La storia politica di Daniel Ortega è unica nel suo genere. Dopo avere guidato l’unica rivoluzione vincente che ha mantenuto in vita il pluripartitismo, convocato elezioni, perso e consegnato il potere ai vincitori, ha iniziato una seconda vita politica che lo vede ancora al potere nel piccolo Nicaragua.

E questo perché il camaleontico Ortega ha saputo adoperare una retorica e una pratica politica sempre adeguata ai tempi, oltre a essere diventato maestro della manipolazione, dell’uso politico della corruzione e della repressione. Negli anni Sessanta, dopo essere passato dal Collegio dei Gesuiti, Daniel diventa guerrigliero e sale man mano nella gerarchia del Fronte Sandinista fino a diventare Presidente della Giunta rivoluzionaria che si insedia al potere, davanti al Vescovo di Managua, nel 1979.

Un governo di unità nazionale anti-dittatura con appartenenti a tradizioni diverse, dai cattolici ai marxisti, passando anche dalle grandi famiglie illuminate come i Chamorro. Il governo sandinista, confermato dalle urne nel 1984 dovrà fare fronte a un’aggressione militare ed economica con pochi precedenti. Gli Stati Uniti finanziano e armano clandestinamente la cosiddetta “contra”, che inizia una guerra armata contro il governo, e sabotano l’economia del paese fino a minarne i porti, azioni per le quali gli Usa vengono condannati dal Tribunale dell’Aia nel 1986. 

Malgrado la situazione, e a dimostrazione di quanto la rivoluzione sandinista fosse principalmente un movimento radicale contro la dittatura ma restasse nel campo democratico, nel 1990 si torna al voto e vince la coalizione antisandinista messa insieme da Violeta Chamorro, già membro della prima giunta rivoluzionaria e proprietaria del più importante quotidiano del paese, “La Prensa”.

Il risultato viene riconosciuto e il potere consegnato, ma nella fase di transizione già si può notare la trasformazione in corso nell’entourage di Ortega con la cosiddetta” piñata”, cioè la spartizione di terre e aziende tra alcuni capi della rivoluzione in base a due leggi approvate ad hoc. Erano beni confiscati soprattutto, ma non solo, alla dinastia dei Somoza rovesciata dai sandinisti e poi nazionalizzate. Ortega stesso diventa proprietario terriero lungo il fiume San Juàn al confine con il Costa Rica. Si calcola che il valore di quanto accaparrato dai dirigenti sandinisti sconfitti fosse di 1,3 miliardi di dollari. E non stavano rubando ai ricchi latifondisti, stavano rubando allo stato nicaraguense. Con la piñata [la Pentolaccia] si chiude la stagione del sandinismo storico che si divide in due tronconi, i dirigenti ed ex guerriglieri che tentano di mantenere in vita gli ideali di Sandino e il “danielismo”, cioè il gruppo di potere che si forma attorno a Ortega e che lo accompagnerà nelle piroette degli anni successivi.

Centrale in questa costruzione sua moglie, Rosaria Murillo, che difese Ortega dall’accusa di violenza sessuale ai danni di sua figlia (di un precedente matrimonio) Zoila América. Ortega non fu mai processato per questo reato grazie all’immunità parlamentare. Il Nicaragua di Ortega ha bisogno di ossigeno e alleanze e fa diplomazia a tutto campo, inserendosi nel gruppo dei paesi dell’Alba, la alleanza bolivariana promossa da Hugo Chávez insieme a Cuba, Bolivia e Venezuela. Scelta che lo porta anche a stringere rapporti con Russia, Cina, Siria, Iran.

Il camaleonte di Managua si vende internazionalmente come un progressista e antimperialista di ferro, ma in realtà è a capo di una cleptocrazia a gestione familiare che sopravvive grazie alle alleanze spericolate sottobanco con i peggiori settori del mondo dell’industria e della finanza nazionale. Senza dimenticare i forti sospetti di rapporti con il potente mondo del narcotraffico che però non sono mai stati dimostrati con certezza.

Nel 2016 vince ancora le elezioni, questa volta con il 72%, in un crescendo ininterrotto di consensi. La vicepresidente ora è Rosaria Murillo, sua moglie, e durante la campagna elettorale era avvenuta un altro mutazione del camaleonte, diventato icona new age con slogan tipo “l’allegria di vivere in pace” o ”amore per Nicaragua”. Si registra anche l’avvicinamento del cattolico Ortega al mondo delle chiese evangeliche, ormai pedine imprescindibili per vincere in Centro America. Il paese soffre e resta ancorato agli ultimi posti del continente per povertà, circa il 40% dei nicaraguensi si trovano sotto la soglia considerata minima per vivere dagli organismi internazionali.

Nel 2015 e poi nel 2018 si registrano grandi manifestazioni contro il clan Ortega. Il motivo è una riforma previdenziale sancita senza sentire le parti che viene fortemente contestata dai lavoratori con il sostegno degli studenti universitari. La repressione diventerà brutale, addirittura vengono violate le chiese dove si rifugiano i manifestanti. La Commissione Interamericana dei Diritti Umani certifica che i morti per la repressione sono stati 328, centinaia i detenuti e i licenziati dal pubblico impiego, 88.000 gli esuli fuggiti all’estero. Il governo Ortega diventa definitivamente regime quando rifiuta l’arrivo nel paese di una missione con il compito di verificare i fatti.

