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Nella geopolitica odierna, il controllo degli stretti è centrale. Non è una novità, anche se ce ne eravamo dimenticati: in un mondo globalizzato e interdipendente, il fulcro della rete intercontinentale non possono che essere i flussi di comunicazione e gli scambi di merci via mare. Sono le navi a trasportare derrate alimentari, minerali strategici, energia fossile e container colmi delle più svariate merci prodotte dalla fabbrica globale. E le navi devono per forza passare da “strozzature” che possono chiudersi. Può accadere per il cambiamento climatico, che comincia a complicare il transito dal canale di Panama perché nel suo lago interno mancano periodicamente i volumi d’acqua necessari al passaggio delle grandi navi, o per motivi bellici, quando eserciti nazionali o gruppi armati impediscono la navigazione con la forza, come sta accadendo a Hormuz e a Bab el-Mandeb. Da qui la riscoperta, si fa per dire, di passaggi strategici poco usati come lo stretto di Magellano, per spostarsi tra l’Atlantico e il Pacifico, e perfino la rivalutazione della circumnavigazione vecchio stile dell’Africa, doppiando come Bartolomeo Diaz il Capo di Buona Speranza.

La sfida più accesa riguarda un mare fino a ieri inaccessibile alla normale navigazione, quello Artico. Oggi le rotte polari tra Asia, Europa e America sono già praticabili tra fine estate e inizio autunno, quando la superficie della banchisa polare risulta del 40% inferiore a quella degli anni ’70. Rispetto alla navigazione tradizionale, i tempi si accorciano di oltre un terzo, con conseguenti risparmi per le compagnie marittime. I primi Paesi a sperimentare la via polare sono stati la Cina, ovviamente, e da poco anche la Corea del Sud, che a metà settembre ha celebrato l’arrivo di una sua nave portacontainer in Inghilterra. Le due rotte percorribili per arrivare rispettivamente in Europa o in Nord America passano entrambe dalla Groenlandia: questo è il primo motivo dell’attivismo degli Stati Uniti nei confronti della grande isola danese, sfociato poche settimane fa nel rinnovo di vecchi accordi con Copenaghen circa la presenza militare statunitense sul territorio che fu “conquistato” dai Vichinghi.

Secondo le ultime ricerche disponibili, oggi il breve lasso di tempo nel quale è possibile affrontare le rotte polari limita la possibilità di passaggio a 2000 navi: restano quindi vitali le rotte tradizionali che transitano dal Medio Oriente e da Panama. C’è comunque un settore tecnologico marittimo che si sta specializzando nel favorire questa navigazione, che presenta ancora criticità rispetto ai ghiacci galleggianti, facendo anche ricerca sui carburanti per ridurre l’inquinamento, in vista di un’elettrificazione totale delle navi. Si calcola infatti che dopo il 2050 le conseguenze del cambiamento climatico permetteranno il transito di circa 20.000 navi. In uno scenario catastrofistico, nel 2070 il passaggio rimarrebbe aperto tutto l’anno: ma a quel punto la priorità sarebbe la sopravvivenza, più che il commercio. 

A giudizio di molti, una conseguenza drammatica dell’innalzamento delle temperature diventa così una risorsa degna di essere festeggiata dalla stampa finanziaria. È un paradosso emblematico dei nostri tempi: anziché trovare soluzioni ai problemi globali, si costruisce una narrazione per normalizzarli e rassicurare i cittadini. La Terra si sta riscaldando, i ghiacci si sciolgono e i livelli del mare salgono, ma tranquilli: le merci viaggeranno più veloci da un Paese all’altro. Il nostro shopping è garantito.