Archivio per Maggio, 2025

Il commercio equo e solidale rappresenta un modello consolidato di scambio che mira a promuovere condizioni di lavoro dignitose, prezzi giusti e sostenibilità ambientale, soprattutto (ma non solo) per i produttori dei Paesi in via di sviluppo. Sebbene in termini di fatturato rappresenti una fetta ridotta del mercato, questo tipo di commercio ha avuto un effetto “contaminante” sul mercato globale. Diverse grandi aziende, infatti, ne hanno adottato alcuni principi – in particolare quelli relativi alla sostenibilità ambientale e ai diritti dei lavoratori – lanciando proprie linee di prodotti, soprattutto nei settori agroalimentare e tessile.

Tuttavia, questo sistema deve confrontarsi con le politiche commerciali dei Paesi importatori, e dunque anche con i dazi doganali, tornati d’attualità dopo le misure varate da Donald Trump. Trattandosi di tasse sulle merci che attraversano i confini nazionali, nel caso del commercio equo e solidale i dazi possono rappresentare un ostacolo significativo, aumentando notevolmente il costo finale dei prodotti sul mercato. Per esempio, il caffè proveniente da cooperative di piccoli produttori in America Latina, che già ha prezzi più elevati rispetto a quelli dei prodotti “di massa”, può subire rincari tali da renderlo meno accessibile ai consumatori dei Paesi importatori, fino a spingerlo fuori mercato.

Le cooperative che mirano a garantire un prezzo giusto e sostenibile si troveranno dunque ad affrontare una riduzione della domanda che ne limiterà le opportunità di crescita o, addirittura, comprometterà la sostenibilità delle loro attività.

Inoltre, i dazi possono accentuare gli squilibri di mercato favorendo i prodotti provenienti da Paesi con costi di produzione più bassi, spesso ottenuti sacrificando l’ambiente e i diritti dei lavoratori. Ciò, soprattutto nei Paesi in via di sviluppo, vanifica gli sforzi delle organizzazioni del commercio equo, impegnate nella promozione di un modello di scambio etico e trasparente. A questo scenario si aggiungono i dazi consolidati nel tempo a tutela dell’agricoltura dei Paesi occidentali, che vengono rigidamente applicati su quei prodotti che potrebbero rappresentare concorrenza alla produzione interna, come carne, grano o zucchero.

Nel dibattito sull’attuale “guerra dei dazi”, la dimensione della sostenibilità è completamente assente. Si parla solo di bilancia commerciale e di impatto sull’economia, mentre i consumatori, che storicamente hanno sostenuto la crescita del commercio equo e solidale attraverso le loro scelte consapevoli, diventano soggetti passivi, costretti a farsi carico dell’aumento dei prezzi. Si rischia così di gettare al vento decenni di normative e battaglie per i diritti dei lavoratori e per la riduzione dell’impatto ambientale dell’agricoltura e dell’industria della trasformazione. Soprattutto, l’acquisto di questi prodotti, determinato da un orientamento etico, rischia di diventare una scelta dipendente dalla disponibilità economica individuale.

È l’ennesima dimostrazione di come politiche che si proclamano a tutela del popolo e dei più deboli finiscano, in realtà, per produrre l’effetto opposto. I dazi rappresentano infatti la tassa meno progressiva che esista: generano rincari uguali per tutti, ricchi e poveri, ma mentre per alcuni gli aumenti risultano ininfluenti, per molti altri significano impoverimento e, per i piccoli produttori, si traducono in un ritorno a condizioni di lavoro peggiori.