Viene istaurato uno stato di polizia e cominciano a essere perseguitati i giornalisti, ma soprattutto si moltiplicano le leggi che dovrebbero preparare il terreno per l’ennesima rielezione di Ortega del 7 novembre 2021. Come quella che inibisce le candidature delle persone che si siano manifestate a favore delle sanzioni applicate dagli Usa ai congiunti del presidente, oppure quell’altra che considera le persone che abbiano ricevuto finanziamenti dall’estero per le loro attività politiche o culturali alla pari di agenti stranieri. Ciliegina sulla torta: la legge sui cyber-reati colpisce la libertà di espressione.

Questo combinato disposto di repressione e legislazione da regime ha portato nelle ultime settimane all’arresto e all’inibizione a candidarsi dei principali leader dell’opposizione, sia di destra che di sinistra, includendo alcuni personaggi storici della rivoluzione sandinista come la “Comandante 2”, Dora Marìa Téllez. Il Nicaragua si avvicina quindi nel modo peggiore alle elezioni del 7 novembre, alle quali non saranno ammessi candidati fastidiosi, non saranno controllate da nessuno e si svolgeranno in un paese senza più libertà di stampa e nel quale non si è mai riusciti a conoscere la situazione determinata dalla pandemia.

Il Nicaragua, dopo 42 anni dalla fine del somozismo, è tornato a essere un paese governato da un regime corrotto e repressivo gestito da un clan familiare. Lo stesso scenario che portò a ribellarsi sia Augusto César Sandino nel 1926 sia i sandinisti nel 1979. La storia politica del camaleonte Ortega è unica in America Latina proprio per questo dato, da comandante di una rivoluzione contro l’ingiustizia e il totalitarismo a ricco e corrotto gestore di un regime che ha portato indietro nel tempo il Nicaragua, fino alla prossima ribellione.

Da un lato il Fondo Monetario Internazionale avverte che il Covid-19 potrebbe diventare un problema endemico per l’Africa subsahariana, compromettendone lo sviluppo. Dall’altro il cartello di associazioni sanitarie e umanitarie People’s Vaccine Alliance denuncia che, rispetto agli 1,8 miliardi di dosi promesse al fondo Covax, nato per distribuire vaccini ai Paesi più poveri, al momento ne sono arrivate 261 milioni, solo il 12%. Le aziende produttrici, che stanno macinando miliardi su miliardi, hanno consegnato solo 120 milioni di dosi sui 900 milioni promessi. Johnson & Johnson e Moderna nemmeno una. È l’ennesima dimostrazione della distanza tra le promesse, buone da spendere durante i grandi vertici mondiali, e la realtà. Proprio com’è già successo più volte con i fondi per la cooperazione allo sviluppo e con quelli destinati a mitigare gli effetti del cambiamento climatico sostenendo i Paesi con grandi superfici forestali. Facendo una media approssimativa, di solito va bene se si arriva al 10% di quanto promesso.

Ma, mentre le ricadute delle mancate promesse su ambiente o sviluppo si manifestano a distanza di tempo, per il Covid-19 i risultati di questa miopia si vedranno a breve. Nell’Africa subsahariana gli immunizzati con una sola dose sono il 4,5% della popolazione e solo il 2,6% ha ricevuto un ciclo completo. Secondo il FMI questo ritardo gigantesco sta pesando notevolmente sulla crescita economica, che per il 2021 è prevista al 5,9% a livello globale ma solo al 3,8% – nella migliore delle ipotesi – per l’Africa subsahariana. Si calcola che il gap accumulato dall’Africa in materia di vaccinazioni si estenderà fino al 2023, e di conseguenza il continente dovrà fare i conti con ulteriori restrizioni alle attività sociali ed economiche. Inoltre, molte organizzazioni non governative denunciano che l’Africa resta così esposta alla circolazione di nuove varianti più aggressive del virus che potrebbe quindi diventare endemico, con una conseguente perdita di PIL anche a lungo termine che costringerà a ulteriori ricorsi al debito, già ora un macigno per molti Stati, situazione che colpisce soprattutto i più deboli per via dell’aumento del costo degli alimenti.

L’OMS auspica che entro la fine del 2021 sia vaccinato almeno il 40% della popolazione dei Paesi in via di sviluppo. In realtà, l’unica misura che poteva favorire questo traguardo, cioè la sospensione dei brevetti come previsto dal WTO in situazioni di emergenza per moltiplicare i soggetti in grado di fabbricare i vaccini, è stata per ora accantonata. Dallo scorso luglio, quando a Ginevra è stata l’Unione Europea a bloccare la moratoria proposta da India e Sudafrica, la mediazione si è fatta sempre più difficile: mentre nella maggior parte del mondo mancano i vaccini, in Occidente si è dato il via alla somministrazione della terza dose.

Poche volte come in questo caso il mondo ha dato l’idea di essere un condominio in guerra contro se stesso. Dopo un primo momento all’insegna del “si salvi chi può”, se vogliamo comprensibile, ora ci sarebbe la serenità per decidere di eradicare il Covid-19 a livello globale. Eppure continuano a prevalere da un lato gli egoismi, dall’altro la tutela a spada tratta degli interessi della grande industria farmaceutica. Il tema non è nuovo, ma in questo frangente lascia intendere come gli attuali legami e rapporti di forza tra l’economia e la politica siano così forti che praticamente nulla può metterli in discussione. Nemmeno una pandemia.

