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Come ormai sappiamo tutti, l’Africa è un continente ricchissimo di risorse naturali, soprattutto minerarie, che fanno gola a tanti, e da tanto tempo, nel resto del mondo. Per alcuni Paesi africani, come la Repubblica Democratica del Congo, questa ricchezza è diventata una maledizione. Uno degli ostacoli che finora hanno impedito un reale cambiamento della situazione, rallentando lo sviluppo e gli investimenti, è la frammentazione valutaria dell’Africa, unita alla difficile convertibilità delle monete locali. Recentemente, la Banca Africana di Sviluppo (AfDB) ha introdotto il concetto di African Unit of Account (AUA), un’unità monetaria che dovrebbe fungere da “gold standard”, favorendo la stabilità economica e l’integrazione finanziaria tra gli Stati del continente. Soprattutto, questa “pseudo-valuta” permetterebbe lo sganciamento parziale dal dollaro al quale molti Paesi aspirano, come già sta avvenendo tra i membri dei BRICS.

Più precisamente, almeno per ora, l’AUA sarebbe solo un’unità di misura valutaria utilizzata dalla Banca Africana di Sviluppo per le sue operazioni interne, come la valutazione dei prestiti e degli investimenti. Non una valuta fisica realmente circolante, dunque, ma una misura che facilita le transazioni all’interno dell’area economica africana, riducendo il rischio legato alle fluttuazioni dei tassi di cambio delle monete nazionali. Il valore dell’AUA è calcolato sulla base di un paniere di valute internazionali, tra cui il dollaro statunitense, l’euro, la sterlina britannica e lo yen giapponese. Questo paniere riflette il commercio internazionale e la solidità delle principali economie globali, offrendo un valore di riferimento più stabile rispetto a molte valute africane, soggette a forte volatilità. Secondo gli esperti della Banca Africana di Sviluppo, l’AUA aumenterebbe la stabilità economica del continente, spesso sofferente per l’inflazione e la svalutazione monetaria. Faciliterebbe gli investimenti perché potrebbe ridurre i costi di conversione, oltre al rischio di cambio, e per le stesse ragioni sosterrebbe i progetti di sviluppo.

In prospettiva, facilitando il commercio tra i Paesi dell’area l’AUA porrebbe le basi per l’istituzione di una vera unità monetaria africana. Si delinea, dunque, un percorso simile a quello europeo, dove l’ECU, Unità di Conto Europeo, anticipò la nascita dell’euro. La futura valuta sarebbe sostenuta, nella sua stabilità, da un paniere di minerali fornito dai vari Paesi che l’adotteranno, in proporzione alle loro riserve di cobalto, manganese, platino, coltan, terre rare. Il ruolo a garanzia della moneta che in passato ebbe l’oro, oggi viene assunto dai minerali strategici di cui l’Africa è ricca.

L’idea di una moneta unica africana è un obiettivo a lungo termine dell’Unione Africana, la gigantesca associazione tra gli Stati del continente nata nel 2002 per rafforzare i legami interafricani, diminuendo la dipendenza dalle potenze estere. Intanto, alcuni blocchi economici regionali, come la Comunità dell’Africa Orientale (EAC) e la Comunità Economica degli Stati dell’Africa Occidentale (ECOWAS), stanno già lavorando su progetti di unione monetaria. A breve termine, però, le diversità tra le economie dei singoli Stati e le sfide legate alla governance monetaria rendono difficile la reale implementazione di una valuta unica. In questo quadro, l’AUA potrebbe rappresentare un fondamentale passo intermedio verso l’integrazione, fungendo da punto di riferimento per gli scambi e la stabilizzazione dei mercati valutari africani e preparando il campo alla decisione politica dell’Unione Africana.

Più in generale, l’azione dell’Unione Africana, fenomeno relativamente giovane, è la risposta africana alla politica del “divide et impera” che dal XIX secolo è stata attuata dalle potenze coloniali e post-coloniali per ottenere il massimo vantaggio nei confronti di Paesi economicamente deboli e in perenne disaccordo. La strada della creazione di alleanze tra Paesi equivalenti ha già avuto successo in Sudamerica con il Mercosur; ora è il turno dell’Africa, in un quadro molto più complesso e con presenze ingombranti come quella cinese. Si tratta però di una buona notizia della quale quasi non si parla, anche perché, fuori dall’Africa, questa prospettiva piace a pochi.

