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Michail Gorbačëv è stato il curatore fallimentare di un sistema che crollò da solo. Un sistema, l’URSS, che aveva molti tratti originali, ma in comune con il precedente regime zarista la spinta imperialista. In nome dei valori cristiani e del nazionalismo in un caso, in nome del proletariato internazionale nell’altro. Dal Grande Gioco con la Gran Bretagna per il controllo dell’Asia centrale, porta d’accesso al forziere indiano, al confronto con gli USA in Europa e nel resto del mondo durante la Guerra Fredda, la Russia si è sempre sopravalutata. Non è lo stesso infatti percepirsi come superpotenza mondiale ed esserlo. La Russia imperiale e quella sovietica erano convinte che si potesse conquistare questa posizione grazie alla forza militare e all’intelligence. L’economia era solo una variabile secondaria, anche se è stata quella cha ha segnato sia la fine degli zar sia la fine dell’URSS. L’odierna Russia eredita la parte peggiore delle due esperienze passate. Il putinismo si basa su tre pilastri, il ripristino della radice cristiana e reazionaria dei tempi dello zar, la politica militare e di potenza dell’URSS e il moderno gangsterismo politico che cancella la democrazia e diventa predatore e padrone dello Stato. Nessuna delle tre Russie alla fine ha avuto i numeri per affermarsi come vera potenza globale, e quella putiniana impantanata in Ucraina lo sta scoprendo adesso. Un paese che ha lo stesso PIL del Brasile più le bombe atomiche. Gorbaciov alla fine è stato soltanto un uomo della transizione tra due fallimenti, un politico intellettualmente onesto che aveva capito che l’esperienza dell’URSS era ormai sepolta e che bisognava andare avanti, probabilmente senza guerre inutili. Lezione che Vladimir Putin, che ha sempre ripudiato Gorbačëv, non ha mai colto.