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L’attuale crisi politica e militare che vede al centro l’Ucraina è determinata da due ordini di fattori, entrambi di natura geopolitica. In primo luogo siamo di fronte a un proseguimento della Guerra Fredda che, con altri metodi, continua a determinare i rapporti di forza tra Occidente e Russia: né la Nato ha mai rinunciato all’antico obiettivo di avvicinare sempre di più la propria forza militare al confine russo, né la Russia ha mai cambiato il suo giudizio su tale mossa, considerata un pericolo da scongiurare. Per trovare le radici di queste tensioni si può risalire fino al 1989, quando – almeno secondo la narrazione russa – George Bush senior e Mikhail Gorbaciov si accordarono affinché la riunificazione della Germania e il ritiro delle truppe sovietiche non aprissero le porte all’allargamento della Nato verso est. Fu Bill Clinton, invece, a insistere perché l’Unione Europea, quando arrivarono le domande di ingresso da parte dei Paesi dell’Est, richiedesse anche la volontà di “aderire ai principi” della Nato. Così è effettivamente andata sia per i Paesi baltici sia per diversi Stati “satellite” dell’Unione Sovietica, entrati sia nell’UE sia nella Nato.

Ma Mosca non cederà mai sull’Ucraina, che per Vladimir Putin rappresenta un limite invalicabile e che rimane legata alla sua identità storica di granaio, arsenale e miniera dell’URSS. L’Ucraina ha il destino nel suo stesso nome, che significa “al confine”: culturalmente e politicamente il Paese è diviso in due, una parte guarda all’Unione Europea e l’altra, anche per motivi linguistici, continua ad avere Mosca come punto di riferimento. Nel 2008 la richiesta dell’Ucraina di aderire alla Nato, caldeggiata dagli USA, era stata stoppata da Italia, Francia e Germania al Vertice di Bucarest; poi le tensioni sono continuate con l’annessione russa della Crimea e la secessione di fatto del Donbass.

Il secondo ordine di fattori all’origine di questa crisi riguarda il ruolo geopolitico della Russia. Il grande Paese euro-asiatico, potenza militare ma non economica, negli ultimi anni ha fatto passi da gigante per conquistare una leadership geopolitica su scala mondiale. Oltre a controllare la Bielorussia e avere stanziato contingenti militari in Kazakistan, Kirghizistan e Tagikistan, si è affermata come riferimento politico per la Serbia, la Georgia e l’Armenia. Allargando lo sguardo, ha appena vinto il conflitto siriano insieme a Iran e Turchia sbaragliando l’ISIS e, insieme alla Turchia, controlla la Libia. Attraverso il Wagner Group, opaca società che gestisce mercenari ed è molto vicina al Cremlino, ha interessi in 23 Paesi africani e ha appena firmato un accordo con il Sudan per costruire una base navale sul Mar Rosso. In America Latina Putin ha promesso a Cuba e Venezuela sostegno militare in chiave antistatunitense e ha appena firmato un accordo con l’Argentina per fornire aerei da combattimento e addestramento ai militari.

Questo riposizionamento globale di Mosca è stato agevolato, economicamente e non solo, dalla firma dell’accordo per la fornitura di metano alla Cina, avvenuta nel 2014: oltre a garantire ai russi un cliente di prim’ordine in alternativa all’Europa, il patto ha sancito un’alleanza strategica con ricadute a livello mondiale. Semplificando, si è innescata una dinamica per la quale Mosca alza la voce e fa vedere le armi, poi Pechino media, ricuce e chiude gli accordi commerciali.

Tornando all’Ucraina, in questa prospettiva è necessario ricordare la differenza tra Cina e Russia: per gli USA la Cina è un nemico, la Russia “solo” un antagonista, tra l’altro fortemente dipendente dagli scambi commerciali con l’Occidente. Alla fine dei conti, con l’invio di truppe al confine ucraino Putin sta chiedendo che gli venga riconosciuto il ruolo di garante della stabilità in Europa e, di conseguenza, che i confini geopolitici russi siano rispettati: perciò l’Ucraina deve restare uno Stato cuscinetto. Potrebbe anche spuntarla, perché per gli USA la vera posta in gioco è nel Pacifico, non certo in Europa. Caso mai il problema ce l’ha l’Europa, che rischia una guerra e che, in ogni caso, dovrà gestire praticamente da sola l’ingombrante vicino russo.