Quando gli chiedevano come poteva sintetizzare la sua vita rispondeva con il titolo della canzone di Violeta Parra “Gracias a la Vida”. José Alberto Mujica Cardano, il Pepe, come nella canzone di Violeta Parra voleva ringraziare la vita che le aveva dato tanto. Da giovane ribelle che negli anni ’60 aveva scelto la lotta armata per cambiare il mondo con i Tupamaros, al prigioniero politico, torturato e usato come ostaggio dei militari per ben 12 anni. Da Mujica tornato libero che collabora alla svolta che porterà le sinistre per la prima volta al potere fino al senatore, a Ministro dell’Agricoltura e infine a Presidente dell’Uruguay. Un politico che non ha mai barattato i suoi principi, che è stato sempre un contadino prestato alla politica, un uomo che dell’austerità ha fatto un principio inderogabile. Perché il Pepe è stato uno degli ultimi esponenti di una cultura antica, quella del gaucho della Pampa. Gente di poche parole, di principi ferrei, di acuta intelligenza pragmatica, abituati alle avversità e alla solitudine. Come quella forzata inflitta dai militari a Mujica per 12 anni, tenendolo in isolamento fino a quasi farlo impazzire. Ed è stato in quelle drammatiche circostanze, per le quali non cercò mai vendetta, che Mujica imparò a vivere dell’essenziale, ma sul serio, e soprattutto a dare valore al tempo. Per Mujica il consumismo era una trappola soprattutto perché i soldi che usiamo per consumare cose superflue sono stati pagati con il nostro tempo. Tempo sottratto agli affetti, all’osservazione, alla discussione, alla socialità. Merci in cambio di tempo di vita, la nuova schiavitù dalla quale bisogna liberarsi. E come? Tornando a vivere con l’essenziale e sostenendo uno stato che sappia garantire educazione e salute per tutti. Welfare e socialità, una caratteristica dell’Uruguay di altri tempi, paese di tradizioni laiche e socialdemocratiche e forgiato dall’immigrazione italiana fin dai tempi di Garibaldi. La sua presidenza ha lasciato all’Uruguay un sistema di sanità pubblica territoriale che ha retto lo shock della pandemia anni dopo, la liberalizzazione della marihuana che ha sottratto risorse alle mafie, la depenalizzazione dell’aborto, il matrimonio tra persone dello stesso sesso, ma soprattutto il livello più basso nella storia del paese di disoccupazione, povertà e disuguaglianza.  Sul piano personale, fece molto scalpore che si fosse assegnato come presidente uno stipendio di soli 900 dollari, da lui ritenuto più che sufficiente per vivere decentemente. Così come il suo rifiuto dell’auto di stato, perché voleva continuare a guidare il suo vecchio maggiolino.

Questa è stata l’eredità politica e personale di José Pepe Mujica, forse l’unico politico in decenni che è rimasto dal primo all’ultimo giorno della sua carriera fedele ai principi in cui credeva, aggiornandoli ma mai per tornaconto personale. Lui diceva che il politico viene costantemente osservato dai cittadini, per questo deve restare uno di loro perché se invece trae profitto personale, si arricchisce, cede alle tentazioni fa anzitutto un danno alla repubblica, all’idea stessa di democrazia. Pepe Mujica era un uomo di altri tempi, ma la sua vita e il suo pensiero sono stati incredibilmente moderni e attuali.  Oggi la politica latinoamericana lo rimpiange, ma perora, ancora non c’è nessuno che abbia imparato dal suo esempio.

Il primo Papa agostiniano proviene da un settore della Chiesa spesso considerato minore e lontano dalle gerarchie, le missioni. Praticamente tutta la sua carriera ecclesiastica l’ha svolta in Perù, nella periferia di un paese periferico, proprio in quei luoghi di frontiera tanto amati e seguiti da Papa Francesco. Con il suo predecessore Leone XIV condivide l’attaccamento alla Dottrina Sociale della Chiesa, progressista nella visione della società e conservatrice nelle questioni dottrinali. Cardinale di fresca nomina, Prevost si è continuato ad occupare di America Latina e di evangelizzazione per il Vaticano. La sua idea di chiesa è molto simile a quella di Francesco, trova la sua forza nel lavoro con gli ultimi coniugando fede e diritti terreni. Ma è anche il primo Papa statunitense, un paese attraversato da divisioni tra i cattolici e dove le forme più estreme della conservazione trovano una sponda nel Vice Presidente J.D. Vance.

