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Con le elezioni tenute domenica 18 ottobre si chiude la parentesi nella vita politica boliviana iniziata dodici mesi fa, quando non fu riconosciuto il risultato delle presidenziali, vinte senza dubbio da Evo Morales. Una situazione complessa e complicata, da molti liquidata definendola “la fine di un tiranno” o, sul fronte opposto, “un colpo di Stato”. La verità, probabilmente, stava in mezzo.

Due sono stati i fattori che hanno contribuito a una rottura dell’ordine istituzionale nel Paese andino. Il primo ha radici nel 2016, quando Evo Morales, presidente in carica, convocò un referendum per modificare la Costituzione da lui stesso promulgata, aggiungendo la possibilità di un terzo mandato per il presidente. Il referendum fu vinto di misura dal no. La risposta di Morales colse tutti di sorpresa: riuscì a ottenere un’inverosimile sentenza della Corte Costituzionale nella quale si affermava che “i diritti umani del cittadino Morales prevalgono sulla Costituzione”. Un’aberrazione che permise a Morales di ricandidarsi.

Il secondo fattore riguarda le intenzioni di una variegata compagnia di separatisti, radicali di destra, integralisti cattolici e militari che colsero al balzo il vulnus democratico per tentare di rimuovere l’esperienza del MAS, il partito di Morales. Tra questi settori sicuramente si annidavano anche golpisti, rimasti però sempre in ombra rispetto a coloro che scelsero di mantenere una parvenza di legittimità anche nei momenti più critici. La storia continua in modo anomalo, perché dopo la fuga all’estero di Morales e di diversi ex ministri, i parlamentari e i funzionari del suo partito rimasti in patria continuarono a esercitare i loro poteri. Non venne chiuso il Parlamento, non fu sciolto né dichiarato prescritto il MAS.

Intanto il governo che avrebbe dovuto essere provvisorio, con il compito di convocare nuove elezioni, aveva presso gusto al potere e procedeva a modificare sia la collocazione internazionale della Bolivia, sia molte misure del precedente governo. La stessa presidente provvisoria, Jeanine Áñez, sfruttando la carica divenne, almeno nelle sue intenzioni, una figura politica di rilievo. I parlamentari del partito di Morales, che controllavano la Camera dei Deputati, i suoi senatori e sindaci avevano due scelte possibili: ascoltare le sirene di chi voleva un’insurrezione violenta di piazza per rovesciare il governo provvisorio; oppure sfruttare gli spazi di agibilità incredibilmente lasciati aperti dagli avversari, per continuare a lavorare e prepararsi a nuove elezioni.

Prevalse la seconda linea, e la scelta di Luis Arce quale candidato presidente è stata un’operazione da manuale. Arce era stato, da ministro dell’Economia, l’artefice del miracolo economico boliviano durante i governi di Morales. Il 18 ottobre questa linea è stata premiata con un esito elettorale che già al primo turno ha segnato lo sbaraglio delle destre e la vittoria del MAS. Arce ha superato il 50% dei consensi, con un vantaggio di circa 20 punti sul principale avversario, Carlos Mesa, che ha riconosciuto la sconfitta. A dimostrazione del fatto che il problema non era il partito di Morales né la sua proposta politica, bensì l’ingombrante figura del vecchio leader che non aveva saputo fare un passo indietro.

In Bolivia ha vinto la democrazia e sono stati puniti coloro che, da destra o da sinistra, hanno provato a tirare la corda a proprio favore. In America Latina restano problemi immensi di disuguaglianza, di violenza di genere e di soprusi, ma la Bolivia ci dice che, dopo le tragedie degli ultimi decenni, la democrazia sembra ormai aver gettato nuove e forti radici. Una lezione e un monito per tutta la regione.