La scoperta delle proprietà rinvigorenti dei frutti dell’albero di Coffea, originario dell’antica provincia etiopica di Kefa, viene attribuita a un pastore che osservò come le sue capre fossero più vispe dopo avere mangiato da quell’albero. Furono poi gli Arabi, che cominciarono a coltivarlo nella Penisola arabica, a farci conoscere fin dal Medioevo le proprietà del caffè in infusione. Questo prodotto, raro e costosissimo, conosce una svolta con il colonialismo, quando si scopre la possibilità di coltivarlo in quasi tutti i climi tropicali e subtropicali. La varietà arabica, più leggera come sapore e più povera di caffeina, viene impiantata in Centro e Sud America, mentre quella robusta, dal sapore più forte, viene esportata in Oriente. Dal XVII secolo in poi il caffè entra a far parte della trilogia dei cosiddetti “coloniali”, al vertice del commercio mondiale insieme allo zucchero e al cacao. Il consumo di caffè, e di questi altri prodotti, diventa di massa, si afferma tra i primi consumi globali e vive una continua crescita.

Storicamente il caffè detiene un primato tra le materie prime agricole provenienti da Paesi in via di sviluppo, posizionandosi dietro solo al petrolio per il valore generato: oggi 11,5 miliardi di dollari USA all’anno. Sono oltre 10 milioni le tonnellate di caffè prodotte, equivalenti a oltre 400 miliardi di tazzine, da 125 milioni di persone di 75 diversi Paesi.

Due sono i mercati dove si decide il valore del caffè: New York per la varietà arabica e Londra per la robusta. Ci sono caffè low cost, ad esempio quelli vietnamiti, caffè di qualità altissima come quello delle Blue Mountains giamaicane, caffè “bio” e tanto caffè equo e solidale, cioè prodotto usando criteri di equità nei confronti dei contadini che lo coltivano. Insomma, c’è un mondo intero dietro quella tazzina che è uno degli elementi culturali unificanti a livello globale, se è vero che in Cina, storicamente Paese del tè, il caffè sta progressivamente conquistando le preferenze delle famiglie.

Ora il rischio maggiore che incombe su questo mercato è rappresentato dal cambiamento climatico. Che sta colpendo anzitutto il “gigante” del caffè, il Brasile, che tra gelate e siccità ha perso il 19% del raccolto ed esporterà, si stima, il 37% in meno. Anche la Colombia, secondo produttore mondiale, registra un calo del 22% della produzione. Aggiungiamo la guerra civile in Etiopia, patria storica del caffè, e la riduzione della disponibilità di varietà robusta vietnamita per via delle restrizioni legate al Covid.

Come già i problemi e i cali di produzione del grano, del mais e della carne, anche la “crisi” del caffè ci ricorda la fragilità del mercato mondiale dei consumi di massa, che dipende da pochi Paesi in grado di esportare grandi quantitativi. Paesi che sono sempre più soggetti alle conseguenze del cambiamento climatico e, quindi, alla perdita di produzione. Negli ultimi 12 mesi i prezzi dell’arabica sono balzati da 128 dollari la libbra a 244: un aumento che, sommandosi a quelli dell’energia e della logistica, lascia prevedere un costo della tazzina più caro del 50% tra pochi mesi. Lo stesso sta succedendo per il prezzo del grano e della carne, beni che non si possono certo considerare voluttuari ma di sopravvivenza. La sicurezza alimentare del pianeta è sempre più a rischio perché il cambiamento climatico, oltre a colpire a turno i pochi grandi esportatori di derrate alimentari, riduce ovunque la capacità di autoproduzione.

Il consumo del caffè è anche cultura, e in diverse culture se ne “leggono” i fondi per indovinare il futuro. Oggi però non serve la caffeomanzia per sapere che l’aumento di qualche decimo di euro della tazzina non è soltanto una seccatura, ma ci racconta che il mondo sta andando verso un futuro complesso.

Il fantasma dell’inflazione torna a riaffacciarsi sull’Occidente. Per quest’anno in Europa si prevede un tasso del 5%, il più alto dalla nascita dell’euro, mentre negli USA si dovrebbe toccare il 7%, la percentuale più alta dal 1982. Non è un fenomeno nuovo, anzi: la prima grande ondata di inflazione colpì l’Europa alla fine del ’500 quando l’aumento della popolazione e l’arrivo di ingentissime quantità di oro e argento (depredate dal continente americano dagli spagnoli) fecero salire i prezzi dei beni. Un grande studioso di questi fenomeni fu il premio Nobel John Maynard Keynes, che sottolineò come l’inflazione incida sulla distribuzione della ricchezza concentrando i profitti sul capitale, mentre i salari vengono erosi nel loro valore reale. E, a leggere i dati di questi giorni, si ha conferma dell’esattezza delle teorie che Keynes formulò ai primi del Novecento. Nei primi due anni di pandemia i dieci uomini più ricchi del mondo hanno più che raddoppiato i loro patrimoni, passati da 700 a 1.500 miliardi di dollari; nello stesso periodo 163 milioni di persone sono cadute in povertà. Questi i dati del dossier sulle disuguaglianze in pandemia pubblicato da Oxfam all’apertura del Forum di Davos 2022.

