Archivio per la categoria ‘Mondo’

Il cambiamento climatico incide sempre più sulla vita quotidiana delle persone in tutto il mondo. L’ultimo caso di cronaca viene dal Paese dove il riscaldamento anomalo del Pacifico fu battezzato con il nome di Niño: il Perù. Come in tutti i Paesi del Pacifico americano, in Perù si fa largo uso dell’agrume che chiamiamo lime. È un ingrediente essenziale del piatto nazionale, il ceviche, a base di pesce o molluschi crudi marinati, appunto, nel succo di questo frutto. Ma gli effetti dell’ultimo Niño costero, e cioè le anomale precipitazioni che si sono registrate sulle coste del Pacifico, hanno portato alla scarsa fioritura degli alberi di agrumi, favorendo una moltiplicazione delle altre piaghe che possono colpire queste colture e determinando un crollo della produzione di lime. Come sempre accade in casi simili, si è innescato anche un fenomeno speculativo con il risultato del raggiungimento di un prezzo record per l’agrume. Attualmente lo si sta vendendo a 25 soles al chilo, poco più di 6 euro, ma ha toccato punte di 80 soles (20 euro), cifra ragguardevole in Sudamerica. Questa fiammata dei prezzi è andata a intaccare la cultura gastronomica peruviana, rendendo costoso un cibo popolare come il ceviche: molti consumatori hanno aderito a un boicottaggio del lime che pare abbia provocato un lieve calo dei prezzi.

Sul tema, che rimane caldissimo in Perù, è intervenuto pubblicamente il ministro dell’Economia Alex Contreras, che ha distribuito consigli ai cittadini. Per la precisione, consigli su cosa mangiare: aggiornando la celebre frase sulle brioche attribuita a Maria Antonietta, in realtà un clamoroso falso storico, Contreras ha suggerito di mangiare pollo ai peruviani che non possono più permettersi il ceviche. La vicenda ha del grottesco, se non fosse che ancora una volta vediamo emergere la nostra fragilità, e soprattutto quella delle nostre consuetudini, davanti al gigantesco problema del cambiamento climatico, aggravato da un modello di consumo che rende ancora più fragile la Terra. In Sudamerica, in Africa, nell’Asia meridionale si sta sempre più disboscando per produrre avocado, lime, mango, ananas, olio di palma, fiori, soia, foglie di coca. La deforestazione incide fortemente sull’anidride carbonica liberata in atmosfera, poiché di solito avviene incendiando i boschi per creare piantagioni, a loro volta destinate a essere pericolosamente esposte ai capricci di un clima impazzito. Siccità alternata a piogge alluvionali, aumento di eventi meteorologici estremi e nuove malattie pongono giganteschi punti interrogativi sulla sostenibilità di questo modello, utile soltanto agli interessi dei fornitori del grande circuito dei consumi globali: quelli che determinano i prezzi delle materie prime e che impongono le mode attraverso le serie TV, il cinema e la miriade di cuochi (o pseudo tali) che infesta la comunicazione social.

I peruviani passeranno forse al pollo, allevato in modo intensivo e creando gravi danni all’ambiente. Il pollo inevitabilmente subirà un aumento del prezzo e il circolo vizioso ripartirà. La grande industria dell’agrobusiness riesce sempre a compensare le perdite causate dai cambiamenti climatici, mentre la politica si limita ai consigli su cosa mangiare ed esclude a priori di regolamentare il settore, dal punto di vista sia produttivo che ambientale. A noi non resta che aspettare e sperare che il nostro cibo preferito non sparisca o non diventi troppo caro. Se succederà, dovremo provare a cambiare abitudini. Ma le brioche ormai sono finite.

La presenza di Joe Biden a un picchetto di scioperanti dell’industria automobilistica del Michigan non rappresenta solo una “prima volta” per un presidente degli Stati Uniti, ma anche una sterzata epocale per i progressisti nel mondo. Con un gesto che ha sorpreso gli osservatori, Biden ha riportato il Partito Democratico ai valori di un tempo, quando era chiaro quale settore della società rappresentasse e quale fosse la sua visione della società e dell’economia. Dopo decenni di allineamento con le idee scaturite dalla famosa “terza via” di Tony Blair e Bill Clinton, e cioè assecondare le richieste di minore tassazione e di contenimento salariale avanzate dai grandi gruppi economici, Biden prende atto delle enormi distanze sociali che si sono create a causa di un mercato deregolamentato, nel quale l’accumulo di ricchezza è avvenuto solo per i ceti più alti. Da un lato imprese che hanno registrato profitti record, amministratori delegati che negli ultimi 5 anni hanno visto aumentare i loro stipendi del 40%, e dall’altro operai sempre più poveri, con salari congelati e vittime dell’inflazione, che sta spingendo una vasta parte del ceto medio verso la povertà.