La politica del “liberi tutti” dalle regole del WTO, e la minaccia statunitense di applicare dazi sulle merci dei Paesi con i quali gli USA hanno una bilancia commerciale in negativo, presentano anche opportunità per quegli Stati che accettano di allinearsi velocemente con il nuovo inquilino della Casa Bianca. Proprio in queste opportunità si annida un conflitto d’interessi di proporzioni gigantesche, forse il più grande mai visto, perché in diversi casi gli Stati che potrebbero ottenere vantaggi sono quelli dove il più illustre neo-funzionario dell’amministrazione Trump, Elon Musk, sta facendo o intende fare affari. Internet e auto elettriche sembrano essere la chiave di lettura di ciò che sta accadendo in Asia. Il Vietnam ha approvato una legge che apre il mercato interno ai gestori di internet che operano con satelliti a orbita bassa: si legge Starlink. L’India, dove il premier Modi non ha mai nascosto le sue simpatie per Donald Trump in chiave anticinese, ha accettato di abbassare i dazi sull’import di auto elettriche di costo superiore ai 40.000 dollari, portandoli dal 110 al 70%: si legge Tesla. Pare che in questo caso abbiano avuto effetto le minacce di colpire l’export verso gli Stati Uniti, che sarebbe costato all’India una perdita di 7 miliardi di dollari. La stessa propensione ad allinearsi ha dimostrato il presidente argentino Javier Milei, in questo caso con convinzione: sta aprendo il mercato argentino ai servizi di Starlink e sta discutendo con Musk sulle concessioni relative al litio, materia prima vitale per le batterie elettriche. Anche Taiwan non potrà contare soltanto sulla “solita” rendita geopolitica per avere l’appoggio degli USA nel contenimento della Cina. L’isola, primo produttore mondiale di microchip, si impegnerà per cifre miliardarie nell’acquisto di missili da crociera a stelle e strisce di ultimissima generazione: in questo caso sarà la potente industria bellica USA a trarne vantaggio.

Questa politica di Washington rappresenta il superamento della strategia dei dazi “duri e puri” attuata durante il primo mandato di Trump soprattutto contro la Cina, che si è dimostrata non solo poco efficace nel confronto con Pechino, ma anche controproducente nei rapporti commerciali con Paesi come Vietnam e Messico, che con le loro esportazioni hanno preso il posto della Cina. La novità è la saldatura tra gli interessi degli USA e quelli dell’uomo più ricco del pianeta: Starlink, in particolare, viene usata sia come arma di ricatto nella negoziazione sui dazi, sia come potente strumento di pressione sull’Ucraina, che per coordinare il proprio esercito dipende da questo sistema privato di satelliti. In questa diplomazia degli affari, gli Stati Uniti sfruttano la loro potenza politico-militare come poche volte nella storia un Paese si era permesso di fare.

L’ideologia MAGA, diffusa ogni giorno via social, si sta rivelando una coperta corta, che lascia intravedere ciò che vorrebbe nascondere: contano solo gli affari. Siamo di fronte a una realtà ambigua, di modernità reazionaria. Modernità perché si stanno spalancando le porte di settori avveniristici, strategici per il futuro dell’umanità, ai privati (o meglio, al privato); reazionaria perché questa politica si ammanta di princìpi retrivi, a dir poco discutibili, ma che comunque si possono sempre accantonare in nome del profitto. A fare la differenza non sarà il sostegno offerto da Musk e soci a forze di estrema destra relegate, almeno per ora, a fare opposizione, come AFD in Germania o Vox in Spagna; piuttosto, le conseguenze concrete verranno dalla dura politica di minacce in cambio di vantaggi commerciali, che potrà favorire l’economia degli Stati Uniti. Ma se il tanto proclamato ritorno all’età dell’oro promesso da Trump ai propri elettori si tradurrà nell’ulteriore arricchimento degli oligarchi dell’high tech, chi si era illuso si renderà presto conto che qualcosa non torna. Il populismo alla fine è sempre così: arriva al potere lisciando il pelo al popolo e promettendo benessere per tutti per poi fare gli interessi dei soliti, che sono pochi, in questo caso pochissimi. 

Pare difficile anche solo da immaginare, una geopolitica mondiale senza la centralità del blocco occidentale. Eppure, l’insieme dei Paesi che definiamo “occidentali” agisce in modo coordinato soltanto dalla fine della Seconda Guerra mondiale: fino ad allora, questi Stati si erano spesso ritrovati su fronti politico-militari opposti. Basterebbe questo a dimostrare come sia una forzatura storica interpretare in chiave valoriale e assoluta un concetto – quello di Occidente, appunto – che è storicamente labile e frutto di equilibri definitisi solo a metà Novecento. Ciò non significa negare che dell’Occidente facciano parte Paesi caratterizzati, almeno negli ultimi 70 anni, dalla democrazia liberale: del resto, il compattamento di questo gruppo, del quale fanno parte Stati geograficamente lontani come Australia, Nuova Zelanda o Giappone, è stato una conseguenza della vittoria alleata contro la Germania nazista.

Vale la pena, allora, ripercorrere l’evoluzione dell’idea di Occidente. Nel Medioevo, così si indicavano le terre cristiane a ovest di Gerusalemme; dal XVI secolo il concetto si estese alle colonie delle Americhe, passando in eredità ai Paesi che sarebbero nati nelle ex conquiste spagnole, portoghesi, francesi e inglesi. Ma questa visione sarebbe cambiata di nuovo, restringendo il perimetro dell’Occidente ai Paesi democratici sì, ma anche economicamente avanzati, escludendo e relegando in un generico “terzo mondo” l’America Latina che pure aveva finanziato l’espansione coloniale a livello globale. Dalla nascita del G7, formalizzata nel 1986, il club dell’Occidente si è ulteriormente ristretto ai sette Paesi più ricchi dell’epoca. Da allora, è stato questo il nucleo portante delle politiche finanziarie, economiche, ambientali e militari a livello mondiale: una visione economica unica, imposta anche nelle istituzioni multilaterali, e una politica militare unica, operata attraverso la NATO.