Il ritorno dell’inflazione in Occidente – altrove l’inflazione non era mai scomparsa – è dovuto anche all’emergenza sanitaria e alla politica “Covid zero” attuata dalla Cina. Il grande Paese asiatico si trova a monte praticamente di tutti i processi industriali al mondo, in qualità di fornitore. Al suo interno ha una geografia produttiva caratterizzata da distretti specializzati. Ci sono città che fabbricano semiconduttori, altre specializzate nelle plastiche, altre ancora nelle batterie oppure negli smartphone. La politica del governo cinese per sradicare il Covid è quella di procedere alla chiusura di ogni attività nell’intero distretto urbano, incluse le fabbriche, al verificarsi dei primi casi di positività. È la stessa politica che hanno adottato anche Nuova Zelanda, Australia e Singapore, abbandonandola però all’arrivo dei vaccini. In Cina recentemente sono bastate tre positività a Yuzhou, città di oltre un milione di abitanti, per dichiarare un lockdown “duro”. Ogni città ferma significa un distretto produttivo fermo, e di conseguenza un prodotto che rischia di scarseggiare. Si è formato così un gigantesco collo di bottiglia: la mancanza di rifornimenti dalla Cina sta colpendo diversi settori produttivi nel mondo, con un conseguente aumento dei prezzi di quei prodotti che via via scarseggiano sul mercato. Si aggiunge l’aumento dei costi dell’energia e, di conseguenza, anche della logistica: e l’uscita dalla crisi economica si allontana. Quest’anno la Cina dovrebbe crescere del 4,3%, un ritmo non sufficiente a trainare la crescita globale in modo significativo.

Per superare i colli di bottiglia dell’economia, oggi più che mai servirebbe una cooperazione rafforzata tra gli Stati. Non vi è dubbio, infatti, che questa ondata inflazionaria ha carattere globale: un’ulteriore dimostrazione della forte interdipendenza dell’economia-mondo attuale, nonostante siano in aumento le tensioni internazionali, anche belliche. Ciò che resta una costante, dai tempi di Carlo V a quelli di Keynes, è che quando le cose vanno male c’è sempre qualcuno che ci guadagna: e sono sempre gli stessi.

Il 2022 che si apre potrebbe essere l’anno in cui ci si lascia alle spalle la pandemia oppure la ripetizione del 2021. Abbiamo superato un anno di alti e bassi, passando dall’euforia del pensiero di esserne usciti alla depressione per il ritorno ai grandi numeri dei contagiati. Il punto è che, a due anni dall’inizio della pandemia, si continua a navigare a vista, senza avere risolto nessuno dei problemi che c’erano già e che la pandemia ha potenziato. A cominciare dal cambiamento climatico, non certo influenzato dal virus, bensì dai tentennamenti che si manifestano regolarmente quando arriva l’ora di decidere un cambiamento di rotta, soprattutto sulla sfida energetica. La Cop26 ha messo a nudo le distanze più che i punti in comune. Ora sappiamo che il carbone ci accompagnerà a lungo, che sull’abbandono del petrolio “si vedrà” e che il nucleare è stato rivalutato in versione “energia pulita”. Molti Paesi sfiancati da miseria e disuguaglianze, che sono aumentate ovunque e questo sì per via della pandemia, non considerano una priorità l’ambiente, ma piuttosto il cibo da garantire ai propri cittadini.

La pandemia ha aperto gli occhi ai molti che negli anni avevano assistito quasi muti allo smantellamento dei servizi di base. Sanità pubblica, scuola, reti di welfare erano state lasciate al degrado per favorire i servizi privati, destinati ovviamente a chi se li può permettere. Proprio queste politiche in Africa, America Latina e Asia – a differenza di quanto è successo in Europa – hanno reso il Covid-19 una malattia “di classe”, che ha colpito mortalmente soprattutto chi dipende dalle strutture pubbliche.

Toccare drammaticamente con mano i limiti del sistema ha portato ad alcuni cambiamenti politici. Laddove c’era democrazia e il voto è stato esercitato liberamente abbiamo visto fenomeni di rinnovamento; laddove governano regimi, invece, la situazione è peggiorata. La pandemia ha dimostrato ancora una volta che i problemi di “sicurezza”, che si tratti di terrorismo o di pandemia, sono i migliori alleati di partiti unici, uomini forti e dittatori. In pandemia abbiamo visto anche uno spettacolo inimmaginabile fuori dai film di Hollywood: l’assalto riuscito del Campidoglio statunitense, nel Paese con più armi e polizia in circolazione. 

Ma il 2022 avrà al centro altri temi, oltre alla pandemia e ai rischi per la democrazia. Anzitutto sarà l’anno in cui vedremo se la sfida cinese alla supremazia economica degli Stati Uniti è fattibile. La guerra commerciale aperta da Trump, ancora non totalmente chiusa da Biden, è servita per misurare la forza dei contendenti, protagonisti dell’ordine bipolare che è destinato a subentrare al caos geopolitico attuale. Le due potenze saranno all’altezza? E, soprattutto, saranno in grado di cooperare tra loro per restituire un’architettura sostenibile al mondo? A differenza dello scontro USA-Urss, quello tra USA-Cina è un confronto tra Stati fortemente interdipendenti sul piano commerciale e finanziario, e questo fa la differenza.