È la seconda ondata delle conseguenze della globalizzazione, che in un primo momento ha spostato posti di lavoro dall’Occidente all’Oriente in cerca di un minore costo del lavoro. Ora che le delocalizzazioni si sono fermate, si scopre che in Occidente non solo i lavoratori dell’industria sono notevolmente diminuiti, ma anche che quelli che hanno mantenuto un posto di lavoro sono scivolati nella povertà. La categoria dei lavoratori poveri, cioè le persone che non riescono a soddisfare i propri bisogni elementari malgrado abbiano un impiego, è apparsa per la prima volta in Occidente proprio negli Stati Uniti. Si trattava, in principio, di uomini e donne che svolgevano lavori non qualificati nella filiera dei servizi. Oggi però l’impoverimento è generalizzato. È come se si fosse rotto il patto sociale risalente al secondo dopoguerra, fondato su salari degni e un welfare di qualità. Questi ultimi anni hanno visto, invece, un veloce deterioramento sia dei servizi offerti dallo Stato sia dei salari, e non perché l’economia vada generalmente male. Semplicemente, l’accumulo di risorse al vertice della scala sociale è aumentato. La domanda che si sono posti gli scioperanti negli Stati Uniti è: per chi fabbrichiamo automobili, se noi stessi non possiamo più permettercele? Non è una domanda da poco, perché l’industrializzazione di massa dell’Occidente si sviluppò insieme al progressivo aumento del potere d’acquisto dei lavoratori. Lo stesso fenomeno si è verificato molto più recentemente in Cina, dove fin d’ora si pone la stessa questione. Se la crescita rallenta, la capacità di consumo interna ne soffre, e con essa interi comparti industriali dedicati a soddisfare le richieste dei ceti economicamente emergenti.

Questa situazione era stata letta finora solo con la lente del populismo di destra, che la attribuisce non alla grande sperequazione tra i ceti sociali e al mercato del lavoro, ma alla concorrenza di altri Paesi o degli immigrati. Donald Trump fece la sua fortuna elettorale nel 2016 dicendo di rappresentare i “bianchi impoveriti”, cioè il mondo operario colpito dalle delocalizzazioni. Oggi però è in imbarazzo perché lo sciopero del settore automobilistico porta alla luce problemi, come la concentrazione dei guadagni in poche mani, che un miliardario difficilmente riconoscerà. D’altra parte, Biden e i democratici dovranno fare molto di più di presenziare ai picchetti degli scioperanti. Andrebbero ridiscussi il salario minimo, le tutele, la tassazione dei profitti, gli investimenti industriali e sociali delle grandi multinazionali. Sicuramente, l’immagine del presidente democratico degli Stati Uniti col megafono in mano di fronte ai cancelli di una fabbrica entrerà nei libri di storia, perché segna un prima e un dopo nei processi di cambiamento che sta vivendo il mondo, in eterna transizione dalla fine della Guerra Fredda.

Il primo dicembre 1959 a Washington i rappresentanti di 19 Stati firmavano il Trattato Antartico, che regolava le attività sul continente bianco, vietando ad esempio lo sfruttamento economico e la creazione di basi militari e arsenali. Anche se diversi Paesi vi hanno costruito basi permanenti, l’Antartide è tuttora considerato un bene comune dell’umanità e, di conseguenza, nel continente sono autorizzate solo attività scientifiche. In questi anni si sta tentando di raggiungere un risultato simile al Trattato Antartico con i fondali sottomarini che sono situati fuori dalla giurisdizione degli Stati, così da impedirne lo sfruttamento minerario. Equivalgono al 60% dell’estensione totale degli oceani e fanno sempre più gola per la loro ricchezza di minerali e terre rare, presenti in quantità superiore a quanto estratto in tutta la storia dell’industria mineraria. I giacimenti si trovano quasi sempre a grandi profondità, ma l’innovazione tecnologica li rende ogni giorno più a portata di mano. Anzi, già oggi si sta iniziando a raccogliere croste ricche di cobalto, solfuri polimetallici e soprattutto noduli polimetallici, cioè concrezioni delle dimensioni di una palla da baseball che contengono manganese, ferro, rame, nichel e terre rare. L’estrazione avviene con giganteschi aspiratori che portano in superficie tutto ciò che riescono a risucchiare dai fondali, biodiversità compresa. Una società canadese, The Metals Company, ha annunciato che già nel 2024 darà il via all’estrazione di noduli dalle profondità del Pacifico.