Quando arrivano i vertici internazionali scatta il solito copione: è il momento di formulare solenni promesse da marinaio, alle quali ormai non crede più nessuno. Per pochi minuti, sotto i riflettori, i leader delle grandi potenze recitano evocando principi alti, parlano di etica e di solidarietà, si danno un tono da grandi statisti. Per poi dimenticare tutto dopo pochi giorni, fino al prossimo vertice.

Da quando nel 2007 la popolazione delle città, a livello mondiale, ha sorpassato quella delle campagne, molte cose sono cambiate nel rapporto tra i grandi e i piccoli centri, anche sotto il profilo politico. Con evidenza sempre maggiore, le città grandi e medie votano in modo diverso rispetto a quelle meno popolose e alle campagne. Ovviamente, là dove esiste la democrazia. Mentre nelle città il voto tende a premiare candidati che vanno dal fronte moderato a quello progressista, nelle campagne e nei piccoli centri si è affermata la tendenza al voto conservatore, quando non di destra radicale. Si sono così create due geografie politiche che spesso convivono a breve distanza, in tutti i continenti: il baricentro politico è progressista in città come New York, Berlino, Londra, Istanbul, Buenos Aires, Mumbai, Barcellona e Milano, con sindaci che hanno in comune la sensibilità ambientale, il rispetto dei diritti, la priorità data all’inclusione sociale; dall’altra parte, nelle campagne o nei centri urbani sotto i 100.000 abitanti la politica che vince è spesso quella che si basa sui temi “sicuritari” e che ripropone valori culturali tradizionali, concentrando l’attenzione su immigrazione e sicurezza e guardando il mondo esterno con diffidenza. Mai come ora questa divisione è stata così netta, e i motivi sono diversi.

Si tratta di un fenomeno sicuramente ispirato dall’evento che negli ultimi decenni ha cambiato il volto del pianeta: la globalizzazione. La società che è motore e insieme risultato di trent’anni di cambiamenti radicali nel mondo del lavoro, della cultura, della produzione è quella urbana. Nelle città sono avvenuti i cambiamenti epocali che hanno ridisegnato il mondo, nel bene o nel male. Le campagne, invece, sono state semplici comparse, considerate soltanto in quanto produttrici di materie prime essenziali, ma prive di voce in capitolo. Non a caso, è nei piccoli centri e nelle campagne che ora serpeggia quella paura che porta a un voto conservatore, così diverso rispetto a quello urbano. Paura di un mondo incomprensibile, nel quale potrebbe non esserci più posto per chi vive nelle campagne. Paura dell’“aggressione” al proprio modello di vita che l’arrivo di altra gente, con altri costumi, potrebbe comportare. Se la città vive di innovazione e cambiamento, le campagne le rifiutano; se nelle città tutto si mescola e le opportunità si fanno più trasversali, nelle zone rurali conta ancora l’appartenenza a un’etnia o a una classe sociale.

Oggi, quando si vota a livello nazionale, tra città e campagne finisce quasi in parità. È difficile dire come evolverà la situazione: dipenderà dall’aumento della popolazione urbana o, viceversa, dal prevalere dei trasferimenti dell’attuale popolazione urbana verso i piccoli centri. Il dato politico rimane che le città guardano al futuro mentre le aree periferiche al passato, e la contrapposizione tra i due modelli rischia di diventare pericolosa. In città spesso ci si dimentica che il mondo funziona grazie alle materie prime alimentari, ai minerali, ai combustibili, al legname e anche all’ossigeno che si genera fuori dalle città; nelle campagne ci si dimentica che la propria sopravvivenza è legata ai consumi delle città.

Prima che la frattura diventi definitiva, sarebbe tempo di sottoscrivere un nuovo patto tra città e campagne che abbia al centro il tema ambientale, e non solo. Il mondo, anche se si fatica a percepirlo, è sì governato da chi è maggioranza demografica, ma questa maggioranza vive sul 3% della superficie terrestre. L’egemonia culturale ed economica è nelle sue mani, ma un patto con il resto del pianeta, e con chi ci vive, non è solo logico ma anche urgente.

Aggrappati al turismo

Pubblicato: 16 ottobre 2021 in Senza categoria

Dopo la Thailandia, le Seychelles, le Maldive, l’Indonesia e l’Egitto, anche il Vietnam ha annunciato una “sandbox” turistica o, meglio, la creazione di “bolle sanitarie” per riaprire le porte al turismo internazionale. La maggior parte dei Paesi asiatici aperturisti è alle prese con la variante delta e con una situazione sanitaria ancora lontana dall’essere sotto controllo, a causa della scarsa diffusione dei vaccini. Eppure hanno fretta di riaprire perché il turismo di massa, soprattutto quello in cerca di mare e sole, rende questi Paesi simili a organismi assuefatti alle droghe pesanti, che passano dal danneggiarsi assumendo droga allo star male per l’astinenza. Per molti di essi il turismo è stato negli ultimi decenni il toccasana che consentiva di incamerare valuta forte e, in questo modo, di mantenere basso il disavanzo pubblico, ottenendo tassi di interesse contenuti al momento di rivolgersi al mercato internazionale dei capitali. Questo in aggiunta, ovviamente, all’occupazione generata dal settore, importante per le casse pubbliche in quanto si tratta di personale in regola e di imprese che fatturano regolarmente e, quindi, versano al fisco.