L’Europa ha invece problemi più caldi, che non riguardano solo il commercio ma anche la sicurezza. La Russia di Putin e la Turchia di Erdoğan sono vicini sempre più ingombranti e insidiano l’Europa su due fronti, da est e da sud. L’Unione Europea, inconsistente dal punto di vista politico, non è all’altezza di reggere la sfida alle sue frontiere portata da autoritarismi esterni e tantomeno di posizionarsi nella contesa tra USA e Cina. Restare al traino oppure fare un balzo in avanti, rafforzando i legami tra i Paesi membri, è il punto sul quale dibattere. Però la distrazione di massa proposta da un’informazione veicolata soprattutto dai social ci propone un’altra agenda: popolata da influencer, cuccioli di animali simpatici, incidenti tra camion, cuochi dilettanti e stellati e tanto terrorismo sulla pandemia, spesso senza basi scientifiche e soprattutto senza buon senso. Dell’agenda del mondo è meglio non parlare, il dibattito ristagna sulla reperibilità di mascherine o tamponi. Sul Titanic, quando l’orchestra suonava per tirar su il morale dei passeggeri, era almeno chiaro a tutti che la nave stava affondando.

Cosa è fake e cosa è smart nel nostro mondo ormai globalizzato?
Ho provato a rispondere col nuovo progetto editoriale che ho firmato per OGzero. Il mio libro, Siamo già oltre? La globalizzazione tra fake e smart, interpreta le dinamiche della globalizzazione smascherando le fake news in modo puntuale e documentato, indagando sui reali vantaggi della civiltà cosiddetta “smart”. Davanti a uno scenario – confuso e pericoloso – va rivalutato il percorso intrapreso nei primi anni Duemila a Porto Alegre, in Brasile. I forum sociali mondiali di allora erano raduni molto eterogenei in cui movimenti sociali e forze politiche discutevano dei pro e contro della globalizzazione, rifiutando l’idea di chiudersi entro i propri confini. Con questo libro recupero quello spiritu critico che non doveva essere abbandonato. La globalizzazione è bene o male a seconda di come la si governi. e sono mancato proprio i “governanti” della globalizzazione. Nel libro ho analizzato gli scenari della macroeconomia nel suo rapporto con i diritti, le lotte per la terra e l’ambiente, la cultura globale: non tutto ci è stato ancora svelato perché spesso le notizie non riescono a guadagnare i titoli dei giornali, per censura o per conflitto di interessi.

Il libro raccoglie le mie editoriali per Esteri di Radio Popolare e Huffington Post degli ultimi tre anni e altro ancora. Con una prefazione di Chawki Senouci.


Il libro (o l’ebook) può essere prenotato in libreria o acquistato sui canali delle vendite online.

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Nel 2017 Bill Gates, fondatore di Microsoft, lanciò l’idea provocatoria di tassare il lavoro che, in futuro, sarebbe stato svolto dai robot a discapito degli esseri umani occupati nell’industria. Ma il suo allarme fu considerato prematuro e cadde nel vuoto. Invece la sostituzione di manodopera umana con i robot, e più in generale con l’intelligenza artificiale, sta facendo passi da gigante. Si tratta di una riproposizione di ciò che accadde con le delocalizzazioni dell’industria negli anni ’90, quando attraverso il nomadismo delle aziende alla ricerca di Paesi con bassi stipendi si cercava – con successo – di abbattere i costi di produzione. Quei maggiori margini di guadagno, ormai è storia nota, in massima parte non andarono a vantaggio dei consumatori ma si tradussero in capitali accumulati in Paesi esentasse. Ora, con l’introduzione massiccia dell’intelligenza artificiale nei processi industriali, non ci sarà più bisogno nemmeno di migrare: per le aziende, i costi caleranno senza bisogno di uscire dai propri confini.

Secondo diverse indagini, nei soli Stati Uniti nei prossimi anni l’automazione farà perdere dagli 8 ai 15 milioni di posti di lavoro. E in prospettiva, secondo gli esperti, la sostituzione dell’attività umana potrebbe andare a intaccare il 45% circa dei lavori attualmente svolti. Questo processo di erosione dell’occupazione si somma ai costi e alle trasformazioni del sistema produttivo imposti dalla transizione ecologica che i Paesi occidentali, nel tentativo di porre rimedio al cambiamento climatico, hanno giustamente intrapreso. L’industria automobilistica europea, che dal 2035 non dovrebbe produrre più motori termici, potrebbe perdere mezzo milioni di posti di lavoro, solo in parte assorbiti dalla nuova occupazione creata dallo sfruttamento dell’energia rinnovabile. Per non parlare del ciclo industriale del petrolio, che è interessato sia dall’automazione (nella fase di trivellazione), sia dalle ricadute della transizione ecologia (nei settori della raffinazione e distribuzione dei derivati, in declino per via dei cambiamenti nella motorizzazione).