L’autorità ONU che sta discutendo come regolamentare queste attività è l’ISA (International Seabed Authority), con sede a Kingston, in Giamaica. L’ISA venne delegata a gestire le questioni minerarie nel 1982 dalla Convenzione ONU sul Diritto del Mare (Unclos), che regola lo sfruttamento e la tutela degli oceani. Divenuta operativa nel 1994, conta 167 Stati aderenti più la UE; è governata da un Consiglio formato da 36 Paesi e da un gruppo di esperti che rilascia i permessi di sfruttamento, 31 finora. Attorno a questa agenzia dell’ONU si concentrano ultimamente molti interessi contrastanti. In teoria, i profitti del ricavato dalle attività minerarie in acque non territoriali dovrebbero essere redistribuiti tra “l’intera umanità”, idea che è ovviamente osteggiata dalle grandi compagnie multinazionali minerarie. D’altra parte, la campagna lanciata da WWF e Greenpeace per difendere i fondali trova la simpatia di diversi gruppi industriali che fanno largo uso di metalli, ma anche dal gigante del web Google. Tutti temono la perdita di biodiversità legata allo sfruttamento dei fondali in una situazione da Far West, senza regole né freni. Per questo l’ISA viene sollecitata anche da diversi Stati europei, capeggiati da Germania e Francia, affinché stabilisca regole definitive per le attività di deep sea mining. Non tutti i Paesi sono però concordi. Gli Stati Uniti, che non hanno mai aderito all’Unclos e nell’ISA sono solo osservatori, non si sbilanciano sulle concessioni minerarie. La Cina attualmente è il paese che ha ottenuto più licenze di sfruttamento minerario oceanico da parte dell’ISA, insieme alla Russia e alla Norvegia, che da parte sua ha autorizzato estrazioni nell’Artico.
Nell’incertezza giuridica circa un bene comune dell’umanità, ancora una volta, anziché ripensare un modello di sviluppo che continua a consumare risorse non rinnovabili senza preoccuparsi delle ricadute ambientali, si fa melina, per lasciare aperti quegli spazi all’attività estrattiva che già sulla terraferma ha causato danni giganteschi. 

FILE PHOTO: Greenpeace activists from New Zealand and Mexico confront the deep sea mining vessel Hidden Gem, commissioned by Canadian miner The Metals Company, as it returned to port from eight weeks of test mining in the Clarion-Clipperton Zone between Mexico and Hawaii, off the coast of Manzanillo, Mexico November 16, 2022. REUTERS/Gustavo Graf

Ormai quando si parla di colpi di Stato non si pensa più all’America Latina, ma all’Africa. Non che in passato l’Africa sia stata immune dai golpe, ma raramente i media si degnavano di prestare attenzione, perché i colpi di Stato avvenivano per ordine di qualche ex metropoli coloniale o tra regimi militari. Le statistiche ci dicono che da sempre esiste un “primato africano” in materia, con ben 214 colpi di Stato tentati tra il 1950 e il 2022, di cui 106 riusciti e 108 falliti, contro i 146 totali dell’America Latina. Sull’altra sponda dell’Atlantico, la maggior parte delle irruzioni al potere da parte dei militari era dovuta alle modalità di svolgimento della Guerra Fredda nel continente americano, che prevedeva l’eliminazione di qualsiasi esperienza politica anche moderatamente riformista. In Africa, anche se non sono mancati episodi ascrivibili alla Guerra Fredda, la maggior parte dei colpi di Stato nasceva da rivolte intestine all’esercito e, soprattutto, erano strumenti per insediare al potere politici favorevoli a Parigi o a Londra. Ma gli otto colpi di Stato che si sono verificati negli ultimi tre anni fanno capire che il golpismo africano sta cambiando natura. Anzitutto, la regione dove si sono concentrate le principali fratture della legalità democratica è il Sahel, la sponda sud del Sahara. Quel pezzo centrale della France-Afrique, cioè della comunità di ex colonie francesi legate ancora a doppio filo a Parigi, non solo per la moneta storicamente ancorata al franco, e ora all’euro, ma anche per la cooperazione internazionale, il commercio con l’estero, gli investimenti e la cultura. I militari hanno presso il potere in Mali, Burkina Faso e Niger sottolineando la loro distanza da Parigi. Ma storici alleati di Parigi sono stati spazzati via anche nell’Africa centrale francofona, in Gabon e Guinea.

