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Pochi popoli al mondo sono così fortemente identificati con un territorio come i Masai della Tanzania e del Kenya. L’immagine della savana primordiale, ricca di fauna esotica altrove sparita, non può prescindere nel nostro immaginario dai Masai, allevatori transumanti di bovini, che da tempi antichi vengono considerati i signori di quei grandi spazi. Le mandrie pascolano custodite dai ragazzi di quest’etnia che si è sviluppata senza conoscere i moderni confini tra Stati, ma da qualche decennio devono evitare soprattutto le aree protette. Questo perché il turismo nella savana, che una volta era praticato da pochi e ricchi occidentali, è cresciuto velocemente. Non si tratta più di cacciatori, anche se nelle riserve private si continua a sparare sugli animali, ma di turisti da safari fotografico. Ed è così che gli uomini di queste terre sono progressivamente diventati ingombranti, con le loro mandrie che nulla hanno di esotico, almeno per chi cerca il brivido dell’incontro con il leone.

Come denuncia il californiano Oakland Institute nel suo dossier Losing the Serengeti, i Masai dalla Tanzania stanno perdendo progressivamente il possesso dei loro territori a causa dell’espansione delle aree protette e delle riserve private destinate ai turisti. Nel Paese africano è dunque tornata di moda una concezione del protezionismo molto vecchia, che si considerava superata: la natura va conservata allontanando gli abitanti ancestrali del territorio. Questo approccio un tempo era figlio di erronee interpretazioni dell’interazione tra i popoli indigeni e l’ambiente, mentre oggi deriva biecamente da interessi commerciali. Come in passato nelle Filippine e in Indonesia, dove interi popoli sono stati espulsi dalle loro terre per dare il via a progetti di ecoturismo, queste operazioni avvengono spesso in modo violento. Nel dossier si denuncia ad esempio la distruzione nel 2017 di 180 boma, le case tradizionali masai, a Loliondo, un villaggio tanzaniano quasi al confine con il Kenya.

Per fare posto a nuove strutture per turisti, migliaia di pastori sono stati espulsi con gravi danni per il loro bestiame. Ed è nato così l’ennesimo conflitto per la terra, in zone dove non esistevano titoli di proprietà né demarcazioni. Ora però, all’improvviso, vengono rilasciati permessi per l’insediamento di società specializzate nei safari, come la statunitense Tanzania Conservation Limited, che gestisce una riserva di 5100 ettari e la Ortello Business Corporation degli Emirati Arabi Uniti che controlla circa 150.000 ettari.

Nei difficili rapporti tra minoranze etniche e Stati nazionali si trovano condensate tutte le tipologie di conflitti esistenti al mondo. Conflitti ambientali provocati dall’industria mineraria e del legname, conflitti per l’acqua, veri e propri tentativi di etnocidio. È una situazione denunciata puntualmente dall’ong Survival International, che documenta costanti aggressioni contro popoli raramente in grado di opporre resistenza. In nome del turismo e dello sviluppo economico si stanno ora compiendo nuovi soprusi: dai boscimani del Kalahari in Botswana, ricacciati sempre più dentro il deserto per non disturbare l’industria turistica, agli indios dell’Amazzonia sfruttati dai tour operator come comparse mal retribuite nei viaggi di cosiddetto etno-turismo. La posta in gioco non è soltanto la terra, come in Tanzania, ma più spesso è la cultura locale, spacciata come “autentica” ma che deve essere recitata, e che finisce con il perdere vitalità, come qualcosa di fossilizzato nel tempo.

Il turista amante di questi “incontri” con gli indigeni fa finta di credere (o a volte crede veramente) che le persone che incontra vivano ancora seminude, che danzino tutti i giorni, che celebrino feste ogniqualvolta il pullman si ferma fuori dal villaggio. Grazie alla globalizzazione, gli zoo umani che si allestivano in Europa tra l’800 e il ’900 ora si possono visitare direttamente in loco. E questo ha peggiorato la situazione, perché a pagarne le conseguenze non sono solo i pochi individui strappati al loro mondo per essere esposti come animali a Parigi o a Bruxelles, ma interi popoli. Che insieme alla dignità rischiano di perdere la terra e di diventare profughi, resi tali non da guerre o carestie ma dai viaggiatori che, volendo incontrare culture esotiche, contribuiscono invece a una nuova e gigantesca violazione dei diritti dei popoli.

 

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