Si pone quindi un problema gigantesco per l’occupazione, paragonabile a quello determinato dalla rivoluzione industriale. Nell’800 i posti di lavoro, eliminati soprattutto nell’agricoltura, erano automaticamente ricreati nell’industria e nei servizi: semplificando, il cocchiere poteva diventare autista, il mezzadro operaio. Anche questa volta l’agricoltura è stata il primo settore nel quale sono comparsi i cambiamenti, con l’introduzione massiccia di macchinari che hanno ridotto al lumicino l’occupazione nel settore cerealicolo e dell’allevamento, risparmiando solo – almeno per ora – il ciclo della frutta e degli ortaggi. La differenza è che oggi il combinato disposto di irruzione dell’intelligenza artificiale nei cicli produttivi e decarbonizzazione del settore energetico sembra destinato a creare un duplice problema: dove troveranno impiego le persone che perdono i posti di lavoro? E come si potrà reggere un sistema pensionistico e di welfare in cui i “sostituti” dei lavoratori non verseranno contributi?

Questo è uno degli aspetti bui delle rivoluzioni green e smart. Tutto il dibattito si concentra sugli aspetti ambientali e sulle questioni produttive, raramente tocca l’aspetto occupazionale, quasi mai allarga il campo fino a comprendere le ricadute sulla società nel suo complesso.

L’ottimismo della volontà, largamente profuso dalla pubblicistica aziendale, non basta. Le promesse dei populisti della Silicon Valley sul futuro radioso dell’umanità, che sarebbe garantito a patto di usare i loro prodotti, non sono sostenute dai dati di fatto. Quella proposta di Bill Gates, di introdurre un prelievo fiscale extra per le imprese che costruiscono i robot e per quelle che li utilizzano al posto dei lavoratori, è rimasta un fatto isolato, nascosto nel silenzio generale. Si continuerà a ignorarla finché l’agenda della globalizzazione ci costringerà a recuperare e ad aprire questo capitolo: ma probabilmente ciò accadrà quando i problemi saranno già grandi e bisognerà ricorrere a criteri emergenziali. 

Vent’anni di Brics

Pubblicato: 13 dicembre 2021 in Mondo
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Nel 2001 Jim O’Neill, il socio di Goldman Sachs responsabile del settore di ricerche sull’economia globale, usò per la prima volta l’acronimo Bric per indicare Brasile, Russia, India e Cina. Secondo O’Neill, queste erano le economie destinate a crescere più velocemente nel primo decennio del XXI secolo. La sua analisi partiva dalla semplice constatazione che nel 2000 il PIL a parità di potere d’acquisto dei Paesi Bric equivaleva a un quarto del PIL mondiale, e che il trend era in veloce crescita. Nel 2009 gli stessi Paesi formalizzarono la loro associazione. In realtà avevano già cooperato in precedenza: ad esempio durante il Vertice di Cancun del WTO del 2003, dove erano riusciti a bloccare il Doha Round che aveva al centro l’agricoltura e il protezionismo. Ancora prima, nel 1999, avevano esercitato una forte pressione sulle potenze occidentali ottenendo l’istituzione del G20, oggi ben più importante del G7. Nel 2011 nel club dei Bric fu incluso anche il Sudafrica – più che per motivi di peso economico, perché mancava uno Stato in rappresentanza dell’Africa – e l’acronimo del gruppo divenne Brics.

A distanza di vent’anni, le previsioni di O’Neill non si sono rivelate pienamente esatte. È vero che oggi i Brics sono, nell’insieme, più potenti di prima, ma questo si deve essenzialmente alla Cina, che ha battuto ogni record di crescita economica e geopolitica. L’India ha “tenuto”, camminando con il suo ritmo lento e progredendo sotto tanti aspetti, soprattutto sociali. Invece Russia e Brasile contano meno di vent’anni fa. Entrambi gli Stati hanno pagato il conto delle crisi altrui, essendo esportatori netti di materie prime alimentari o energetiche, ma ha avuto un peso anche la politica: il Brasile di Bolsonaro si è autoisolato, la Russia di Putin ha concentrato le risorse nel mantenimento di un apparato militare sproporzionato rispetto alla struttura economica del Paese.  Inoltre Brasile e Russia sono fortemente dipendenti dagli acquisti del loro “socio” cinese. Questa situazione ha fatto mutare la natura dei Brics, nel senso che non si tratta più di un club tra pari (o quasi), com’era all’inizio, bensì di un gruppo di Stati che gravita attorno a un solo socio, la Cina. Finora i Brics sono stati utili per creare una massa critica che agevolasse l’emergere della Cina: il punto da chiarire per il futuro di questa aggregazione è se oggi essa abbia ancora senso per Pechino.

