Un futuro da robot

Pubblicato: 28 marzo 2026 in Mondo
Tag:, , ,

L’unico a parlarne, in tempi non sospetti, fu Bill Gates in un’intervista rilasciata a Quartz nel 2017, quando affermò che, se un robot svolgesse lo stesso lavoro di un essere umano, l’azienda che lo utilizza dovrebbe essere sottoposta a una tassazione simile a quella del costo del lavoro umano. Gates evocava in pratica una “robot tax”, con la quale finanziare la formazione dei lavoratori rimasti disoccupati, sostenere quei settori dove la mano umana resta imprescindibile, puntellare il sistema generale di welfare e quello pensionistico.

Oggi la rivoluzione combinata tra robotica e IA sta producendo un terremoto in diversi settori produttivi, nei quali la presenza umana diventa man mano meno redditizia, vista la capacità raggiunta dall’IA di fare le stesse cose, anche meglio, a costi nettamente inferiori. Lo stesso vale per la robotica, soprattutto nei cicli industriali. E siamo solo agli inizi: per i prossimi dieci anni si prevedono la sostanziale scomparsa di varie figure professionali e una drastica riduzione del bisogno di manodopera nei sistemi industriali e in buona parte di quelli agricoli. Siamo di fronte a una rivoluzione che non si può paragonare a quella prodotta dalla diffusione dell’energia elettrica o dall’avvio della motorizzazione. I cocchieri, i lampionai, i tessitori che restavano senza lavoro potevano trovare impieghi diversi, nati con la rivoluzione industriale; l’IA e la robotica, invece, non creano nuovi mestieri, se non quelli strettamente necessari per fabbricarli e programmarli. In prospettiva, le professioni che resteranno a carico degli umani, almeno per ora, riguardano i servizi di cura alle persone, l’artigianato di fascia alta e poco altro.

In questo contesto, finora ignorato dalla politica, arriva l’iniziativa imprenditoriale di Jeff Bezos che sarebbe intenzionato a dar vita al più grande fondo di investimenti nel settore tecnologico mai esistito. Si parla di cento miliardi di dollari per acquistare aziende industriali tradizionali e aumentarne l’efficienza e i margini attraverso l’integrazione di sistemi di IA. Traducendo dall’industrialese, con l’IA si riuscirebbe ad aumentare l’efficienza e far impennare i profitti a discapito dell’occupazione umana, che nelle industrie così trasformate crollerebbe di sicuro. Su questo punto, nello scorso novembre, in Italia una sentenza del Tribunale di Roma ha confermato che la sostituzione di un lavoratore con l’IA può configurare un “giustificato motivo oggettivo” di licenziamento se legata a una riorganizzazione aziendale. Questo orientamento vale ovviamente ancora di più in quei Paesi dove il licenziamento non deve nemmeno essere giustificato, come gli Stati Uniti.

E così ci apprestiamo ad arrivare velocemente al punto critico, anche e soprattutto per quei miliardari della Silicon Valley che guidano il mondo dell’IA: quando quelle persone che l’intelligenza artificiale sta lasciando senza lavoro e senza reddito non potranno più consumare i prodotti fabbricati dai robot, di quanto scenderanno i mercati globali? Inoltre, cosa sarà di una massa di disoccupati che tra 10 anni, secondo alcune stime, sarà tra il 30 e il 40% della forza lavoro? Chi fa business dovrebbe trovare una risposta, almeno per quanto riguarda il calo dei consumi. Ma, in assoluto, sarebbe compito della politica affrontare queste domande, perché la rivoluzione in corso mette in gioco il destino della società a livello mondiale. L’inadeguatezza delle attuali classi dirigenti si può misurare su due temi: la deliberata paralisi nella risposta ai cambiamenti climatici e il fingere che non esista la rivoluzione introdotta dall’IA.

Lascia un commento