La frattura che si sta registrando nelle ultime settimane tra le due sponde dell’Atlantico segna un nuovo cambiamento e rappresenta un salto nel buio in un mondo già tribalizzato, caratterizzato da potenze emergenti militarmente aggressive e da un diritto internazionale in piena crisi. Ci riporta a uno schema che assomiglia molto a quello ottocentesco e d’inizio ’900, nel quale ogni potenza tentava di conquistare a proprio vantaggio una parte di mondo e di affari senza sognarsi di discutere con nessuno, stabilendo solo alleanze temporanee di tipo utilitarista. L’appello (più o meno retorico) ai principi di libertà, democrazia, uguaglianza era ancora sconosciuto: sarebbe stato introdotto al tempo della lotta al nazifascismo e poi al comunismo e infine al terrorismo jihadista. Attribuire l’attuale criticità soltanto al cambiamento di presidenza negli Stati Uniti è molto riduttivo. I due Occidenti, quello americano e quello europeo, si erano già allontanati nel modello di società, nell’interpretazione della democrazia, nella visione del mondo. Una frattura culturale e sociale si è aperta prima ancora di quella politica. La grande differenza è che oggi gli USA sono sovrani nel decidere la loro azione, i Paesi europei si trovano a fare i conti con un “contenitore” multilaterale inconcluso, l’UE, che paralizza più che agevolare il ruolo del continente nel mondo. Non c’è da stupirsi se nel dibattito sul conflitto mediorientale o sulla guerra in Ucraina l’Europa sia stata lasciata fuori dalla porta. La domanda da porsi è come mai nel 2025 l’Unione non abbia competenze in merito di difesa comune e di politica estera. I ritardi, i malintesi, le controversie nella famiglia europea hanno un prezzo, lo sapevamo, e ora tutti possono vedere qual è: l’inadeguatezza nel fare fronte alle odierne complessità del mondo. Inclusa la trasformazione dell’Occidente

Le due destre che oggi si candidano a esercitare il potere nel mondo hanno matrice e obiettivi diversi. Una, incarnata dagli oligarchi della West Coast statunitense, si abbevera nell’anarco-liberismo che considera lo Stato nemico dei cittadini in quanto entità regolamentatrice (e dunque controllore) dei rapporti sociali ed economici. La grande quota di economia globale controllata dai padroni dei social, della logistica, degli sviluppatori di software e dell’IA è cresciuta fuori da ogni normativa. Sono imprenditori che rivendicano diritti e chiedono allo Stato di essere tutelati attraverso la magistratura, e spesso anche mediante sovvenzioni, ma non accettano che lo Stato stabilisca delle regole per il loro business. Secondo la loro retorica, il loro lavoro non dovrebbe essere ostacolato da alcun provvedimento legale e men che meno dalla pressione fiscale, perché ha cambiato il mondo in meglio. Questa lettura unilaterale e narcisista della propria attività spiega la veloce conversione delle aziende di questi oligarchi dall’etica (o estetica) woke, e dall’accettazione dei limiti imposti ad esempio dall’Unione Europea, al sostegno a Trump: sperano che i loro diritti e i loro affari possano essere tutelati non dalle leggi, ma dalla potenza di ricatto del presidente degli USA.

L’altra destra ha radici più antiche, evidenti soprattutto nella personalità che meglio la rappresenta, l’uomo più ricco del mondo: Elon Musk. Cresciuto nella cultura dell’apartheid sudafricano, Musk non si fa problemi a sostenere forze apertamente legate all’eredità nazista o fascista e a proporre una nuova lettura razzista della società, fondandola sull’efficientismo. Le politiche inclusive avrebbero il difetto, secondo Musk, di offrire opportunità immeritate a soggetti appartenenti a minoranze etniche o sessuali che, invece, dovrebbero restare nella schiera dei subordinati, essendo (è questo il pregiudizio implicito) meno capaci per natura. Il futuro fa cortocircuito con il passato, i viaggi su Marte con le teorie della razza. Ciò che appare poco spiegabile, in quest’ottica, è il sostegno offerto a forze dichiaratamente fasciste, come l’AFD in Germania che, come tutti i partiti con la stessa matrice, è fortemente statalista, sostiene uno Stato regolamentatore e promuove una società chiusa, totalmente contraria alla globalizzazione. L’esatto contrario del mondo che ha consentito al loro supporter multimiliardario di arrivare in cima alle classifiche mondiali della ricchezza.

Ma a questa destra “bipolare” non appartiene solo il patron della Tesla. Anche l’anarco-liberista argentino Javier Milei professa un’ideologia libertaria estrema, ma poi considera alleate e amiche forze neofasciste che hanno una visione dello Stato diametralmente opposta alla sua.

