questa una lezione ancora più dura di quella del Covid per un’Europa che, se continuerà a muoversi in ordine sparso, sarà sempre più al traino di fattori che non può, o non vuole, governare