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In questo anno infausto tutto pare andare in frantumi: l’economia, le relazioni internazionali, l’ambiente, la società. E non è solo una questione di percezione individuale. I dati, le statistiche, le previsioni confermano che effettivamente sul mondo si è scatenato un combinato disposto di pandemia, crisi economica e cambiamento climatico con pochi precedenti nella storia. Come in una pentola a pressione, per ora il vapore fuoriesce dalla valvola, ma il fischio è sempre più forte.

All’emergenza sanitaria ed economica si aggiungono l’aumento delle tensioni razziali, il riaccendersi di conflitti dimenticati, il rigurgito terroristico, la dissoluzione di qualsivoglia ordine internazionale. Intanto si allarga sempre più, fin quasi a spaccare molte società, la distanza tra chi ha di più e chi ha molto di meno. Anche la politica, in quella minoranza di Paesi in cui vige almeno formalmente la democrazia, sta mutando pelle. Ritornano i populismi, la libertà di stampa e la separazione tra i poteri vengono visti con fastidio crescente, la contesa politica non si basa più sul confronto di idee ma sugli insulti tra i protagonisti.

La campagna elettorale per le elezioni presidenziali negli Stati Uniti ha dato la cifra della decadenza in corso: insulti, fake news, strategia della paura, esibizione muscolare di armi da fuoco, pronostici apocalittici nel caso di vittoria dell’uno o dell’altro candidato, delegittimazione dell’avversario. I cittadini non hanno scelto tra due idee diverse sulla società e sul Paese, ma tra due Paesi sempre più lontani fra loro, che però convivono nello stesso territorio e sotto la stessa bandiera. Una grande democrazia fratturata in un mondo fratturato. E qui torna d’attualità una parola fin troppo abusata negli ultimi anni: resilienza. Il termine deriva dalla fisica e dall’ingegneria, dove indica la capacità di un materiale di assorbire un urto senza rompersi. Poi la psicologia e la sociologia lo hanno adottato, cominciando a parlare di persone o società resilienti, cioè in grado di incassare brutti colpi senza spezzarsi. In questi mesi è l’intero mondo che è sottoposto a una prova di resilienza. Ma appellarsi al concetto di resilienza è solo una risposta parziale, in un momento così complesso.

Quella pentola a pressione che è il mondo attuale riuscirà a smaltire il calore in eccesso senza esplodere? È una domanda alla quale nessuno può rispondere. Quel che è certo è che all’odierna società umana non basta resistere al colpo inferto dalla congiuntura: occorre reagire, aprendo una stagione di riforme locali e globali che impediscano il ripetersi delle emergenze. Anzitutto sul clima. Non è sufficiente adeguarsi ai cambiamenti climatici, perché questi ultimi diverranno sempre più devastanti. Bisogna agire per mitigarli, ridurne la pericolosità, e ciò implica un cambiamento radicale delle abitudini e della cultura dei consumi. Insomma, non basta la resilienza per uscirne, e questo è bene saperlo e metterlo in conto.

Oggi sappiamo che la retorica della globalizzazione degli anni Novanta del secolo scorso, quella che pronosticava un futuro migliore per tutti, era fallace. E il fallimento di quella prospettiva si deve in gran parte a una politica che non è mai stata all’altezza dei cambiamenti man mano verificatisi, anche se per centinaia di milioni di persone la globalizzazione ha davvero rappresentato una grande opportunità. È nato così un mondo nuovo guidato da una politica vecchia, anzi, ultimamente vecchissima. Una politica senza orizzonti se non la sopravvivenza, anzitutto di se stessa. Molto resilienti appunto, ma nella peggiore accezione del termine. L’auspicio è che la pandemia e l’emergenza climatica portino a liberare la politica dalla politica intesa solo come arte del governare. È tempo di una nuova stagione di sognatori con i piedi per terra, di idealismo pragmatico. È tempo di riforme e anche di rivoluzioni non più rinviabili.