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Come tutte le telenovele, la durata e i colpi di scena per tirarla avanti non si contano. L’Accordo UE-Mercosur, firmato in pompa magna due giorni fa ad Asunción, in Paraguay, dopo 25 anni di trattative, dovrà però ancora attendere il parere della Corte di giustizia europea, alla luce del voto odierno del Parlamento europeo, dove la mozione presentata dalla sinistra, e sostenuta dai “patrioti” di Bardella e Salvini, è passata per soli dieci voti di scarto.

Non importa quale sia il momento geopolitico, non importa che si tratti di un accordo nettamente favorevole all’industria, se solo si prova a uscire per un attimo dal tema agricolo. Per l’industria europea è una grande opportunità: l’industria produce il 24% del PIL europeo e occupa il 20% dei lavoratori, mentre l’agricoltura produce il 2,1% del PIL e occupa il 4,5% dei lavoratori. Ma sono più forti i trattori fuori dalle sedi comunitarie, capaci di saldare un’alleanza tra forze sulla carta molto lontane, come la Lega, il Rassemblement National, il M5S e le sinistre.

Giusti i timori sul capitolo agricolo, giustissimi. Per questo l’ultima bozza dell’accordo prevede clausole di salvaguardia rigidissime sulle norme sanitarie e sull’andamento del mercato, oltre a includere la tutela di ben 340 indicazioni geografiche, di cui 53 italiane. Non sarà possibile importare prodotti pseudo-italiani o pseudo-francesi e i marchi non potranno essere usati nei Paesi firmatari del Sud America.

Fin qui la parte commerciale, dove ha prevalso un mix di legittime preoccupazioni dei piccoli e medi agricoltori e la tutela dei privilegi acquisiti da parte della grande industria agroalimentare. L’altro aspetto, quello davvero nuovo, è nel campo della geopolitica. In un mondo nel quale stanno saltando le alleanze e le istanze multilaterali, due aree del pianeta che si sono date regole e aspirazioni simili cercano di avvicinarsi. Il Mercosur nasce nel 1985 dall’idea di usare la formula dell’UE per costruire un’area non solo commerciale, e comprende esclusivamente Paesi democratici (prevede infatti una clausola di esclusione in caso di interruzione della democrazia in uno Stato membro).

Per un’Unione europea sotto attacco, questo accordo è stato un tentativo di costruire nuove alleanze con Paesi finora ritenuti marginali ma che, nella nuova geografia globale, contano eccome, a cominciare dal Brasile. Per i Paesi del Mercosur, invece, rappresenta la possibilità di agganciarsi, almeno in parte, a un’area democratica e di bilanciare il rapporto con la Cina, parando al contempo i colpi che arrivano da Washington.

Ora potrebbero volerci anche due anni per concludere l’iter di ratifica, comunque non prima della sentenza della Corte. La Commissione potrebbe applicare l’accordo provvisoriamente — ne ha la facoltà — ma bisognerà capire se avrà la forza politica per farlo, con la Germania infuriata per le possibili perdite delle proprie industrie e la Francia forse soddisfatta perché i trattori potrebbero tornare nelle fattorie.

Fino alla prossima puntata, quando finalmente (se una fine ci sarà) o i Paesi del Mercosur diranno grazie e addio, oppure l’Europa riuscirà a superare il veto dei produttori di zucchero da barbabietola

L’Europa dei trattori ha ottenuto una grande vittoria: impedire per l’ennesima volta la firma dell’Accordo di libero scambio tra UE e Mercosur, il mercato comune sudamericano formato da Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay. È una storia di equivoci lunga 25 anni, quella delle trattative per l’accordo, sempre boicott­­ate dalla politica europea e, soprattutto, dalle pressioni esercitate dal mondo dell’agricoltura. Gli agricoltori europei, in particolare quelli francesi, totalmente contrari all’accordo con il Mercosur, non agiscono sulla base di motivazioni ideologiche o di preoccupazioni etiche, magari per la situazione dei diritti umani o per le questioni ambientali in Sudamerica. Più prosaicamente, temono che l’arrivo di derrate alimentari dai giganti agricoli Brasile e Argentina, senza più quote, dazi o restrizioni, metta fuori mercato alcune produzioni europee, quali grano e mais, diversi tipi di frutta, carne e pollame. Il notevole differenziale dei prezzi tra i due mondi agricoli, europeo e sudamericano, non nasce dal differenziale sul costo della manodopera, ma dal fatto che gli imprenditori agricoli d’oltreoceano possono fare economia di scala grazie a produzioni quantitativamente enormi e a una disponibilità di terre pressoché sconfinata.