Molto si è scritto sul ruolo giocato dai mercenari del Gruppo Wagner, che in qualche caso hanno davvero fornito assistenza militare ai golpisti. I motivi profondi di questa ondata golpista vanno però cercati nella fine di un modello: quello degli Stati indipendenti sulla carta, ma di fatto a sovranità limitata e ancora dipendenti dalle potenze ex coloniali. Un modello che non ha portato benefici economici alla popolazione e che ha soffocato la democrazia sostenendo dinastie di predoni, come il clan Bongo, al potere in Gabon per decenni. Quel modello ben si sposava con il dettato ideologico della Guerra Fredda, perché quei regimi erano lontani da Mosca, ma è entrato in crisi con lo sbarco in Africa della Cina e dei suoi comprimari russi e turchi. La presenza cinese ha spezzato lo storico monopolio economico e politico francese e, nella nuova situazione, per la prima volta i Paesi africani hanno avuto la possibilità di scegliere come posizionarsi.

Se a tutto ciò si aggiungono la debolezza dell’Europa e la presenza massiccia della Russia, attraverso le compagnie di mercenari, si comincia a comprendere il quadro generale. Nelle rivolte che hanno portato ai colpi di Stato civico-militari di questi mesi ci sono forti elementi anti-francesi, parole d’ordine storiche della lotta anticoloniale, richieste di democrazia e partecipazione. Sono soprattutto i giovani che stanno dicendo basta allo storico allineamento con un’Europa preoccupata soltanto di tamponare l’espansione dello jihadismo e di frenare le migrazioni: un programma valido solo per una delle parti in causa, l’Europa, che non è abituata alla contestazione delle sue politiche da parte degli africani. L’Africa chiede di più, molto di più. Sicurezza alimentare e ambientale, opportunità di impresa e di lavoro, libertà di parola e democrazia, istruzione e sanità. Che questi temi possano essere soddisfatti dai momentanei vincitori sino-russi è molto dubbio. Che la voglia di democrazia e partecipazione rischi di essere velocemente soffocata appare molto probabile. Ma va registrato che, almeno per una volta, Paesi modellati dal colonialismo europeo dicono basta, mandando un messaggio chiaro a tutti. L’Africa non è solo emergenza, non è solo un problema, è anche e soprattutto un’opportunità e una risorsa per chi la vuol cogliere. Una risorsa che però non deve essere più predata, ma coltivata e condivisa.

Il G20 di New Delhi ha fotografato il momento storico che stiamo vivendo. I protagonisti dell’incontro sono stati la Cina, assente però il suo presidente, la Russia che è rimasta alla finestra, l’India che ospitava l’evento e gli Stati Uniti, impegnati nel tentativo di sottrarre spazio politico alla Cina. E poi qualche comprimario, come il Brasile, che ora presiederà il gruppo. L’Europa, che come sempre si presentava divisa, non è pervenuta. La vera posta in gioco di questo G20 è stato il bisogno delle nuove potenze di segnare il campo, di farsi rispettare per ciò che rappresentano nell’economia e nella demografia del XXI secolo, superando la logica tradizionale dei “blocchi”. Le relazioni tra nuove e vecchie potenze sono infatti fluide. C’è un fronte dichiaratamente antioccidentale, ovviamente capeggiato dalla Russia e sostenuto nell’ombra dalla Cina. C’è un fronte che gioca su due sponde, con l’India in testa: un po’ terzomondista, un po’ amico degli Stati Uniti in chiave anticinese. E c’è anche un blocco che ricorda i “non allineati” di un tempo, guidato dal Brasile, che rivendica una politica di mani libere per scegliere con chi e come fare affari.

In queste diverse geometrie che hanno misurato le proprie forze a New Delhi, di occidentale restano solo gli Stati Uniti, punto di riferimento inevitabile sia come alleati sia come nemici. Per il resto, siamo già entrati nell’era post-globale, in cui vengono alla luce le geopolitiche dei Paesi del cosiddetto “Sud del mondo”. Per Pechino, il mondo è ormai del tutto frammentato e rappresenta perciò un campo di gioco ideale nel quale far valere la propria potenza economica. Per l’India, invece, il mondo è ancora guidato da logiche post-coloniali e per governarlo è necessario associarsi alla potenza globale americana, pur restando indipendenti.

Il comunicato finale del G20 è stato un esempio di pragmatismo: a forza di mediare, alla fine si sono dette solo cose ovvie, che nessuno poteva rifiutare di sottoscrivere. E infatti il comunicato è stato firmato sia dagli Stati Uniti sia dalla Russia, con grande soddisfazione del vero vincitore del summit, il premier indiano Narendra Modi.

