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Com’era inevitabile, la transizione energetica si è rapidamente trasformata da opportunità per il clima, e per imprenditori e consumatori lungimiranti, a campo di battaglia tra i giganti dell’economia mondiale. In Cina, la posizione dominante del Paese nella lavorazione di litio, cobalto e terre rare, fondamentali per le batterie di auto ibride ed elettriche, si è sommata alle politiche di sostegno che il governo di Pechino garantisce alle sue industrie di punta, con sovvenzioni più o meno dirette e forniture di energia elettrica a prezzi politici, al di fuori dalle regole internazionali. Ciò ha dato all’industria cinese un vantaggio senza paragoni. Ne risentono le imprese che hanno inventato queste tecnologie o che le hanno sviluppate fin dal principio, come la statunitense Tesla, che ormai perde colpi davanti all’invasione di auto elettrici cinesi low cost. Non solo negli Stati Uniti, molti “grandi” dell’industria dell’auto europea stanno rivedendo le loro strategie di passaggio alla mobilità green proprio perché non sono in grado di competere con le auto esportate da Pechino.

La segretaria al Tesoro degli USA, Janet Yellen, nel suo recente viaggio in Cina ha posto la questione in modo deciso, rinfacciando alla controparte gli aiuti di Stato elargiti all’industria dell’auto e la conseguente sovrapproduzione di macchine a basso costo. Secondo Yellen, in un mercato drogato dalle macchine cinesi non può esistere libera concorrenza. E lo stesso vale per i pannelli solari, sui quali i produttori cinesi riescono a proporre prezzi inarrivabili per qualsiasi altro Paese.

In Cina l’industria dell’auto equivale ormai al 3% del PIL, e se non si porranno limiti, si legga dazi, questo storico settore industriale nato proprio negli Stati Uniti rischia di scomparire in tutto il resto del mondo. La lettura dei cinesi è ovviamente diversa: secondo Pechino, in Cina si produce così tanto perché la sete di prodotti sostenibili è in forte aumento in tutto il mondo. Che poi quei prodotti sostenibili, siano auto o pannelli solari, vengano prodotti in Cina con energia elettrica ricavata dal carbone, oppure che l’estrazione di cobalto, litio e terre rare crei gravi problemi all’ambiente e alle persone, è solo un dettaglio.

Il paradosso è che la crescita della domanda di auto elettriche in Europa è dovuta ai forti incentivi statali e comunitari, che però finiscono con il sovvenzionare ulteriormente l’export cinese. Il dilemma del mondo post-globale e in piena crisi climatica è tutto qui: non si riesce a uscire nemmeno per un attimo dalle categorie di pensiero e di mercato che hanno causato la “febbre” del pianeta Terra. Ogni iniziativa green si scontra con i soliti vecchi interessi dell’industria, degli Stati, della geopolitica. Così si perdono una dopo l’altra opportunità preziose per rallentare il riscaldamento del pianeta. Ora si parla di idrogeno verde e di batterie allo stato solido… Ma il punto è che se non cambia logica non ci sarà mai una vera transizione energetica. Petrolio, gas e carbone, in un modo o nell’altro, paiono destinati a restare al centro della nostra vita per sempre, o almeno finché il mondo sarà abitabile. Spesso si critica il fatto che la terra sia oramai guidata solo dalle logiche di mercato. Ma il problema coinvolge anche l’altro grande attore: la politica, gli Stati che continuano a ragionare in termini di grandezza, di equilibri geopolitici, di crescita economica ignorando l’elefante nella stanza del cambiamento climatico. Che non aspetta e non segue i ragionamenti né del mercato né della politica.

Nei processi di modernizzazione e crescita economica che, negli ultimi trent’anni, hanno toccato diversi Paesi del mondo, una costante che si è ripetuta ovunque è che, insieme al PIL pro capite dei cittadini, è cresciuto in modo ben più marcato il divario sociale tra i più ricchi e i più poveri. Nulla cambia se si tratta di un Paese a economia di mercato come l’India oppure dell’ultimo grande Paese comunista, la Cina, che è passata dall’essere uno Stato poverissimo ancora alla metà del Novecento a superare la media mondiale del reddito pro capite circa vent’anni fa. Ora che la sua vertiginosa crescita sta rallentando, si possono intravedere le sacche di disuguaglianza che si sono solidificate in questi anni. Fatto 100 il PIL pro capite dei cinesi, quello dei cittadini di Pechino e Shanghai è circa 200, mentre quello delle province più remore del Paese si aggira attorno a 50. Le privatizzazioni e le aperture di mercato all’imprenditoria nazionale hanno fatto sì che un Paese che con la rivoluzione maoista aveva pressoché abolito le differenze sociali si trovi oggi con il 10% della popolazione che controlla il 42% del reddito nazionale, un dato molto vicino al 45% degli Stati Uniti.

