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Mentre il caos è diventato il metodo di governo globale, la corsa alle armi che si è scatenata in tutto il mondo sta facendo riemergere un problema del quale da un po’ di tempo non si parlava più: quello del debito. Nel 2025 l’indebitamento globale ha battuto tutti i record raggiungendo i 348mila miliardi di dollari, spinto dall’aumento della spesa pubblica dovuto agli investimenti in due settori, quello dei data center e, soprattutto, la difesa. A guidare la classifica dell’indebitamento sono gli Stati Uniti, la Cina e i Paesi dell’area euro, che insieme hanno prodotto quasi tre quarti del nuovo debito mondiale. La novità che emerge dall’ultimo Global Debt Monitor, rilevazione condotta dall’Institute of International Finance, è che la parte del debito in capo alle famiglie e alle imprese è scesa ai livelli pre-covid, mentre continua a crescere la quota dovuta ai governi. Negli Stati Uniti, dove l’attuale amministrazione aveva promesso di smontare il “mostro” della spesa federale, quest’ultima ha fatto crescere il debito che, in proiezione, dovrebbe raggiungere il 120% del PIL nazionale nei prossimi anni. Il report rimarca anche il peso degli investimenti nell’Intelligenza Artificiale, che molti considerano una bolla speculativa, compiuti senza certezze sull’eventuale rientro economico.

Siamo di fronte a un ritorno ai tempi della spesa pubblica allegra, quelli in cui non si teneva conto del pareggio di bilancio né del peso scaricato sulle generazioni future; si cancellano così le dottrine economiche degli ultimi decenni, che auspicavano la riduzione del costo dello Stato a favore della centralità del libero mercato. Oggi, infatti, il mercato che “tira” è fortemente sovvenzionato dal denaro pubblico, che finanzia i settori delle armi e dei data center, ma anche i prodotti agricoli e dispensa incentivi fiscali. Questa tendenza si può fare risalire alla pandemia, quando il mercato si dimostrò incapace di gestire da solo una crisi di simile portata e gli Stati tornarono prepotentemente ad acquistare centralità non soltanto nel definire le politiche di sicurezza, ma anche sul piano economico.

Oggi, a differenza di 50 anni fa, gli Stati maggiormente indebitati sono i motori dell’economia mondiale e non più Paesi periferici, ma rimane valido il principio che l’indebitamento non può essere illimitato: è sostenibile finché gli acquirenti dei titoli di debito considerano affidabile chi li emette. Per questo la de-dollarizzazione oggi in corso tra i Paesi Brics spaventa più dei droni. Un abbandono del dollaro quale moneta di riserva porrebbe il problema gigantesco del costo della potenza americana, che resta sostenibile finché i titoli emessi da Washington vengono acquistati da terzi. È un equilibrio fragile che rischia di incrinarsi se non viene ridimensionata soprattutto la spesa militare.

Era questa la promessa elettorale di Donald Trump: tagliare la spesa federale, evitare di spendere soldi per spegnere incendi in giro per il mondo. Finora però la sua amministrazione ha fatto l’esatto contrario, e i dazi che in teoria avrebbero dovuto dare respiro ai conti sono stati dichiarati illegittimi. Questo rebus, se non risolto, in un futuro prossimo sarà foriero di grandi novità, e non soltanto negli Stati Uniti. Il problema riguarda anche il codazzo di Paesi che, per ideologia o per paura, assecondano questa corsa alla spesa e al debito per finanziare una politica globale che ha prodotto solo caos e lutti.