Al di là del braccio di ferro tra le nuove potenze asiatiche, questo vertice ha lasciato molto poco: forse l’unico dato positivo è stata l’inclusione dell’Unione Africana in quello che ormai è un G21. L’agenda del mondo sulla quale si doveva discutere è sfumata o è rimasta in sospeso. Cambiamenti climatici, disparità di genere, transizione energetica, finanza globale, multilateralismo. Temi centrali sui quali si aspettavano parole di indirizzo, se non veri piani di azione, e che invece sono stati rimandati al prossimo vertice. Perché in questa fase il punto è come garantirsi un posto di rilievo nella cabina di regia del nuovo mondo, come comportarsi da potenze globali senza avere una tradizione alle spalle. Che l’India, fino a 75 anni fa una colonia inglese, si candidi a guidare la globalizzazione insieme a Cina e Stati Uniti può apparire clamoroso. Ma questo perché gli analisti non hanno saputo registrare, e hanno sempre sottovalutato, ciò che stava succedendo nel mondo dalla fine della Guerra Fredda in poi.

Il G20 di New Delhi ha fotografato il momento storico che stiamo vivendo. I protagonisti dell’incontro sono stati la Cina, assente però il suo presidente, la Russia che è rimasta alla finestra, l’India che ospitava l’evento e gli Stati Uniti, impegnati nel tentativo di sottrarre spazio politico alla Cina. E poi qualche comprimario, come il Brasile, che ora presiederà il gruppo. L’Europa, che come sempre si presentava divisa, non è pervenuta. La vera posta in gioco di questo G20 è stato il bisogno delle nuove potenze di segnare il campo, di farsi rispettare per ciò che rappresentano nell’economia e nella demografia del XXI secolo, superando la logica tradizionale dei “blocchi”. Le relazioni tra nuove e vecchie potenze sono infatti fluide. C’è un fronte dichiaratamente antioccidentale, ovviamente capeggiato dalla Russia e sostenuto nell’ombra dalla Cina. C’è un fronte che gioca su due sponde, con l’India in testa: un po’ terzomondista, un po’ amico degli Stati Uniti in chiave anticinese. E c’è anche un blocco che ricorda i “non allineati” di un tempo, guidato dal Brasile, che rivendica una politica di mani libere per scegliere con chi e come fare affari.

In queste diverse geometrie che hanno misurato le proprie forze a New Delhi, di occidentale restano solo gli Stati Uniti, punto di riferimento inevitabile sia come alleati sia come nemici. Per il resto, siamo già entrati nell’era post-globale, in cui vengono alla luce le geopolitiche dei Paesi del cosiddetto “Sud del mondo”. Per Pechino, il mondo è ormai del tutto frammentato e rappresenta perciò un campo di gioco ideale nel quale far valere la propria potenza economica. Per l’India, invece, il mondo è ancora guidato da logiche post-coloniali e per governarlo è necessario associarsi alla potenza globale americana, pur restando indipendenti.

Il comunicato finale del G20 è stato un esempio di pragmatismo: a forza di mediare, alla fine si sono dette solo cose ovvie, che nessuno poteva rifiutare di sottoscrivere. E infatti il comunicato è stato firmato sia dagli Stati Uniti sia dalla Russia, con grande soddisfazione del vero vincitore del summit, il premier indiano Narendra Modi.

Al di là del braccio di ferro tra le nuove potenze asiatiche, questo vertice ha lasciato molto poco: forse l’unico dato positivo è stata l’inclusione dell’Unione Africana in quello che ormai è un G21. L’agenda del mondo sulla quale si doveva discutere è sfumata o è rimasta in sospeso. Cambiamenti climatici, disparità di genere, transizione energetica, finanza globale, multilateralismo. Temi centrali sui quali si aspettavano parole di indirizzo, se non veri piani di azione, e che invece sono stati rimandati al prossimo vertice. Perché in questa fase il punto è come garantirsi un posto di rilievo nella cabina di regia del nuovo mondo, come comportarsi da potenze globali senza avere una tradizione alle spalle. Che l’India, fino a 75 anni fa una colonia inglese, si candidi a guidare la globalizzazione insieme a Cina e Stati Uniti può apparire clamoroso. Ma questo perché gli analisti non hanno saputo registrare, e hanno sempre sottovalutato, ciò che stava succedendo nel mondo dalla fine della Guerra Fredda in poi.

