Archivio per febbraio, 2025

Pare difficile anche solo da immaginare, una geopolitica mondiale senza la centralità del blocco occidentale. Eppure, l’insieme dei Paesi che definiamo “occidentali” agisce in modo coordinato soltanto dalla fine della Seconda Guerra mondiale: fino ad allora, questi Stati si erano spesso ritrovati su fronti politico-militari opposti. Basterebbe questo a dimostrare come sia una forzatura storica interpretare in chiave valoriale e assoluta un concetto – quello di Occidente, appunto – che è storicamente labile e frutto di equilibri definitisi solo a metà Novecento. Ciò non significa negare che dell’Occidente facciano parte Paesi caratterizzati, almeno negli ultimi 70 anni, dalla democrazia liberale: del resto, il compattamento di questo gruppo, del quale fanno parte Stati geograficamente lontani come Australia, Nuova Zelanda o Giappone, è stato una conseguenza della vittoria alleata contro la Germania nazista.

Vale la pena, allora, ripercorrere l’evoluzione dell’idea di Occidente. Nel Medioevo, così si indicavano le terre cristiane a ovest di Gerusalemme; dal XVI secolo il concetto si estese alle colonie delle Americhe, passando in eredità ai Paesi che sarebbero nati nelle ex conquiste spagnole, portoghesi, francesi e inglesi. Ma questa visione sarebbe cambiata di nuovo, restringendo il perimetro dell’Occidente ai Paesi democratici sì, ma anche economicamente avanzati, escludendo e relegando in un generico “terzo mondo” l’America Latina che pure aveva finanziato l’espansione coloniale a livello globale. Dalla nascita del G7, formalizzata nel 1986, il club dell’Occidente si è ulteriormente ristretto ai sette Paesi più ricchi dell’epoca. Da allora, è stato questo il nucleo portante delle politiche finanziarie, economiche, ambientali e militari a livello mondiale: una visione economica unica, imposta anche nelle istituzioni multilaterali, e una politica militare unica, operata attraverso la NATO.

La frattura che si sta registrando nelle ultime settimane tra le due sponde dell’Atlantico segna un nuovo cambiamento e rappresenta un salto nel buio in un mondo già tribalizzato, caratterizzato da potenze emergenti militarmente aggressive e da un diritto internazionale in piena crisi. Ci riporta a uno schema che assomiglia molto a quello ottocentesco e d’inizio ’900, nel quale ogni potenza tentava di conquistare a proprio vantaggio una parte di mondo e di affari senza sognarsi di discutere con nessuno, stabilendo solo alleanze temporanee di tipo utilitarista. L’appello (più o meno retorico) ai principi di libertà, democrazia, uguaglianza era ancora sconosciuto: sarebbe stato introdotto al tempo della lotta al nazifascismo e poi al comunismo e infine al terrorismo jihadista. Attribuire l’attuale criticità soltanto al cambiamento di presidenza negli Stati Uniti è molto riduttivo. I due Occidenti, quello americano e quello europeo, si erano già allontanati nel modello di società, nell’interpretazione della democrazia, nella visione del mondo. Una frattura culturale e sociale si è aperta prima ancora di quella politica. La grande differenza è che oggi gli USA sono sovrani nel decidere la loro azione, i Paesi europei si trovano a fare i conti con un “contenitore” multilaterale inconcluso, l’UE, che paralizza più che agevolare il ruolo del continente nel mondo. Non c’è da stupirsi se nel dibattito sul conflitto mediorientale o sulla guerra in Ucraina l’Europa sia stata lasciata fuori dalla porta. La domanda da porsi è come mai nel 2025 l’Unione non abbia competenze in merito di difesa comune e di politica estera. I ritardi, i malintesi, le controversie nella famiglia europea hanno un prezzo, lo sapevamo, e ora tutti possono vedere qual è: l’inadeguatezza nel fare fronte alle odierne complessità del mondo. Inclusa la trasformazione dell’Occidente

