Archivio per marzo, 2026

L’unico a parlarne, in tempi non sospetti, fu Bill Gates in un’intervista rilasciata a Quartz nel 2017, quando affermò che, se un robot svolgesse lo stesso lavoro di un essere umano, l’azienda che lo utilizza dovrebbe essere sottoposta a una tassazione simile a quella del costo del lavoro umano. Gates evocava in pratica una “robot tax”, con la quale finanziare la formazione dei lavoratori rimasti disoccupati, sostenere quei settori dove la mano umana resta imprescindibile, puntellare il sistema generale di welfare e quello pensionistico.

Oggi la rivoluzione combinata tra robotica e IA sta producendo un terremoto in diversi settori produttivi, nei quali la presenza umana diventa man mano meno redditizia, vista la capacità raggiunta dall’IA di fare le stesse cose, anche meglio, a costi nettamente inferiori. Lo stesso vale per la robotica, soprattutto nei cicli industriali. E siamo solo agli inizi: per i prossimi dieci anni si prevedono la sostanziale scomparsa di varie figure professionali e una drastica riduzione del bisogno di manodopera nei sistemi industriali e in buona parte di quelli agricoli. Siamo di fronte a una rivoluzione che non si può paragonare a quella prodotta dalla diffusione dell’energia elettrica o dall’avvio della motorizzazione. I cocchieri, i lampionai, i tessitori che restavano senza lavoro potevano trovare impieghi diversi, nati con la rivoluzione industriale; l’IA e la robotica, invece, non creano nuovi mestieri, se non quelli strettamente necessari per fabbricarli e programmarli. In prospettiva, le professioni che resteranno a carico degli umani, almeno per ora, riguardano i servizi di cura alle persone, l’artigianato di fascia alta e poco altro.

In questo contesto, finora ignorato dalla politica, arriva l’iniziativa imprenditoriale di Jeff Bezos che sarebbe intenzionato a dar vita al più grande fondo di investimenti nel settore tecnologico mai esistito. Si parla di cento miliardi di dollari per acquistare aziende industriali tradizionali e aumentarne l’efficienza e i margini attraverso l’integrazione di sistemi di IA. Traducendo dall’industrialese, con l’IA si riuscirebbe ad aumentare l’efficienza e far impennare i profitti a discapito dell’occupazione umana, che nelle industrie così trasformate crollerebbe di sicuro. Su questo punto, nello scorso novembre, in Italia una sentenza del Tribunale di Roma ha confermato che la sostituzione di un lavoratore con l’IA può configurare un “giustificato motivo oggettivo” di licenziamento se legata a una riorganizzazione aziendale. Questo orientamento vale ovviamente ancora di più in quei Paesi dove il licenziamento non deve nemmeno essere giustificato, come gli Stati Uniti.

E così ci apprestiamo ad arrivare velocemente al punto critico, anche e soprattutto per quei miliardari della Silicon Valley che guidano il mondo dell’IA: quando quelle persone che l’intelligenza artificiale sta lasciando senza lavoro e senza reddito non potranno più consumare i prodotti fabbricati dai robot, di quanto scenderanno i mercati globali? Inoltre, cosa sarà di una massa di disoccupati che tra 10 anni, secondo alcune stime, sarà tra il 30 e il 40% della forza lavoro? Chi fa business dovrebbe trovare una risposta, almeno per quanto riguarda il calo dei consumi. Ma, in assoluto, sarebbe compito della politica affrontare queste domande, perché la rivoluzione in corso mette in gioco il destino della società a livello mondiale. L’inadeguatezza delle attuali classi dirigenti si può misurare su due temi: la deliberata paralisi nella risposta ai cambiamenti climatici e il fingere che non esista la rivoluzione introdotta dall’IA.

All’improvviso, mentre viaggiamo per l’Europa, varcato il confine tra due Paesi le nostre app smettono di funzionare, i dati che abbiamo archiviato nel cloud non sono più raggiungibili e l’assistente virtuale non riconosce più la nostra lingua. Potrebbe sembrare una distopia, buona per una nuova serie televisiva, ma tra poco potrebbe diventare realtà. Da quando è nato, il mondo digitale ha promesso di abbattere i confini tra gli Stati: una nuvola senza confini, una rete capillare che avrebbe unito tutti in un unico ecosistema. O meglio, quasi tutti, perché grandi Paesi come la Cina hanno eretto precoci barriere per impedire il contatto tra gli utenti nazionali e il resto del mondo. Ma il punto è che oggi tanti governi del mondo democratico stanno costruendo “muri di codici” per garantire la sovranità dei dati, inaugurando una nuova tipologia di protezionismo che farà diventare la rete una galassia di isole mal connesse tra di loro. È un fenomeno che gli esperti chiamano “Splinternet”: iniziato per garantire la privacy degli utenti e la sicurezza nazionale, sta progressivamente diventando una questione geopolitica finalizzata a controllare i dati dei propri cittadini prima che vengano carpiti da altri. Dati che riguardano sì la profilazione a scopo pubblicitario ma anche, in prospettiva, la democrazia stessa. Lo stiamo vedendo drammaticamente in Paesi, come la Corea del Nord o l’Iran, dove addirittura l’accesso alla rete non è garantito durante manifestazioni delle opposizioni. Secondo le rilevazioni dell’UNCTAD e del World Economic Forum, nel 2026 è stata superata la soglia dei 100 Paesi che hanno sancito norme restrittive sulla localizzazione dei dati, con un aumento di quasi il 50% rispetto a 5 anni fa. Discorso simile vale per le restrizioni geografiche sui flussi dei dati: un decennio fa riguardavano solo il 10% delle informazioni, oggi il 40%.

