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L’elenco dei Paesi nei quali la democrazia arretra continua ad allungarsi. Si va alle limitazioni alla libertà di espressione, come in Russia, Iran o Ungheria, fino ai colpi di Stato condotti secondo tradizione, come quello recentissimo in Myanmar. Le potenze che si muovono dietro le quinte di questo arretramento dei diritti politici e individuali su scala mondiale sono quasi sempre le stesse. Pur non formando un asse vero e proprio, hanno interessi coincidenti: tutte vogliono impedire lo sviluppo di strumenti democratici che potrebbero mettere in discussione la natura di un regime o i privilegi di una classe politica corrotta. Russia, Iran, Cina e Turchia sono gli alfieri e i propagatori dei metodi totalitari di gestione del dissenso. Si tratta di Paesi che possono avvalersi di diversi strumenti per conquistare amicizie: dal loro peso economico alle conoscenze tecnologico-scientifiche, dal petrolio all’appoggio politico, garantendo sostegno presso gli organismi multilaterali. I generali golpisti birmani, ad esempio, sono stati graziati dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU grazie al veto imposto dalla Cina, alleata storica della dittatura birmana, che ha bocciato una bozza di risoluzione a favore del ripristino della democrazia.

Nei decenni, la politica dei veti incrociati ha coperto buona parte dei crimini commessi da Stati o gruppi di potere. Di fatto, l’equilibrio trovato durante la Guerra Fredda, con l’assegnazione a cinque Paesi di posti fissi e potere di veto in seno al Consiglio di Sicurezza, ha neutralizzato l’organismo che sulla carta dovrebbe vegliare sulla sicurezza e sul rispetto dei diritti nel mondo. Russia, Cina, Stati Uniti, Regno Unito e Francia continuano a essere al di sopra di tutte le altre nazioni, almeno nell’organo ONU nel quale si affrontano le questioni più delicate. Di una riforma del Consiglio di Sicurezza si è discusso molto negli anni scorsi. L’ipotesi che si era fatta strada non era di mettere fine allo strapotere dei cinque “grandi” sugli altri 188 Paesi, ma puntava ad allargare la cerchia dei membri permanenti ad alcune potenze emergenti, come Nigeria, India o Brasile. Eppure nemmeno questo è stato possibile: il club dei 5 è molto esclusivo e non intende ammettere nuovi soci.

Alla fine dei conti, l’obiettivo mai dichiarato dai membri permanenti è impedire il funzionamento della cabina di regia dell’ONU sulle crisi mondiali. In modo da avere le mani libere per decidere di volta in volta se sostenere o attaccare regimi che si mettono fuori dal diritto internazionale. Per fare un esempio pratico, la mancanza di condanna del golpe birmano da parte dell’ONU ha prodotto due effetti: i Paesi occidentali probabilmente torneranno ad applicare sanzioni unilaterali al Myanmar, ma d’altra parte la Cina potrà continuare a investire nel Paese, e sostanzialmente a gestirlo, senza violare nessuna regola del diritto internazionale. Una situazione della quale sono vittime soprattutto i birmani che con tanta fatica avevano riconquistato nel 2015 una democrazia, sicuramente condizionata, ma sempre meglio della dittatura militare.

Il mondo va avanti così, e nulla lascia intendere che si voglia o si possa cambiare registro. La platea delle nuove potenze (o aspiranti tali) cresce di giorno in giorno e ciascuna pretende di avere le mani libere come quelle storiche. Per questo la situazione dei diritti e della democrazia nel mondo è sempre peggiore. Anno dopo anno si accorcia l’elenco dei Paesi dove si possono dire pubblicamente cose come quelle che stiamo affermando ora. È l’altra faccia della narrazione della globalizzazione come grande forza che ha rimodellato i rapporti tra i popoli, creando una cultura comune. È vero che consumiamo sempre di più gli stessi prodotti in regioni distanti del mondo, ma la globalizzazione dei diritti è ancora di là da venire.