I temi della sua agenda saranno senza dubbio quelli portanti del papato di Bergoglio: lotta alle disuguaglianze, dialogo interreligioso e pace. Per chi aveva dubbi sulla traccia che avrebbe lasciato Francesco, l’elezione di questo nuovo Papa conferma che su questi temi la Chiesa non poteva, e si spera non voleva, tornare indietro.

Che cosa resta della grande ondata di sensibilità sui temi ambientali che ha investito buona parte del pianeta solo pochi anni fa? La prima risposta, d’istinto, sarebbe: poco o nulla. Articolando meglio, si potrebbe dire che, ancora una volta, l’agenda della politica mondiale ha relegato il cambiamento climatico tra le questioni non prioritarie.

La realtà, però, è più sfaccettata. Perché, se è vero che l’Accordo di Parigi non è stato finora seriamente applicato, è vero anche che in tanti Paesi la transizione energetica è già una realtà. E non solo nell’Europa comunitaria. L’elenco degli Stati che hanno compiuto sforzi significativi è lungo e abbraccia tutti i continenti: dal Regno Unito al Marocco, dal Cile alla Costa Rica, fino alle Filippine. Ma la grande rivoluzione sta avvenendo in Cina, Paese che attualmente è responsabile di circa un terzo delle emissioni mondiali di CO2 per via dell’uso consolidato del carbone come fonte energetica fondamentale. Negli ultimi anni, in Cina si è concentrato quasi il 40% di tutti gli investimenti mondiali sulle energie pulite e il gigante asiatico è diventato leader globale nella produzione di mezzi elettrici e colonnine di ricarica e di pannelli solari e fotovoltaici. Soprattutto, è monopolista nel trattamento delle terre rare, del cobalto e del litio utilizzati dall’industria green.

Oggi la crescita economica cinese è basata in buona parte proprio sulla produzione di tecnologie e prodotti sostenibili. Se manterrà questo ritmo, entro il 2035 la Cina dovrebbe ridurre le sue emissioni di anidride carbonica del 30% e aumentare la sua quota di produzione di energie da fonti rinnovabili fino al 40%, con un calo delle emissioni industriali del 25%. I numeri raccontano uno sforzo titanico da parte di Pechino, non solo per migliorare le condizioni di vita dei propri cittadini ma anche per porsi alla guida di una rivoluzione mondiale in nome dell’ambiente e, al tempo stesso, del business. Proprio questa è la differenza rispetto agli altri Paesi che si stanno sforzando per rispettare gli Accordi di Parigi: per la Cina non si tratta soltanto di fare la cosa giusta, come per gli altri, ma di consolidare un ruolo di potenza economica proiettata verso il futuro.

L’antagonista per eccellenza, gli Stati Uniti di Donald Trump, sono invece proiettati verso il recupero di un passato che potremmo definire quasi remoto, fatto di petrolio e carbone, di dazi e frontiere chiuse. È un paradosso dei nostri tempi: quella che era considerata una delle realtà più tradizionaliste e conservatrici al mondo, la società cinese, si pone alla testa del cambiamento, mentre la società statunitense, che da sempre consideriamo la culla dell’innovazione, si chiude su se stessa e taglia i ponti con il resto del mondo.

Al netto delle differenze nel sistema politico che regge i due Paesi – e la democrazia non è un dettaglio – la classe dirigente cinese sta dimostrando di avere una visione di sé e del mondo che prefigura un nuovo ordine, percepito come ineluttabile, mentre quella statunitense non riesce a prendere atto del declino dell’ordine precedente, che le consentiva di prevalere senza ostacoli a livello globale. Il resto del mondo può solo osservare: qualcuno prova a inserirsi nella disputa, ma la partita è esclusivamente a due.