La riapertura dell’industria turistica di Phuket, Bali o Sharm el-Sheikh non deve meravigliare. Infatti, contrariamente a quanto capita nei confronti di Stati ben più ricchi, gli organismi internazionali e i mercati di capitale si aspettano che i Paesi emergenti registrino avanzi di bilancio, abbiano solide riserve in valuta estera e non eccedano nella spesa pubblica. Sono i parametri in base ai quali si calcolano tassi d’interesse più o meno salati al momento della concessione dei prestiti, e il turismo, insieme alle rimesse degli emigrati, è vitale perché questi Paesi possano raggiungere condizioni favorevoli. A tale logica sfuggono gli Stati con un’economia più matura e bilanciata, che hanno entrate generate anche da esportazioni diversificate e possono contare su un mercato interno più solido. Paesi come quelli che nel Sudest asiatico stanno riaprendo al turismo hanno, viceversa, un settore di beni e servizi dipendente da pochissime voci, tutte collegate alla congiuntura internazionale, come appunto il turismo.

Ecco perché l’industria turistica di massa nei Paesi emergenti è così importante e, al tempo stesso, devastante nei suoi impatti. Crea seri problemi ambientali e sociali, introduce dinamiche esogene sul costo di merci e servizi, opera quasi senza vincoli né controlli. Il turismo, in queste situazioni, non genera processi di reale sviluppo e non viene pensato come opportunità di crescita delle comunità locali, ma solo come “salvadanaio” degli Stati. Che, dunque, chiudono gli occhi davanti allo scempio ambientale o all’imposizione di condizioni di lavoro intollerabili pur di far continuare il flusso di turisti, considerati solo come portatori di valuta forte.

Si tratta di una situazione che si presenta uguale a sé stessa fin dalla nascita turistica di queste destinazioni, a partire dagli anni ’80 del secolo scorso, senza che si sia mai veramente cercato di porre dei correttivi. Il turismo continua a vivere un’enorme contraddizione: genera risorse gigantesche, seconde solo a quelle del settore manifatturiero, ma viene considerato un’attività quasi marginale, finalizzata a tappare buchi dei conti pubblici. Eppure, a differenza dell’industria, del commercio o delle attività finanziarie, il turismo si svolge in luoghi che sono quelli del vivere comune, consumando territorio, acqua, cibo, bellezza; il turista entra capillarmente nella vita delle popolazioni, convive con i residenti, spesso nella stessa casa, e cambia il volto delle città e delle coste, cambia la cultura locale, fa muovere importanti pezzi dell’economia reale. Ma questi aspetti non sono considerati: il turista continua a essere percepito come una specie di convitato di pietra, una questione di vita o morte solo per i conti pubblici.

L’allarme lanciato degli allevatori britannici di tacchini è l’ennesima conferma di come ormai a essere interdipendente non sia solo il mondo nella sua globalità, ma anche i singoli Stati al loro interno. Per mancanza di personale gli allevatori britannici non riusciranno a garantire il piatto re della tavola natalizia isolana: il tacchino, portato dall’America in Europa proprio dai coloni inglesi. Non solo: molte altre merci per la prima volta nella storia postbellica scarseggeranno e gli scaffali natalizi rimarranno semivuoti. Senza contare la crisi dell’autotrasporto dovuta alla mancanza di camionisti, quella della sanità e dell’assistenza alla persona e di molti altri mestieri e professioni. La Gran Bretagna imperiale, che si immaginava autarchica anche in materia di manodopera, sta per alzare bandiera bianca e già il governo, alla disperata, ha dovuto annunciare la concessione di alcune migliaia di permessi di lavoro a cittadini stranieri. È incredibile che un Paese quasi integralmente terziarizzato, che importa ben più della metà di quanto consuma, che esporta servizi finanziari, bancari e assicurativi e che per funzionare si serviva della manodopera delle ex colonie e dell’Europa comunitaria, abbia creduto di potersi sganciare senza contraccolpi dal suo grande mercato naturale, l’Unione Europea. Eppure Londra l’ha fatto davvero, cambiando le regole su merci e servizi e lasciando scoperti da un giorno all’altro centinaia di migliaia di posti di lavoro.

Una sola volta era successo qualcosa di simile, ma era fiction hollywoodiana, nel film Un giorno senza messicani del 2004. Il film racconta la misteriosa scomparsa dei messicani dalla California, immersa in una strana nebbia. È il caos, lo Stato si paralizza.

La differenza è che nel caso della Brexit non si tratta di distopia, ma del risultato di una catena incredibile di errori di calcolo e di opportunità. Dal conservatore David Cameron che usò l’arma del referendum per ricattare l’Europa nel tentativo di ottenere maggiori vantaggi per il Regno Unito e restò scottato dal risultato pro-Brexit del 2016, passando per i goffi tentativi di Theresa May di negoziare un’uscita dignitosa, fino alla spregiudicatezza di Boris Johnson, il quale affermava che bisognava uscire dall’Unione al più presto, senza pensare alle conseguenze. Anzi, sostenendo che sarebbero state sicuramente positive.

L’errore di tutti questi politici è stato ragionare con parametri superati. Una volta un’economia forte, un esercito di rispetto e il prestigio internazionale erano sufficienti per poter stare da soli, e anche bene. Le materie prime che non si producevano si predavano, o quasi, dai Paesi coloniali e postcoloniali; e il personale di fatica lo si reclutava nei ceti bassi della società o con operazioni mirate di importazione di manodopera. Oggi tutto questo è stato superato dalla globalizzazione. Non solo i Paesi sono integrati in un sistema-mondo, ma anche le loro società riflettono in piccolo ciò che è il mondo odierno, una rete interdipendente. Una popolazione molto istruita e qualificata ha necessità, come complemento, di immigrati di diverse provenienze che occupino i posti di lavoro lasciati liberi, sognando di salire sull’ascensore sociale. Camerieri, idraulici, camionisti, infermieri, braccianti agricoli: lavoratori senza i quali si ferma tutto, come appunto sta succedendo nel Regno Unito. Lo stesso vale per le relazioni commerciali. Uscire da un mercato protetto, nel quale le tue merci viaggiavano senza problemi e dove potevi comprare come se fossi a casa tua, non è una questione che si risolve in pochi mesi. L’arroganza con la quale la politica del Regno Unito ha sognato di far tornare il proprio Paese la potenza di un tempo si è scontrata contro il muro della realtà. E tanti saranno i feriti.