Il punto è che questa strana alleanza tra soggetti molto distanti è diventata vincente in diversi scenari, a partire dagli Stati Uniti: una volta divenuta governo, ci si aspetta che non possa più nascondere le proprie contraddizioni interne. Ai dazi si risponde con dazi, e se Trump li applicasse sul serio, le ritorsioni andrebbero probabilmente a colpire proprio l’high-tech multinazionale, imponendo regole e obblighi fiscali che finora i grandi player globali hanno scampato. La logica MAGA di Trump si scontra frontalmente con la logica “open world” che ha fatto la storia della globalizzazione. Difficile dire quale tra queste anime prevarrà, ma forse ciò che è appena accaduto con l’imposizione dei dazi statunitensi, annunciati e poi in gran parte congelati, indica una pista diversa, che potrebbe sintetizzarsi così: chiedo il tuo voto per chiudere il Paese all’invasione dei migranti e delle merci straniere, ma intendo usare il mio potere per affermare il primato mondiale delle mie industrie, e per farlo devo agire per garantirmi le condizioni migliori.

Né mondo chiuso né mondo aperto, insomma, ma un mix tra le due cose: come è sempre stato, con i democratici e con i repubblicani. Cambiano solo la forma, l’eleganza e il metodo negoziale. In Europa, invece, gli sviluppi potrebbero essere drammaticamente diversi: qui non abbiamo grandi innovatori, ma i residuati delle ideologie totalitarie del ’900.

Il tema delle migrazioni è oggi al centro dell’agenda mondiale. Le notizie che arrivano da diverse regioni del mondo si concentrano sul respingimento dei migranti, sulla chiusura ai richiedenti asilo, sull’ipotesi di deportare interi popoli. Non si tratta soltanto delle politiche del presidente statunitense Donald Trump, che vede come priorità l’espulsione dei clandestini e la blindatura delle frontiere, ma anche dell’Unione Europea che ha iniziato a percorrere soluzioni finora impensabili: ad esempio, la delocalizzazione dei richiedenti asilo in Paesi terzi. È stata l’Australia l’apripista, nel 2001, con le deportazioni a Nauru, poi il Regno Unito ha progettato una delocalizzazione dei migranti in Ruanda, fino ad arrivare al ben noto campo di detenzione italiano in Albania. Non bastano più i lager in Libia e Turchia, finanziati direttamente o indirettamente dall’UE o dal governo di Roma, che hanno il vantaggio di nascondere da occhi indiscreti soprusi e violenze di ogni tipo e, soprattutto, di non farne ricadere le responsabilità sugli Stati sponsor. Oggi si teorizza apertamente la delocalizzazione anche per risolvere conflitti antichi, come l’idea di Trump di trasferire l’intera popolazione palestinese di Gaza in Giordania ed Egitto per porre fine al conflitto.

Ovviamente, in tutto questo, si parla sempre di immigrati o rifugiati che vivono o hanno chiesto protezione negli Stati Uniti e in Europa. Ma l’80% dei rifugiati che cercano salvezza da conflitti e drammi di ogni sorta vive in Paesi confinanti con quello d’origine in Asia, America Latina e Africa. Evidentemente, si tratta di realtà che non rientrano nella narrazione dell’invasione o della sostituzione etnica. Seguendo questo pensiero illogico, i 4 milioni di rifugiati che vivono in Turchia, il milione e mezzo in Pakistan e in Uganda, i 3 milioni del Sudan non mettono in discussione l’integrità di questi Paesi. Lo farebbero, invece, i 200mila uomini e donne che hanno trovato riparo in Italia, i 230mila degli Stati Uniti, i 400mila della Francia, il milione della Germania. 

La centralità oggi attribuita ai fenomeni migratori è un fenomeno relativamente recente. Mai, nei passati secoli, ci si era interrogati sugli effetti dell’immissione di decine di milioni di immigrati europei nelle Americhe, ad esempio, o sul peso delle migrazioni tra gli Stati europei, per non parlare di quelle interne ad altri continenti. Spesso si sente dire che, in quei casi, gli immigrati portavano un grande patrimonio di risorse professionali e umane, che in buona sostanza quella era un’immigrazione “civilizzatrice”; oppure, che gli immigrati andavano a colonizzare spazi vuoti, o ancora, che erano necessari per lo sviluppo dei Paesi di accoglienza. Tutto questo era in parte vero, ma lo è anche oggi. La differenza è che oggi non si vuole ammettere che i Paesi di accoglienza necessitano di flussi immigratori: migranti per stimolare l’economia, per sopperire al crollo demografico ed equilibrare i sistemi previdenziali, per dare un futuro al Paese. In questa percezione distorta, chi emigrava nell’800 o nella prima parte del ’900 lo faceva legittimamente e sulla base del diritto a cercare migliori condizioni di vita; i migranti attuali, invece, lo fanno per approfittare del welfare altrui e vivere di rendita, oppure per delinquere.

Questa visione è figlia diretta del passato coloniale, strettamente connessa all’idea della superiorità e della supremazia di una civiltà, quando non di una presunta “razza”, su tutte le altre. Non basterà certo una spolverata di politically correct per superarla. Il colonialismo condizionò a lungo la vita di milioni e milioni di persone, non solo imponendo loro uno sfruttamento sistematico, ma anche creando divisioni culturali profonde e legittimando una doppia morale, sempre a favore del più ricco e potente. Oggi, gli ideologi del sovranismo battono sullo stesso tasto: non tutti gli uomini hanno pari dignità, non tutti hanno gli stessi diritti; chi è riuscito ad affermarsi deve tenersi stretto il suo successo, che lo autorizza a chiudere la porta in faccia all’altro… anche quando quest’ultimo gli assomiglia moltissimo: l’aumento del voto latino per i repubblicani negli Stati Uniti ne è la dimostrazione. Se anche chi ha superato la frontiera di notte, una volta sistemato, condivide la narrazione dell’invasione, allora è fatta…  

