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Come era già avvenuto nell’Europa colpita dalla peste nera nel XIV secolo, anche la pandemia del 2020 ha, tra i suoi lasciti, il rafforzamento e la crescita di particolari attori economici.

La peste nera fu uno dei fattori di decollo del capitalismo, agevolando la concentrazione della produzione tessile in singole imprese sempre più grandi, che gestivano da sole tutta la fase del ciclo di lavoro, dalla coltivazione del lino alla proprietà dei telai fino alla commercializzazione dei tessuti. Oggi la filiera dei “vincenti” è più complessa, ma ripete quella stessa logica. Sono le grandi corporation a fare la parte del leone, mentre sprofondano il piccolo commercio, l’artigianato, le piccole e medie imprese. In prima fila ci sono i supermercati, che dispongono di grandi capacità logistiche, di ampi spazi per garantire il distanziamento e di personale da adibire alle nuove funzioni di prevenzione sanitaria. Ma, parlando di commercio, ancora più importante è il boom delle piattaforme online, che hanno potuto continuare a vendere qualsiasi prodotto anche durante le chiusure più rigide dettate dal lockdown. Jeff Bezos, proprietario di Amazon, dall’inizio del 2020 ha visto crescere il suo patrimonio personale di 25 miliardi di dollari.

Altra vincitrice è stata l’industria dell’intrattenimento in streaming: non solo le piattaforme che consentono di vedere film e serie TV a pagamento, come Netflix o Amazon Prime, ma anche YouTube e Google, con i suoi servizi di distribuzione digitale; e sempre in ambito web ha vinto anche la galassia dei social, con la triade Facebook, Instagram, Twitter. Gli acquisti online si pagano quasi sempre con carte di credito o di debito, e dunque affari d’oro anche per Mastercard e Visa. Ultimo anello della catena a trarre beneficio dalla situazione sono le imprese di logistica che garantiscono le consegne a domicilio: come UPS, DHL, Deliveroo o Just Eat.

Il quadro non è però semplice, perché non si è rafforzato soltanto il mondo delle grandi corporation, ma anche lo Stato. Era fuori dal copione che ciò potesse accadere, ma la pandemia ha portato con sé la necessità di imporre regole, esercitare controllo, sostenere economicamente imprese e cittadini. Dopo decenni di scientifico “smontaggio” del ruolo della politica, si è chiesto allo Stato di garantire l’incolumità dei cittadini e di aiutare finanziariamente i più colpiti. Cioè di tornare a fare politica. Questo è accaduto parallelamente all’accettazione pressoché collettiva della più grande restrizione dei diritti individuali dai tempi della Seconda guerra mondiale. Proprio come nell’Europa dei secoli lontani, quando si imponeva il coprifuoco per ridurre il contagio e per prevenire le ricadute dopo la prima ondata di peste, i governi di oggi hanno dichiarato il lockdown e si dicono pronti a nuove chiusure.

La classe politica mondiale si è velocemente spostata verso l’interventismo in economia per stimolare la crescita, in puro stile keynesiano: fino all’anno scorso, anche questo era inimmaginabile. Ma le manovre espansive dovranno essere finanziate dal fisco, quando il ricorso al debito non sarà più possibile. E qui sorge la grande contraddizione destinata a emergere presto. Cioè l’incompatibilità tra i vincitori, tra le grandi corporation che sfruttano il lavoro precario e sfuggono alla fiscalità, e gli Stati chiamati a garantire i diritti, che vuol dire anche trattamenti previdenziali e assistenziali per i lavoratori, e che hanno bisogno di tasse e contributi per finanziarsi. Oggi, nella classifica delle prime 100 realtà economiche mondiali, 31 sono Stati e 69 sono imprese. Molte corporation sono dunque ben più importanti, a livello di bilancio, di decine di Paesi messi assieme. Sarà quindi un bel match, nel quale gli spettatori sono due volte giocatori: sia come clienti delle imprese sia come cittadini degli Stati. Per questo è urgente il ripensamento delle regole (o non-regole) della globalizzazione, che hanno liberato fenomenali risorse ma anche deregolamentato in modo insostenibile diritti ed economia. Un patto tra capitale e Stato deve essere all’ordine del giorno, prima che si inneschi una deriva che potrebbe essere più pericolosa della pandemia.