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È stato papa Francesco, alcuni anni fa, la prima e finora unica autorità mondiale a denunciare lo scandalo degli sprechi alimentari. Ora abbiamo i numeri per capire quanto questo fenomeno sia davvero un’emergenza. In un mondo dove, secondo il report 2022 della FAO, tre miliardi di persone vivono in condizioni di insicurezza alimentare e oltre 800 milioni di esseri umani soffrono la fame vera e propria, ogni anno ci permettiamo di buttare o sprecare cibo per un valore stimato in 600 miliardi di dollari USA. Questa la valutazione che emerge da un rapporto dell’agenzia di consulenza statunitense McKinsey. Si tratta di una quantità di cibo che rappresenta una quota variabile tra il 33 e il 40% dell’intera produzione mondiale di alimenti. La metà di questo gigantesco spreco avviene durante la raccolta, la movimentazione, lo stoccaggio e la lavorazione. Il resto durante il passaggio al venditore finale e nel frigorifero del cliente. Sono numeri ai quali è difficile credere, quasi metà del cibo prodotto anziché sfamare le persone finisce in discarica. Ed è un problema che riguarda anche l’aspetto ambientale. Basti pensare alla progressiva sottrazione di terreni alla natura e alle foreste per destinarli alle coltivazioni, all’uso della chimica, allo sfruttamento intensivo delle risorse idriche. E poi alla produzione di CO2 da parte dei macchinari agricoli e dell’intera filiera della coltivazione e del raccolto, per non parlare delle emissioni dell’allevamento di bestiame.

Secondo le misurazioni dell’IPCC (il panel intergovernativo sui cambiamenti climatici dell’ONU), l’impatto è del 21% sul totale delle emissioni di CO2, cui andrebbe aggiunta una quota dell’11% dovuto alla deforestazione e del 3,5% derivante dalla gestione dei rifiuti. Insomma, stiamo parlando di circa un quarto del totale delle emissioni che sono alla base del cambiamento climatico. Secondo il report di McKinsey, queste emissioni potrebbero essere ridotte del 70%.

I prodotti più sprecati sono quelli del settore ortofrutticolo e cerealicolo, in primis i pomodori, che in Europa arrivano agli scaffali in rapporto di 65 su 100, mentre nei Paesi del Sud del mondo ce la fanno solo 45 su 100. Il motivo principale della perdita di prodotto è l’eccedenza di produzione, ossia l’eliminazione volontaria di una parte del raccolto per non fare scendere il prezzo di mercato. Il secondo motivo è dovuto al marketing, che ci ha abituati a ortaggi e frutti perfetti, senza macchie né difformità rispetto agli standard: circa un terzo del prodotto è scartato per non “deludere” il consumatore. Un altro motivo sono i problemi relativi alla commestibilità del prodotto, conseguenza, ad esempio, di un uso eccesivo di diserbanti e pesticidi.

Se si razionalizzassero le filiere produttive e si rieducasse il consumatore affinché capisca che anche una banana con qualche macchia è perfettamente commestibile, si potrebbe avere una notevole riduzione dello spreco: ma, come sempre, in questo settore la razionalità non è di casa. Anzi, il consumatore non è stato “diseducato” soltanto sugli aspetti estetici del prodotto, ma anche in relazione alla stagionalità di frutta e verdura. Si è perso il principio per il quale si mangiano quelle cose che, nel proprio territorio, sono disponibili nella stagione in cui ci si trova. Invece il supermercato globale ci offre zucchine, mirtilli, manghi e asparagi 365 giorni all’anno, spesso portandoli sugli scaffali da terre lontane, e senza prestare minimamente attenzione alle ricadute ambientali e sociali: ci sono Paesi nei quali si abbandonano le coltivazioni di base, indispensabili per sfamare la popolazione, per dedicarsi alle varietà destinate all’esportazione, più redditizie. È un grande nodo che va risolto, se davvero si vuole incidere sui cambiamenti climatici. E anche qui, come per l’energia, bisogna incidere su un modello di consumi globali che passa per essere moderno mentre è ormai decrepito, perché continua a basarsi sul presupposto erroneo che le risorse siano illimitate.