Dopo i risultati elettorali in Norvegia e in Germania, c’è chi si è affrettato a dichiarare che dalla crisi si sta uscendo a sinistra. Ma una veloce analisi della situazione smentisce questa lettura, perché il Paese scandinavo e la locomotiva dell’Europa la crisi non l’hanno conosciuta. O meglio, l’hanno solo sfiorata, in modo neanche lontanamente paragonabile ad altri Stati europei. Si era detto lo stesso nel dicembre scorso, dopo la vittoria di Joe Biden negli Stati Uniti, ma anche i motivi alla base del cambiamento di inquilino alla Casa Bianca erano altri rispetto a un riposizionamento a sinistra: in primis l’inaffidabilità di Trump e i timori per la democrazia, con la relativa mobilitazione dell’elettorato democratico e, tra gli altri, il protagonismo delle minoranze e la scelta di un candidato “centrista”. Lo stesso si può dire del balzo del Partito Comunista alle legislative in Russia, passato dal 13 al 21% perché l’oppositore storico Aleksej Navalnyj, in sé non particolarmente progressista, aveva dato ordine ai suoi elettori di votare i candidati con maggiori possibilità di battere il partito di Putin, valutando collegio per collegio. In America Latina, in pandemia le elezioni hanno premiato presidenti di destra in Ecuador e Salvador e di sinistra in Perù e Bolivia.

Riassumendo, l’idea che la crisi economica causata dalla pandemia abbia spinto l’elettorato verso sinistra non trova conferma nei processi elettorali laddove le elezioni si possono considerare “pulite”. Invece, il dato confermato statisticamente è che durante la pandemia in 81 Paesi la situazione delle libertà individuali, della libertà di stampa e del rispetto dei diritti umani è peggiorata, mentre solo in uno, la Nuova Zelanda, è migliorata. Il presidente cinese Xi Jinping ha recentemente usato una parabola illuminante per chiarire la posizione del suo Paese sui temi più caldi: “Se le scarpe si adattano è noto solo a chi le indossa. Su quale sistema possa funzionare in Cina, solo i cinesi hanno il diritto di parlare”. In sostanza, ciò che succede in Cina sono affari della Cina: è questa la risposta sia alle proteste per la situazione della minoranza musulmana uigura sia alle pressioni contro l’avanzata di Pechino a Hong Kong.

Dalla crisi, si legga pandemia, non è detto quindi che si esca a sinistra, e nemmeno a destra. Di sicuro se ne sta uscendo con un mondo cambiato, che da un lato non riesce a mettersi d’accordo sul grande tema dell’ambiente, dall’altro è diventato terreno fertile per il consolidamento e la proliferazione di democrazie illiberali o di veri e propri regimi autoritari. La sospensione di alcuni diritti fondamentali durante la pandemia è diventata permanente in molti Paesi, mentre in Occidente i cosiddetti “no green pass” manifestano contro immaginarie dittature sanitarie che permettono però loro di esprimere il dissenso liberamente e pubblicamente. Nessuno invece si mobilita per quanto denunciato dal segretario generale dell’ONU António Guterres, l’oscenità cioè di un mondo ricco, con Paesi dove l’80 % della popolazione vaccinabile è stata immunizzata e sta arrivando la terza dose, mentre il 90% degli africani ancora aspetta la prima. La denuncia è caduta nel vuoto perché al momento è scomparso il senso di appartenenza a un unico destino: l’idea, cioè, che siamo tutti sulla stessa barca ormai si sente risuonare solo dalle parti del Vaticano. Nel mondo del “si salvi chi può” i poteri forti dell’economia fanno grandi affari e gli aspiranti dittatori trovano una strada in discesa. E non è complottismo, ma la triste constatazione che dalla pandemia stiamo uscendo molto peggio di come siamo entrati.

Il grande gioco del Pacifico

Pubblicato: 27 settembre 2021 in Mondo
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La pandemia ha accelerato un processo già in corso da anni: la materializzazione di una nuova era nello scontro geopolitico ed economico globale. Che sarà molto diversa sia dalla Guerra Fredda, nella quale prevaleva la dimensione geopolitica, sia dalla fase della cosiddetta “guerra al terrore”, che fuori dal Medio Oriente diventava un concetto virtuale. La nascita dell’alleanza Aukus, in funzione anti-cinese, tra USA, Regno Unito e Australia ha definitivamente sancito lo spostamento delle priorità delle potenze mondiali nel Pacifico, e non solo sul piano militare: anzi, la contesa più complessa è quella che riguarda il partenariato economico.

Era stato Barack Obama a lavorare per costruire un’alleanza economica che isolasse la Cina: all’epoca si parlava di partenariato trans-Pacifico, la sigla era TPP. Il progetto venne fatto saltare in aria da Donald Trump con una delle sue prime mosse, nel 2018. Ma gli 11 Paesi americani, asiatici e dell’Oceania che avevano sottoscritto quell’accordo andarono avanti senza gli USA, dando vita all’alleanza economica CPTPP, nota anche come TPP-11.