L’India, che nel 2023 è diventata lo Stato più popoloso al mondo sopravanzando proprio la Cina, ha una storia diversissima da quella cinese da molti punti di vista: è stata una colonia integrata in un impero mondiale, poi ha scelto la democrazia liberale e la forma federale. Eppure, la sua forte crescita economica ricorda molto la situazione che la Cina ha vissuto circa 15 anni fa. Con la differenza che l’India, segnata anche dal sistema delle caste e dalla presenza della nobiltà terriera, presenta una concentrazione della ricchezza fin d’ora molto marcata, e in prospettiva ha una struttura economica ancora più polarizzata di quella cinese: nel 2023, l’1% degli indiani ha guadagnato il 23% del reddito nazionale complessivo e deteneva il 40% delle ricchezze del Paese. Il dato più curioso è che si tratta di una concentrazione maggiore rispetto a quella che si registrava un secolo fa, durante la dominazione britannica. La disparità nella configurazione del reddito si è ridotta nei decenni successivi all’indipendenza, ma è tornata ad aumentare dagli anni ’80. L’India di oggi, più dinamica, moderna e in crescita, è ormai allineata con gli storici campioni mondiali della disuguaglianza, che tra i grandi Paesi sono Brasile e Stati Uniti. Una ricerca dell’osservatorio sulle disuguaglianze diretto dall’economista francese Thomas Piketty evidenzia come, a partire dalle liberalizzazioni dei primi anni ’90, la fascia del 10% più ricco della popolazione indiana abbia accresciuto vertiginosamente la sua quota percentuale di reddito, raggiungendo il 58% del reddito nazionale, mentre il 90% degli indiani si spartisce il restante 42%. Non a caso, nella classifica degli uomini più ricchi dell’Asia i primi due sono indiani e al terzo posto troviamo un cinese.

I forti processi di crescita economica di questi ultimi decenni, per Paesi giganteschi dal punto di vista sia geografico sia demografico, stanno dunque riproducendo un vecchio modello di società caratterizzato da una grande concentrazione di ricchezza in mano a pochi soggetti e dalla presenza di isole di sviluppo, concentrate generalmente in pochi territori urbani, assai più ricche delle periferie, in bilico tra crescita e povertà, e delle province periferiche, totalmente tagliate fuori dai processi in corso. Anche in questi Paesi, la mano invisibile del mercato, lasciata a se stessa, non riesce a redistribuire in modo equilibrato reddito e servizi. Questa è una funzione che finora è sempre rimasta in capo agli Stati, che per svolgerla adeguatamente non possono essere solo macchine burocratiche autoreferenziali come quello cinese, né un caotico insieme di interessi etnici, nazionali e regionali come quello indiano, che peraltro sta vivendo anche una crisi profonda sul piano della fedeltà ai valori della democrazia liberale. Le due grandi potenze emergenti del XXI secolo non sfuggono dunque a un problema ben conosciuto in Occidente, quello delle diseguaglianze, contro il quale “noi”, oltre a promuovere convegni di studio, poco o nulla facciamo di concreto. Esattamente come accade da “loro”.

In questo 2024 che viene presentato come un anno importantissimo dal punto di vista elettorale, dato l’enorme numero di cittadini che a livello globale sono chiamati alle urne, paradossalmente la democrazia sta arretrando. Accade perché molte delle elezioni che già si sono svolte o che si terranno nei prossimi mesi presentano vizi di forma o di sostanza. Basti pensare alla rielezione di Vladimir Putin in Russia, avvenuta senza la garanzia di osservatori internazionali, senza libertà di stampa e con il principale oppositore morto in carcere, in circostanze poco chiare, in piena campagna elettorale. Ma anche la rielezione a furor di popolo di Nayib Bukele a presidente di El Salvador, che pure non è stata contestata per la trasparenza del voto, appare viziata: la Costituzione del Paese centroamericano non prevedeva, infatti, la possibilità di due mandati consecutivi. Alle elezioni presidenziali che si sono tenute il 24 marzo in Senegal, con un mese di ritardo rispetto alla data inizialmente prevista, i principali leader dell’opposizione sono stati messi in condizione di non potersi candidare. Lo stesso accade in Venezuela, dove le elezioni si terranno a luglio: a María Machado, che i sondaggi davano per favorita, è stato impedito di presentare la propria candidatura.

Regimi totalitari, democrazie illiberali, processi elettorali truccati… Le sfumature sono sicuramente diverse ma, nell’insieme, si delinea un orizzonte allarmante per lo stato della democrazia nel mondo. La fondazione tedesca Bertelsmann Stiftung ha pubblicato recentemente il suo rapporto sulla qualità della democrazia, dello sviluppo economico e della governance nei Paesi del Sud globale: se ne evince che su 137 Stati presi in esame 74 sono autocrazie, e tra queste ben 49 sono autocrazie “forti”; dei restanti 63 Stati, 15 sono democrazie “in consolidamento”, 37 sono democrazie “difettose” e 11 “altamente difettose”. Da quando si è iniziato a monitorare questa situazione, il 2024 è l’anno in cui si sono registrati i risultati peggiori.

Ci sono anche storie di successo, come quella delle democrazie che riescono a resistere a pressioni interne ed esterne, come Taiwan, Corea del Sud, Costa Rica o Cile, e casi in cui la società civile è stata in grado di ripristinare lo strumento democratico, come in Brasile e Kenya, e ancora Paesi dove la mobilitazione popolare è riuscita a tutelare i diritti civili e sociali, come in Sri Lanka e Polonia. Luci e ombre, insomma, ma con una netta prevalenza delle ombre.