Nell’ultimo anno, sulla scena internazionale sono state confermate alcune tendenze e si sono affacciate nuove questioni. L’affanno per l’uscita dalla pandemia è stato prolungato dal conflitto ancora in corso in Ucraina: un fallimento militare dal punto di vista della Russia, che non ha raggiunto nessuno degli obiettivi annunciati al momento dell’invasione. La Crimea non è in sicurezza, i territori del Donbas sono ancora in bilico e il governo di Kiev è saldamente insediato. L’onda lunga del conflitto si è però abbattuta con forza anche molto lontano dallo scenario bellico. La sicurezza alimentare dell’Africa continua a essere in pericolo, l’inflazione dovuta all’aumento del prezzo delle materie prime preoccupa soprattutto l’Europa. E il mondo si è diviso in due, non tanto sull’interpretazione del casus belli, quanto sul come uscire dalla guerra. I Paesi della NATO, guidati nel conflitto da Stati Uniti e Regno Unito, hanno scommesso sulla vittoria di Kiev; i Paesi del Sud globale fin dal primo momento si sono posti come priorità la ricerca del dialogo tra le parti, ritenendo che non fossero possibili vittorie nette sul campo. L’Organizzazione degli Stati Africani, il Brasile di Lula e l’India di Narendra Modi, la Cina e addirittura il Vaticano da mesi fanno la spola tra Russia e Ucraina per provare a far ripartire il dialogo.

Nel frattempo, lo stallo ha confermato diverse cose che si potevano intuire da tempo. La prima è che i conflitti post-Guerra Fredda hanno forse una minore capacità distruttiva globale, ma sono più complicati da risolvere a causa del forte intreccio tra i diversi Paesi che si è creato nell’economia globale. La Russia non è più l’Unione Sovietica, che poteva contare sulla “sua” metà del mondo e, soprattutto, non dipendeva dai rapporti economici con l’Occidente; e i Paesi occidentali non possono più pensare di dettare linea al resto del mondo pretendendo un allineamento che nei fatti non esiste più. Il G7 è ormai depotenziato, ma il G20 non è ancora il suo successore. Prevale la competizione tra i diversi blocchi che aspirano ad avere le stesse armi, tecnologiche ed economiche, per affermarsi. I campi sui quali va in scena questo nuovo confronto sono quelli delle materie prime strategiche, come le terre rare e il litio, ma anche l’acqua e i beni alimentari, sui quali da anni sta investendo la Cina. Su questo fronte l’Occidente è impreparato, avendo basato il suo storico dominio sulla forza militare e tecnologica.

L’obiettivo evidente dei tanti Paesi che vorrebbero entrare nel gruppo dei BRICS è fare una scelta di posizionamento rispetto al nuovo bipolarismo che si va delineando. Nel suo discorso al “summit” per la nuova finanza, tenutosi a Parigi il 22-23 giugno, Lula ha chiesto il superamento degli Accordi di Bretton Woods che disegnarono l’economia mondiale del dopoguerra, e di conseguenza il ridimensionamento del dollaro statunitense quale moneta mondiale. Su questo fronte le armi non servono: serve invece la politica, una dimensione abbandonata da molto tempo.

In qualche modo l’estate del 2023 sancisce la fine del lungo periodo inaugurato dalle cannoniere che in epoca vittoriana piegarono l’Asia e l’Africa, e in America dalla “politica del cortile di casa” attuata da Washington nei confronti dell’America Latina. Le distanze restano siderali, è evidente, ma l’interdipendenza tra Stati e continenti è arrivata a un livello tale da non lasciare spazio per operazioni “fuori dal sistema”. Nei prossimi mesi la capacità di fare buona politica sarà cruciale per chiudere il conflitto in Europa, disinnescare le tensioni nel mar della Cina e, soprattutto, affrontare il tema del cambiamento climatico, applicando le misure necessarie ad arginarlo e a farci convivere con le sue conseguenze: è la priorità numero uno del pianeta Terra. In caso contrario, la paralisi attuale può lasciare spazio solo a un peggioramento della situazione. Un orizzonte per il quale però il tempo è scaduto, e da molto.

In the past year, some trends have been confirmed on the international stage, and new issues have emerged. The urgency to exit the pandemic was prolonged by the ongoing conflict in Ukraine, which turned out to be a military failure for Russia, as it did not achieve any of the announced objectives at the time of the invasion. Crimea is not secure, the territories of Donbas are still in a precarious state, and the government in Kiev remains firmly in power. However, the far-reaching impact of the conflict has also affected areas far away from the war zone. Food security in Africa continues to be at risk, and inflation caused by the rise in commodity prices is a concern, especially in Europe. The world has been divided not so much in the interpretation of the casus belli, but rather in how to exit the war. NATO countries, led by the United States and the United Kingdom, have bet on Kiev’s victory. On the other hand, countries in the Global South have prioritized the search for dialogue between the parties from the very beginning, believing that clear victories on the battlefield were not possible. For months, the African Union, Brazil under Lula, India under Narendra Modi, China, and even the Vatican have shuttled between Russia and Ukraine in an attempt to restart the dialogue.