Nel frattempo, lo scorso novembre è stato firmato il RCEP (Regional Comprehensive Economic Partnership), un accordo di partenariato economico tra 15 Paesi di Asia e Oceania comprendente la Cina. Lo stesso giorno in cui Joe Biden ha annunciato la nascita dell’alleanza militare con Londra e Canberra, Pechino ha inoltrato formale richiesta di adesione anche al TPP-11, fronte lasciato sguarnito da Washington, con buone possibilità di entrarvi.

L’ondata di accordi commerciali che mirano a potenziare i legami tra i Paesi delle due sponde del Pacifico fu architettata dagli Stati Uniti in chiave di contenimento della Cina: un processo che si accompagnava con il disimpegno dal Medio Oriente, l’abbandono dell’Africa e dell’America Latina e con una presa di distanza dall’Europa. Quella linea di politica estera, continuata solo in parte da Trump, è stata ripresa da Biden, che in un discorso dello scorso gennaio ha delineato le sue priorità per l’Asia e la Cina. Il paradosso è che, dopo la presidenza Trump, gli USA si ritrovano esclusi dagli accordi commerciali mentre la Cina è riuscita a entrarci. A questo punto, la nascita dell’Aukus può essere letta da un’altra angolatura: considerando irrimediabili i danni provocati dalla decisione di Trump di abbandonare l’accordo commerciale con i Paesi del Pacifico, e vista l’abile mossa della Cina che è riuscita a trarne vantaggio, per gli Stati Uniti l’unica opzione rimasta sul tavolo era quella militare. Cioè dimostrare da vicino alla Cina che, sul piano militare, la differenza con gli USA rimane incolmabile. Da qui discende l’alleanza obbligata con Canberra, e di conseguenza con Londra, per ottenere facilitazioni logistiche nei dintorni della Cina.

Si può già intravedere come questa politica, oltre a provocare effetti collaterali gravi come il deterioramento dei rapporti con l’Europa comunitaria, sia destinata a fallire. Sarà fallimentare perché la Cina continuerà, come ha sempre fatto, a combattere la sua guerra per la supremazia sul piano economico e non su quello militare. I sommergibili nucleari che arriveranno all’Australia, che difficilmente avrà le risorse e la capacità per gestirli, potranno servire forse per tutelare Taiwan e poco più. La sfida tra Cina e Stati Uniti continuerà a passare dalla dipendenza del mercato americano dall’industria cinese, dall’accaparramento da parte di Pechino delle materie prime strategiche, dalla penetrazione anche politica della Cina nei continenti abbandonati dagli USA e dal ruolo cinese di grande creditore dei titoli di Stato emessi da Washington. Tutto questo non potrà essere arginato con i sommergibili nucleari, casomai con la politica e la diplomazia. In poche parole, meno armi e più politica. Qualcosa che agli Stati Uniti riesce difficile, dopo decenni nei quali si è puntato tutto sui cannoni.   

Quando nel 2009 è stata iscritta sulla blockchain la prima transazione pochi avrebbero immaginato che addirittura uno stato avrebbe adottato il Bitcoin come valuta a corso legale. È successo agli inizi di settembre in Centro America, in El Salvador, il piccolo paese attualmente presieduto da Nayb Bukele, un giovane populista già sindaco di San Salvador con il centrosinistra. El Salvador, sei milioni e mezzo di abitanti e uno e mezzo di emigrati, soprattutto negli Stati Uniti, in realtà non aveva più una moneta nazionale. Il colon era stato infatti eliminato di fatto quando nel 2001 è diventato il dollaro la valuta a corso legale. Come avvenuto negli anni Novanta per Ecuador, Panama o Argentina, anche El Salvador ha utilizzato l’arma monetaria dell’aggancio alla valuta “forte” per eliminare l’inflazione.

L’operazione bitcoin è invece pionieristica e complessa. Le motivazioni date dal presidente Bukele per la legalizzazione del bitcoin sono facili da intuire. In un paese in cui il 20 per cento del Pil è costituito dalle rimesse degli emigrati, la criptomoneta elimina i costi di trasferimento di soldi incassati dai money transfer e che per il paese centroamericano sono calcolati in circa 450 milioni di dollari all’anno. Il governo poi pensa che la maggiore possibilità di inclusione offerta dalla criptomoneta in un paese povero possa favorire la gente che non ha accesso ai servizi bancari. Ogni cittadino potrà scaricare un’app (“Chivo”), dove il governo caricherà automaticamente l’equivalente in bitcoins di 30 dollari come dote iniziale. Lo stato ha infatti acquisito un primo pacchetto di 400 bitcoins, diventando il primo stato che ha riserve in criptomonete, e pensa di investire su questa base volatile 150 milioni di dollari nel programma a regime. Ogni commerciante o fornitore di servizi sarà obbligato a ricevere pagamenti in bitcoin, ma il dollaro non cesserà di circolare. La speranza di Bukele è che questa misura attiri imprenditori stranieri. Come incentivi all’investimento è stato azzerato il capital gainsui bitcoins e basterà possedere una minima quantità di criptovaluta per ottenere la residenza.