Il paradosso dei nostri tempi è che praticamente nessuno dichiara di rifiutare la democrazia come forma di governo: dal punto di vista teorico, perfino regimi liberticidi come quello russo, birmano o nicaraguense dichiarano di tutelare la democrazia. Ma al di là della retorica lo smottamento sui principi è costante. I principi più a rischio sono i “fondamentali” stessi della democrazia liberale: separazione dei poteri, libertà di espressione e di associazione politica, limitazione dei mandati. Ed è proprio a partire da questi punti che inizia l’erosione dei sistemi democratici. È un processo in atto anche nel cuore dell’Europa, in Paesi come l’Ungheria e – fino a pochi mesi fa – la Polonia, e che assume dimensioni grottesche quando assistiamo a elezioni durante le quali soldati armati irrompono nei seggi per controllare il voto dei cittadini, come si è visto nei brevi video scampati alla censura durante le ultime elezioni in Russia.

Il ritorno alla normalità dopo la pandemia non ha invertito la tendenza che già si era vista in piena crisi sanitaria: sempre di più, nel mondo si registra una diminuzione del coefficiente democratico. D’altro canto, la domanda di maggiori spazi di espressione politica e culturale oggi arriva da mondi nei quali non c’è una tradizione democratica, come Iran o Egitto: qui le coraggiose richieste delle piazze e della società civile rimandano proprio ai principi basilari della democrazia. Insomma, la realtà dimostra da un lato che rimane valida la celebre massima di Winston Churchill, secondo cui la democrazia è la peggior forma di governo eccezion fatta per tutte le altre forme che si sono sperimentate, e dall’altro che questa consapevolezza sta lentamente evaporando. Ciò accade perché si confonde la qualità della classe politica al potere con la bontà della forma di governo: così sempre più persone ritengono che ci voglia una “mano forte” per rimettere le cose a posto, a prescindere dalle regole, o giustificano la rinuncia ai principi democratici in nome di un bene superiore quale l’appartenenza etnica o nazionale. In ogni caso, oggi come ieri la democrazia è nemica mortale dei progetti autoritari, e per questo è un bene prezioso.

Nel V secolo dopo Cristo, dopo il passaggio dei Visigoti di Alarico nel cuore dell’Impero e il saccheggio di Roma, il potere imperiale cercò di riorganizzarsi negoziando e stringendo alleanze con i sovrani barbari. Nel frattempo, l’esercito che presidiava il limes con i popoli germanici si riempiva di soldati appartenenti a quelle stesse genti che premevano sul confine, intenzionate a entrare nell’impero e a vivere come i Romani.

Nel suo saggio I barbari, Alessandro Baricco spiega che l’Impero Celeste cinese aveva di fronte a sé due scelte per rispondere al pericolo rappresentato dai popoli delle steppe che premevano sulle frontiere occidentali: commerciare con loro e riconoscerli come interlocutori, ma a rischio di “contaminarsi”; oppure combatterli in campo aperto, fino a sconfiggerli. La Cina imperiale scelse invece una terza via: alzare una gigantesca muraglia che dividesse la civiltà dalla barbarie. Come è noto, la Grande Muraglia non riuscì a fermare l’avanzata dei Mongoli: già nel XIII secolo a Beijing si insediava il primo imperatore di quell’etnia, fondatore della dinastia Yuan.

Gli Stati Uniti, che nel corso dell’800 hanno quadruplicato il loro territorio, sono i diretti responsabili del malsviluppo di quello che considerano il loro “cortile di casa”: i Caraibi e l’America centrale. Proprio da queste regioni oggi proviene la maggior parte dei migranti che preme sulla frontiera meridionale degli USA. È paradossale che una potenza nata e cresciuta grazie al contributo della migrazione, anziché affrontare i problemi che da decenni causano la fuga di moltissimi cittadini da Haiti, Honduras, El Salvador e altri Stati vicini, nel 1993 abbia cominciato a costruire una gigantesca barriera fisica al confine con il Messico per bloccare i migranti: persone che Donald Trump ha dichiarato di considerare barbari a tutti gli effetti. Su questa linea, Washington ha trovato la collaborazione del governo messicano in cambio di aiuti economici.

L’Europa dei nostri tempi non qualifica ancora i migranti mediorientali e nordafricani come barbari, ma sta replicando una pagina di storia che credevamo lontana foraggiando dittatori più o meno conclamati affinché garantiscano il blocco delle partenze dei richiedenti asilo e dei migranti economici. Sette miliardi all’autocrate del Cairo al-Sisi, un miliardo a Kaïs Saïed, il presidente che sta spingendo la Tunisia fuori dalla democrazia, quasi un miliardo elargito negli ultimi anni dall’UE e dall’Italia ai governi fantoccio della Libia. E poi sei miliardi all’autocrate turco Erdoğan per ingabbiare i profughi riparati nel suo Paese, 200 milioni alla Mauritania per bloccare le partenze verso le Canarie, mezzo miliardo al Marocco per controllare le sue frontiere… Una montagna di soldi che finiscono con il sostenere regimi sotto accusa per gravi violazioni dei diritti umani e politici, e nel caso libico direttamente coinvolti nella gestione dei lager nei quali vengono rinchiusi migranti in transito.