Gli Stati Uniti hanno scelto chiaramente come antagonista la Cina, da sola. E il mondo sta entrando velocemente in una fase di bipolarismo, sia pure dalle caratteristiche diverse rispetto a quello della Guerra Fredda, nel senso che i due contendenti, in un’economia globalizzata, sono fortemente dipendenti l’uno dell’altro. Invece India, Russia e Brasile rimangono potenze regionali, nel caso russo con qualche pretesa su scala più vasta.

Si ripete quindi, anche nel sodalizio dei Brics, la dinamica che si è verificata nel G7, dove ci sono gli USA che dirigono e sei gregari che seguono. Ma le superpotenze, quando si misurano tra loro, in pratica lo fanno da sole: lo si è visto sia alla Cop26, con il documento di intesa sul clima firmato tra USA e Cina senza che nessuno ne fosse al corrente, sia poche settimane prima, quando Washington ha lanciato l’alleanza ANKUS per militarizzare il Mar della Cina prendendo alla sprovvista la Francia e tutta l’Unione Europea. Da sempre le grandi potenze sono fatte così: danno vita a intese con gli alleati quando sono in posizione di svantaggio, per procedere da sole non appena si sentono forti. E questa è una fase in cui entrambe le superpotenze si sentono forti. Perciò è facile prevedere che stanno arrivando tempi difficili per i vari club internazionali.

(Osaka – Japão, 28/06/2019) Presidente da República, Jair Bolsonaro, durante foto de família dos Líderes dos BRICS. Foto: Alan Santos / PR

Una delle ricadute della pandemia che più hanno spaventato la politica è stata la messa a nudo di un rischio finora negato: il rischio, cioè, che la suddivisione internazionale della produzione fosse diventata un vulnus per la sovranità dei Paesi. Con sorpresa, la politica ha verificato che quando non si controlla più il ciclo industriale – perché delocalizzando si è dato il via all’industrializzazione di altre regioni del pianeta – la posizione di forza che in passato era esclusiva dei Paesi occidentali passa in altre mani. In un primo momento il problema era l’approvvigionamento di mascherine, guanti chirurgici e dei vari supporti per garantire il distanziamento, rigorosamente made in China; ora è la carestia dei semiconduttori che servono per fabbricare quasi qualsiasi cosa. L’Europa ha scoperto che è solo cliente di un mercato che vede Taiwan, Corea del Sud e Cina in posizione quasi monopolistica e sta discutendo un cambio di rotta che sarebbe stato imprevedibile ancora nel 2019.

L’annuncio della commissaria europea per la Concorrenza Margrethe Vestager è stato chiaro: la Commissione non soltanto continuerà a finanziare i progetti di ricerca e sviluppo sui semiconduttori ma prevede di sovvenzionarne anche la produzione. Insomma un ritorno alla vecchie pratiche del protezionismo, che ha aperto un vivace dibattito tra gli stati membri. I Paesi Bassi ad esempio, alfieri del libero mercato, scalpitano perché una corsa ai sussidi andrebbe a vantaggio degli Stati più grandi. Ipotesi realistica visti i piani di Intel, il gigante statunitense del settore che prevede di investire 30 miliardi di dollari per la produzione di microchip in Europa dividendoli tra la Germania (alla quale andrebbe la produzione), la Francia (per la ricerca) e l’Italia (per il confezionamento). La Germania si è spinta oltre, lanciando l’idea di creare un Fondo Sovrano Strategico dedicato ai semiconduttori che all’Europa costano oggi 44 miliardi all’anno, cifra che entro il 2030 toccherà gli 80 miliardi di spesa. Non è una questione solo di soldi, anche se tanti, ma anche e soprattutto di sovranità. Non è pensabile sostenere un’industria europea, da quella delle lavatrici fino a quella dei satelliti, senza produrre nemmeno un semiconduttore. Soprattutto è un grande rischio dipendere per il rifornimento da un Paese non riconosciuto e dal futuro incerto come Taiwan.

La voglia di riprendersi le produzioni strategiche non è sentita solo in Europa. Negli Stati Uniti è stato appena finanziato con 52 miliardi di dollari un capitolo specifico dell’Innovation and Competition Act dedicato ai semiconduttori, per rinforzare il settore allentando la dipendenza dai produttori asiatici.