L’unico argomento nemmeno sfiorato dal governo, che però spinge a risparmiare in bitcoin una popolazione per il 50-60 per cento formata da persone povere è l’estrema volatilità della valuta virtuale; importata in un paese abituato da vent’anni alla stabilità “perpetua” del dollaro e che ora dovrà fare i conti con impennate e cadute da capogiro. L’emigrato salvadoregno che spedisce 100 dollari dagli Stati Uniti ai suoi parenti in Salvador per esempio, non saprà mai quanto potranno incassare effettivamente in Salvador anche se le operazioni venissero fatte a distanza di poche ore. Ma soprattutto i commercianti che devono vendere prodotti obbligatoriamente in bitcoin e rifornirsi delle stesse merci vendute magari in dollari, non saprà mai cosa riuscirà a ricomprare con la criptovaluta. El Salvador si avvia infatti a diventare il primo paese al mondo dove la valuta a corso legale può valere in rapporto a tutte le altre 5, 10 o 20… 200 a seconda del momento. Come se fosse un grande gioco d’azzardo, ma le fiches sono il lavoro della gente. Troppe ombre infatti e una mossa azzardata senza dubbio. Il Fondo Monetario Internazionale ha sconsigliato Bukele di fare questo passo e ora sta mettendo in forse un prestito di un miliardo di dollari già concordati. Non vogliono finanziare il programma bitcoin salvadoregno anche per l’elevato impatto ambientale dell’attività di “minare” la criptovaluta e per il rischio che il paese diventi permeabile al riciclaggio di denaro sporco. L’esempio salvadoregno entusiasma l’Ecuador, altro paese senza valuta nazionale, ma anche il Paraguay, un classico centro di riciclaggio. Il bitcoin, messo alle strette in Cina perché sfugge al controllo dello stato, potrebbe trovare terreno fertile in paesi falliti oppure desiderosi di attirare investimenti senza preoccuparsi da dove arrivino. Potrebbe diventare la valuta corsara a corso legale per le varie Isole della Tortuga sparse nel mondo. E anche per questo c’è spazio nel mondo della globalizzazione

Il 29 febbraio 2020 nel lussuoso Sheraton Gran Doha, in Qatar, si chiuse la fallimentare esperienza ventennale dell’occupazione NATO dell’Afghanistan.  Dopo 6 anni dall’inizio del dialogo, prima segreto e poi pubblico, tra i talebani e gli Stati Uniti si firmavano solennemente le 4 paginette dell’Accordo per la Pace in Afghanistan.   I firmatari erano Zalmay Khalilzad, diplomatico afgano-statunitense e il rappresentante talebano Abdul Ghani Baradar. Testimone di eccellenza, Mike Pompeo, Segretario di Stato USA del governo in carica, presieduto da Donald Trump L’accordo venne appoggiato dal consiglio di Sicurezza dell’ONU, dalla Russia, dalla Cina e dal Pakistan, e “apprezzato” dall’India. Il governo afgano venne lasciato fuori, a dimostrazione della considerazione di Washington nei confronti della sua creatura politica. I negoziati tra le parti afgane dovevano iniziare a Oslo un mese dopo, ma fallirono da subito.

Tutto ciò che sta succedendo ora era quindi già scritto, ma incredibilmente non venne considerato, anzi, molti si aspettavano che Joe Biden cambiasse rotta. Invece è stato confermato che la resa ai talebani è una linea bipartisan della politica estera Usa, iniziata da Barak Obama, sottoscritta da Donald Trump ed eseguita da Joe Biden.

Cosa diceva l’accordo? Che se i talebani avessero garantito la rottura politica con Al Quaida e Isis, e non avessero permesso che potessero operare dal loro territorio, sarebbero state eliminate le sanzioni economiche e ritirate le truppe entro 14 mesi dalla firma, cioè entro aprile 2021. Nelle 4 paginette non si accenna assolutamente ai diritti, alle donne, alla democrazia, al governo successivo al ritiro, alla fine dei collaboratori. In buona sostanza, l’accordo può essere considerato a tutti gli effetti come un accordo di resa da parte della potenza americana che esigeva le minime garanzie sul terrorismo, principale motivazione dell’invasione del 2001, per ritirare le truppe senz’altre contropartite.

Fa specie in queste ore di dichiarazioni dettate dall’emotività e dalla preoccupazione, costatare che pochissimi avessero letto questo accordo, che pochissimi avessero pensato che fosse una cosa seria e che pochissimi avessero ipotizzato le conseguenze. Al netto dell’errore logistico grossolano di ritirare prima i militari e poi i civili e di quello politico di stabilire il calendario definitivo senza consultarsi con gli alleati. Con la Nato in ritirata e i talebani vittorioso sul campo, chi poteva credere che sarebbero state “rispettate le conquiste degli ultimi anni”, che “sarebbero stati garantiti i diritti delle donne”, ecc, ecc? E’ come se il mondo occidentale che gravita attorno all’Afghanistan non avesse presso atto della sconfitta politica e militare dell’alleanza guidata dagli Stati Uniti e avesse voluto continuare ad operare ad infinitum in un paese con la capitale controllata dalle forze di occupazione e il resto del paese controllato dalla formazione pashtun dei Talebani. In queste ore tra l’altro, è difficile trovare visioni critiche sul definitivo fallimento dello strumento bellico per operazioni di nation building o di esportazione della democrazia teorizzata a cavallo del cambio di secolo da repubblicani e democratici USA.  

