Posts contrassegnato dai tag ‘Rapporti USA America Latina’

Sono spesso le notizie senza nessun risalto mediatico quelle che testimoniano meglio i grandi cambiamenti in corso. Nei giorni scorsi la CNN ha avuto conferma dal Pentagono dello spostamento in corso dei droni militari MQ-9 Reaper (“Mietitore”) dislocati in Kenya e Nigeria verso l’America Latina. Si tratta di droni capaci di fare sorveglianza aerea e di colpire obiettivi a terra. In Africa erano stati usati fino al 2024 in Niger in funzione anti-ISIS, in Nigeria servono a controllare i movimenti di Boko Haram, mentre in Kenya sono impiegati per sorvegliare gli Al-Shabaab somali. Nel complesso, questi droni hanno rappresentato il principale contributo statunitense alla lotta contro lo jihadismo in Africa: oggi, il loro spostamento in America Latina racconta il cambio di strategia degli Stati Uniti ai tempi di Trump. Nella visione di Washington, il Medio Oriente comincia a essere residuale, da una parte perché si è consci dell’impossibilità di risolvere le diverse crisi regionali con l’uso delle armi, principale strumento della politica estera USA, dall’altro perché la mappa della disponibilità energetica mondiale sta cambiando. Oltre a considerare i rapporti con la Russia, che prima o poi rientrerà in gioco, per gli Stati Uniti si sono aperte incredibili opportunità grazie al controllo neocoloniale sul Venezuela e alla scoperta di giganteschi giacimenti di shale oil e gas in Argentina; inoltre bisogna considerare l’insediamento di un governo amico in Colombia, e ci sono sempre il mercato messicano e quello canadese a portata di mano.  

Con l’iniziativa battezzata Shield of the Americas, per ora sostenuta dai presidenti latinoamericani ideologicamente affini a Trump, si rafforzano i rapporti di collaborazione con Paesi che negli ultimi decenni Washington aveva trascurato, lasciando campo libero alla Cina. L’America Latina, dicono diversi analisti statunitensi, potrebbe diventare il prossimo “Medio Oriente”, perché oltre che di petrolio e gas è ricca di minerali convenzionali e strategici e di risorse agricole e forestali. Il punto debole di questo disegno è che in America Latina si vota, a differenza di quanto accade nella maggior parte dei Paesi mediorientali: e dalle urne possono uscire vincitori presidenti che non sono convinti di questo partenariato. Per ora siamo soltanto ai primi movimenti, caratterizzati da un’ingerenza della Casa Bianca nei processi elettorali latinoamericani che non ha paragoni recenti, e dalla discussione su accordi che, aprendo le porte all’aiuto militare degli Stati Uniti, darebbero loro il permesso di operare su diversi territori nazionali. Qui si inseriscono i droni trasferiti dall’Africa, che ufficialmente, almeno per ora, serviranno a combattere il narcotraffico.

La lotta allo jihadismo, le sorti dei palestinesi e addirittura il sostegno all’Arabia Saudita, finora principale alleato degli Stati Uniti in Medio Oriente dopo Israele, non saranno più prioritari. Saranno invece centrali lo scontro con la Cina sul piano della tecnologia e del commercio, e il consolidamento della leadership continentale americana. In questo quadro neanche l’Europa, lo si era già capito, è più una priorità, e di conseguenza non lo sarà nemmeno la NATO. Donald Trump sembrava aver tradito la sua ideologia isolazionista, invece, a lungo andare, la sta confermando: “America First”, la geopolitica degli Stati Uniti è pensata solo per consolidare la propria supremazia ed esercitarla in solitudine. Ma bisognerà capire quanto potrà reggere, in un mondo in fiamme.