Le due destre che oggi si candidano a esercitare il potere nel mondo hanno matrice e obiettivi diversi. Una, incarnata dagli oligarchi della West Coast statunitense, si abbevera nell’anarco-liberismo che considera lo Stato nemico dei cittadini in quanto entità regolamentatrice (e dunque controllore) dei rapporti sociali ed economici. La grande quota di economia globale controllata dai padroni dei social, della logistica, degli sviluppatori di software e dell’IA è cresciuta fuori da ogni normativa. Sono imprenditori che rivendicano diritti e chiedono allo Stato di essere tutelati attraverso la magistratura, e spesso anche mediante sovvenzioni, ma non accettano che lo Stato stabilisca delle regole per il loro business. Secondo la loro retorica, il loro lavoro non dovrebbe essere ostacolato da alcun provvedimento legale e men che meno dalla pressione fiscale, perché ha cambiato il mondo in meglio. Questa lettura unilaterale e narcisista della propria attività spiega la veloce conversione delle aziende di questi oligarchi dall’etica (o estetica) woke, e dall’accettazione dei limiti imposti ad esempio dall’Unione Europea, al sostegno a Trump: sperano che i loro diritti e i loro affari possano essere tutelati non dalle leggi, ma dalla potenza di ricatto del presidente degli USA.

L’altra destra ha radici più antiche, evidenti soprattutto nella personalità che meglio la rappresenta, l’uomo più ricco del mondo: Elon Musk. Cresciuto nella cultura dell’apartheid sudafricano, Musk non si fa problemi a sostenere forze apertamente legate all’eredità nazista o fascista e a proporre una nuova lettura razzista della società, fondandola sull’efficientismo. Le politiche inclusive avrebbero il difetto, secondo Musk, di offrire opportunità immeritate a soggetti appartenenti a minoranze etniche o sessuali che, invece, dovrebbero restare nella schiera dei subordinati, essendo (è questo il pregiudizio implicito) meno capaci per natura. Il futuro fa cortocircuito con il passato, i viaggi su Marte con le teorie della razza. Ciò che appare poco spiegabile, in quest’ottica, è il sostegno offerto a forze dichiaratamente fasciste, come l’AFD in Germania che, come tutti i partiti con la stessa matrice, è fortemente statalista, sostiene uno Stato regolamentatore e promuove una società chiusa, totalmente contraria alla globalizzazione. L’esatto contrario del mondo che ha consentito al loro supporter multimiliardario di arrivare in cima alle classifiche mondiali della ricchezza.

Ma a questa destra “bipolare” non appartiene solo il patron della Tesla. Anche l’anarco-liberista argentino Javier Milei professa un’ideologia libertaria estrema, ma poi considera alleate e amiche forze neofasciste che hanno una visione dello Stato diametralmente opposta alla sua.

Il punto è che questa strana alleanza tra soggetti molto distanti è diventata vincente in diversi scenari, a partire dagli Stati Uniti: una volta divenuta governo, ci si aspetta che non possa più nascondere le proprie contraddizioni interne. Ai dazi si risponde con dazi, e se Trump li applicasse sul serio, le ritorsioni andrebbero probabilmente a colpire proprio l’high-tech multinazionale, imponendo regole e obblighi fiscali che finora i grandi player globali hanno scampato. La logica MAGA di Trump si scontra frontalmente con la logica “open world” che ha fatto la storia della globalizzazione. Difficile dire quale tra queste anime prevarrà, ma forse ciò che è appena accaduto con l’imposizione dei dazi statunitensi, annunciati e poi in gran parte congelati, indica una pista diversa, che potrebbe sintetizzarsi così: chiedo il tuo voto per chiudere il Paese all’invasione dei migranti e delle merci straniere, ma intendo usare il mio potere per affermare il primato mondiale delle mie industrie, e per farlo devo agire per garantirmi le condizioni migliori.

Né mondo chiuso né mondo aperto, insomma, ma un mix tra le due cose: come è sempre stato, con i democratici e con i repubblicani. Cambiano solo la forma, l’eleganza e il metodo negoziale. In Europa, invece, gli sviluppi potrebbero essere drammaticamente diversi: qui non abbiamo grandi innovatori, ma i residuati delle ideologie totalitarie del ’900.