L’inizio della seconda presidenza di Donald Trump, che coincide con la presidenza di turno brasiliana dei Paesi BRICS, potrebbe segnare un cambiamento nelle dinamiche internazionali rispetto agli ultimi anni. La prassi ormai datata dell’allineamento automatico tra Europa e Stati Uniti potrebbe saltare per divergenze su diversi punti, dalla questione della lotta al cambiamento climatico alle strategie per la risoluzione dei conflitti in corso, e bisogna mettere in conto anche una possibile guerra commerciale a colpo di dazi e un aumento delle tensioni circa il finanziamento della NATO. In questo scenario, gli Stati Uniti sceglieranno uno per uno i loro nuovi alleati strategici, non in virtù dell’appartenenza comune al “vecchio” Occidente ma sulla base dell’allineamento con il nuovo corso della Casa Bianca.

Simultaneamente, la presidenza brasiliana dei BRICS dovrebbe riportare il gruppo su posizioni meno antagonistiche nei confronti del blocco occidentale, caratterizzate dalla ricerca di alleanze trasversali per condurre alcune battaglie su scala globale. Brasile e India, per esempio, puntano a far progredire la riforma del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, che invece è osteggiata da Cina e Russia, Stati che oggi godono entrambi di diritto di veto; sul clima, la Cina è disponibile a continuare gli sforzi per rispettare l’Accordo di Parigi del 2015 molto più di quanto non lo siano altri membri dei BRICS, e soprattutto intende lavorare per evitare il ritorno ai mercati nazionali chiusi. L’Europa, a meno di cambiamenti radicali nella guida politica dei maggiori Paesi, si troverà spesso più vicina a queste posizioni rispetto alle linee d’azione annunciate da Donald Trump. E lo schema di alleanze globali potrebbe quindi mutare.

Molto dipenderà della conclusione, ormai evidente, della fase militare dell’aggressione russa all’Ucraina che dovrebbe rendere più stabile lo scenario internazionale, almeno sul mercato dell’energia e della produzione agricola. Ma sono diversi i nodi e le contraddizioni che arriveranno al pettine nei prossimi mesi. Il Regno Unito, alleato “naturale” di Washington, con la mossa della Brexit ha assecondato l’aspirazione statunitense a rapportarsi con un’Europa divisa in Stati poco influenti, ma al momento è lontanissimo dall’amministrazione Trump. Tuttavia, nei nuovi equilibri Londra potrebbe essere chiamata a esercitare un ruolo importante su altre aree del mondo, in particolar mondo nel Pacifico. L’Italia, che pensa di ottenere vantaggi dalla vicinanza tra la presidente del Consiglio e il presidente degli Stati Uniti, difficilmente potrà concludere accordi al di fuori di quanto deciderà l’Unione Europea. L’UE, che nemmeno è considerata come interlocutore da Trump, potrebbe concludere invece un accordo globale con la Cina anche su temi sensibili come l’intelligenza artificiale.

Il resto del mondo si adeguerà in ordine sparso a questo nuovo ordine in costruzione. Sfruttando posizione di forza, come la Turchia, ormai Paese-chiave per la stabilizzazione in Medio Oriente, ma anche Israele e l’Arabia Saudita, che sono destinati a tornare a dialogare. Se il governo Trump confermerà o meno la discontinuità finora solo annunciata rispetto al passato è tutto da vedersi: ma sono bastati gli annunci per accelerare processi già in corso, come la maggiore dipendenza del Sudamerica dalla Cina, il progressivo abbandono delle velleità da potenza regionale dell’Iran, la calma cinese rispetto a Taiwan. La superpotenza americana ha votato e, come in tutte le elezioni, gli elettori hanno scelto in base alle priorità nazionali: ma le conseguenze dei cambiamenti di linea politica a Washington coinvolgono anche altri 7 miliardi e mezzo di persone, senza diritto di voto per la scelta dell’inquilino della Casa Bianca.

Non è certo una novità che un Paese rivendichi il diritto a occupare territori non suoi accampando la scusa della “sicurezza”. Senza andare troppo lontano nel tempo, negli ultimi decenni hanno occupato territori in modo permanente Israele nel Golan, la Cina nel Tibet, la Turchia sull’isola di Cipro. Negli ultimi anni, sempre dietro la giustificazione dei motivi di sicurezza o anche della tutela di minoranze etniche, si sono però moltiplicate le azioni belliche che non si sono tradotte in occupazione permanente o per le quali l’esito è ancora incerto: basti pensare agli Stati Uniti in Iraq e Afghanistan, alla Turchia in Siria, alla Russia in Crimea e Ucraina. È una sconfitta della diplomazia, un ritorno alla “politica delle cannoniere”, ai tempi in cui il Regno Unito si arrogava il diritto di stabilire basi navali ovunque lo ritenesse opportuno e gli Stati Uniti occupavano senza troppi problemi isole caraibiche o Paesi del Centroamerica.

