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Una dopo l’altra, le tradizioni consumistiche create dagli inventori di eventi commerciali sono diventate ricorrenze mondiali. Negli Stati Uniti la spettacolarizzazione dell’evento commerciale allo scopo di indurre al consumo ha una lunga storia. Si è perfino cambiata la natura delle feste tradizionali, per esempio trasformando Babbo Natale in un testimonial della Coca Cola, oppure facendo dell’antica festa celtica di Halloween il momento clou dell’anno per i fabbricanti di maschere e di dolciumi. Ma il massimo lo si è raggiunto con il cosiddetto Black Friday, ricorrenza puramente commerciale che “cade” il giorno successivo alla Festa del Ringraziamento, quando gli statunitensi dovrebbero ricordare i nativi che salvarono i padri pellegrini da un inverno altrimenti destinato a cancellarli dal Nuovo Mondo, insegnando loro a coltivare mais e allevare tacchini. È un paradosso della storia: i salvatori non solo sono stati eliminati fisicamente, ma sono anche scomparsi dalla memoria collettiva.

Il Black Friday segna ufficialmente l’apertura delle vendite natalizie, con una logica rovesciata rispetto all’Europa: da noi i saldi si fanno alla fine della stagione, negli Stati Uniti all’inizio. Pare che il “nero” che colora questo venerdì sia dovuto all’imbottigliamento del traffico che si produsse a Filadelfia durante la prima edizione di questa grande svendita. Oggi i confini della sagra del consumo, che dura un fine settimana e si conclude con il Cyber Monday dedicato al mondo dell’informatica, sono globali. Non c’è nessun collegamento culturale, sociale o politico tra i consumatori dei vari Paesi che si lanciano alla ricerca di offerte nei negozi o su internet. È la sublimazione del consumo puro, indotto ed effimero.

Idealmente, il Black Friday è anche complementare alle strategie di invecchiamento anticipato dei prodotti elettronici. Smartphone, computer, tablet non devono durare più di tanto, e soprattutto non deve essere conveniente ripararli. E se questi (e altri) beni non devono avere una vita lunga, ecco le opportunità, come il Black Friday e il Cyber Monday, per accelerare il ricambio. Solo molto recentemente si è cominciato a mettere in discussione la cosiddetta “obsolescenza programmata”, ma ancora senza intaccare un ciclo di consumi sempre più veloce, che non vuole fare i conti né con la limitatezza delle risorse naturali né con i problemi ambientali legati alla produzione e allo smaltimento delle merci. A questo proposito la teoria della decrescita, ingiustamente bersagliata da sarcasmi e battute, racconta cose interessanti, soprattutto che si può essere felici e più sostenibili se diamo alle cose il loro giusto valore. Se ci ri-educhiamo al consumo, se scegliamo oggetti e strumenti di lavoro che durino nel tempo, se impariamo ad aggiustare le cose. Questo non significa essere più poveri, anzi, ma tornare a essere più ricchi di un bene prezioso che ormai ci sfugge di mano: il tempo per noi stessi e per gli altri.

In realtà una volta la vita funzionava così. E in quel caso sì, si era più poveri, ma non si trattava solo di austerità obbligata, c’era anche una scala di valori che rifiutava lo spreco alimentare e lo scarto di cose che potevano ancora essere utili. Gli oggetti ci accompagnavano a lungo e spesso si tramandavano da una generazione all’altra. Quale nostro oggetto di consumo potrà essere utilizzato da un nostro figlio? Probabilmente nessuno. L’ex presidente dell’Uruguay José Pepe Mujica ha detto, qualche anno fa: «Quando compro qualcosa non la compro con i soldi, ma con il tempo della mia vita che è servito per guadagnarli». Il tempo di ciascuno di noi, e che spesso dilapidiamo, si chiama infatti libertà.

 

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Senza nemmeno accorgerci, il calendario delle festività del mondo sta cambiando. Perdono di significato le feste di tradizione religiosa o patriottiche, mentre vanno per la maggiore feste posticce o addirittura eventi globali basati solo sul consumo.

Feste posticce perché hanno perso il senso originale, come l’odierna Halloween del dolcetto o scherzetto, che con il giorno dei morti dei celti poco c’entra. Ma è proprio il Natale quello che anno dopo anno diventa più irriconoscibile. Il Natale, nel senso religioso e familiare della ricorrenza, è una festa di preghiera, di speranza e di condivisione: in questi termini coinvolgeva però solo i cristiani, e cioè una minoranza dell’umanità. Invece la moderna festa del Natale, da quando è diretta dal Babbo Natale scandinavo, coinvolge miliardi di persone in più. Il Natale della bontà e del dono, e soprattutto di quest’ultimo, è quindi il migliore volano per le vendite di fine anno. Arriviamo infine al Natale globale dei buoni sentimenti per la gioia dei fabbricanti di gadget (e di cibi pregiati). Una festa che non discrimina per appartenenza etnica o religiosa, ma solo per possibilità economica. Una festa laica che va bene in Italia e Germania, ma anche in India, Cina o Nigeria. Una festa non più comandata dal vescovo, ma dai media.

Il nuovo calendario delle festività scritto dalle multinazionali dello shopping si arricchisce ogni anno. San Valentino, da patrono degli innamorati e degli epilettici è diventato occasione per vendite di cioccolatini, fiori e biancheria, il tutto rigorosamente in colore rosso. Per poi arrivare all’ultima trovata, il cosiddetto Black Friday. La più grande operazione saldi mai organizzata nella storia umana derivata dal giorno dell’inizio dei saldi natalizi, successivo al giorno del ringraziamento, negli Stati Uniti. Già il Thanksgiving Day, che se ancora non celebriamo in tutto il mondo è solo perché gli allevamenti non sono in grado di fornire tacchini a qualche miliardo di persone.

Il calendario degli eventi della globalizzazione crea l’illusione di un mondo sempre più uguale, nei gusti e nei consumi, un mondo in realtà forgiato dalle multinazionali che offrono gli stessi prodotti ovunque, fabbricandoli dove è più conveniente e pagando le tasse dove praticamente non esistono. Sotto tanta allegria di cartapesta si celano però conflitti sindacali, sprechi di ogni natura, danni all’ambiente, concorrenza sleale con i commercianti dei paesi che, come in Italia, sono obbligati a rispettare il calendario dei saldi imposto dallo Stato e non dal mercato.

Le nuove feste globali sono feste antiche, per quanto stravolte, e insieme del futuro, che oggi vedono ancora una prevalenza di eventi derivati dalla tradizione occidentale, ma che domani potrebbero diventare di ispirazione orientale, come il capodanno cinese che possiamo scommettere sarà presto evento globale. Questo perché le nostre ricorrenze non hanno più radici, non hanno più carattere familiare o comunitario.

La festa globale, e soprattutto gli eventi tipo questo Venerdì Nero, è l’orgia del consumo che gonfia i bilanci delle grandi imprese. L’equazione “siamo più uguali, compriamo lo stesso, festeggiamo allo stesso modo” come sinonimo di un mondo aperto e più libero scricchiola pericolosamente, ma per ora è un grande affare per pochi.

Buoni acquisti!.

 

Alfredo Somoza

 

Shoppers reach for television sets as they compete to purchase retail items on Black Friday at a store in Sao Paulo, Brazil, November 24, 2016. REUTERS/Nacho Doce