La presidente del Messico Claudia Sheinbaum ha appena inviato al Parlamento federale una proposta di modifica della Costituzione per introdurre il divieto di coltivare mais transgenico. Lo slogan della sua campagna contro gli OGM è “senza mais non c’è Paese” (“Sin maíz no hay País”). Il Messico è uno dei più grandi consumatori pro capite di mais al mondo – cereale che, tra l’altro, è diventato commestibile grazie al lavoro di selezione dei popoli nativi di questo Paese – e attualmente produce soltanto il 50% di quanto consuma. Si tratta, più precisamente, della metà dedicata al consumo umano, mentre il restante 50%, destinato all’alimentazione animale, viene importato dagli Stati Uniti ed è totalmente transgenico.

La proposta di Sheinbaum, in sostanza, va a cozzare contro le regole del mercato globale, che in materia di cereali fa un larghissimo uso delle sementi geneticamente modificate. In tempi recenti, il Messico ha già provato a vietare l’import di mais OGM, ma il tribunale arbitrale previsto dall’accordo di libero scambio tra Stati Uniti e Messico ha respinto il ricorso, motivando la sentenza con la mancanza di prove sulla dannosità del consumo di OGM per la salute umana o animale. E questo è vero: il problema degli OGM non è, infatti, la loro nocività, finora mai dimostrata, bensì il modello agricolo sul quale si reggono queste coltivazioni. Pochi proprietari, quasi nessuna necessità di manodopera, enormi distese di terra, erosione dei suoli, eliminazione della biodiversità. Eppure, attualmente questo è il modello vincente: nel mondo, sono coltivati a OGM circa 200 milioni di ettari di terre agricole, di cui due terzi negli USA e nei quattro Paesi del Mercosur (Argentina, Brasile, Paraguay, Uruguay). Il foraggio per il bestiame utilizzato dal Messico all’Italia, dal Canada alla Francia è al 100% transgenico, soprattutto la soia. Ma non lo è solo il foraggio: sono largamente coltivati anche grano, patate, pomodori, girasoli, cotone geneticamente modificati. Pian piano, l’intera agricoltura mondiale sta adottando questa tecnologia, con l’eccezione dell’Unione Europea, dove vige il divieto degli OGM per uso umano (ovviamente, non per quello animale).

Su scala mondiale, la geografia del cibo è stata fortemente toccata dall’introduzione dei prodotti geneticamente modificati, che però, va registrato, consentono di produrre più cibo a minor costo rispetto alle altre varietà conosciute. Gli impatti negativi sono quelli ormai conosciuti e documentati: sui suoli, sulle persone esposte al glifosato e sulla biodiversità. Ma è quello che il mercato oggi offre, ed essendo così pochi i Paesi che riforniscono il mondo di cereali – Stati Uniti e Canada, Brasile e Argentina, Ucraina, Russia e Australia – non vi sono spazi per altri produttori che non siano di nicchia e lavorino solo per il consumo locale. Se la proposta della presidente del Messico andrà in porto, i maggiori danni economici sarebbero per gli agricoltori messicani, obbligati a coltivare il più costoso mais non transgenico che diventerebbe poco concorrenziale con quello OGM importato dagli USA (contro il quale il Messico non potrebbe far nulla).

L’iniziativa messicana ha insomma un forte valore simbolico, soprattutto perché vorrebbe tutelare le 59 varietà di mais oggi disponibili in Messico, ma l’equilibrio tra la tutela della diversità e il mercato globale è sempre più complesso, e rischia di lasciare sul lastrico coloro che vorrebbe difendere. Si potrebbe concludere che ormai non vi sono alternative alla graduale omologazione dell’agricoltura mondiale alle monovarietà transgeniche… Ma non è esattamente così, perché due miliardi di contadini coltivano ancora con le loro sementi e soprattutto perché l’eliminazione della biodiversità alimentare, alla lunga, potrebbe mettere a rischio la sicurezza alimentare mondiale nel caso della comparsa di parassiti, patologie o altre piaghe oggi non conosciute. Ci vorrebbe una sintesi che garantisca da un lato la produzione di cibo per un’umanità ancora destinata a crescere e, dall’altro, la tutela ambientale e della biodiversità. Al momento, siamo però molto lontani dall’avere trovato una soluzione.