Siamo di fronte a una versione mediterranea, “acquatica”, del muro statunitense e della Grande Muraglia cinese, con l’aggiunta del contributo che viene offerto ai sovrani barbari affinché proteggano il limes europeo da altri barbari. In tutti i casi questa politica è fallita, e già si può intuire che lo stesso accadrà con il muro americano e la fortezza mediterranea. Questo perché arroccarsi sulla difensiva anziché affrontare le cause dei problemi è da sempre una posizione perdente, e lo è anche oggi, che si tratti di migrazioni o di cambiamento climatico. Siamo di fronte a problemi ineludibili, che non basta la retorica a risolvere. Possiamo scrivere interi trattati sulla sostenibilità, ma il clima non cambierà se ci limitiamo alle parole e non passiamo ai fatti. Possiamo parlare dell’Europa come del faro della civiltà mondiale, rispettosa dei diritti delle persone, ma i fatti ci raccontano che questa è solo retorica, solo apparenza, perché nel frattempo si foraggiano autocrati che fanno il lavoro sporco per conto terzi. Alla fine, la retorica ambientale e la retorica umanitaria raccontano la stessa cosa: la politica globale che oggi va per la maggiore è nascondere la polvere sotto il tappeto, sperando che nessuno la veda.

Nel 2024 si rischia che il caos internazionale già presente assuma proporzioni ancora maggiori. Vi sono in calendario due importanti appuntamenti politici, le elezioni per il Parlamento europeo a giugno e l’elezione del nuovo presidente degli Stati Uniti a novembre, che stanno provocando lo slittamento di decisioni sul quadro internazionale, nel timore che prese di posizione forti potrebbero spostare gli equilibri elettorali. La stessa politica europea che in due anni di guerra tra Russia e Ucraina non ha proposto nemmeno un abbozzo di piano di pace né è riuscita a favorire il dialogo tra le parti, e che peraltro non intende essere coinvolta militarmente nel conflitto, ora rimanda qualsiasi decisione al dopo elezioni. Negli Stati Uniti il governo in carica, che dopo 5 mesi di conflitto a Gaza continua a chiedere timidamente e senza successo un “cessate il fuoco”, ora è in crisi perché una parte della base democratica rumoreggia e potrebbe decidere di disertare le urne, compromettendo la rielezione di Joe Biden.

Siamo davanti a una politica del nulla che, con l’alibi degli appuntamenti elettorali, si prende ulteriori mesi di ferie, lasciando nel frattempo il campo libero a progetti geopolitici di espansione attraverso la guerra e a regimi che guadagnano legittimità proponendosi come mediatori: sono Paesi nei quali il rischio di perdere consenso non esiste, semplicemente perché non si vota oppure si recita la parodia del voto, come nella Russia di Putin. In questi contesti i regimi sono inevitabilmente più dinamici e decisi nel prendere decisioni anche radicali, non avendo necessità di rendere conto a nessuno, non dovendo affrontare un’opposizione organizzata né media indipendenti pronti a denunciarne gli errori. 

Di fronte alle sfide in atto, le democrazie dovrebbero riflettere sulle cause della paralisi che le blocca al momento di prendere decisioni. Cause che non nascono dai meccanismi della democrazia, per quanto più complessi e dunque più lenti rispetto a quelli dei regimi, ma dal progressivo processo di delega di responsabilità e poteri reali che ha ridotto la politica a incidere ormai quasi esclusivamente sulla dimensione locale: negli anni ’90 del XX secolo la politica delegò infatti all’economia la costruzione della globalizzazione, insieme alla definizione delle sue regole; negli anni 2000 ha delegato la gestione delle crisi e delle tensioni internazionali alle alleanze militari. Per i Paesi dell’Europa occidentale, la Nato è diventata il vero ministero degli Esteri: è all’interno della coalizione militare che sono maturate le principali decisioni e azioni compiute negli ultimi decenni al di fuori dai confini dell’UE, dal Kosovo alla Libia, dall’Afghanistan all’Ucraina. Oggi sta emergendo l’idea di coordinare o unificare le forze armate dei Paesi comunitari, operazione che però dovrebbe essere preceduta dalla costruzione di una posizione internazionale autonoma dell’Unione. Come potrebbe esistere un esercito europeo senza una politica europea sulla difesa e sulle grandi questioni internazionali? Ma anche di questo si discuterà quando avremo eletto il nuovo Parlamento europeo e la nuova Commissione a Bruxelles… Che però avrà sicuramente altre priorità, malgrado alle porte dell’UE stia divampando un conflitto pericoloso per tutto il continente, e altri focolai si stanno manifestando in Europa orientale e nel Mediterraneo meridionale.

A meno di colpi di scena militari, per capire l’andamento dei conflitti in corso non basterà nemmeno aspettare giugno: solo a novembre, infatti, sapremo chi sarà il prossimo inquilino della Casa Bianca. Se tornerà Donald Trump ne vedremo delle belle perché Trump, anche se sarà presidente di una democrazia, prenderà le sue decisioni senza farsi problemi, lasciando spiazzati gli alleati storici degli USA come i Paesi europei, considerati ingrati debitori che traggono vantaggio dalle spese militari sostenute dagli USA. Se nemmeno davanti a questi scenari a Bruxelles scattano i campanelli d’allarme, c’è il serio rischio di una dissoluzione futura del processo europeo, piuttosto che del suo allargamento o di una maggiore integrazione tra i Paesi membri. Questo perché se non sei tu a occuparti di politica estera, sarà la politica estera a occuparsi di te…

Non è una novità che si discuta del “ruolo sociale” delle imprese. Ma un’impresa, soprattutto se multinazionale, deve davvero avere un ruolo sociale? E che cosa si intende, in concreto, con questa espressione? Domande che sorgono spontanee quando si osserva che tutte le imprese incluse dalla rivista Fortune nella lista delle 100 più importanti al mondo hanno almeno un programma dedicato alla diversità, all’uguaglianza e all’inclusione. Non importa di che cosa si occupino, né dove e come operino: sono tutte dichiaratamente schierate contro il razzismo e le discriminazioni basate sulla religione o sull’identità sessuale, e a favore dell’inclusione. Tutto molto roseo, tutto molto woke, come usano dire negli Stati Uniti, usando un termine che in origine era un doveroso invito a non abbassare la guardia nei confronti delle ingiustizie sociali o razziali, ma che poi ha assunto significati di crescente rigidità morale, spesso con derive censorie. È una logica che non soltanto permea la retorica delle grandi aziende, ma detta legge anche in ambito accademico, dove la libertà di espressione sta subendo limitazioni in base ai dettami sempre più stringenti del politically correct e la carriera professionale di un docente può dipendere più dall’appartenenza a una qualche minoranza che dalle sue reali capacità e competenze.