Stiamo assistendo alla nazionalizzazione della nuvola e i motivi sono complessi e ancora poco noti. Responsabili sono in primis i governi, perché temono che i loro dati sensibili siano carpiti da Paesi ostili pronti a lanciare attacchi informatici, ma anche perché i dati, se localizzati, danno vita a un mercato valutato oggi in 150 miliardi di dollari. C’è poi anche una ragione di mercato nazionale: se i dati di un Paese non sono disponibili pubblicamente oltre i suoi confini, le grandi aziende devono investire localmente in data center regionali che generano posti di lavoro. La Cina, come detto, con la sua Great Wall ha creato un mondo digitale parallelo di app e servizi. La Russia ha testato con successo la propria “Runet” per disconnettersi dal resto del mondo. L’Unione Europea, con il Data Act e il GDPR, ha definito uno standard etico che, seppur nobile nelle aspirazioni, agisce come una barriera invisibile: il 70% delle startup europee dichiara che la conformità normativa è oggi il principale ostacolo all’espansione nei mercati extra-UE.

Internet rischia quindi di diventare una serie di intranet nazionali, frammentando il mondo digitale e fermando l’innovazione. Per i cittadini, invece, il sovranismo digitale potrebbe portare a rincari degli abbonamenti a tutti i servizi, perché le aziende sarebbero obbligate a duplicare le infrastrutture in ogni continente per rispettare le legislazioni locali. Ovviamente nessuno si sta davvero impegnando per trovare un compromesso fra tutela dei dati e architettura della rete, mentre la guerra silenziosa tra Stati, e tra Stati e grandi operatori economici, è appena iniziata.

Nel secondo mandato di Donald Trump, la Casa Bianca ha smesso di apparire come la cabina di regia di una democrazia liberale per assomigliare, sempre più, a un ufficio di private equity globale. Se durante il primo mandato si parlava di “transazionalità”, nel 2026 il lessico è cambiato. Analisti e osservatori internazionali parlano ormai di una dottrina “tributaria”: non si tratta più di negoziare con i leader stranieri, ma di decidere chi è autorizzato a gestire gli asset nazionali, dal petrolio venezuelano alle infrastrutture energetiche. Il caso del Venezuela è la prova regina del nuovo metodo Trump. Il sequestro di Nicolás Maduro nel gennaio 2026 non è stato presentato come una missione di regime change in nome della democrazia, ma come un’operazione di “messa in amministrazione controllata”. Per Trump, il Venezuela era un’azienda in fallimento gestita da un management incompetente e corrotto. La sua visione non è mai stata quella di organizzare libere elezioni, quanto piuttosto di rimuovere i “proprietari” uscenti per rimpiazzarli con figure che garantissero la stabilità degli estrattori americani. Con Delcy Rodríguez, infatti, pare abbia trovato ciò che cercava. È un pragmatismo brutale: il leader straniero è un subappaltatore. Se non performa, viene licenziato; se resiste, viene rimosso fisicamente.

Verso Teheran, la strategia ha imboccato una strada ancora più radicale. Qui Trump non cerca un accordo, cerca una tabula rasa. Le recenti operazioni militari, che hanno smantellato gran parte dell’apparato di difesa iraniano, indicano una volontà di “cancellare” l’attuale vertice decisionale. La retorica trumpiana è chiara: “Voglio qualcuno di razionale al comando”. Per Trump, la legittimità non deriva dal voto popolare o dal consenso interno, ma dalla capacità di chiudere un accordo. Se l’attuale leadership non è disposta a firmare, viene considerata un ostacolo agli interessi statunitensi e, di conseguenza, un bersaglio. Non si elegge il successore tramite le urne; si crea un vuoto di potere così profondo che la sopravvivenza del regime diventa impossibile, costringendo il paese a una ristrutturazione forzata.