Le cose stanno ora così, da un lato un presidente USA che tiene fede all’impegno bipartisan sottoscritto con i talebani e che ribadisce che per il suo paese l’unica cosa che interessa è la sicurezza nei confronti del terrorismo, dall’altro i paesi europei che negli anni hanno dovuto giustificare la loro presenza sui campi di battaglia con alti propositi di civiltà. Soprattutto sul filone dei diritti delle donne. E che ora non sanno cosa fare, con l’alleato americano che si squaglia, i cittadini ostili all’arrivo di nuovi profughi e il dovere rendere conto dell’errore nel quale si è insistito per vent’anni bruciando risorse ingenti. L’Afghanistan è infatti costato agli alleati oltre 2.300 miliardi di dollari, più di 100 volte il PIL del paese asiatico. Ma forse, ciò che fa più paura in Europa è che si impone con urgenza il ripensamento della politica atlantista del dopo Guerra con l’allineamento a prescindere con gli Stati Uniti. Fa paura pensare che ci vorrebbe un’Europa unita e con una politica estera solida. Fa paura costatare che si può essere un gigante economico e un nano politico allo stesso tempo.

Nella nuova geopolitica mondiale, tra i giocatori in campo manca l’Europa, ma mancano anche i singoli paesi europei che furono potenze mondiali e che credono di esserlo ancora. Giganti economici e nani politici appunto.  

Una delle vittime eccellenti della pandemia è la democrazia. Ma non perché è stata istaurata una “dittatura sanitaria” da noi, ma perché 80 paesi nel 2020 hanno avuto arretramenti per quanto riguarda i diritti individuali e collettivi. Dal golpe in Myanmar alla riconquista talebana dell’Afghanistan, dalle leggi di emergenza bielorusse al golpe in Ciad. Con i difensori della terra ormai stabilmente diventati prima categoria tra gli assassinati per motivi politici. A questo lungo elenco ora si aggiunge la Tunisia, l’unico paese reduce della cosiddetta “primavera araba” che aveva segnato importanti passi in avanti sul piano della democrazia e dove torna la tentazione di ricadere nel modello classico dell’uomo forte, tipico dei regimi dell’area. Aggiungiamo la strage continua di giornalisti, le aggressioni anche mortali contro persone LGBT o di diversa etnia e religione, come i musulmani asiatici perseguitati in diversi paesi, per concludere che la salute del mondo non è buona. E tendenzialmente in peggioramento, perché continuiamo ad essere ancora nella fase del si salvi chi può. Mentre qualcuno sfila a Parigi o a Milano affermando di essere sotto una dittatura sanitaria, rischiando solo che il selfie venga male, in Myanmar sono già oltre mille le persone ammazzate perché scese in piazza a denunciare una vera dittatura. Si confondono dramma e farsa, si insultano le vittime della Shoah facendo paragoni allucinanti con i lager nazisti. E nel frattempo la democrazia è a rischio ovunque, non tanto per via delle restrizioni dovute alla crisi sanitaria, ma perché la pandemia è stata una grande occasione per dittatori, o aspiranti tali, per fare ulteriori passi verso il regime, sfruttando il clima di panico generalizzato e l’ossessionante martellamento dei media sul  Covid 19. Chi diceva l’anno scorso che si sarebbe usciti meglio di prima da questa crisi sbagliava tutto. Non usciremo bene di sicuro, soprattutto perché si continua a immaginare il mondo ridotto al triangolo del benessere tra Nord America, Europa e Oceania. I dati OMS ad oggi sono impietosi. È stato vaccinato con una dose il 27,3% dell’umanità e con due dose il 13,8%. Nel gruppo dei paesi a più basso reddito, a maggioranza africani, è stato vaccinato con almeno una dose solo l’1,1% degli abitanti. Basta leggere questi numeri per capire che sarà ancora molto lunga, e che a ogni tentativo di riapertura arriverà una variante maturata nei luoghi dove non c’è né sanità né vaccini, ma tanta miseria. È l’ennesima dimostrazione del fatto incontrovertibile che siamo tutti sulla stessa barca. Quanto dureranno così come le abbiamo conosciuto le democrazie occidentali se continuano i divieti e le chiusure? Quanto peserà ancora il protagonismo di regimi, quali la Cina o la Russia, in grado di sostenere altri regimi e di spingere le poche democrazie rimaste verso l’autoritarismo? Chi avrà il coraggio di prendere il toro di big pharma per le corna restituendo sovranità agli stati? Chi si ricorderà di chi non ha le risorse per fare fronte alla pandemia? Tante le domande, nessuna risposta da parte di chi dovrebbe fornirle. Iniziative come la Minimun Global Tax o la sospensione dei brevetti dei vaccini restano spot pubblicitari buoni per i Vertici, ma poi presto dimenticati. La sfida di oggi è riuscire a dare risposte alle varie emergenze rinforzando piuttosto che limitando la democrazia. Ma tenendo presente sempre che democrazia non è una sommatoria di individui, ma la costruzione e la cura di una comunità con diritti e doveri. È soprattutto che la democrazia vive se vive la politica, e se si fa politica guardando al domani.

Lanciamo questa campagna di crowdfunding per rendere possibile un nuovo progetto editoriale di OGzero, che riteniamo urgente e necessario: il libro di Alfredo Somoza, “Siamo già oltre? La globalizzazione tra fake e smart” , per conoscere e interpretare le dinamiche della globalizzazione in modo puntuale e documentato.

Perché una delle vittime eccellenti della pandemia – e dalla globalizzazione – è stata la democrazia e di conseguenza la libertà di stampa.

per info e sostegno: https://www.produzionidalbasso.com/project/siamo-gia-oltre-partecipa-al-progetto-di-attivismo-geopolitico/