Il neopresidente statunitense Donald Trump, anziché rifarsi all’alibi consolidato della sicurezza militare, ha estratto dal cassetto degli attrezzi la motivazione della sicurezza economica: ha minacciato di invadere o annettere altri Paesi perché strategici per i collegamenti marittimi statunitensi, come Panama con il suo canale, oppure per le sue forniture di risorse minerarie, come la Groenlandia, territorio autonomo della Corona danese. Senza dimenticare il consiglio non richiesto dato al Canada di diventare il 51° Stato degli USA. Quello che immagina Trump è un super-Stato di 22 milioni di chilometri quadrati, che sarebbe più vasto della Russia e che occuperebbe tutto il Nordamerica geografico con l’eccezione del Messico, considerato Paese vassallo, ma controllando più a sud il Canale di Panama che collega per via marittima la sponda atlantica con quella pacifica del continente. Siamo sicuramente nel campo della fanta-geopolitica, ma così facendo si legittimano altri appetiti in giro per il mondo, non solo quelli russi ma anche quello cinese su Taiwan. 
In un mondo dove il “doppio standard” a favore degli Stati Uniti – cioè tu non puoi fare ciò che invece è concesso a me – sta passando velocemente di moda, una simile politica da parte di Washington equivarrebbe a un rompete le righe destinato a far esplodere decine e decine di conflitti latenti. Ogni potenza continentale o regionale, come nell’800, potrebbe ridisegnare la geografia politica a partire dai propri interessi nazionali, in una giungla senza legge, anzi, sotto la legge della sola potenza militare.

Questa tendenza, sommata all’aumento esponenziale delle spese militari che si sta registrando in tutto il mondo, non fa certo ben sperare e ci racconta per l’ennesima volta la fine di un “sogno”, quello del mondo non più governato dagli Stati ma dal mercato. Nella retorica degli anni ’90, l’intero pianeta si sarebbe dovuto aprire al libero scambio di capitali e di merci e questo avrebbe garantito la fine dei conflitti, poiché i Paesi sarebbero diventati tutti soci dello stesso grande business. Smaltita la sbornia, anche quegli Stati che davvero sono diventati partner in affari, come gli Stati Uniti e la Cina, stanno tornando indietro e pensano a rafforzare gli arsenali. Che cos’è fallito? Sicuramente era un’illusione pensare che eliminando la politica si sarebbe costruito un nuovo ordine mondiale; l’errore imperdonabile è stato depotenziare le istanze multilaterali, come l’ONU e il WTO, e umiliare il diritto internazionale. Il prezzo da pagare è un mondo sempre più litigioso, dove nessuna potenza da sola riesce a imporre un qualsiasi ordine e, anzi, dove ciascuno tenta di affermarsi tornando a fare ricorso alle armi. È uno scenario che ricorda il naufragio della Società delle Nazioni, nata dopo la Prima guerra mondiale per evitare che si ripetesse un simile massacro, che poi puntualmente arrivò. Dovremo aspettare un altro conflitto di quella portata perché si torni a negoziare anziché a spararsi? Impossibile dirlo, ma è doloroso ammettere che solo le grandi tragedie hanno fatto fare passi avanti alla comunità mondiale.

La seconda presidenza Trump potrebbe infliggere un colpo definitivo alla globalizzazione iniziata negli anni ’90 del secolo scorso. Ma, al suo interno, l’amministrazione che si sta per insediare a Washington sta covando contraddizioni che potrebbero smentire questo pronostico. Per ora, il presidente eletto ha parlato solo di dazi da applicare in modo punitivo praticamente a tutti i principali fornitori degli Stati Uniti. Messico e Canada, i primi due partner economici del gigante americano, sono stati minacciati con dazi del 35% sulle loro merci perché non farebbero abbastanza per contrastare narcotraffico e immigrazione verso gli USA. Accusa ridicola se si pensa al Canada, meno per il Messico. Tuttavia, come ha ricordato la presidente messicana Claudia Sheinbaum, le merci esportate dal suo Paese sono per la maggior parte prodotte da aziende statunitensi che, negli anni, hanno delocalizzato oltreconfine. L’effetto boomerang è quindi garantito. Lo stesso si può dire circa i dazi minacciati contro la Cina, una politica già intrapresa da Trump nella sua prima presidenza. Peccato che, alla fine, con la ritorsione cinese a rimetterci siano stati proprio gli Stati Uniti. Poi c’è l’Europa, che ha una bilancia in attivo negli scambi con gli USA, malgrado l’aumento dell’import di gas liquefatto a stelle e strisce per sostituire le forniture russe. Ma con il Vecchio Continente si pone un’altra questione vitale: riguarda la NATO, che Trump vorrebbe fosse maggiormente finanziata dai Paesi europei.

Sono numerosi, dunque, i fronti che confermano la cultura isolazionista e protezionista del nuovo inquilino della Casa Bianca, una cultura che cozza con le regole che gli stessi Stati Uniti hanno imposto al mondo negli ultimi decenni per favorire la globalizzazione. A questo punto, l’elefante nello studio ovale è rappresentato dagli oligarchi dell’high-tech statunitense, multimiliardari a capo dei maggiori gruppi economici mondiali, a partire dal fido Elon Musk. Il mondo nel quale questi imprenditori hanno potuto costruire la loro posizione dominante, arrivando in alcuni casi a stabilire veri e propri monopoli, è l’opposto di quello chiuso e isolazionista che sogna Trump.