Per la Francia, che esporta carne e grano nel resto dell’Europa, sarebbe una débâcle; ma per l’Italia, importatrice netta degli stessi prodotti, e per altri Paesi europei ci sarebbe un vantaggio economico. Il nodo resta quindi politico. Durante gli anni in cui il Brasile era guidato da Bolsonaro le trattative erano state interrotte, poiché dall’altra parte dell’Atlantico si stava mettendo a sacco l’Amazzonia per guadagnare nuova terra coltivabile. Ora che al governo c’è Lula, e che in un solo anno il Brasile ha dimezzato gli incendi boschivi, la pregiudiziale ambientale non avrebbe più ragione d’esistere. Tuttavia, è bastato il blocco di qualche strada europea perché la Commissione si affrettasse a dichiarare che l’accordo era sospeso per mancanza di garanzie ambientali. Nelle stesse ore, il gigante del caffè Illy spiegava alla stampa come l’entrata in vigore del Regolamento europeo sulla deforestazione sia destinato a bloccare l’import di materie prime da molti Paesi terzi. Si fa riferimento alla nuova normativa europea secondo la quale, per autorizzare l’import di alcuni prodotti agricoli tropicali, dal gennaio 2025 occorrerà non solo che quei prodotti siano coltivati nel rispetto dei diritti umani e delle normative di legge locali, ma anche che i terreni utilizzati non siano stati deforestati dopo il 2020. Una misura che sulla carta è sicuramente di buon senso, ma che risulterà di difficilissima applicazione in diversi Stati, a partire dall’Etiopia, che produce caffè di qualità superiore, per non parlare del resto dell’Africa e dell’Estremo Oriente. La differenza, rispetto alla situazione di concorrenzialità tra produttori che frena l’accordo UE-Mercosur, è che qui si tratta di prodotti che non possono essere coltivati in Europa.

L’UE si dibatte quindi tra il blocco dei negoziati con il Sudamerica, iniziativa esclusivamente politica e protezionista, e una regolamentazione “woke” che pretende di imporre al resto del mondo elevati standard etico-ambientali, richiedendo certificazioni oggettivamente difficili da ottenere in molti Paesi. Il punto di contatto tra queste due vicende è la sopravvivenza del bastione agricolo europeo, ultimo fortino protetto dell’Europa comunitaria. I processi di privatizzazione, le vendite a gruppi stranieri, le delocalizzazioni che hanno radicalmente trasformato l’industria e i servizi dell’Occidente, si sono fermati davanti a uno dei totem della storia recente dell’Europa: quello della sicurezza alimentare. Anche se antistorica e antieconomica, è ancora vivissima la pretesa di soddisfare internamente il proprio bisogno di alimenti investendo ingenti risorse pubbliche e alzando barriere protettive contro la concorrenza. Tutto ciò, anche se talvolta dettato da buone intenzioni e buoni sentimenti, finisce con l’essere un freno per la presenza europea nel mondo. Sempre più spesso ascoltiamo le lamentele dei nostri politici sull’accerchiamento economico messo in atto dalla Cina, che ormai è diventata il primo cliente e fornitore di Africa e America Latina: ma quale alternative hanno Paesi come Brasile, Costa d’Avorio o Vietnam, se per una ragione o per l’altra l’Europa continua a ostacolare il loro export? L’UE, che da decenni chiede in tutti i forum internazionali che si aprano i mercati del mondo, non intende aprire i propri a quelle importazioni che per molti Stati terzi sono l’unica vera risorsa e merce di scambio… Di logico qui c’è poco. Forse si tratta soltanto di un riflesso condizionato dalla memoria della fame, delle carestie e delle sofferenze che l’Europa ha sofferto in passato.