Le scarpe della discordia

Pubblicato: 1 giugno 2019 in Senza categoria
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La multinazionale dell’abbigliamento sportivo Nike ha subito una sconfitta storica, senza che ci sia stato nemmeno bisogno di approdare in tribunale. La nuova scarpa della collezione Air Force 1 doveva portare un disegno, su fondo nero, in omaggio a Portorico, l’isola caraibica “associata” agli Stati Uniti. Il disegno riproduceva la rana Coquí, un piccolo batrace originario proprio di Portorico. Ma ecco che approssimazione e superficialità hanno trasformato l’operazione in un furto ai danni di Panama, e più precisamente dell’etnia Kuna. Un popolo che vive sull’arcipelago di San Blás, al largo della costa nord-orientale, verso la Colombia, difendendo con unghie e denti la sua autonomia culturale e anche territoriale.

L’arte kuna si esprime con uno dei prodotti più alti della cultura materiale americana, le molas: splendidi tessuti colorati che ormai da anni sono ambiti dai collezionisti d’arte. I Kunas attribuiscono a queste stoffe un valore insieme culturale e religioso. Le molas sono infatti le “tele” sulle quali raffigurano la loro mitologia. Per i creativi Nike, invece, le molas erano solo drappi colorati con uno stile affascinante. Ed ecco che l’omaggio a Porto Rico si è trasformato in un furto di proprietà intellettuale ai danni di un intero popolo. O meglio, in un caso di appropriazione culturale, tema al quale l’opinione pubblica nordamericana è sensibilissima. La denuncia dei Kunas ha fatto il giro del mondo grazie ai social network, costringendo l’azienda a sospendere la vendita delle scarpe incriminate e a riconoscere che si era creato un equivoco, ammettendo che per disegnare la rana Coquí portoricana erano state usate come modello le molas dei Kunas panamensi.

L’episodio potrebbe chiudersi qui, con un lieto fine. In realtà il furto di proprietà intellettuali e culturali ai danni dei popoli indigeni del mondo è un male antico mai debellato. Cominciò ai tempi del colonialismo, quando l’archeologia e la sedicente antropologia dell’epoca saccheggiavano opere d’arte, paramenti religiosi, addirittura corpi umani per riempire i musei “dell’uomo” delle capitali europee. E perdura ancora oggi, ad esempio con l’uso di simboli dei popoli nativi a scopo pubblicitario. Molte “scoperte” ancestrali di questi popoli sono state nel tempo brevettate a beneficio di aziende internazionali.

La tutela del diritto d’autore, da tempo ben regolamentata nel caso di persone fisiche o imprese, ha una storia recentissima quando riguarda i popoli. Anzi, al di là di poche eccezioni, non esiste ancora una codifica chiara, un riconoscimento formale dell’appartenenza di un bene tradizionale a un popolo. Oggi però l’uso dei social, e la crescente importanza della “reputazione” delle imprese, patrimonio che si può perdere velocemente, stanno portando a una forzatura in senso positivo della legge. Da un punto di vista legale, Nike avrebbe potuto tranquillamente usare le molas dei Kunas: non avrebbe di sicuro perso una causa davanti a un giudice, sempre ammesso che ci fosse margine per portarla in tribunale. Invece ha deciso di ritirare il prodotto dal mercato, come di solito le aziende fanno quando vengono colpite da una sanzione: di fatto, ha riconosciuto che non era proprietaria di quel prodotto culturale. Questo per tutelare la sua reputazione, per non finire nel mirino di campagne di boicottaggio. Di questi tempi, infatti, spesso la paura di finire alla gogna conta più delle sentenze dei tribunali. Altra novità sulla quale riflettere pensando al mondo del futuro.

 

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