In the meantime, the stalemate has confirmed several things that could have been anticipated for some time. The first is that post-Cold War conflicts perhaps have less global destructive capacity, but they are more complicated to resolve due to the strong interdependence among different countries within the global economy. Russia is no longer the Soviet Union, which could rely on “its” half of the world and, above all, was not dependent on economic relations with the West. Western countries can no longer expect to dictate terms to the rest of the world, demanding alignment that no longer exists in practice. The G7 has been weakened, and the G20 is not yet its successor. Competition prevails among different blocs that aspire to have the same weapons, technology, and economic power in order to assert themselves. The battlegrounds for this new confrontation include strategic raw materials such as rare earths and lithium, as well as water and food commodities, which China has been investing in for years. In this regard, the West is unprepared, having historically relied on military and technological strength to maintain its dominance.


The evident objective of the many countries that aspire to join the BRICS group is to make a positioning choice in relation to the emerging new bipolarism. In his speech at the summit for the new finance held in Paris on June 22-23, Lula called for the overcoming of the Bretton Woods Agreements that shaped the post-war global economy and, consequently, the downsizing of the US dollar as the global currency. In this regard, weapons are not needed; what is needed is politics, a dimension that has been abandoned for a long time.

In a way, the summer of 2023 marks the end of the long period inaugurated by the gunboats that subdued Asia and Africa during the Victorian era, and by the “backyard policy” pursued by Washington towards Latin America. The distances remain immense, of course, but the interdependence among states and continents has reached a level that leaves no room for “outside the system” operations. In the coming months, the ability to engage in good politics will be crucial to resolve the conflict in Europe, defuse tensions in the South China Sea, and, above all, address the issue of climate change by implementing necessary measures to mitigate its effects and coexist with its consequences. It is the number one priority for planet Earth. Otherwise, the current paralysis can only lead to a worsening of the situation. However, time has already run out for this horizon, and it has been so for a long time.

Non è ancora una svolta, ma ci si avvicina. L’apertura degli Stati Uniti alla Cina, con la visita del Segretario di Stato Antony Blinken a Pechino, è il primo segnale di disgelo tra le due superpotenze da quando, nel 2020, Donald Trump passò dalle minacce alle sanzioni economiche. Il paradosso è che quelle sanzioni contro la Cina fecero perdere più soldi agli Stati Uniti: le ritorsioni cinesi andarono infatti a colpire settori critici per gli USA, come l’agricoltura, e a distanza di anni si può affermare che la capacità commerciale e politica della potenza asiatica non ne è stata minimamente scalfita. Anzi, in questa fase la Cina si è rafforzata, acquisendo il controllo di materie prime strategiche quali le terre rare, dimostrando di essere insostituibile nella filiera industriale globale. L’economia della Cina post-Covid è ripartita a buon ritmo, mentre gli Stati Uniti sono sì tornati a crescere, ma con moderazione.

Soprattutto, negli ultimi anni è cambiato il ruolo politico della Cina, divenuta leader di una variegata schiera di Paesi che, per diversi motivi, la ritengono un alleato affidabile. Pechino non soltanto compra materie prime e investe in infrastrutture, ma non si immischia mai in questioni di politica interna: non ama parlare di diritti umani né di democrazia, non si pone come portatrice di valori superiori a quelli degli altri, si spende per il multilateralismo e per la risoluzione pacifica dei conflitti in sede internazionale. È il contrario della politica estera di Washington, che resta il punto dolente nei rapporti tra la potenza nordamericana e gran parte del resto del mondo. Se per gli Stati Uniti i rapporti con l’America Latina sono un problema, per via delle migrazioni, per la Cina rappresentano un’opportunità. Se nel conflitto russo-ucraino gli Stati Uniti sono una parte fondamentale della tenuta militare dell’Ucraina, la Cina non ha mai trasferito una sola arma a Mosca e ha avanzato una sua proposta di pace, per ora l’unica, pur con i suoi limiti, sulla scena internazionale.  

