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Il nuovo governo messicano sta affrontando una situazione senza precedenti: per la prima volta nella sua storia, da Paese di emigrazione o di passaggio, il Messico sta diventando meta finale di consistenti flussi migratori. Ciò accade non soltanto perché negli ultimi anni è diventato più difficile entrare negli Stati Uniti, e dunque i migranti cercano spontaneamente altre destinazioni, ma anche perché, in base all’accordo migratorio imposto da Donald Trump, i cittadini centroamericani che chiedono asilo negli Stati Uniti devono aspettare la risposta di Washington in territorio messicano. I tempi necessari per la pratica possono superare l’anno, e per chi viene respinto – oltre il 70% dei richiedenti – il Messico diventa, volente o nolente, la tappa finale del viaggio.

In un recente seminario organizzato nella capitale messicana dal ministero del Welfare e da Cepal (Comisión Económica para América Latina y el Caribe, la commissione economica per l’America Latina delle Nazioni Unite), con il sostegno di Eurosocial (il programma della Commissione Europea per sostenere le politiche di inclusione sociale in America Latina), si è discusso di povertà, esclusione e migrazioni. Temi non sempre collegati, in un continente che sconta da secoli alti tassi di povertà: il 30% della popolazione dell’America Latina è povero, il 10% indigente. Il fenomeno migratorio, dovuto a emergenze ambientali, economiche o politiche, sta diventando per la prima volta dirompente. Da Venezuela e Haiti sono usciti oltre 4 milioni di cittadini; dal triangolo centro-nordamericano costituito da Honduras, Salvador e Guatemala partono carovane di disperati che si incamminano verso nord formando gruppi, per tentare di proteggersi a vicenda. Non c’è capitale latinoamericana che non registri massicci arrivi da altri Paesi dell’area. Solo a Buenos Aires in tre anni sono arrivati 150.000 venezuelani, a Santiago del Cile sono entrati 250.000 haitiani. La Colombia poi ha superato il milione e mezzo di arrivi via terra di fuggiaschi dal vicino Venezuela, ormai al collasso.

Le risposte sono state finora di spontanea solidarietà, in alcuni casi di meditata agevolazione, come nel caso dell’Argentina, che ha validato per decreto i titoli di studio dei venezuelani, affinché possano continuare a esercitare le loro professioni. In Messico la riflessione è ancora più avanzata, partendo dalla premessa che, per il Paese, si tratta di un’opportunità storica per restituire parte di quanto ricevuto dai suoi emigrati all’estero. La politica ufficiale prevede l’erogazione di aiuti affinché i migranti centroamericani mettano radici stabili in Messico: ciò attraverso il lavoro, soprattutto nelle imprese del Nord del Paese e nel settore dell’agricoltura, ma anche grazie a prestiti agevolati per l’acquisto della casa e alla copertura medica e scolastica per i nuclei familiari.

Questa apertura parte da una constatazione oggettiva: nel 2030 anche in America Latina comincerà a verificarsi il fenomeno dell’invecchiamento della popolazione, che ben conosciamo in Europa. Anche se il Messico è ancora giovane, ci si porta avanti con una politica migratoria aperta, che possa sostenere la demografia futura. È un ragionamento di respiro che manca totalmente in Europa, dove l’unica risposta al calo demografico è ridurre alla clandestinità i migranti, in quanto ormai legalmente non si può più entrare. I Paesi latinoamericani devono affrontare molti problemi, come noto, ma non si sono mai dimenticati la lezione della storia per quanto riguarda il diritto all’accoglienza e a rifarsi una vita. Si offrono diritti civili e di cittadinanza a chi arriva da altri Stati latinoamericani, oltre a dare cittadinanza automatica ai futuri figli dei migranti. Principi che Donald Trump sta tentando di cancellare negli Stati Uniti e che in Europa si sono persi da tempo.

 

 

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