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Le elezioni presidenziali brasiliane del 2026 saranno ricordate per molti aspetti strettamente politici, ma anche perché, per la prima volta, una forza progressista è riuscita a combattere ad armi pari contro la sapiente gestione della galassia social delle destre radicali. Fu Steve Bannon, ideologo di Donald Trump, a sperimentare per primo l’uso dell’informazione (e soprattutto della disinformazione) via social, durante la campagna del 2016 per la Brexit. Milioni di cittadini britannici furono bombardati via Facebook da fake news relative all’Unione Europea e il referendum sancì l’uscita del Regno Unito. Nello stesso anno il copione si ripeté per la campagna elettorale di Donald Trump, che vinse le presidenziali negli Stati Uniti. Due anni dopo un outsider, Jair Bolsonaro, divenne presidente del Brasile anche grazie a una massiccia campagna di fake news veicolata da uno strumento nuovo, WhatsApp. Nel 2023 un altro outsider, Javier Milei, ha conquistato al secondo turno la presidenza dell’Argentina grazie all’uso massiccio di Instagram, e quest’anno in Colombia un terzo outsider, Abelardo de la Espriella, è diventato presidente grazie alla popolarità conquistata sui social. I loro rivali erano rimasti alla fase precedente della comunicazione politica: comizi di piazza, stampa di partito, televisione. Loro, invece, avevano capito che oggi la comunicazione più efficace è quella che passa dagli smartphone perché arriva a tutti, a chi è d’accordo, a chi no e soprattutto agli indecisi. E, diventando virale, incide fortemente su questi ultimi.

Nella campagna delle ultime presidenziali brasiliane abbiamo assistito alla fine di questo monopolio virtuale. Nel primo turno, vinto da Flávio Bolsonaro, il mondo social è stato dominato da troll, brasiliani e stranieri, che hanno puntato a demolire Lula da Silva più che a esaltare i meriti del candidato delle destre. Il cambio di passo della campagna di Lula è avvenuto nelle due settimane precedenti al ballottaggio, grazie a un mix di vecchia politica, riempendo cioè le piazze delle città-chiave, e nuova comunicazione: quella dell’“esercito di Lula”, una milizia virtuale nata con l’obiettivo di riconquistare lo spazio dei social. Il “generale digitale” che lo ha guidato è André Janones, classe 1984, un deputato del Partito dei Lavoratori che in poco tempo è riuscito a creare un canale WhatsApp con oltre 10 milioni di follower contro i 2 milioni delle “truppe di Bolsonaro”. Meta, il gigante dei social fondato da Mark Zuckerberg, ha tentato di bloccare l’operazione con i suoi algoritmi, penalizzando i post favorevoli al presidente in carica, ma l’operazione è stata smascherata: l’azienda si è giustificata parlando di guasti tecnici. Ormai la valanga virtuale era in movimento. Un giudice ha sospeso il canale pro-Lula, poi riacceso con un immediato boom di utenti.

Il linguaggio usato è quello specifico dei social: messaggi brevi, chiari, che possano essere usati come strumento elettorale con attacchi al rivale, ma anche racconti di quanto fatto da Lula. Il 16 ottobre viene lanciato via social un panelaço, una protesta con pentole e coperchi, per oscurare un’intervista televisiva di Bolsonaro. Si usano meme e brevi video in cui la moglie di Lula riprende il marito mentre fa ginnastica, per dimostrare che è in forma. La battaglia virtuale è vinta, e intanto la militanza “analogica” conquista le piazze. Il risultato lo conosciamo: tra il primo e il secondo turno Lula guadagna oltre 10 milioni di voti.

Ora il format di questa campagna è materia di studio. Soprattutto, da qui in poi gli scontri elettorali saranno alla pari, senza che una sola delle parti abbia campo libero sui social. Finalmente tutti hanno compreso il potere travolgente dei nuovi mezzi di comunicazione.