La consapevolezza che si sta facendo avanti nell’amministrazione Biden, che in realtà non ha cambiato di molto la linea di Trump, è che senza la Cina non è possibile ristabilire un qualsiasi ordine mondiale. E i fatti dicono che trovare un ordine è più che mai necessario, non soltanto per i focolai di guerra, ma anche per gli effetti incombenti del cambiamento climatico. La fase ottimista degli anni Novanta, che si affidava alla globalizzazione, è stata definitivamente consegnata alla storia: oggi quel fenomeno che doveva ripianare le differenze e plasmare il mondo del futuro per molti è diventato un incubo. Soprattutto per la miriade di Paesi che sono esclusi dai flussi commerciali che contano, Stati divenuti ancor più marginali di prima, doppiamente discriminati perché ininfluenti sia sul piano politico sia su quello economico. In questo contesto si moltiplicano le operazioni di scambio condotte in valute locali, intaccando il primato del dollaro; si allunga l’elenco dei Paesi che vorrebbero entrare nel club dei BRICS; anche i leader africani, oltre a quelli latinoamericani, si spendono perché si avvii un dialogo che porti alla fine del conflitto in Ucraina.

Dietro tutte queste mosse c’è sempre Pechino, che in questi ultimi due anni ha confermato il ruolo di superpotenza diversa rispetto a quelle del passato. La Cina guarda più agli affari che alle armi: ed è proprio per questo che “sfonda” tra i Paesi del Sud globale, che da sempre hanno chiesto questo approccio senza essere mai presi in considerazione. La Cina, però, non è Zorro, il giustiziere amico dei poveri. È un Paese che è stato povero fino a pochi decenni fa, e che ora sta sfruttando a suo favore una congiuntura unica per raggiungere la vetta mondiale. Gli Stati Uniti, che da soli non sono riusciti a imporre il loro ordine, a questo punto devono ripiegare e cercare una convergenza con Pechino. Anche nel loro interesse futuro.

epa10699634 Chinese President Xi Jinping (R) shakes hands with visiting US Secretary of State Antony Blinken during a meeting in Beijing, China, 19 June 2023. EPA/XINHUA / LI XUEREN CHINA OUT / UK AND IRELAND OUT / MANDATORY CREDIT EDITORIAL USE ONLY


It’s not yet a turning point, but we’re getting closer. The opening of the United States to China, with Secretary of State Antony Blinken’s visit to Beijing, is the first sign of a thaw between the two superpowers since Donald Trump shifted from threats to economic sanctions in 2020. The paradox is that those sanctions against China ended up costing the United States more money: Chinese retaliations targeted critical sectors for the US, such as agriculture, and years later, it can be said that China’s economic and political capacity has not been significantly affected. On the contrary, during this phase, China has strengthened itself by gaining control over strategic raw materials such as rare earths, demonstrating its indispensability in the global industrial supply chain. China’s post-Covid economy has rebounded at a good pace, while the United States has indeed resumed growth but with moderation.

Above all, the political role of China has changed in recent years, as it has become the leader of a diverse group of countries that, for various reasons, consider it a reliable ally. Beijing not only buys raw materials and invests in infrastructure but also never interferes in internal political matters: it does not like to talk about human rights or democracy, it does not claim to uphold superior values to others, and it advocates for multilateralism and peaceful conflict resolution in international forums. This is the opposite of Washington’s foreign policy, which remains a sore point in relations between the North American power and much of the rest of the world. While the United States views its relations with Latin America as a problem due to migration, for China, it represents an opportunity. In the Russian-Ukrainian conflict, where the United States plays a vital role in Ukraine’s military support, China has never transferred a single weapon to Moscow and has put forward its own peace proposal, currently the only one, albeit with its limitations, on the international stage.

The awareness that is emerging in the Biden administration, which has not actually changed Trump’s stance much, is that without China, it is not possible to restore any kind of world order. And the facts indicate that finding order is more necessary than ever, not only due to hotspots of war but also due to the impending effects of climate change. The optimistic phase of the 1990s, which relied on globalization to bridge differences and shape the world of the future, has been definitively consigned to history: today, that phenomenon, which was supposed to level out differences and shape the world of the future, has become a nightmare for many. Especially for the myriad of countries excluded from significant trade flows, states that have become even more marginal than before, doubly discriminated against because they are both politically and economically insignificant. In this context, operations of exchange conducted in local currencies multiply, eroding the dominance of the dollar; the list of countries that would like to join the BRICS club is growing longer; African leaders, in addition to Latin American ones, are also making efforts to initiate a dialogue that leads to the end of the conflict in Ukraine.

Behind all these moves, there is always Beijing, which in the past two years has confirmed its role as a different superpower compared to those of the past. China focuses more on business than on arms, and that is precisely why it is making inroads among countries in the global South, who have always sought this approach without ever being taken into consideration. However, China is not a knight in shining armor, a champion of the poor. It is a country that was poor until a few decades ago and is now leveraging a unique conjuncture to reach the global summit in its favor. The United States, which alone failed to impose its own order, must now fallback and seek convergence with Beijing, also in their own future interest