Nel mondo delle imprese, la logica woke stride rispetto all’atteggiamento mostrato verso il diritto principale dei lavoratori, quello relativo al reddito, alla sicurezza e alle condizioni di impiego, spesso calpestato nel silenzio generale. È un ambito, questo, sistematicamente escluso dalle intenzioni “altruistiche” di quelle stesse compagnie che ostentano la massima attenzione verso temi quali l’opportunità (in sé più che giusta, sia chiaro) di allestire bagni specifici per le persone transessuali, non mettono minimamente in discussione il loro modello di business: un modello che favorisce solo gli azionisti a discapito sia dei lavoratori sia dei consumatori e della comunità in generale. Per non parlare delle ipocrisie sull’impatto reale dei processi produttivi sull’ambiente e sul cambiamento climatico. Oggi, sui social e sui loro siti, le multinazionali che estraggono e commercializzano fonti energetiche fossili si presentano quasi come associazioni ambientaliste. Tutto è sostenibile, tutto è parte della transizione verso un mondo migliore… Ma non si trovano mai informazioni sui rapporti di queste aziende con le comunità locali dei territori dove il petrolio e il gas vengono estratti, né si parla del pesante lavoro di lobbying fatto in sede internazionale per rimandare sine die la transizione energetica.

Il mondo delle imprese woke si sposa perfettamente con quello delle imprese culturali globali, come le piattaforme che presentano serie TV e film in streaming. Anche qui si racconta una società nella quale ogni differenza è stata abolita, dove di default devono esserci sempre personaggi di tutte le etnie, anche in situazioni storiche improbabili. Questo mondo ideale si infrange contro la realtà quotidiana degli Stati Uniti, dove se un ragazzo di colore esce la sera per divertirsi, i genitori restano in ansia perché temono non tanto che possa essere derubato, quanto fermato dalla polizia, come ebbe a denunciare Barack Obama. Ed è questo il punto: l’approccio woke usato da multinazionali e media globali per prevenire critiche nei loro confronti è solo maquillage, non intacca minimamente la struttura di una realtà che rimane profondamente diversa. Mentre in una serie TV alla corte di Maria Antonietta ci possono stare aristocratiche di pelle scura, nella realtà gli afroamericani continuano a trovarsi ai gradini più bassi della società. E nessuno racconta come e perché siano aumentate in modo smisurato le retribuzioni dei CEO, mentre il lavoro subordinato non è più garanzia di una vita decente.

Il mondo delle imprese woke sta diventando stucchevole e l’inganno ormai è evidente: puntare tutto sui diritti individuali per evitare di parlare di diritti collettivi. Una tecnica innovativa che ha retto a lungo, ma che oggi pare avere i giorni contati.

Quella che, dopo l’invasione dell’Ucraina, doveva essere l’arma più potente in mano all’Occidente per piegare la Russia si è dimostrata un flop. A distanza di due anni dall’inizio della guerra, infatti, possiamo dire che le sanzioni economiche varate contro Mosca non hanno funzionato: e questo perché le sanzioni, misura efficace in altri periodi storici, non sono adatte ai nostri tempi. Per dare risultati concreti, infatti, richiedono un vasto consenso internazionale, difficile da ottenere oggi attorno a una questione dall’enorme impatto come la rottura dei legami economici con la Russia. Eppure, le potenze occidentali non hanno nemmeno cercato di costruire consenso: erano convinte che sarebbero state spontaneamente seguite dal resto del mondo, e proprio questa valutazione errata si è dimostrata decisiva per il fallimento.

Il “fronte delle sanzioni” è composto essenzialmente dall’Europa occidentale, da Stati Uniti, Canada, Australia, Corea del Sud, Giappone e Taiwan. Paesi importanti, che generano più o meno il 55% del PIL mondiale. Considerando che la Russia vale da sola il 2% circa dell’economia globale, il punto è che si può vivere bene anche facendo affari solo con il restante 43% generato da Paesi quali Cina, India e Brasile, dall’intera Africa e dalla maggior parte degli Stati asiatici.