Bezos, Zuckerberg, Musk hanno potuto crescere in mancanza di regolamentazione grazie alle caratteristiche del mondo modellato da Washington alla fine della guerra fredda. Nessun problema per spostare capitali, nessun problema per eludere il fisco locale, nessun dazio o barriera a penalizzare i loro prodotti. Come potrebbero mantenere il loro primato in un mondo che, inevitabilmente, risponderebbe alle chiusure statunitensi con altre chiusure? Quante automobili venderebbe ancora Musk, quanti contratti per i suoi servizi di internet satellitare potrebbe firmare, quanto tempo ci metterebbero i Paesi colpiti dai dazi di Washington a ostacolare, fiscalmente parlando, le attività di Amazon o di Meta?

Insomma, se Trump pensa di favorire il suo elettorato chiudendo l’economia statunitense, i suoi grandi finanziatori la vedono diversamente. Si potrebbe aggiungere che colpire con dazi l’import cinese andrebbe a svantaggio dei ceti più deboli negli Stati Uniti, che spesso possono permettersi soltanto i beni a basso costo in arrivo da Pechino.

Sono tempi difficili per i populismi di ritorno, che culturalmente vorrebbero tornare all’autarchia e allo statalismo, ma che devono fare i conti con un mondo che è cambiato nel quale le contraddizioni sono immense, a cominciare dalla prevalenza dell’economia sulla politica. La mano invisibile del mercato, per tanti anni presentata come l’unico strumento di regolamentazione dell’economia e della società tutta, non può sostituire la politica e non può avere gli stessi interessi e le stesse priorità; ma gli strumenti finora adoperati dai governanti per recuperare spazio sono risultati goffi, datati e spesso inapplicabili.

Molti analisti avevano decretato che il G20 del 2021 sarebbe entrato nella storia. In quell’occasione, per la prima volta i governanti dei Paesi che producono l’85% del PIL globale decidevano di stabilire un parametro fiscale internazionale da applicare all’industria digitale e a tutte quelle imprese che vendono servizi in un Paese ma pagano altrove le tasse sul profitto. Nasceva la Global Minimum Tax con un’imposizione pari al 15% (gli Stati Uniti avevano chiesto addirittura il 20%), messa a punto dall’OCSE e adottata nel 2022 anche dall’Unione Europea perché considerata giusta, un primo piccolo passo per raggiungere l’equità fiscale. La riforma, nella sua veste definitiva, prevedeva in realtà due “pilastri”. Il primo era stato pensato per i giganti del web, che se hanno ricavi annui superiori a 20 miliardi di euro devono pagare le tasse nella giurisdizione in cui effettuano le vendite per una quota equivalente al 25% dei profitti sopra il margine del 10%. Il secondo pilastro, più noto, era appunto quello che stabiliva che le multinazionali con un fatturato annuo globale di oltre 750 milioni di euro fossero soggette a un’aliquota fiscale minima globale effettiva del 15%, a prescindere dalla giurisdizione fiscale d’appartenenza. Pur trattandosi di una percentuale abbastanza modesta, appariva sempre meglio di niente, anche perché avrebbe reso giustizia alle imprese di medie e piccole dimensioni che non possono dirottare i loro utili nei paradisi fiscali.

A distanza di tre anni, la situazione non appare più così rosea. I Paesi che hanno ratificato l’accordo e che applicano la Minimum Tax sono quelli dell’UE più Regno Unito, Svizzera e Norvegia, Canada, otto Stati asiatici tra cui Giappone e Corea del Sud, tre latinoamericani e altrettanti africani. Non lo hanno implementato, e nemmeno pensano di farlo, Cina e USA, le due potenze globali che generano oltre il 25% degli scambi commerciali mondiali. Dunque gli Stati Uniti di Joe Biden, che avevano chiesto un’aliquota maggiore, non si sono adeguati ed è improbabile che lo faccia la nuova amministrazione Trump.

Le difficoltà emerse nell’applicazione concreta di quanto deciso in sede multilaterale sulla tassazione globale ci riporta drammaticamente al tema chiave, che sempre si evita di commentare: gli Stati adottano due politiche diverse quando si tratta di negoziare e di sottoscrivere accordi internazionali. La prima, di natura strategica e mediatica, al momento della firma di intese e trattati, mira a lasciar intendere che un problema, più o meno sentito dall’opinione pubblica, è stato risolto alla luce di un consenso internazionale; la seconda, di natura pragmatica e amministrativa, si traduce nel ritardare il più possibile la ratifica e l’entrata in vigore degli impegni sottoscritti, allo scopo di tutelare interessi nazionali o di settore. Lo si è visto chiaramente con gli Accordi di Parigi sul clima, lo stiamo vedendo di nuovo con la Minimum Tax e, localmente, con la vicenda dell’accordo tecnico tra Mercosur e UE, raccontato come il punto d’arrivo di 25 anni di negoziati, ma che non è affatto scontato venga ora ratificato dai Paesi comunitari.

