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Non c’è solo la Cina a continuare a tessere la tela delle relazioni commerciali internazionali, in controtendenza rispetto all’atteggiamento distruttivo dell’amministrazione Trump verso ambienti e istituzioni multilaterali. Senza grande clamore, anche l’Unione Europea sta portando avanti una diplomazia commerciale a tutto campo, come se fosse davvero una realtà coesa e non l’insieme litigioso di 27 Stati. Questo è possibile perché in materia di accordi commerciali con Paesi terzi la Commissione ha i poteri per negoziare e concludere accordi, ovviamente salvo ratifica del Parlamento.

Negli ultimi anni la geopolitica commerciale europea ha segnato diversi punti a favore, quali l’accordo post Brexit con il Regno Unito, l’accordo economico e commerciale globale CETA con il Canada e quelli di partenariato con Giappone, Svizzera e con diversi Stati africani. Gli ultimi in ordine temporale, ma in assoluto tra i più importanti, sono stati l’accordo di libero scambio con il Mercosur, che tra mille polemiche e proteste del settore agricolo europeo è entrato in vigore a inizio maggio (sia pure in modalità provvisoria, sarà la Corte di giustizia europea a pronunciarsi sulla sua liceità), e quello con l’India, in fase di ratifica. A fine maggio si è aggiunta la firma dell’accordo globale con il Messico che va ad aggiornare quello firmato nel 1997.

In un clima internazionale profondamente mutato, dietro questi accordi non c’è solo la ricerca di opportunità per gli operatori economici europei, ma anche una precisa visione strategica e valoriale: la stragrande maggioranza dei partner dell’UE sono democrazie e questo viene considerato un valore aggiunto, in un mondo in cui la democrazia è in seria difficoltà. Inoltre, grazie all’accordo con il Messico, Paese con il quale gli scambi ammontano a circa 87 miliardi di euro annui, l’UE mette un piede nella grande area economica del Nordamerica, finora monopolio degli Stati Uniti. Il Messico, infatti, per l’80% esporta verso il grande vicino: e proprio per diversificare e ridurre la dipendenza da Washington sta aprendo le porte agli investimenti cinesi e ora anche europei. È una grande e complessa partita giocata quasi in silenzio, e anche per l’UE è un’assicurazione rispetto ai chiaroscuri nei rapporti con gli USA, che comunque restano il primo partner economico. 

Il pacchetto che l’Europa può offrire è appetibile non soltanto perché quello comunitario è il mercato consumatore più ricco al mondo, ma anche perché, come dimostra l’accordo firmato con il Messico, oltre all’eliminazione dei dazi si mette in gioco la cooperazione in materia di cultura, istruzione, lotta alla criminalità, ambiente ed energia. È dunque un partenariato anche politico e ciò lo rende ancora più importante per Paesi che, come il Messico, si trovano sotto ricatto da parte statunitense, o che, come quelli del Mercosur, sanno di essere troppo legati alla Cina e cercano nuovi interlocutori.

Questo lavorio di Europa e Cina ci fa capire che nel mondo attuale non ci sono conflitti, tensioni e dichiarati sabotaggi alla convivenza civile, ma esistono ancora costruttori di ponti, prevalentemente commerciali ma, alla fine, anche politici. Ed è proprio grazie alla politica che si prevengono i conflitti e si creano legami duraturi: il contrario della guerra. Non tutto dunque è buio, c’è dell’altro anche se fa poca notizia. In attesa che, prima o poi, si arrivi a un accordo tra UE e Cina, non solo sui contenziosi commerciali, ma anche sulla costruzione di un nuovo ordine multilaterale.