Il mondo post-pandemico continua a stupire gli analisti perché si sta tornando a percorrere strade che nella narrazione della globalizzazione si davano per scomparse. Protezionismo, incentivi per il ritorno delle imprese, sovvenzioni, dazi. Tutti strumenti tipici della politica degli Stati. Ed è questo il protagonista della fase che si sta aprendo: lo Stato che non soltanto protegge i cittadini con i vaccini e con le limitazioni, non solo sostiene imprese e lavoratori indebitandosi, ma ora sta anche ridisegnando il mercato. Da qui derivano anche le difficoltà nel raggiungimento degli obiettivi di Parigi sul clima. Nessuno vuole regalare vantaggi ai concorrenti, anche se le conseguenze ambientali ricadranno su tutti.

Il mondo post-pandemia, ammesso che si possa considerare il Covid come un problema risolto, assomiglierà solo in parte a quello di prima. Nessuno si sarebbe mai immaginato che, in così pochi mesi, la delega in bianco che la politica consegnò all’economia 30 anni fa sarebbe stata ritirata. E questo può essere un bene, ma insieme è anche un grande rischio. 

Le migrazioni umane risalgono alla notte dei tempi, a quando l’Homo sapiens si spinse fuori dalla natia Africa fino a conquistare ogni angolo della Terra. Una migrazione avvenuta a piedi, che man mano creava insediamenti e sottraeva spazi al mondo animale. Negli imperi del passato esistevano migrazioni, volontarie o forzate, che erano il risultato di conquiste territoriali e consolidavano un modello agricolo, economico e culturale. Migrazioni dovute anche a motivi climatici, per esempio in concomitanza dei periodi glaciali, determinarono la fine di Stati che sembravano eterni, come l’Impero romano. Imponenti movimenti di popoli si svilupparono attraverso i mari, come la grandiosa espansione dei popoli polinesiani nel Pacifico o, dal XV secolo in poi, quella degli europei lungo le rotte del colonialismo nascente. Ci sono stati migranti per motivi religiosi, come i puritani in America settentrionale e gli olandesi in Sudafrica; per conquistare nuove ricchezze e terre agricole strappandole ai popoli originari, come in America meridionale; o per superare ancestrali ingiustizie, con radici risalenti al Medioevo, come nella grande ondata che dalla metà dell’Ottocento svuotò intere regioni povere di Irlanda, Spagna, Portogallo e Italia.

Nel corso del Novecento i movimenti migratori cambiano direzione: dalla direttrice Nord-Sud si spostano su quella Sud-Nord. Da continenti che avevano ricevuto migranti europei (Africa, America centro-meridionale, parte dell’Asia) cominciano a partire migranti verso i Paesi del Nord, diventati più ricchi ma entrati in recessione demografica. L’invecchiamento della popolazione ha liberato milioni di posti di lavoro: l’economia di questi Stati richiede manodopera giovane e disposta a lavorare nell’industria e nell’agricoltura, poi anche nei servizi alla persona. Questa rimane una delle grandi contraddizioni dei flussi contemporanei di migrazione: sono vitali per l’andamento dell’economia dei Paesi più avanzati, ma questo loro ruolo non viene riconosciuto. Anzi, si dà vita a contraddizioni giuridiche, discriminazioni, talvolta strumentalizzazioni politiche.

Nella lunga storia delle migrazioni, il fatto di assoluta novità emerso in tempi recentissimi è l’uso dei migranti come arma di ricatto o come strumento per destabilizzare altri Paesi. È stata la Turchia a inaugurare questa fase, “monetizzando” l’accoglienza dei profughi siriani sul suo territorio per ottenere fondi europei e garantirsi immunità riguardo la svolta autoritaria in corso nel Paese. Anche il Messico vive una situazione paragonabile. Da terra di emigranti è diventato Paese di passaggio per i profughi centroamericani che vogliono entrare negli Stati Uniti: e ciò gli ha fornito un nuovo strumento per ottenere vantaggi da Washington. Ora è il turno della Bielorussia, che scaglia contro le frontiere polacche la forza d’urto di migliaia di migranti, allo scopo di calmierare le sanzioni contro il regime di Minsk imposto dall’Unione Europea. Sta seguendo la linea vincente della Turchia. Nel suo piccolo, anche la Libia in mano alle bande armate tiene sotto ricatto l’Italia, e incassa lauti aiuti. E il Marocco negozia con la Spagna per la sicurezza delle roccaforti spagnole di Ceuta e Melilla, prese d’assalto da giovani che vorrebbero entrare in Europa.