Secondo i dati economici, nel 2023 è stata l’industria bellica a trainare l’economia russa, che nel 2024, prevede il FMI, dovrebbe crescere del 2,4%, più dell’Italia. La spesa militare, diventata il fulcro dell’economia, quest’anno supererà quella per il welfare, raggiungendo il 6% del PIL, percentuale inferiore solo a quella dall’Arabia Saudita. La disoccupazione, al 2,9%, è ai minimi storici, complici anche l’arruolamento di moltissimi giovani e l’abbandono del Paese da parte di centinaia di migliaia di lavoratori qualificati allo scoppio della guerra. Per il 2024 si prospetta una crescita del 3,5% del comparto industriale e dell’11% delle entrate per la vendita di gas e petrolio. L’inflazione dovrebbe scendere al 4,5%, dopo che la Banca centrale ha alzato i tassi d’interesse fino al 15%, e i conti dello Stato sono in ordine, anche grazie a quanto fatto in questo campo prima del conflitto. Intanto, Mosca è diventata una fornitrice chiave di energia per India e Cina, di fertilizzanti per il Sudamerica e di armi per l’Africa: molto meno occidentale, insomma, e molto più organica ai BRICS, rispetto a tre anni fa. La situazione attuale della Russia dimostra come l’economia dei Paesi “emergenti” abbia raggiunto un peso tale da permettere a una potenza di sopravvivere anche senza relazioni commerciali con le economie occidentali. 

Ovviamente il quadro non è solo positivo, anzi. Il gigantesco trasferimento di risorse verso l’industria bellica è stato compiuto a discapito delle pensioni e degli stipendi dei dipendenti pubblici, della manutenzione delle infrastrutture e dell’edilizia, di fatto bloccata. La Russia è oggi un regime a tutti gli effetti, senza libertà politica né di stampa, un Paese dominato dalla propaganda governativa e dove vige la leva obbligatoria per andare in guerra. Ma la sua economia non è crollata e il regime pare essere più forte che mai: l’alibi della guerra, iniziata da Mosca, è servito per aggiornare e potenziare il sistema bellico, in attesa di nuove sfide come quella che si annuncia a breve sul Mediterraneo, dove la Russia sta negoziando l’apertura di una base navale in territorio libico. L’Unione Europea, che è stata la prima ad applicare sanzioni economiche e fornire aiuti militari a Kiev, non è riuscita a formulare nemmeno un’ipotesi di pace tra i contendenti, puntando solo al crollo del regime del Cremlino, più volte annunciato come imminente ma sempre smentito dai fatti. E presto Bruxelles rischia di ritrovarsi con il proverbiale cerino in mano, visto il probabilissimo disimpegno statunitense in caso di vittoria di Donald Trump. E così le ipotesi di pace, finora rifiutate e spesso derise, avanzate in questi due anni da pochi Paesi quali il Brasile, la Cina e il Vaticano diventano più che mai attuali. Se sul piano militare il conflitto è in stallo, se le sanzioni alla Russia non hanno effetti, se gli Stati Uniti decidono di tirarsi fuori, non resta che lavorare per una pace giusta e veloce. Il che vuol dire che dovranno essere prese in considerazione le ragioni di entrambe le parti, piacciano o meno. La pace siglata in base a una visione unilaterale è quella che segue i conflitti vinti nettamente sul campo, ma in Ucraina le armi non sono in grado di far prevalere nessuna delle forze in gioco. Possono solo farci perdere tutti.  

La più autorevole ONG di aiuti umanitari, l’International Rescue Committee di New York, ha mappato tutte le tensioni nel mondo che quest’anno potrebbero degenerare in conflitti. Riguardano tutte Paesi dove già si stanno verificando episodi di violenza, spesso con bilanci drammatici. Anche se praticamente nessuno ne parla, nel 2023 nei Paesi in cui di recente si sono verificati colpi di Stato le vittime sono state migliaia: 7800 in Burkina Faso, 4100 in Mali, 1000 in Niger. La mappa mondiale tracciata dall’International Rescue Committee non tiene conto delle guerre già in corso, e dunque non si sofferma né sul conflitto russo-ucraino né su quello israelo-palestinese. Guarda piuttosto ai Paesi in cui si sta verificando un conflitto “non convenzionale”, sia pure con diversa intensità, dividendoli in due categorie che comprendono 10 Stati ciascuna. Ne emerge la fotografia di una “Terza guerra mondiale a pezzi”, come ebbe a dire in modo lungimirante papa Francesco nel 2014. Nel complesso, i conflitti quest’anno potrebbero coinvolgere il 10% dell’umanità, cioè una persona ogni dieci. Tra gli uomini, le donne e i bambini colpiti dalle guerre si trovano il 75% delle persone obbligate a lasciare la propria abitazione e il 70% di quelle in grave insicurezza alimentare.

I focolai mappati si concentrano soprattutto nell’Africa subsahariana, nella fascia del Sahel ma anche nella regione nilotica, con il Sudan e il Sud Sudan ad alto rischio, e poi nell’Africa centrale, in particolare nella Repubblica Democratica del Congo, e nel Corno d’Africa, in Etiopia, Eritrea e Somalia. Il Medio Oriente è sempre fonte di preoccupazioni per il rischio di allargamento del conflitto Israele-Hamas a Libano, Siria, Giordania, Iran, Yemen e Iraq, fino al Pakistan. In Asia rimangono drammatiche anche le situazioni dell’Afghanistan, dove ora i talebani si stanno scontrando con forze affiliate all’ISIS, e del Myanmar, dopo il colpo di Stato del 2021. In America Latina spiccano Haiti, Paese di fatto in mano a bande criminali, e l’Ecuador, sconvolto dallo scontro tra narcotrafficanti e Stato. Infine c’è l’Europa orientale, che oltre alla guerra russo-ucraina ospita altri potenziali focolai di conflitti, dai Balcani alla Transnistria. I problemi non si esauriscono qui. In Estremo Oriente sono sempre da monitorare la situazione nel Mar della Cina e attorno a Taiwan e la frontiera tra le due Coree; nel Maghreb la Libia e la Tunisia.

