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Dopo mesi di polemiche, di minacce aperte, di misteriose operazioni di intelligence, di visite di politici non graditi, alla fine si è giunti a un accordo tra Stati Uniti e Danimarca. Un successo della strategia di Donald Trump, che ha piegato al suo volere il vecchio regno europeo? Neanche per sogno.

La gigantesca isola nordamericana al centro di questa disputa, colonizzata dai vichinghi nel Medioevo e oggi popolata da 56mila persone, in gran parte Inuit, è uscita dal dimenticatoio grazie al cambiamento climatico. Oggi sta tornando la “terra verde” apprezzata dagli agricoltori vichinghi che vi sbarcarono attorno all’anno 1000, e lo scioglimento dei ghiacci che ne coprono la superficie rende appetibili i suoi importanti giacimenti di terre rare, uranio, idrocarburi, oro; ma ci sono anche le nuove rotte commerciali artiche che si aprono alla navigazione durante l’estate, e sono soprattutto queste ultime a pesare nel rinnovato interesse per la Groenlandia. Più delle terre rare o di altri minerali, infatti, per gli Stati Uniti diventa strategico controllare il passaggio di navi russe e soprattutto cinesi al largo della Groenlandia.

Il “fantastic deal” appena sottoscritto da Stati Uniti e Danimarca si basa sull’accordo già firmato tra i due Paesi nel 1951, in piena Guerra Fredda. All’epoca, la Danimarca concedeva il permesso per la costruzione di tre basi statunitensi in Groenlandia nell’ambito del dispositivo di difesa occidentale della NATO. L’importanza di questa terra ghiacciata, dal punto di vista militare, era che da qui si sarebbero potuti intercettare eventuali missili balistici partiti dall’Unione Sovietica prima che colpissero gli USA. Si tratta di accordi che la Danimarca non ha mai contestato: anzi, nel recente passato è stato il Pentagono, con il calare delle tensioni internazionali, a declassare man mano queste basi.

L’accordo, firmato quasi in silenzio tra i due Stati a latere dell’ultima assemblea generale dell’ONU, lascia in capo alla Groenlandia, regione autonoma del Regno di Danimarca, il compito della sorveglianza del territorio e autorizza altri eventuali Paesi della NATO a stabilirvi basi, un’apertura multilaterale che contraddice lo spirito bilateralista di tutta la politica estera della Casa Bianca. Anche la scelta di firmare l’accordo in sede ONU è stata un chiaro messaggio della Danimarca, che ha così ribadito di continuare a credere nel multilateralismo, come già aveva dimostrato chiedendo e ottenendo l’appoggio dell’Unione Europea durante le schermaglie di questi ultimi due anni. Per la propaganda del presidente Trump, diffusa via Truth, si è trattato di un trionfo personale, mentre la Danimarca si è limitata a pubblicare il testo integrale dell’accordo senza commenti. Se ci si prende la briga di leggerlo, si evince infatti che si tratta soltanto dell’aggiornamento di quanto già sottoscritto 75 anni fa, e che nessuno aveva mai messo in discussione. Tra propaganda e realtà, minacce e trattative, almeno in questa partita ha vinto la vecchia politica, quella basata sulla diplomazia, che sicuramente avrà tanti difetti ma alla fine permette di trovare la quadra, cosa che non riesce a chi oggi agita la clava. Clava che, andando a vedere, ormai picchia poco.