Questo mix esplosivo di autoritarismo e disperazione mette in seria difficoltà i Paesi presi di mira. Perché non si può sparare contro i civili, e l’opinione pubblica sopporta sì la presenza di lager e che si lasci la gente al freddo d’inverno, ma solo lontano dai propri confini. E poiché oggi i confini sono soltanto una convenzione, alla fine si negozia. È una triste realtà che non si riesce a superare e alla base della quale ci sono da un lato il fallimento dei Paesi dai quali la gente vuole solo scappare e dall’altro l’ipocrisia dei Paesi che credono sia possibile un mondo con isole di benessere accerchiate da un mare di disperazione. Un mondo che diventa sempre più simile ai quartieri chiusi latinoamericani per soli ricchi, dove si vive fingendo che tutto funzioni e di essere sicuri, ma solo perché al confine ci sono il filo spinato e le guardie armate a difendere la tranquillità.

epa09583235 A handout photo made available by Belta news agency shows asylum-seekers, refugees and migrants gathering at the Bruzgi-Kuznica Bialostocka border crossing, Belarus, 15 November 2021. Asylum-seekers, refugees and migrants, who arrived at the Belarus-Poland border checkpoint of Bruzgi-Kuznica Bialostocka, reportedly broke through part of the barriers set up by Poland. Migrants from the Middle East began to leave the spontaneous camp set up near the border. It was noted that a large convoy of migrants, accompanied by Belarusian security officials, went out towards the frontier checkpoint Bruzgi. Since 08 November, several thousand migrants have been trying to enter the EU and have set up camp in a forest belt adjacent to the border. EPA/OKSANA MANCHUK/BELTA HANDOUT HANDOUT EDITORIAL USE ONLY/NO SALES HANDOUT EDITORIAL USE ONLY/NO SALES

Dopo l’aumento dei prezzi dei combustibili fossili, dei minerali e della logistica, dopo la carestia di microchip, ecco che si profila l’ultimo tassello di una crisi che ha sicuramente a che fare con la pandemia, ma che è figlia, forse in parti uguali, anche del cambiamento climatico: il grano ha raggiunto sul mercato di Parigi il prezzo massimo storico, su quello di Chicago il massimo dal 2012. Il grano tenero, che un anno fa costava 213 dollari USA alla tonnellata, attualmente ne vale 283; il grano duro, che si usa per la pasta, ha toccato i 550 euro sulle borse europee. In Italia l’aumento del costo grano duro in un mese è stato dell’80%, del 135% se parametrato ai valori medi degli ultimi cinque anni. Nel caso del grano duro, l’impennata è stata provocata non soltanto dall’aumento dei prezzi di combustibili, fertilizzanti, trasporti e logistica, come nel caso del grano tenero, ma anche dalla disastrosa estate del primo produttore mondiale, il Canada, dove le temperature elevate (con punte di 40 °C) hanno compromesso seriamente il raccolto autunnale. Secondo le stime di Ottawa, quest’anno l’export canadese calerà del 45%, mentre si registrano cali consistenti nelle produzioni italiana e statunitense, mai così basse dal 1961: gli USA hanno prodotto appena un milione di tonnellate a fronte dei quasi due milioni dello scorso anno. A questo panorama si aggiungono le politiche neo-protezionistiche applicate dalla Russia, primo produttore mondiale di grano tenero, che dopo un raccolto scarso per via del clima sta applicando maggiori tasse all’export.

Ci sono quindi, mescolati tra loro, tutti quei fattori che già in passato sovrapponendosi l’un l’altro hanno provocato sommovimenti geopolitici: cambiamento climatico e calo produttivo, aumento del costo dei combustibili e della logistica, politiche protezionistiche. Come al solito il tappo dovrebbe saltare in Nordafrica, macroregione che è importatrice netta di grano duro per la produzione di cous-cous, e dove ciclicamente si verificano rivolte del pane: secondo una lettura diffusa per quanto opinabile, sarebbero state il detonatore anche delle cosiddette primavere arabe. L’Egitto, primo importatore mondiale di grano, sta già rivedendo le sue politiche di sovvenzione del prezzo del pane in preparazione dell’inevitabile aumento. Per molti Paesi più poveri il rischio è che l’aumento dei prezzi delle farine di grano provochi vere e proprie carestie. Ed è questo uno degli aspetti meno considerati anche da parte degli ambientalisti che in questi giorni si sono dati appuntamento a Glasgow: la sicurezza alimentare è sempre di più in bilico.

Da una parte il grande agrobusiness è uno dei settori che più incidono negativamente sul cambiamento climatico: l’intera filiera della produzione e trasformazione del cibo pesa per il 25% sulle emissioni di gas serra. Dall’altra, non esiste agricoltura domestica o periurbana che possa produrre, allo stato attuale, la quantità di grano necessaria per sfamare i Paesi che non ne producono. Il punto è che a livello mondiale i grandi esportatori sono solo sei o sette, e si tratta di Paesi sempre più esposti al cambiamento climatico. Sta qui la grande contraddizione della moderna agricoltura: impatta negativamente sul problema del cambiamento climatico ma positivamente su quello della fame nel mondo. Il nodo ancora non è sciolto perché, volendo mantenere i volumi attuali di produzione, la riconversione del settore risulta difficile se non impossibile. Nel frattempo, prepariamoci all’aumento della pasta e della pizza, ma anche alle rivolte che inevitabilmente scoppieranno laddove con il grano si sopravvive, e non se ne può fare a meno.