Mentre Venezuela e Iran hanno già subito l’intervento di Washington, Cuba resta, nelle parole di Trump, un capitolo “in attesa di chiusura”. Per la Casa Bianca, l’isola non è un nemico strategico nel senso bellico del termine, ma un residuo ideologico che ha smesso di generare profitto. La pressione su L’Avana è diventata un’ossessione che rasenta la gestione immobiliare: Trump parla spesso dell’isola come di un potenziale “asset” di lusso che necessita di un restyling totale. La sua idea di “eleggere” i leader cubani passa per il collasso economico del modello attuale, spianando la strada a una classe dirigente che veda nell’integrazione con gli USA l’unica opzione di sopravvivenza.

La sintesi di questa dottrina è semplice e spiazzante allo stesso tempo. Le organizzazioni internazionali sono viste come burocrazie inutili che impediscono la trattativa diretta. La minaccia militare non serve a conquistare territorio, ma a forzare la negoziazione. Ogni Capo di Stato straniero è valutato in base alla sua “fedeltà” al sistema di scambi americano, non importa se a capo di una democrazia o di un regime. Per questo si può concludere che Donald Trump ha superato i suoi predecessori, nemmeno accennando alla cosiddetta “esportazione della democrazia”; vuole imporre un modello di business. Il mondo, per lui, non è un’assemblea di nazioni sovrane, ma una holding dove l’amministratore delegato risiede a Washington e il suo compito principale è sostituire i manager che non producono i dividendi sperati a favore della capogruppo.

Mentre il caos è diventato il metodo di governo globale, la corsa alle armi che si è scatenata in tutto il mondo sta facendo riemergere un problema del quale da un po’ di tempo non si parlava più: quello del debito. Nel 2025 l’indebitamento globale ha battuto tutti i record raggiungendo i 348mila miliardi di dollari, spinto dall’aumento della spesa pubblica dovuto agli investimenti in due settori, quello dei data center e, soprattutto, la difesa. A guidare la classifica dell’indebitamento sono gli Stati Uniti, la Cina e i Paesi dell’area euro, che insieme hanno prodotto quasi tre quarti del nuovo debito mondiale. La novità che emerge dall’ultimo Global Debt Monitor, rilevazione condotta dall’Institute of International Finance, è che la parte del debito in capo alle famiglie e alle imprese è scesa ai livelli pre-covid, mentre continua a crescere la quota dovuta ai governi. Negli Stati Uniti, dove l’attuale amministrazione aveva promesso di smontare il “mostro” della spesa federale, quest’ultima ha fatto crescere il debito che, in proiezione, dovrebbe raggiungere il 120% del PIL nazionale nei prossimi anni. Il report rimarca anche il peso degli investimenti nell’Intelligenza Artificiale, che molti considerano una bolla speculativa, compiuti senza certezze sull’eventuale rientro economico.

Siamo di fronte a un ritorno ai tempi della spesa pubblica allegra, quelli in cui non si teneva conto del pareggio di bilancio né del peso scaricato sulle generazioni future; si cancellano così le dottrine economiche degli ultimi decenni, che auspicavano la riduzione del costo dello Stato a favore della centralità del libero mercato. Oggi, infatti, il mercato che “tira” è fortemente sovvenzionato dal denaro pubblico, che finanzia i settori delle armi e dei data center, ma anche i prodotti agricoli e dispensa incentivi fiscali. Questa tendenza si può fare risalire alla pandemia, quando il mercato si dimostrò incapace di gestire da solo una crisi di simile portata e gli Stati tornarono prepotentemente ad acquistare centralità non soltanto nel definire le politiche di sicurezza, ma anche sul piano economico.

Oggi, a differenza di 50 anni fa, gli Stati maggiormente indebitati sono i motori dell’economia mondiale e non più Paesi periferici, ma rimane valido il principio che l’indebitamento non può essere illimitato: è sostenibile finché gli acquirenti dei titoli di debito considerano affidabile chi li emette. Per questo la de-dollarizzazione oggi in corso tra i Paesi Brics spaventa più dei droni. Un abbandono del dollaro quale moneta di riserva porrebbe il problema gigantesco del costo della potenza americana, che resta sostenibile finché i titoli emessi da Washington vengono acquistati da terzi. È un equilibrio fragile che rischia di incrinarsi se non viene ridimensionata soprattutto la spesa militare.

Era questa la promessa elettorale di Donald Trump: tagliare la spesa federale, evitare di spendere soldi per spegnere incendi in giro per il mondo. Finora però la sua amministrazione ha fatto l’esatto contrario, e i dazi che in teoria avrebbero dovuto dare respiro ai conti sono stati dichiarati illegittimi. Questo rebus, se non risolto, in un futuro prossimo sarà foriero di grandi novità, e non soltanto negli Stati Uniti. Il problema riguarda anche il codazzo di Paesi che, per ideologia o per paura, assecondano questa corsa alla spesa e al debito per finanziare una politica globale che ha prodotto solo caos e lutti.