Bisogna tornare indietro fino alla Seconda guerra mondiale per trovare un mondo così a rischio di esplodere in mille conflitti. Le due grandi guerre attualmente in corso, quelle in Ucraina e in Palestina, paiono in grado di innescare una spirale e di trascinare altri Paesi nel caos, avviando così un conflitto su larga scala, come si teme possa accadere fin d’ora in Medio Oriente. Di fronte a questa situazione incendiaria, appare evidente come la politica conti molto poco. Non soltanto quella multilaterale, che vede il Consiglio di Sicurezza dell’ONU, in teoria dispositivo di risoluzione dei conflitti, bloccato dai veti incrociati dei cinque Paesi dotati di seggio permanente, ma anche quella bilaterale e delle singole potenze. Le ripetute visite del segretario di Stato degli USA Antony Blinken in Israele dopo il 7 ottobre non hanno prodotto nessun effetto concreto sulla linea adottata dal Governo Netanyahu nei confronti di Gaza. Così come l’incontro del 2019 tra Donald Trump e Kim Jong-un non portò certo alla fine del programma nuclear-missilistico della Corea del Nord. Il paradosso è che oggi i principali attori globali condividono un’unica visione del mercato, come mai era accaduto in passato, ma i nazionalismi, i sovranismi, gli espansionismi si sono liberati dai lacci imposti dalla Guerra Fredda. A differenza di quanto accadeva in un passato ancora vicino, non c’è più nessuno in grado di fermare davvero le aspirazioni di chi punta le sue armi contro qualcun altro. Che si tratti del premier israeliano, del capo di Hezbollah, del presidente della Federazione Russa oppure di quello degli Stati Uniti.

Quello che viene presentato come un problema per i consumatori è, in realtà, l’ennesimo termometro che misura la gravità dei problemi del mondo contemporaneo. Stiamo parlando dei rincari delle materie prime alimentari, in alcuni casi vertiginosi, molto spesso conseguenza del cambiamento climatico. Era già successo con il caffè, aumentato nel 2022 per via delle alluvioni che avevano colpito il primo produttore mondiale, il Brasile, e ora è il turno del cacao. L’alternanza tra periodi di siccità e alluvioni ha portato a una riduzione della resa del 25% in Costa d’Avorio, primo Paese produttore: significa che la disponibilità totale di cacao nel mondo si ridurrà almeno del 10%. Intanto la previsione della carestia di fave di cacao ha già determinato un aumento del 65% dei prezzi della materia prima. È una reazione spropositata, alimentata dalla speculazione, che inciderà pesantemente sul prezzo di ogni singola barretta di cioccolata. L’anno scorso qualcosa di molto simile è accaduto per l’olio d’oliva, tra siccità e alluvioni che hanno danneggiato le piante soprattutto nel periodo della raccolta delle olive in Spagna, di gran lunga primo produttore al mondo: e l’olio extravergine d’oliva è stata la commodity che ha registrato il maggiore aumento di prezzo nel 2023, oltre il 100%.

Ai danni provocati dal cambiamento climatico si aggiungono i rischi geopolitici dettati dal riaccendersi del conflitto mediorientale, che sta rendendo proibitiva la navigazione nel Mar Rosso. Da questo mare passano il 51% del riso, il 58% dell’olio di palma e il 47% del tè che si consumano in Europa, Medio Oriente e Nord Africa. Un altro focolaio bellico molto preoccupante anche sotto questo profilo è quello russo-ucraino, che pesa notevolmente sul mercato mondiale dei cereali e dei fertilizzanti per l’agricoltura. A concludere questa lunga lista di criticità è l’entrata in vigore della normativa europea contro la deforestazione: prevede che sette materie prime (tra le quali cacao, caffè, carne bovina e soia) possano essere commercializzate nell’UE solo a condizione che, per produrle, non siano stati utilizzati terreni deforestati dopo la fine del 2020. Questa misura, sicuramente corretta e sensata sul piano teorico, è però di difficilissima applicazione pratica, basti pensare alla complessità dei controlli e dei monitoraggi. In ogni caso, si pensa che provocherà un calo quantitativo delle materie prime in arrivo in Europa e, quindi, un ulteriore aumento dei prezzi.

Mettendo insieme tutte queste informazioni, si può prevedere con certezza che avremo una nuova fiammata inflazionaria dovuta all’aumento delle materie prime alimentari, che si sommerà a quella del 2022 provocata dall’aumento del costo dell’energia. Il nodo comune è costituito dai conflitti, che si trascinano e si moltiplicano a fronte dell’incapacità della politica e di un vuoto di governance; ci sono poi specifici fattori ambientali riconducibili al cambiamento climatico, problema che conosciamo bene da decenni, ma sul quale si continua a dibattere anziché accelerare nelle risposte. Nel caso del cibo, la situazione appare ancora più grave se si guarda ai Paesi produttori. Le materie prime che diventeranno sempre più difficili da produrre e più care, e dunque perderanno quote di mercato, hanno infatti trasformato il paesaggio agricolo di molte regioni e spesso di interi Paesi, che si sono votati alla produzione agricola per l’export – come il caffè, il cacao o gli avocado – abbandonando altre colture e la produzione di cibo per i bisogni locali. Auto-condannandosi a dipendere dal mercato globale dei cereali o della carne per sopravvivere.