Principali responsabili di questa situazione sono sempre le due potenze che oggi hanno l’onore e l’onere di indirizzare la comunità internazionale, anche con il loro esempio. Stati Uniti e Cina perseguono la stessa priorità economica e geopolitica: prevalere sulla potenza rivale in una competizione senza esclusione di colpi, si tratti di sanzioni, dazi o minacce militari. Siamo di fronte a una strana coppia di contendenti, entrambi artefici della globalizzazione e dotati di sistemi produttivi, finanziari e commerciali ormai reciprocamente integrati. Nulla di paragonabile allo schema della Guerra Fredda, nel quale ogni potenza aveva un circuito economico quasi del tutto indipendente dall’altro. Per questo una doppia politica fa comodo a tutti. L’ipocrisia continuerà a regnare a lungo sul piano multilaterale, tra le sorridenti foto di riti scattate quando si annunciano nuovi traguardi collettivi e la fredda realtà dei fatti che emerge quando si va a verificare se quelle promesse siano state effettivamente mantenute.

La caduta della dinastia Assad rimette in discussione l’assetto geopolitico del Medio Oriente, ma l’instabilità mediorientale non è certo una novità. Da decenni la regione è caratterizzata dalla volatilità delle alleanze: dei tempi dei nazionalisti laici panarabi non resta ormai quasi nulla. Proprio la fine del potere degli Assad chiude la storia del Baath, il partito panarabo radicato in Iraq e Siria che avrebbe dovuto modernizzare questi Paesi, perseguendone gli interessi nazionali dopo l’epoca coloniale. In realtà, entrambi i governi del Baath divennero macchine di corruzione e repressione, al servizio della famiglia Assad in Siria e di Saddam Hussein in Iraq. La loro agonia ha trascinato i due Paesi in lunghi conflitti, non solo intestini ma anche con altri Stati, con la partecipazione diretta di potenze mondiali e regionali, e ha favorito l’affermazione dell’“asse sciita” con a capo Teheran. Così viene chiamato il lungo corridoio geografico costruito pezzo su pezzo dall’Iran che, passando attraverso Iraq e Siria, si estende dallo Yemen fino al Libano e al Mediterraneo: una novità per il mondo musulmano dove gli sciiti, anche se maggioranza in due Paesi importanti come Iraq e Iran, sono stati quasi sempre marginali negli equilibri regionali.

L’ultima “acquisizione” dell’Iran era stata l’intestazione della lotta di liberazione palestinese, ottenuta offrendo supporto ad Hamas, emanazione sunnita dei Fratelli Musulmani egiziani, che pure sono teoricamente nemici di Teheran. Ed è stata forse quella mossa politica, potenziata dalla strage del 7 ottobre, che ha spinto Israele non soltanto a prendere il controllo di Gaza, con una rappresaglia che si è trasformata in una delle più grandi carneficine di innocenti degli ultimi decenni, ma anche a intraprendere una serie di azioni volte a scardinare l’asse sciita. Prima colpendo militarmente Hezbollah in Libano, e cioè la lunga mano di Teheran ai confini settentrionali del Paese, poi favorendo la conclusione della guerra civile in Siria, durata quasi 15 anni. L’offensiva lampo condotta dal gruppo salafita Hayat Tahrir al-Sham, già parte della rete di al-Qaeda e fortemente dipendente dalla Turchia, è stata preparata per tempo. In parte sfruttando il ritorno in Libano di molti combattenti di Hezbollah che in precedenza operavano in Siria e il richiamo dei soldati russi spediti al fronte ucraino, in parte intessendo un grande accordo politico per il dopo-Assad. Accordo al quale hanno partecipato Turchia, USA e Arabia Saudita.

Non era mai accaduto, nelle passate rivolte e rivoluzioni mediorientali, che il primo ministro del regime sconfittonon solo non fosse giustiziato, ma addirittura conservasse il proprio ruolo ad interim fino alla nomina del suo successore, come accaduto in Siria a Mohammed Ghazi al-Jalali. Già nei video dell’assalto alla dimora di Assad si può cogliere una netta differenza con altre situazioni analoghe: abiti e suppellettili vengono rimossi quasi con delicatezza, senza nemmeno sporcare il pavimento. Come se tutto fosse stato ben organizzato, compresa le rassicurazioni a cristiani e alauiti sul rispetto delle minoranze. E a una regia attenta fanno pensare anche la copertura aerea statunitense che ha supportato l’offensiva dei ribelli e i blitz di quella israeliana, che prima ha colpito le basi di Hezbollah in Siria e poi i luoghi più intimi e rappresentativi del potere degli Assad, a dimostrarne la vulnerabilità.

Per la Russia e l’Iran è stata una sconfitta senza mezzi termini. Gli interessi di Mosca ora si riducono al mantenimento della base militare di Tartus, per l’Iran invece l’insediamento di un governo ostile in Siria compromette la strategia libanese e, di conseguenza, anti-israeliana. I siriani oggi festeggiano la caduta del regime criminale di Assad, ma il loro futuro è ancora incerto. Joe Biden può mettersi una medaglietta al petto, Israele ottiene una vittoria sull’Iran, la Turchia assume un ruolo ancora più importante in Medio Oriente e nel Mediterraneo. Questo il bilancio di un’offensiva durata solo 12 giorni ma che inciderà a lungo sugli equilibri di tutta la regione.