Sono tante le distorsioni generate dalla globalizzazione lasciata a se stessa. Sul tema fiscale, con le grandi multinazionali che per anni sono riuscite a eludere le tasse grazie a elaborate strategie, si è arrivati a una soluzione almeno parziale con la “minimum tax globale”. Nel mondo della produzione alimentare, invece, non ci sono ancora idee su come programmare il futuro e far convivere le produzioni di alimenti di base e di conforto. Soprattutto, non si è mai fatta una riflessione seria sugli adattamenti indispensabili per salvare la produzione di cibo dal cambiamento climatico. Il tema della sicurezza alimentare, dimenticato dall’agenda politica, torna ora a riproporsi in modo prepotente aggiungendosi all’agenda globale delle emergenze, che tali sono solo perché le abbiamo ignorate a lungo.

Il primo febbraio del 2021, senza fare clamore in un mondo ancora scosso dalla pandemia, in Myanmar i militari rovesciarono il governo e tornarono al potere. Un potere che avevano ufficialmente lasciato nel 2010, ma senza mai allontanarsene molto: per una decina d’anni avevano continuato a condizionare la fragile democrazia birmana, rimasta sempre sotto la “tutela” delle forze armate. I motivi per i quali, all’inizio del 2021, i militari decisero di tornare alla gestione diretta del potere sono diversi, ma quasi tutti riconducibili ad affari illeciti: ora nel campo dell’estrazione mineraria e delle pietre preziose, ora delle cyber-frodi e del traffico di stupefacenti. Un mix di modernità e di ritorno al passato, quando i militari riciclavano i proventi nel settore turistico per coltivare e commercializzare il papavero da oppio.

Il golpe del 2021 fu favorito in modo nemmeno tanto occulto dal più ingombrante tra i vicini del Myanmar, la Cina, all’epoca in procinto di diventare la monopolista di fatto nell’estrazione delle cosiddette “terre rare”. Si tratta di 17 elementi chimici alla base della rivoluzione tecnologica attualmente in corso ma particolarmente rari, cioè difficili da individuare, estrarre e lavorare. Non tutti i Paesi li hanno a disposizione: la produzione mondiale, infatti, è concentrata in Cina (che da sola controlla circa il 62% del mercato), USA (12%), Myanmar e Australia (10% ciascuno). Poi restano le briciole. È evidente che per Pechino arrivare a controllare tre quarti del mercato di questi minerali strategici significa instaurare quasi un monopolio globale e, insieme, raggiungere la perfetta quadratura del cerchio, essendo la Cina anche il primo produttore mondiale di alta elettronica. Ed è esattamente quello che è accaduto dopo il colpo di Stato in Myanmar. Il “debito” che i militari birmani hanno contratto nei confronti di Pechino, infatti, si è tradotto nella concessione del controllo dell’estrazione delle terre rare alla Cina, che non solo iper-sfrutta i giacimenti del Myanmar, ma scarica anche sul Paese vicino il grande impatto ambientale associato all’estrazione.

Oggi, però, non tutto fila liscio tra i militari e la Cina. Nel Nord del Myanmar si è formata un’alleanza tra l’esercito delle forze di opposizione e quello della minoranza cinese, e i “ribelli” stanno conquistando una fetta importante di territorio. Già controllano Chinshwehaw, una città di confine con la Cina vitale per gli scambi commerciali tra i due Paesi. Il silenzio di Pechino sui combattimenti in corso lascia presagire una presa di distanza dal regime birmano[1] , che si può spiegare con due ordini di motivi. Il primo riguarda il fiorire, proprio nel Nord del Paese, di attività di cyber-frodi che hanno colpito soprattutto la Cina; il secondo è il ruolo decisivo che la minoranza di etnia cinese sta assumendo nella resistenza. Per i militari, che hanno represso l’opposizione democratica uccidendo migliaia di persone, la sfida armata si sta facendo insidiosa, e lo sarà ancor più se verrà meno la copertura politica di Pechino. Ciliegina sulla torta è il Rapporto annuale 2023 dell’Office on Drugs and Crime – l’ente “antidroga” – delle Nazioni Unite, nel quale si legge che la produzione di oppio in Myanmar è aumentata del 36%, che le aree di coltivazione si sono ulteriormente estese e che i proventi del traffico ormai equivalgono al 2-4% del PIL nazionale: il Myanmar ha superato l’Afghanistan e detiene il triste primato di essere il primo produttore mondiale di oppio.

I militari birmani hanno quindi confermato tutte le loro peggiori caratteristiche, dal fomentare un nazionalismo farlocco, che ha portato alla tragica espulsione della minoranza rohingya verso il Bangladesh, alla pratica della repressione di massa; dal favorire le truffe informatiche alla vecchia tradizione della produzione di oppio. Il tutto finora è avvenuto nel silenzio grazie alla sponsorizzazione interessata della Cina, che però adesso sta prendendo le distanze. I “Machiavelli” che governano a Pechino hanno fatto i loro conti: se, alla fine, i militari resteranno in piedi, saranno sempre uomini a loro disposizione; se invece prevarrà l’opposizione, nella quale la minoranza cinese ha un ruolo centrale anche dal punto di vista militare, i rapporti con il Myanmar resterebbero comunque buoni. È una politica losca, ma è pur sempre una politica. Il resto del mondo rimane a guardare, anche se qui sono in gioco diversi punti chiave dell’agenda globale.